sabato 7 novembre 2026

07.11.2026 - Fil 4,10-19 - Lc 16,9-15 Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 4,10-19

Fratelli, ho provato grande gioia nel Signore perché finalmente avete fatto rifiorire la vostra premura nei miei riguardi: l’avevate anche prima, ma non ne avete avuto l’occasione.
Non dico questo per bisogno, perché ho imparato a bastare a me stesso in ogni occasione. So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza.
Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni. Lo sapete anche voi, Filippési, che all’inizio della predicazione del Vangelo, quando partii dalla Macedònia, nessuna Chiesa mi aprì un conto di dare e avere, se non voi soli; e anche a Tessalònica mi avete inviato per due volte il necessario.
Non è però il vostro dono che io cerco, ma il frutto che va in abbondanza sul vostro conto. Ho il necessario e anche il superfluo; sono ricolmo dei vostri doni ricevuti da Epafrodìto, che sono un piacevole profumo, un sacrificio gradito, che piace a Dio.
Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.

1. Paolo parla del proprio atteggiamento di uomo forte, coraggioso, capace di affrontare le difficoltà. LA SUA FORZA È LA FEDE IN GESÙ! TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DÀ LA FORZA. Questa espressione centrale ci ricorda che la forza del cristiano viene da Cristo… Questa è davvero FEDE CHE INVESTE E TRASFIGURA LA VITA!

2. SE CRISTO MI DA FORZA IO SONO IN GRADO DI FARE TUTTO, posso affrontare tutte le difficoltà: posso vivere nella povertà e nell’abbondanza, nella sazietà e nella fame. Se c’è da mangiare, mangio; se non ce n’è ho la forza di farne a meno… NO E POI NO AL PIAGNUCOLARE VITTIMISTICO…

3. IN TUTTE LE SITUAZIONI DELLA VITA: POSSIAMO GIOIRE NEL SIGNORE, possiamo rallegrarci perché i nostri amici si sono dimostrati tali e hanno avuto cura di noi! POSSIAMO VIVERE NELLA GIOIA COL CORAGGIO DI S. PAOLO…

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 16,9-15
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui.
Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

 

Gesù oggi ci esorta a fare una scelta chiara tra Lui e lo spirito del mondo, tra la logica della corruzione, della sopraffazione e dell’avidità e quella della rettitudine, della mitezza e della condivisione. L’invito a farsi amici nella disonesta ricchezza sembra essere un’esortazione a non trascurare i poveri, che potranno intercedere per noi nel giorno del giudizio. Il Signore non demonizza i beni, le cose, ma ci mette in guardia, invita a mantenere un atteggiamento di distacco e di sana diffidenza, perché la ricchezza tende ad impadronirsi del nostro tempo, del nostro cuore, delle nostre energie, ma poi, inevitabilmente, ci delude. Serviamoci della ricchezza come uno dei mezzi per amare Dio e il prossimo come Gesù ci ha insegnato.

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Il finale è durissimo: «Ciò gli uomini esaltano, davanti a Dio è abominevole». Ma è proprio qui, nel piccolo della nostra vita, che si gioca la grande partita. Pronti a essere nel mondo ma non del mondo?

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07.11 BEATO ANTONIO BALDINUCCI

ANTONIO BALDINUCCI  (1665-1717)

Antonio Baldinucci nacque a Firenze nel 1665, figlio di Filippo Baldinucci, membro dell’Accademia della Crusca. La scelta del nome Antonio fu un ringraziamento al santo di Padova per la guarigione del padre.

 Cresciuto in una famiglia profondamente religiosa, tre dei cinque figli intrapresero la vita ecclesiastica: uno diventò sacerdote, un altro frate domenicano e Antonio gesuita. Di statura bassa e gracile, ma dal cuore generoso e determinato, Antonio desiderava partire missionario per terre lontane come le Indie, la Cina, il Giappone o l’America, ma la sua salute precaria glielo impedì, costringendolo spesso a letto. La guarigione arrivò grazie al tabacco, allora usato come rimedio medicinale, e da quel momento Antonio mostrò una straordinaria energia, venendo inviato missionario nel Centro Italia, a Frascati.

 Qui percorreva ogni giorno lunghe distanze a piedi, fino a settanta chilometri, predicando con semplicità e portando con sé un quadro della Madonna Rifugio dei Peccatori. Le sue parole toccavano il cuore della gente: durante una predica sull’esistenza del Male e sul destino dei peccatori, una folata di vento fece cadere quasi tutte le foglie di un albero, illustrando in modo vivido il messaggio del gesuita. Le sue esortazioni erano pratiche e attuali: «Di tutto ciò che capita prendete il buono e lasciate andare il cattivo» e «Non pensate a tutti i mali possibili, ma solo a quelli che hanno bisogno di un rimedio immediato».

