mercoledì 30 settembre 2026

30.09.2026 - Gb 9,1-12.14-16 - Lc 9,57-62 - Ti seguirò dovunque tu vada.

Dal libro di Giobbe - Gb 9,1-12.14-16

Giobbe rispose ai suoi amici e prese a dire:
«In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione dinanzi a Dio?
Se uno volesse disputare con lui,
non sarebbe in grado di rispondere una volta su mille.
Egli è saggio di mente, potente di forza:
chi si è opposto a lui ed è rimasto salvo?
Egli sposta le montagne ed esse non lo sanno,
nella sua ira egli le sconvolge.
Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
Comanda al sole ed esso non sorge
e mette sotto sigillo le stelle.
Lui solo dispiega i cieli
e cammina sulle onde del mare.
Crea l’Orsa e l’Orione,
le Plèiadi e le costellazioni del cielo australe.
Fa cose tanto grandi che non si possono indagare,
meraviglie che non si possono contare.
Se mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non mi accorgo.
Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: “Cosa fai?”.
Tanto meno potrei rispondergli io,
scegliendo le parole da dirgli;
io, anche se avessi ragione, non potrei rispondergli,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
Se lo chiamassi e mi rispondesse,
non credo che darebbe ascolto alla mia voce».

1. Giobbe vede Dio talmente in alto che non si cura delle sue obiezioni o delle sue questioni. IL “DIO DI GIOBBE” È UN DIO CHE RIMANE STACCATO DALL’UOMO, che non condivide la sua sofferenza e la sua gioia; È UN DIO QUASI INDIFFERENTE ALLA PASSIONE DELL’UOMO: per questo, secondo Giobbe, è inutile discutere con lui.
2. Il rapporto con Dio è impari, del tutto squilibrato; non pare in realtà esserci neanche un vero rapporto, ma solo una sudditanza dell’uomo, che NON PUÒ FARE ALTRO CHE SUBIRE IL VOLERE DIVINO IMPOSTOGLI. In fondo IL RAPPORTO È SÌ IMPARI, MA LO È NELL’AMORE, un amore che non siamo in grado di capire fino in fondo e che ci richiede fiducia, pazienza e umiltà.
3. Giobbe desidera instaurare un rapporto con il suo Dio; LO VORREBBE PIÙ VICINO E PRESENTE. In qualche modo lo prega, gli chiede ascolto, aspetta la sua risposta. IN GESÙ AVREMO UN DIO TALMENTE APPASSIONATO DELL’UOMO CHE SI DONA TUTTO A LUI.

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,57-62
 
In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

 

Gesù ha una meta chiara e orienta tutta la sua vita verso di essa. La sua determinazione trascina chi decide di seguirlo. Anche noi siamo chiamati a una scelta radicale, senza giustificazioni. La nostalgia del passato ci tenta, ma seguire Gesù richiede un taglio netto con ciò che ci trattiene. Non possiamo voltare lo sguardo indietro. Ogni scusa ritarda il passo decisivo. Solo un amore totale e una decisione piena ci mettono sulla sua strada. Le mezze misure ci sfiancano e ci lasciano a metà. Solo nella totalità troviamo la libertà del cuore.

 

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30.09 SAN GIROLAMO

SAN GIROLAMO
San Girolamo (347 - 420) fu uno degli uomini più eruditi del suo tempo e autore della Vulgata, la traduzione latina della Bibbia utilizzata dalla Chiesa per molti secoli. La sua frase più famosa rimane: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo». Di carattere impetuoso, difese con forza la fede contro le eresie, anche se talvolta usò parole dure persino con alcuni santi.
Papa Damaso gli affidò la revisione delle antiche traduzioni latine della Bibbia e Girolamo affrontò il compito con grande rigore, studiando i testi originali. Approfondì il greco a Costantinopoli e imparò ebraico e aramaico a Betlemme, dove si dedicò per anni allo studio della Sacra Scrittura. Dopo 23 anni di lavoro completò la Vulgata, una grande opera destinata a segnare la storia della Chiesa e della cultura europea. Eppure, inizialmente Girolamo era più attratto dai grandi autori classici che dalla Bibbia.
In una celebre esperienza spirituale comprese la necessità di scegliere con decisione Cristo e abbandonare ciò che lo allontanava dalla sua vocazione. Da allora si dedicò con ardore alla Parola di Dio, trasformando la sua cultura in un servizio alla Chiesa. Per vincere il proprio carattere impetuoso praticava anche severe penitenze. A Roma fu guida spirituale di un gruppo di donne consacrate, tra cui Marcella, Paola, Eustochio e Blesilla, oggi venerate come sante. Scrisse numerose opere contro le eresie, lettere e il De Viris Illustribus, raccolta di biografie dei primi cristiani, mostrando il grande contributo della fede alla cultura.
Dei santi diceva: «Noi onoriamo i santi per adorare Colui di cui sono testimoni». Nel 1298 fu proclamato Dottore della Chiesa, insieme ad Agostino, Ambrogio e Gregorio Magno. Patrono di studiosi, bibliotecari, traduttori e archeologi, san Girolamo ci provoca ancora oggi: quanto tempo dedichiamo alla Parola di Dio e quanto invece alle parole che riempiono inutilmente le nostre giornate? per noi oggi 1. San Girolamo diceva: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo». Quanta conoscenza abbiamo di tutto, e quanto poco conosciamo invece il Vangelo che dovrebbe orientare la nostra vita? 2. Girolamo dovette abbandonare ciò che lo distraeva per dedicarsi con ardore alla Parola di Dio. Anche noi sappiamo spegnere ciò che ci distrae, oppure non troviamo mai tempo per ascoltare davvero Dio? 3. Girolamo trasformò la sua grande cultura in un servizio alla Chiesa e alla salvezza delle persone. Le nostre capacità e conoscenze servono davvero gli altri, oppure le usiamo soprattutto per affermare noi stessi?
Memoria di san Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell'odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote. Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso e, stabilitosi poi a Betlemme di Giuda, si ritirò a vita monastica. Fu dottore insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture e fu partecipe in modo mirabile delle varie necessità della Chiesa. Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace. 