 Antonio morì a Pofi (Frosinone) nel 1717, lasciando una memoria di dedizione e santità. Il quadro della Madonna, che accompagnava le sue predicazioni, è oggi conservato nella cappella della Chiesa del Gesù di Frascati. È invocato contro le epidemie, ricordando l’intervento del beato durante una malattia contagiosa a Roma, quando si prese cura dei malati con instancabile impegno. Antonio Baldinucci rimane un esempio di fede, umiltà e dedizione al prossimo, capace di unire energia, saggezza e compassione nella vita quotidiana.

 

Per noi oggi:

 Energia al servizio degli altri: Antonio percorreva decine di chilometri al giorno per predicare e aiutare. Oggi noi, con tutti i mezzi a disposizione, quante volte sprechiamo tempo ed energia solo per noi stessi, dimenticando chi ha davvero bisogno?

 Semplicità e concretezza: Il suo insegnamento era chiaro: affronta solo i mali che puoi curare subito. In un mondo pieno di ansie e drammi globali, siamo capaci di concentrarci su ciò che davvero possiamo cambiare, senza disperderci nell’irreale?

 Fede attiva e coraggio morale: Antonio portava il suo messaggio e la Madonna tra la gente, rischiando fatica e disagio. Noi oggi, di fronte alle ingiustizie o ai problemi della comunità, abbiamo lo stesso coraggio di “scendere in campo” o ci nascondiamo dietro la comodità?


Nel villaggio di Pofì nel Lazio, beato Antonio Baldinucci, sacerdote della Compagnia di Gesù, che si dedicò interamente alla predicazione delle missioni al popolo.

venerdì 6 novembre 2026

06.11.2026 - Fil 3,17-4,1 - Lc 16,1-8 - I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 3,17-4,1

Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi.
Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

1. Paolo con le lacrime agli occhi, scongiura i fedeli di Filippi a NON SEGUIRE QUANTI, FRA LORO, SI COMPORTANO DA NEMICI DELLA CROCE DI CRISTO, reputandola ormai superata. NOI ASPETTIAMO GESÙ COME SALVATORE, PERCHÉ LA NOSTRA CITTADINANZA È NEI CIELI, non è più la patria terrena. La patria celeste è l’eternità beata, la vita eterna con Lui.
2. SIAMO SICURI CHE GESÙ TRASFIGURERÀ IL NOSTRO MISERO CORPO PER CONFORMARLO AL SUO CORPO GLORIOSO. Trasformare per conformare. Abbiamo bisogno di essere trasformati da Cristo, cioè diventare conformi a Lui, avere la sua stessa forma, il suo stesso stile.
3.Abbiamo BISOGNO DI CAMBIARE MENTALITÀ E ADERIRE ALLO STILE DI GESÙ. ABBIAMO BISOGNO DI FIDARCI DI LUI. La fede nella nostra risurrezione nell'eternità della nostra terra, ci autorizza ad amare il mondo in cui viviamo come Gesù, facendoci imitatori dell'Apostolo.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 16, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». 

 

All’astuzia mondana noi siamo chiamati a rispondere con l’astuzia cristiana, che è un dono dello Spirito Santo. Si tratta di allontanarsi dallo spirito e dai valori del mondo (atteggiamenti di corruzione, di inganno, di sopraffazione), per vivere secondo il Vangelo in uno stile di vita serio. Serio e impegnativo, improntato all’onestà, alla correttezza, al rispetto degli altri e della loro dignità, al senso del dovere. E così vediamo che l'amministratore decide di condonare i debiti ai poveri contadini (donandogli un grande sollievo), decide di usare i suoi beni per farsi degli amici. non pensa ad accumulare beni per garantirsi il futuro ma si crea amici: Colpo di genio, lodato da Gesù...
Questo fatto ci insegna che la ricchezza "disonesta" va usata bene. I soldi devono essere usati bene! chiedono un utilizzo sapiente, creare amicizia, comunione e soprattutto alleviare le sofferenze di chi vive nell'indigenza..

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L’amministratore sarà pure disonesto, ma conosce se stesso molto bene. L’analisi che fa sul suo conto è senza sconti e da qui parte per farsi trovare pronto. Siamo in grado di questa onestà con noi stessi?

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06.11 SAN LEONARDO DI LIMOGES

SAN LEONARDO DI NOBLAC († C. 559)

 San Leonardo di Noblac, o di Limoges, fu uno dei santi più popolari del Medioevo, venerato in tutta l’Europa centrale come patrono dei prigionieri e degli oppressi. Nacque da una famiglia nobile dei Franchi e fu battezzato la vigilia di Natale del 496 da san Remigio, insieme al re Clodoveo, che gli fece da padrino. Quel giorno segnò la conversione del popolo franco al cristianesimo.

 Fin da giovane, Leonardo rifiutò la carriera cavalleresca e le ambizioni mondane per seguire la via del Vangelo. Si fece discepolo di san Remigio, dal quale apprese la vita di preghiera e di servizio. Per la sua pietà e saggezza, ottenne da Clodoveo il privilegio di liberare i prigionieri innocenti che incontrava sul suo cammino — segno del suo cuore compassionevole e della sua fede nella misericordia di Dio.

 Pur stimato e conosciuto, Leonardo rifiutò la dignità episcopale e preferì la vita eremitica. Dopo un periodo trascorso nel monastero di Micy, si ritirò in una foresta del Limosino, dove iniziò una vita di preghiera, lavoro e accoglienza. Attorno a lui si raccolsero alcune persone liberate dalla schiavitù o dal peccato, attratte dalla sua bontà e dal suo esempio.

 Secondo la tradizione, Leonardo soccorse la regina Clotilde durante un parto difficile, ottenendo da Dio la salvezza della madre e del bambino. Per gratitudine, re Clodoveo gli concesse tutto il terreno che riuscì a delimitare in groppa al suo asino in un giorno solo. In quello spazio il santo costruì un oratorio dedicato alla Vergine Maria e un altare in onore di san Remigio.

Da quella comunità nacque il borgo oggi noto come Saint-Léonard-de-Noblat, meta di pellegrinaggi per secoli.

 Leonardo visse nel silenzio, nella preghiera e nell’amore verso i poveri, insegnando ai suoi discepoli a confidare in Dio e a preferire la giustizia alla ricchezza: «Meglio il poco del giusto che le ricchezze di tutti gli empi».

Morì in fama di santità verso il 559. Il suo culto si diffuse rapidamente in tutta Europa, e la sua figura rimane un simbolo di libertà interiore, umiltà e compassione evangelica.

 

Per noi oggi:

 Libertà vera non è fare ciò che si vuole, ma liberare chi è legato. Leonardo non usò il suo potere per sé, ma per liberare gli altri. Oggi, in un mondo che parla tanto di libertà, quante volte restiamo prigionieri dell’egoismo, dell’apparenza o del giudizio? Chi stiamo davvero aiutando a “uscire di prigione”?

 La santità si costruisce nel silenzio. Leonardo rifiutò onori e ruoli di prestigio per vivere da eremita. In un tempo dominato da visibilità e rumore, la sua vita ci provoca a riscoprire il valore del nascondimento, dell’ascolto e della preghiera autentica.

 Meglio poco con giustizia che molto senza coscienza. Il suo insegnamento resta diretto e scomodo: la ricchezza non misura la felicità, né il successo garantisce la pace. Sappiamo ancora accontentarci del “poco del giusto”, o siamo schiavi dell’accumulo e del potere?


Leonardo nacque in Gallia al tempo dell’imperatore Anastasio da nobili franchi, amici del re Clodoveo che volle fargli da padrino al battesimo. In gioventù rifiutò di arruolarsi nell’esercito e si mise al seguito di S. Remigio, arcivescovo di Reims. Avendo questi ottenuto dal re di poter chiedere la liberazione dei prigionieri che avesse incontrato, anche Leonardo, acceso di carità, chiese e ottenne lo stesso favore e liberò, di fatto, un gran numero di questi infelici. Diffondendosi la fama della sua santità, egli rifiutata la dignità vescovile offertagli da Clodoveo si diresse a Limoges; attraversando la foresta di Pavum soccorse la Regina sorpresa dalle doglie del parto. La preghiera del santo le concesse di superare i dolori e di dare alla luce un bel bambino. Clodoveo riconoscente gli concesse una parte del bosco per edificarvi un monastero. Il Santo costruì un oratorio in onore della Madonna e dedicò in altare in onore di S. Remigio; scavò poi un pozzo che si riempì miracolosamente d’acqua e al luogo diede il nome di nobiliacum in ricordo della donazione di Clodoveo. Il Santo sarebbe morto il 6 novembre di un anno imprecisato, nella metà del VI secolo.