«QUANDO DIO È AL CENTRO, TUTTO RISPLENDE»

«QUANDO DIO È AL CENTRO, TUTTO RISPLENDE»

La storia di Mélissa Kellaou, modella a Parigi, mostra che si può vivere la fede anche dentro un ambiente dominato dall’immagine e dall’apparenza. La sua professione la mette continuamente davanti allo specchio, ma proprio questo l’ha aiutata a comprendere che il valore di una persona non dipende dal suo aspetto. Mélissa racconta di aver attraversato momenti di scarsa autostima e di aver trovato nel rapporto con Cristo una nuova prospettiva su se stessa. Il suo cammino non è stato immediato: alcune persone incontrate lungo la strada l’hanno ascoltata, accompagnata e aiutata a riscoprire la sua sete di verità. È una cosa importante anche per noi: spesso Dio entra nella nostra vita attraverso le persone che sanno fermarsi, ascoltarci e volerci bene. Oggi Mélissa cerca di mettere Cristo al centro delle sue scelte, anche nel lavoro, chiedendosi quali valori sta realmente comunicando attraverso ciò che fa. In un mondo nel quale spesso conta più apparire che essere, lei cerca di usare anche i social non per alimentare la corsa ai “like”, ma per seminare luce, gioia e speranza. Mi colpisce soprattutto la frase di San Tommaso d’Aquino che ama condividere: «È più bello illuminare che semplicemente risplendere». È una frase che capovolge la logica del nostro tempo: non dobbiamo preoccuparci soltanto di brillare, di essere notati e apprezzati, ma di illuminare la vita degli altri. Una persona può essere bellissima, famosa e avere migliaia di seguaci, ma se non porta amore nel cuore rischia di rimanere vuota. Al contrario, una persona semplice, che nessuno applaude, può diventare una grande luce attraverso un gesto di bontà, una parola di conforto o un servizio nascosto. Quando Dio è davvero al centro, cambia il nostro modo di guardare noi stessi e gli altri: non cerchiamo più soltanto di essere ammirati, ma desideriamo diventare dono. La vera domanda, allora, non è “quanto riesco a risplendere?”, ma “quanto riesco a illuminare?”.
  per noi oggi 1. COSA METTO AL CENTRO DELLA MIA VITA? Dio, oppure l’immagine che voglio dare di me, il successo, il denaro e il giudizio degli altri? 2. CERCO DI RISPLENDERE O DI ILLUMINARE? Quanto delle mie parole, delle mie azioni e della mia presenza serve davvero a portare luce e speranza agli altri? 3. QUALE VALORE DO A ME STESSO?
Mi giudico per ciò che possiedo e per ciò che gli altri pensano di me, oppure riesco a riconoscermi come persona amata da Dio?

 

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martedì 29 settembre 2026

29.09.2026 - Dn 7,9-10.13-14 - Gv 1,47-51 - Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere...

 

Dal libro del profeta Daniele - Dn 7,9-10.13-14

Io continuavo a guardare,
quand’ecco furono collocati troni
e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve
e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco
con le ruote come fuoco ardente.
Un fiume di fuoco scorreva
e usciva dinanzi a lui,
mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano.
La corte sedette e i libri furono aperti.
Guardando ancora nelle visioni notturne,
ecco venire con le nubi del cielo
uno simile a un figlio d’uomo;
giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.
Gli furono dati potere, gloria e regno;
tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano:
il suo potere è un potere eterno,
che non finirà mai,
e il suo regno non sarà mai distrutto.

1. Nel libro di Daniele c'è la volontà di voler INTRAVEDERE IL SENSO DELLA STORIA come si presenta, ai credenti nel Dio d'Israele, nel secolo secondo avanti Cristo. Israele combatte l’oppressione culturale e religiosa di Antioco IV Epifane. La storia diventa il luogo dell'operosità dell'uomo e della giustizia di Dio, Daniele intravede il GIUDIZIO FINALE COME UN GRANDE PROCESSO DA PARTE DI DIO.
2. Al centro della visione vi è un "VEGLIARDO": rappresentato attraverso i classici simboli che esprimono L'ETERNITÀ (i capelli candidi), la TRASCENDENZA (la veste simile a neve), il CONTROLLO sull'universo (il fiume di fuoco) e la suprema MAESTÀ (il numero iperbolico dei suoi servitori). In vegliardo pronuncia la SENTENZA CONTRO LE BESTIE che opprimono il mondo con la violenza.
3. Poi, all'orizzonte, appare uno, simile a un "FIGLIO D'UOMO". È IL MESSIA, che viene sulle nubi del cielo PER REALIZZARE NEL MONDO UN REGNO UNIVERSALE ED ETERNO. A lui furono dati potere, gloria e regno e tutte le nazioni lo serviranno ed il suo regno non finirà mai. DAL CIELO NON PUÒ VENIRE CHE QUALCOSA DI BELLO E DI GRANDE.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,47-51
 
In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

 

“Gli angeli di Dio salgono e scendono sopra il Figlio dell’Uomo". Vanno e vengono dal cielo alla terra, come solerti collaboratori nel disegno di Dio. 
Dio manda l’arcangelo Michele a combattere Satana, Raffaele ad accompagnare Tobia, Gabriele a portare a Maria il grande annuncio della venuta del Figlio Suo tra gli uomini. Di fronte a tutte le potenze di male – visibili e invisibili - che invadono il mondo, le vite intrecciate di angeli e uomini collaborano per un comune destino di grazia.
Gli angeli ci difendono. Difendono l’uomo e difendono Gesù Cristo. Nella vita se non si lotta, saremo sconfitti dal demonio. Satana sempre cerca di distruggere l’uomo. E’ astuto e presenta le cose come se fossero buone. Ma il Signore ha dato questo mestiere principalmente agli angeli: di lottare e vincere. E il canto finale dell’Apocalisse, dopo questa lotta, è tanto bello: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il Regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte.

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Uno dei più bei complimenti Gesù lo dona a uno che un minuto prima lo aveva deriso chiedendosi cosa mai di buono potesse uscire da Nazaret. Lo elogia perché è stato vero; c’è qualcosa di più raro?

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29.09 SANTI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

SANTI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE
La Chiesa celebra insieme i tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele il 29 settembre, dopo la riforma del calendario liturgico del 1969. Michele, il cui nome significa «Chi è come Dio?», manifesta la forza di Dio e l’umiltà di chi riconosce che nessuno è come il Creatore. Nel libro di Daniele è il grande principe che protegge il popolo di Dio, mentre nell’Apocalisse combatte contro il drago e gli angeli ribelli, diventando simbolo della lotta contro il male. Gabriele, «Fortezza di Dio», è il messaggero scelto per annunciare a Maria la nascita di Gesù: «Piena di grazia». Aveva già annunciato a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista, mostrando il legame tra Antico e Nuovo Testamento. Attraverso Gabriele Dio comunica all’umanità il messaggio decisivo della salvezza. Raffaele, «Medicina di Dio», compare nel libro di Tobia, dove accompagna Tobia nel viaggio, lo protegge, lo guida al matrimonio con Sara e intercede per la guarigione del padre Tobia. Prima di rivelare la propria identità, insegna alla famiglia a vivere nella preghiera e nella fiducia in Dio. Michele, Gabriele e Raffaele mostrano così tre forme della missione celeste: proteggere, annunciare e guarire. La loro presenza nella Scrittura ricorda che Dio non abbandona l’uomo, ma lo accompagna attraverso i suoi messaggeri. Michele ci invita a scegliere Dio nella lotta contro il male; Gabriele a diventare messaggeri della Buona Notizia; Raffaele a farci compagni di viaggio di chi è fragile e ferito. Gli arcangeli non attirano l’attenzione su se stessi, ma orientano sempre verso Dio. La loro festa diventa quindi un invito a riconoscere che anche noi siamo chiamati a essere, nel nostro piccolo, custodi, annunciatori e compagni di viaggio per gli altri. per noi oggi 1. San Michele ci ricorda che esiste una lotta contro il male e che non tutto può essere accettato in nome del compromesso. Noi da che parte stiamo quando il bene ci chiede di prendere posizione e rischiare qualcosa? 2. Gabriele porta a Maria l’annuncio che cambia la storia: Dio si affida a un messaggero per comunicare la sua volontà. Se Dio volesse parlare oggi attraverso di noi, troverebbe persone capaci di portare una parola di speranza? 3. Raffaele accompagna Tobia nel viaggio senza sostituirsi a lui, ma aiutandolo a camminare e crescere. Sappiamo davvero accompagnare chi ci è affidato, oppure vogliamo controllare tutto e decidere noi la strada degli altri?
Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della via Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra Scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente. 


lunedì 28 settembre 2026

28.09.2026 - Gb 1,6-22 - Lc 9,46-50 - Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.