 

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IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 25,1-13

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 25,1-13

Pensiamo a Pier Giorgio Frassati, un giovane come tanti, studente, amante dello sport, della montagna, delle amicizie e della vita. Non conduceva una vita fuori dal mondo: studiava, scherzava, usciva con gli amici, faceva progetti per il futuro. Eppure aveva dentro di sé una fede concreta, capace di diventare attenzione verso gli altri. Ogni giorno trovava il tempo per pregare e per incontrare i poveri, spesso rinunciando a qualcosa di suo per aiutare chi aveva bisogno. Non aspettava grandi occasioni per fare il bene: viveva la carità nelle situazioni ordinarie. Quando morì, a soli 24 anni, molti rimasero sorpresi nello scoprire quanto bene avesse compiuto in silenzio. La sua vita ci aiuta a comprendere la parabola delle dieci vergini: l’olio non si mette nella lampada all’ultimo momento. Si prepara attraverso le scelte quotidiane. Pier Giorgio aveva riempito la sua lampada con la preghiera, il servizio, la solidarietà e l’amore per i più poveri. E noi? Anche noi abbiamo una lampada, ma dobbiamo chiederci se abbiamo davvero l’olio per mantenerla accesa. Possiamo avere una fede fatta di abitudini, tradizioni e parole, ma il Vangelo ci chiede una fede che diventa vita. L’olio è quel bene che nessuno può accumulare al posto nostro: nessuno può pregare, perdonare, amare o compiere il bene al nostro posto. Per questo Gesù ci dice: «Vegliate dunque». Non significa vivere nella paura della morte, ma vivere con gli occhi aperti, senza rimandare il bene, il perdono e l’aiuto verso gli altri. La vera saggezza consiste nel capire che ogni giorno è un’occasione per preparare l’incontro con lo Sposo. Pier Giorgio ci ricorda che per essere cristiani autentici non dobbiamo uscire dalla vita quotidiana: dobbiamo viverla con un cuore diverso. La domanda allora diventa inevitabile: se questa notte arrivasse lo Sposo, troverebbe la mia lampada accesa? E soprattutto, troverebbe ancora olio nel mio cuore?

PER NOI OGGI

1. La mia lampada è accesa, ma ho abbastanza olio? Possiamo avere fede, pregare e partecipare alla Messa, ma se manca la carità concreta, rischiamo di avere una lampada bella ma vuota. 2. Quante volte rimandiamo ciò che conta davvero? “Lo farò domani”, “chiederò perdono domani”, “aiuterò quando avrò tempo”. Ma il Vangelo ci ricorda che l’olio si prepara oggi, non all’ultimo momento. 3. Se Gesù venisse oggi, mi riconoscerebbe?
Non per le nostre parole o per le nostre apparenze religiose, ma per l’amore vissuto. La domanda decisiva non è quanto abbiamo creduto, ma quanto abbiamo amato.

 

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giovedì 5 novembre 2026

05.11.2026 - Fil 3,3-8 - Lc 15,1-10 - Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 3,3-8

Fratelli, i veri circoncisi siamo noi, che celebriamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci vantiamo in Cristo Gesù senza porre fiducia nella carne, sebbene anche in essa io possa confidare.
Se qualcuno ritiene di poter avere fiducia nella carne, io più di lui: circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile.
Ma queste cose, che per me erano guadagni, io le ho considerate una perdita a motivo di Cristo. Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore.

1. I compatrioti di Paolo non riescono a cambiare paradigma, NON VEDONO IN CRISTO IL COMPIMENTO DELLE COSE. LO SPIRITO DI CRISTO VIENE BLOCCATO dalle pratiche, LA FEDE VIENE OSTACOLATA dalla religione, dalle forme di religiosità che questa ha assunto.

2. Paolo avrebbe potuto trarre grandi vantaggi per la sua posizione nell'ebraismo. Egli invece ha REPUTATO QUESTI VANTAGGI COME UNA «PERDITA» a confronto della “NOVITÀ” apportata da Cristo. L'UNICO VALORE CHE CONTA VERAMENTE PER PAOLO È CRISTO: tutto ciò che non è Lui è da gettare via.

3. Paolo chiama Cristo: "MIO SIGNORE": egli ha con Lui un rapporto intimo e personale, amorevolmente espresso dall'aggettivo possessivo. Egli è ormai PERDUTO IN CRISTO, tutto il resto non conta più nulla!