Dal libro di Giobbe - Gb 1,6-22

Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male». Satana rispose al Signore: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stendere la mano su di lui». Satana si ritirò dalla presenza del Signore.
Un giorno accadde che, mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: «I buoi stavano arando e le asine pascolando vicino ad essi. I Sabèi hanno fatto irruzione, li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «Un fuoco divino è caduto dal cielo: si è appiccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I Caldèi hanno formato tre bande: sono piombati sopra i cammelli e li hanno portati via e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Mentre egli ancora parlava, entrò un altro e disse: «I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo vino in casa del loro fratello maggiore, quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto: ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti. Sono scampato soltanto io per raccontartelo».
Allora Giobbe si alzò e si stracciò il mantello; si rase il capo, cadde a terra, si prostrò e disse:
«Nudo uscii dal grembo di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

1. Giobbe: un uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Possedeva grandi ricchezze e conduceva vita onesta. Tutto, a casa sua, procedeva a gonfie vele; quando SATANA RISPONDENDO AL SIGNORE INIETTA IL SUO VELENO: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?” “Stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!”
2. Il Signore accoglie la sfida di Satana. METTE PERÒ UN LIMITE NELLA PROVA. «Ecco, quanto possiede è in tuo potere, MA NON STENDERE LA MANO SU DI LUI». IL POTERE ULTIMO È E RIMANE QUELLO DI DIO e Satana non potrà provarlo nel suo corpo, nella sua vita. Questa dovrà rimanere intatta. E così accade!
3. Grande è il dolore di Giobbe. Si alza, si straccia il mantello, si rade il capo, cade a terra, si prostra. Giobbe ha scoperto nella sua storia che tutto è dono: le cose, i figli sono solo dono di Dio e non più una propria conquista. L’UNICO OCCHIO CHE SCHIUDE A QUESTA NUOVA VISIONE DEL TUTTO È QUELLO DELLA FEDE: «IL SIGNORE HA DATO, IL SIGNORE HA TOLTO SIA BENEDETTO IL NOME DEL SIGNORE!».

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,46-50
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».

Quando i discepoli discutono su chi sia il più grande, Gesù risponde con un gesto simbolico, mettendo un bambino accanto a sé, insegnando che la vera grandezza nel Regno di Dio si trova nell'umiltà e nella semplicità. Accogliere i piccoli nel nome di Gesù è accogliere Lui stesso e Dio. Quando Giovanni impedisce a un uomo di scacciare demoni nel nome di Gesù, perché non fa parte del gruppo, Gesù risponde che chi non è contro di loro è per loro. Questo insegna l'inclusività e l'apertura: ogni azione fatta in nome di Gesù è valida. La vera essenza del discepolato è servire con umiltà e accogliere chiunque agisca nel nome di Gesù.

 

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28.09 SANTI LORENZO RUIZ DI MANILA E 15 COMPAGNI

SANTI LORENZO RUIZ DI MANILA E 15 COMPAGNI
I 16 martiri di Nagasaki furono uccisi in Giappone tra il 1633 e il 1637, durante una violenta persecuzione contro i cristiani. La persecuzione fu scatenata dallo shogun Tokugawa Iemitsu, che ordinò l’arresto di quanti diffondevano la fede cristiana. Il gruppo comprendeva nove Domenicani, tre fratelli religiosi, due Terziarie Domenicane e due laici, provenienti da diverse nazioni. Avevano svolto il loro apostolato nelle Filippine, a Formosa e in Giappone, annunciando il Vangelo alle comunità perseguitate.
Furono catturati e rinchiusi nelle carceri di Nagasaki, dove subirono terribili torture. Molti furono sottoposti all’ana-tsurushi, una forma di supplizio che conduceva lentamente alla morte. Tra loro vi erano giapponesi, filippini, spagnoli, un francese e un italiano, uniti dalla stessa fede. Tra i martiri spicca Lorenzo Rúiz, padre di famiglia e primo martire delle Filippine. Gli Atti dei processi del 1637 e 1638, ritrovati nel XX secolo, permisero di riprendere la causa presso la Santa Sede.
Furono beatificati da Giovanni Paolo II nel 1981 a Manila e canonizzati a Roma nel 1987. La loro storia mostra che la fede non conosce confini di nazionalità, cultura o condizione sociale: davanti a Cristo tutti possono diventare testimoni. Il loro sangue divenne seme di fede, custodito dalla Chiesa anche attraverso le generazioni.
La loro testimonianza ci invita a non vivere la fede per abitudine, ma con coraggio, coerenza e fedeltà. I sedici martiri ci ricordano che la vera libertà cristiana consiste nel rimanere fedeli a Cristo, anche quando questa fedeltà costa tutto. per noi oggi 1. I 16 martiri di Nagasaki preferirono affrontare la morte piuttosto che rinnegare Cristo. Noi, davanti alle piccole pressioni quotidiane, abbiamo ancora il coraggio di dichiararci cristiani senza vergogna? 2. Tra quei martiri c’erano sacerdoti, religiosi, donne e un padre di famiglia: tutti testimoni della stessa fede. La santità non dipende dal ruolo che ricopriamo, ma dalla fedeltà con cui viviamo ciò che Dio ci ha affidato. 3. I persecutori volevano cancellare il cristianesimo dal Giappone, ma il sangue dei martiri divenne seme di fede. Forse oggi non ci viene chiesto di morire per Cristo, ma siamo disposti almeno a vivere per Lui, anche quando costa sacrificio e consenso?
Santi Lorenzo da Manila Ruiz e quindici compagni, martiri, che, preti, religiosi e laici, dopo aver seminato la fede cristiana nelle isole Filippine, a Taiwan e nel Giappone, per ordine del comandante supremo Tokugawa Yemitsu subirono in giorni diversi a Nagasaki in Giappone il martirio per amore di Cristo, ma vengono oggi celebrati tutti in un’unica commemorazione. 

NELLO STESSO GIORNO:

SAN VENCESLAO Duca di Boemia, martire
Stochow, Praga, Repubblica Ceca, ca. 907 - Stará Boleslav, Repubblica Ceca, 929/935

Venceslao visse nel periodo in cui, in Boemia, il Cristianesimo era agli albori e l'attività apostolica e missionaria erano molto difficili e pericolose. Egli, profondamente religioso, contribuì alla diffusione del messaggio evangelico, promuovendo religiosamente e culturalmente il proprio popolo e, per la sua bontà e per la sua rettitudine, divenne il santo più popolare della Boemia.

BEATO LUIGI MONZA Sacerdote e fondatore
Cislago, Varese, 22 giugno 1898 - Lecco, 29 settembre 1954

Entrò in seminario a 18 anni dopo aver conosciuto la fatica del lavoro dei campi, le veglie nella notte per proseguire gli studi e la lotta per la sopravvivenza quotidiana della povera gente. Venne ordinato sacerdote il 19 settembre 1925. Dal suo cuore di padre nacque l'Istituto Secolare delle "Piccole Apostole della Carità".

BEATO INNOCENZO DA BERZO (Giovanni Scalvinoni) Sacerdote cappuccino
Niardo, Brescia, 19 marzo 1844 – Bergamo, 3 marzo 1890

A Bergamo, beato Innocenzo da Berzo (Giovanni) Scalvinoni, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che rifulse per lo straordinario amore nel diffondere la parola di Dio e nell’ascolto delle confessioni.
Data della traslazione il 28 settembre.

BEATO BERNARDINO DA FELTRE Religioso
Feltre, 1439 - Pavia, 28 settembre 1494

A Pavia, beato Bernardino da Feltre (Martino) Tomitano, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che riportò ovunque buona messe dalla sua predicazione, istituì contro l’usura i cosiddetti Monti di Pietà e, uomo di pace, fu chiamato dal papa Sisto IV a ricomporre le discordie civili.

 

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domenica 27 settembre 2026

Ez 18,25-28 - Fil 2,1-11 - Mt 21,28-32 - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 27 Settembre 2026

 

Dal libro del profeta Ezechièle - Ez 18,25-28

Così dice il Signore:
«Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso.
E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

1. Ezechiele ci parla della RESPONSABILITÀ PERSONALE. OGNUNO È RESPONSABILE DELLE PROPRIE SCELTE. Due casi: uno si comporta bene, è un giusto, ma poi cambia, e commette il male. DIVENTA COLPEVOLE anche se ha fatto tanto bene prima, MUORE PER IL MALE CHE HA COMMESSO. Al contrario un peccatore dopo essersi comportato male si converte e comincia a fare il bene, VIVRÀ IN FORZA DEL BENE CHE HA COMPIUTO. Fai attenzione!

2. IL CENTRO DEL DISCORSO PER EZECHIELE È IL PENTIMENTO: ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse. QUESTO CAMBIAMENTO È IL PUNTO DELICATO SU CUI LA PAROLA DI DIO CI INVITA A RIFLETTERE. Se la Parola che ascoltiamo NON determina delle trasformazioni in meglio, ma col tempo peggioriamo, ALLORA siamo nella situazione negativa di quei capi di Israele. Qualcosa in me non funziona…

3. A NULLA SERVE CONTESTARE IL SIGNORE dicendo che non è retto il suo modo di agire, non è vero. È proprio vero il contrario: Non è retto il VOSTRO modo di agire, avete una mentalità distorta, VI ACCONTENTATE DELLE PAROLE, DELL’ESTERIORITÀ DELLA FORMA MA MANCA LA SOSTANZA AUTENTICA. Alla sostanza bisogna dare valore e peso…

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 2,1-11

Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.
1. Paolo invita la comunità Cristiana di Filippi ad allontanare la vanagloria, la rivalità, l'atteggiamento di superiorità nei confronti degli altri. Ci chiede di NON CERCARE IL NOSTRO INTERESSE MA DI ESSERE ATTENTI AGLI ALTRI e poi sintetizza con una formula meravigliosa: ABBIATE IN VOI GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ. 