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 15, 1-10
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». 

 

Gesù accoglie i peccatori e insegna il valore del perdono attraverso le parabole della pecora smarrita e della moneta perduta. Entrambe le storie illustrano la gioia di ritrovare ciò che era perduto, enfatizzando l'amore e la misericordia di Dio verso i peccatori. Questo insegnamento contrasta con l'atteggiamento giudicante dei farisei e degli scribi, mostrando che ogni persona, indipendentemente dai suoi errori, è preziosa agli occhi di Dio. La parabola invita tutti a non escludere nessuno, sottolineando l'importanza della conversione e il valore del pentimento, che portano gioia nel cielo. Nella nostra vita perché siamo così pronti a giudicare gli altri, quando Gesù stesso accoglieva i peccatori e gioiva per la loro conversione?

 

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05.11 SAN GUIDO MARIA CONFORTI

 

SAN GUIDO MARIA CONFORTI (1865–1931)

 San Guido Maria Conforti fu un vescovo dal cuore missionario e un autentico pastore del popolo di Dio. Nato a Parma, ottavo di dieci figli, sin da ragazzo mostrò una profonda sensibilità spirituale. Ogni giorno, passando davanti a una chiesa, si fermava a pregare davanti al Crocifisso, esperienza che segnò tutta la sua vita. “Io guardavo Lui e Lui guardava me”, ricordava da adulto, riconoscendo in quel dialogo silenzioso la sorgente della sua vocazione.

 Entrato in seminario, fu affascinato dalla vita di San Francesco Saverio, il grande missionario gesuita. Desiderava ardentemente partire per le missioni, ma le sue precarie condizioni di salute glielo impedirono. Tuttavia, quell’impossibilità non spense in lui il fuoco missionario: nel 1895 fondò a Parma il Seminario per le Missioni Estere, poi divenuto la Congregazione dei Missionari Saveriani, con l’obiettivo di formare sacerdoti disposti a portare il Vangelo in ogni parte del mondo.

 Nel 1899 i primi saveriani partirono per la Cina, realizzando il sogno che lui non aveva potuto compiere. Solo nel 1928, poco prima di morire, Conforti poté visitare quelle terre, intuendo profeticamente che la Cina avrebbe avuto un ruolo decisivo nel futuro dell’umanità.

 Come vescovo di Parma, ministero che svolse per oltre vent’anni, promosse la formazione del clero, l’impegno dei laici e la vita spirituale delle comunità. Amava stare in mezzo alla gente: visitò ogni parrocchia della diocesi, sostenne i poveri e lavorò per la pace sociale, specialmente durante i conflitti tra contadini e proprietari terrieri.

 Uomo di fede profonda, fu considerato un santo già in vita. In ogni situazione cercava di far conoscere e amare Cristo crocifisso, che definiva “il grande libro sul quale si sono formati i santi”. Morì a Parma il 5 novembre 1931, lasciando ai suoi figli spirituali un testamento di fuoco: “Abbiate uno spirito di viva fede che vi faccia veder Dio, cercar Dio, amar Dio in tutto, acuendo in voi il desiderio di propagare ovunque il suo Regno.”

 

Per noi oggi:

 La missione non ha confini. Conforti sognava la Cina quando molti pensavano solo al proprio villaggio. Anche oggi la Chiesa rischia di chiudersi nel “locale”, dimenticando che il Vangelo è universale. Quanto siamo disposti ad aprire cuore e mente oltre i nostri confini, geografici e mentali?

 Il Crocifisso parla, se lo guardiamo davvero. Davanti a Cristo in croce, Conforti trovò la sua vocazione. Noi invece, presi dalla fretta e dai rumori del mondo, riusciamo ancora a sostare e ad ascoltare? Il silenzio davanti al Crocifisso resta la prima scuola di santità.

 Evangelizzare non è un compito “per pochi”. Conforti formò missionari, ma ricordò sempre che ogni battezzato è missione. Oggi il rischio è delegare ai preti o agli istituti religiosi ciò che appartiene a tutti: annunciare il Vangelo con la vita. Quanto di noi stessi mettiamo nell’essere “missionari dove siamo”?


A Parma, beato Guido Maria Conforti, vescovo, che, da buon pastore, sempre vegliò in difesa della Chiesa e della fede del suo popolo e, spinto dalla sollecitudine per l’evangelizzazione dei popoli, fondò la Pia Società di San Francesco Saverio.