2. AVERE GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ, questo l'atteggiamento del Cristiano. Essere come Cristo, assimilare la mentalità di Cristo. I SENTIMENTI DI CRISTO SONO IL SUO MODO DI PENSARE, IL SUO ATTEGGIAMENTO PROFONDO DI FIGLIO OBBEDIENTE che dice di sì e fa quello che il Padre vuole.

3. L'Apostolo aggiunge lo splendido inno cristologico in cui si celebra GESÙ CHE PUR ESSENDO IN FORMA DI DIO NON TIENE TUTTO PER SÉ MA SI SVUOTA, si fa povero, si fa uomo, addirittura si annienta, PER QUESTO DIO LO HA ESALTATO e gli ha dato il nome che è sopra ogni altro nome. Ecco i sentimenti di Cristo Gesù, SE NOI NON LI ABBIAMO È NECESSARIO PENTIRCI, CAMBIARE E DIVENTARE COME LUI.

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✠ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

1. La nostra vita è un impegnarci, un giocarci in una vigna: siamo CHIAMATI A COLLABORARE CON IL CREATORE, curando e proteggendo il creato. CI STAI?

2. Collaborare con Dio PREVEDE ANCHE DEI VERI NO CHE CI AIUTANO AD EMETTERE SÌ PIÙ AUTENTICI: questo significa non escludere i propri desideri e la propria stanchezza. CAMBIARE SI PUÒ, CORAGGIO...

3. Ogni VERA relazione con il Padre è un RENDERCI SEMPRE PIÙ CONSAPEVOLI DELLA BELLEZZA DI QUELLA PROPOSTA ED ENTRARCI DI TUTTO CUORE. Questo è L’INVITO PER TE dal Padre OGGI...

BUONA DOMENICA...

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IL BENE

Nella vita ci sono dei “no” che diventano “sì”, e tutto si aggiusta. Dice il proverbio: a fare il bene non è mai tardi. Il tempo Dio ce lo dà per cambiare, per migliorare, per dare alla vita una energica sterzata, e per dare il meglio di noi. Non è mai lecito, per un cristiano, sospirare “... ormai!”. Possiamo sempre fare oggi quello che non abbiamo fatto ieri. Dio non chiude mai il conto con noi.

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LECTIO DIVINA - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

OMELIA – XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

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Mt 22,34-40 - RITO AMBROSIANO - V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

RITO AMBROSIANO

V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Domenica 27 Settembre 2026
+ Lettura del Vangelo secondo Matteo- Mt 22,34-40

In quel tempo. I farisei, avendo udito che il Signore Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

1. L'amore da SENSO E SIGNIFICATO alla nostra vita. Una creatura umana si REALIZZA nella misura del suo amore al Creatore e ai fratelli (vedi Santi). Diversamente, se si lascia vincere dall'egoismo, si incammina a rapidi passi verso la sua infelicità. VINCE IN ME DIO O L'IO?
2. L'amore è la misura del cristiano. Saremo riconosciuti come discepoli di Gesù se avremo carità gli uni per gli altri. E la carità deve essere esercitata con la MENTE, con le PAROLE e con le OPERE. Saremo veramente cristiani nella misura di questo amore. IL CRISTIANO AMA E BASTA CON LA MENTE, LE PAROLE E LE OPERE... SENZA SE, MA, FORSE, PERCHE'?
3. L'amore ci spinge a donarci. L'amore richiede sforzo, impegno personale e sacrificio. L'AMORE CI AVVICINA SEMPRE DI PIÙ A DIO. L'amore ci fa uscire da noi stessi, in modo tale che ci prendiamo cura degli interessi del prossimo come se fossero i nostri. SI DICE CHE "CHI AMA NON CALCOLA, MENTRE CHI CALCOLA NON AMA"... E TU?
BUONA DOMENICA…
 
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27.09 SAN VINCENZO DE’ PAOLI

SAN VINCENZO DE’ PAOLI
San Vincenzo de’ Paoli fu uno dei più grandi testimoni della carità cristiana, capace di trasformare la fede in opere concrete a favore degli ultimi. Nato verso il 1576 in Guascogna, aiutò la famiglia nei campi prima di entrare in un collegio francescano e di essere ordinato sacerdote nel 1600. Nel 1605 fu catturato dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Tornò libero due anni dopo, dopo aver convertito il suo ultimo padrone, un frate rinnegato che aveva abbandonato la fede per denaro.
L’esperienza della schiavitù gli fece maturare una particolare attenzione verso i galeotti e gli emarginati, che avrebbe poi servito come cappellano delle galere francesi. Gli incontri con Pierre de Bérulle e san Francesco di Sales contribuirono a formare la sua spiritualità, fondata su semplicità, umiltà, mansuetudine, mortificazione e zelo per la salvezza delle anime.
La sua convinzione era radicale: «Non basta che io ami Dio se il mio prossimo non l’ama». Con il sostegno dei marchesi di Gondi fondò la Congregazione della Missione, i cui sacerdoti, detti Lazzaristi, evangelizzavano soprattutto nelle campagne. Insieme a santa Luisa di Marillac diede vita alle Figlie della Carità, chiamate a servire poveri, malati, orfani e anziani. La loro opera si diffuse rapidamente, portando aiuto a chi viveva nelle situazioni più difficili. Vincenzo era convinto che dietro ogni miseria umana fosse possibile riconoscere il volto stesso di Cristo.
Per lui la carità doveva diventare servizio, sacrificio e responsabilità, come un fuoco che spinge continuamente verso chi soffre. La sua vita ci ricorda che amare Dio significa lasciarsi coinvolgere concretamente dalla sofferenza degli altri. San Vincenzo de’ Paoli continua così a porci una domanda decisiva: vediamo davvero Cristo nei poveri che incontriamo, oppure vediamo soltanto persone che disturbano la nostra tranquillità? per noi oggi 1. Vincenzo de’ Paoli non si limitò a commuoversi davanti alla povertà: si rimboccò le maniche e organizzò la carità. Noi davanti alle necessità degli altri ci fermiamo alla compassione, oppure siamo disposti a sporcarci le mani? 2. Per Vincenzo dietro ogni povero c’era il volto di Cristo. Se davvero credessimo questo, cambierebbe il nostro modo di guardare, parlare e trattare chi vive ai margini? 3. Diceva: «Non basta che io ami Dio se il mio prossimo non l’ama». La nostra fede produce ancora gesti concreti di amore, oppure ci accontentiamo di pregare senza lasciarci coinvolgere?
Memoria di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote, che, pieno di spirito sacerdotale, a Parigi si dedicò alla cura dei poveri, riconoscendo nel volto di ogni sofferente quello del suo Signore e fondò la Congregazione della Missione, nonché, con la collaborazione di santa Luisa de Marillac, la Congregazione delle Figlie della Carità, per provvedere al ripristino dello stile di vita proprio della Chiesa delle origini, per formare santamente il clero e per assistere i poveri. 

sabato 26 settembre 2026

26.09.2026 - Qo 11,9-12,8 - Lc 9,43-45 Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Dal libro del Qoèlet - Qo 11,9-12,8

Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. Segui pure le vie del tuo cuore e i desideri dei tuoi occhi. Sappi però che su tutto questo Dio ti convocherà in giudizio. Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio. Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: «Non ci provo alcun gusto»; prima che si oscurino il sole, la luce, la luna e le stelle e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino; quando fiorirà il mandorlo e la locusta si trascinerà a stento e il cappero non avrà più effetto, poiché l'uomo se ne va nella dimora eterna e i piagnoni si aggirano per la strada; prima che si spezzi il filo d'argento e la lucerna d'oro s'infranga e si rompa l'anfora alla fonte e la carrucola cada nel pozzo, e ritorni la polvere alla terra, com'era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità.

1. La giovinezza è un tempo DA VIVERE PIENAMENTE PER TUTTE LE POSSIBILITÀ CHE CONCEDE, come un tempo unico nella vita perché limitato. Tuttavia, anche in questo tempo spensierato e ripieno di potenzialità, NON DOBBIAMO DIMENTICARE LA NOSTRA RADICE, perché il rischio è quello di finire sradicati.
2. Pur gioendo, occorre RIMANERE SALDI IN CIÒ CHE GARANTISCE LA NOSTRA ORIGINE E CHE DA SENSO AL TUTTO; alla giovinezza come all’età adulta. Tutto passa E TROVA SENSO SOLO IN UNO SGUARDO che ci permette di guardare in alto, verso l’Eterno.
3. Siamo anche CHIAMATI AD ACCOGLIERE il tempo della vecchiaia e della morte, in cui «L’UOMO SE NE VA ALLA DIMORA ETERNA». Così alla fine della nostra VITA FACCIAMO I CONTI CON LA VERITÀ DI NOI STESSI, con la vanità delle cose che non durano e POSSIAMO ACCOGLIERE CIÒ CHE CONTA DAVVERO E CHE RIMANE, OVVERO L’AMORE DATO E RICEVUTO, perché solo questo è ciò che possediamo.

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,43-45
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Gesù annuncia la sua imminente passione, ma i discepoli, pur comprendendone la gravità, tacciono per timore. La Croce delude le loro aspettative, ma sarà via di salvezza e gloria. Anche noi possiamo chiederci cosa ci riserverà la Croce, ma dobbiamo chiedere la grazia di non fuggire quando arriverà, rimanendo forti nella sequela di Gesù. Se vuoi seguire Gesù, sei pronto a rinnegare te stesso anche se spaventa, a prendere la tua croce ogni giorno? La tua croce, ogni giorno?

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I miracoli di Gesù piacciono, le parole meno. Ciò che ci piace lo capiamo, quello che ci urta non lo capiamo. Resta misterioso, incomprensibile. Ma siamo sicuri che è Gesù che non si sa spiegare?

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26.09 SANTI COSMA E DAMIANO

SANTI COSMA E DAMIANO
Cosma e Damiano, fratelli e forse gemelli, furono medici di origine araba, educati cristianamente e formati in medicina in Siria. Furono chiamati anargiri, cioè «senza denaro», perché curavano gratuitamente i malati, vivendo la professione come una vera vocazione al servizio. Per loro la medicina non consisteva soltanto nel guarire il corpo, ma anche nel far conoscere il Medico celeste, Gesù Cristo. Accanto alle cure annunciavano il Vangelo, accompagnando molti malati alla fede cristiana e, secondo la tradizione, ottenendo anche guarigioni miracolose.
La loro fama di medici e benefattori non li risparmiò dalle persecuzioni durante l’impero di Diocleziano. Il governatore Lisia ordinò loro di rendere omaggio alle divinità romane, ma essi rifiutarono con fermezza di rinnegare il Dio vivo. La loro risposta fu chiara: nessuna legge può costringerli ad adorare idoli, perché il loro unico Signore è Gesù Cristo Salvatore. Per questo furono sottoposti a terribili torture e infine uccisi nel 303, diventando testimoni della fede fino al dono della vita. La tradizione racconta che furono sottoposti più volte al martirio, tanto da essere ricordati come martiri cinque volte.
Il loro culto è molto antico e già nel V secolo le loro reliquie erano venerate in diverse chiese dedicate a loro. La loro testimonianza mostra che la vera carità non separa il corpo dall’anima, ma guarda alla persona nella sua totalità. Curare, consolare, ascoltare e accompagnare diventano così occasioni per manifestare l’amore di Cristo. Cosma e Damiano, patroni di medici, chirurghi, farmacisti e parrucchieri, ci ricordano che ogni professione può diventare una strada di santità quando viene vissuta come servizio.
La loro domanda arriva fino a noi: ci prendiamo cura soltanto delle ferite che si vedono, oppure anche di quelle profonde che hanno bisogno di Dio? per noi oggi 1. Cosma e Damiano curavano gratuitamente perché vedevano nel malato una persona da amare, non un cliente da cui guadagnare. Oggi sappiamo ancora mettere la persona prima dell’interesse, del profitto e della convenienza? 2. Per loro guarire il corpo non bastava: volevano far conoscere anche il Medico celeste, Gesù. Noi ci preoccupiamo soltanto del benessere materiale delle persone, dimenticando la loro fame di senso e di Dio? 3. Davanti alla minaccia di morte, non rinnegarono la propria fede. La nostra fede è davvero una convinzione profonda, oppure rimane in piedi soltanto finché non ci costa nulla?
sec. III, inizio sec. IV
Santi Cosma e Damiano, martiri, che si ritiene abbiano esercitato a Cirro nella provincia di Eufratesia, nell’odierna Turchia, la professione di medici senza chiedere alcun compenso e abbiano sanato molti con le loro gratuite cure. 

venerdì 25 settembre 2026

25.09.2026 - Qo 3,1-11 - Lc 9,18-22 - Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto.

Dal libro del Qoèlet - Qo 3,1-11

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino.
Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo;
inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi,
senza però che gli uomini possano trovare la ragione
di ciò che Dio compie dal principio alla fine.

1. Il Qoèlet ci ricorda che la dimensione della vita dell’uomo si realizza in un tempo preciso, dove ogni istante ha la sua ragion d’essere. La sfida che ci è data è quella di SAPER RICONOSCERE IL TEMPO DI DIO E SAPERGLI CORRISPONDERE IN MODO ADEGUATO, per non rischiare di essere trovati fuori tono rispetto alla sua proposta di vita.
2. È NEL TEMPO DEL QUI ED ORA CHE VIVIAMO ED ESPRIMIAMO IL NOSTRO ESSERE IN TUTTA LA SUA UMANITÀ E NELLE SUE CONTRADDIZIONI, c’è infatti «un tempo per amare e un tempo per odiare.. un tempo per demolire e un tempo per costruire..
3. Niente Dio ha fatto fuori tempo e TUTTO CIÒ CHE LUI FA LO FA BELLO A SUO TEMPO. Poiché l’uomo è ad immagine di Dio, anche lui è chiamato a fare belle le cose. Come le potrà fare belle? FACENDO ANCHE LUI OGNI COSA A SUO TEMPO. Fare le cose fuori tempo è farle brutte, disdicevoli, non buone. QUESTA SAGGEZZA VA CHIESTA AL SIGNORE.

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,18-22
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

 

Davanti alle domande su di lui, Gesù chiede ai suoi discepoli: "Chi dite che io sia?" Quanto conta Gesù nella tua vita? Pietro risponde con fede: "Tu sei il Cristo di Dio", riconoscendo che questa verità è un dono della fede che illumina la conoscenza. Anche noi impariamo a sottoporre la nostra conoscenza al dono della fede. Gesù spinge i discepoli ad attendere gli avvenimenti, poiché il vero volto del Messia sarà svelato sulla via della Croce, fino alla Risurrezione. Per comprendere Gesù, occorre accompagnarlo nella sua strada di morte e risurrezione. Buon cammino…

 

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