mercoledì 11 marzo 2026

11.03.2026 - Dt 4,1.5-9 - Mt 5,17-19 - Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Dal libro del Deuteronòmio - Dt 4,1.5-9

Mosè parlò al popolo e disse:
«Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi.
Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?
Ma bada a te e guàrdati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli».

1. Il Deuteronomio ammonisce gli sbadati, quelli che dopo aver goduto dei previlegi, dei benefici della relazione speciale con il Dio che salva... si dimenticano. CI SI SCORDA SOLO DI QUELLO CHE NON SI AMA.

2. C'È UNA TERRA CHE OGNI GIORNO RICEVIAMO IN DONO, quella della nostra vita, della nostra storia benedetta, quella che NON CI SIAMO CONQUISTATI NOI CON I NOSTRI SFORZI MA CHE È DONO RICEVUTO.

3. IN QUESTA TERRA CI SI PUÒ STARE IN TANTI MODI: da ospiti, da stranieri, da ladri...e da figli! Oggi il Signore ci ricorda che CI SONO DELLE "REGOLE" DA IMPARARE, non leggi imposte ma istruzioni per godere pienamente della nostra vita!

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,17-19
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
Gesù dunque non vuole cancellare i comandamenti che il Signore ha dato per mezzo di Mosè, ma vuole portarli alla loro pienezza. E subito dopo aggiunge che questo “compimento” della Legge richiede una giustizia superiore, una osservanza più autentica. Gesù propone a chi lo segue la perfezione dell’amore: un amore la cui unica misura è di non avere misura, di andare oltre ogni calcolo.
Un fiume senza un argine è destinato a straripare e a distruggere. Sono gli argini che gli permettono di scorrere e arrivare lontano. Ma non bisogna mai pensare che l’argine sia più importante del fiume stesso. Questa è la grande lezione di Gesù sulla Legge.

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Gesù porta a compimento la Legge, è la sua “fioritura”. E questo ci mette in crisi, non capiamo.. forse perchè ragioniamo, da pigri, solo per contrapposizioni, per cui o si è pro o contro qualcosa?

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11.03 SAN SOFRONIO, VESCOVO DI GERUSALEMME

SAN SOFRONIO DI GERUSALEMME

San Sofronio di Gerusalemme (c. 560-638) nacque a Damasco e sin da giovane si distinse negli studi, intraprendendo una vita ascetica e missionaria tra Egitto, Asia Minore e Nord Africa. Fu monaco nel monastero di San Teodosio vicino a Betlemme e combatté con fervore il monofisismo, difendendo la dottrina delle due nature – divina e umana – in Cristo, sancita al Concilio di Calcedonia (451). La sua vita fu segnata da prove personali e pubbliche: guarì miracolosamente da gravi problemi agli occhi e stilò una raccolta di miracoli dei santi Ciro e Giovanni in segno di gratitudine.

Divenuto patriarca di Gerusalemme, Sofronio si oppose con fermezza al monoenergismo e poi al monotelismo, eresie che riducevano la complessità della natura di Cristo negando la volontà umana. Collaborò con san Massimo il Confessore e inviò Stefano di Dora a Roma per denunciare la pericolosa eresia al Concilio Lateranense del 649, dove il monotelismo fu condannato.

Durante la conquista di Gerusalemme da parte del califfo Omar, Sofronio dovette negoziare con i nuovi dominatori per proteggere i cristiani, accettando di fatto uno status di dhimmi per preservare il culto e la sicurezza della popolazione. Nonostante le difficoltà politiche e militari, mantenne la fedeltà alla dottrina e la cura pastorale del suo gregge, dimostrando che la prudenza e la fermezza possono coesistere nella leadership spirituale.

San Sofronio è ricordato come esempio di intelligenza teologica, coraggio morale e dedizione pastorale, capace di difendere la fede e la comunità anche in circostanze estreme, tra invasioni e pressioni politiche.

 

Per noi oggi

1.     Difendere la verità richiede coraggio e pazienza.
Sofronio lottò contro eresie astute e potenti pressioni politiche: siamo pronti a resistere alle semplificazioni ideologiche del nostro tempo?

2.     Leadership significa proteggere il proprio popolo, anche accettando compromessi prudenziali.
Difendere i cristiani come dhimmi non fu resa, ma strategia: oggi capiamo il confine tra prudenza e rinuncia ai principi?

3.     La fede richiede memoria storica e testimoni concreti.
In un mondo che spesso trascura la tradizione, come possiamo preservare ciò che è essenziale senza cadere nell’indifferenza?

Damasco, 550 circa – Gerusalemme, 639


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martedì 10 marzo 2026

10.03.2026 - Dn 3,25.34-43 - Mt 18,21-35 - Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.

Dal libro del profeta Daniele - Dn 3,25.34-43

In quei giorni, Azarìa si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco e aprendo la bocca disse:
«Non ci abbandonare fino in fondo,
per amore del tuo nome,
non infrangere la tua alleanza;
non ritirare da noi la tua misericordia,
per amore di Abramo, tuo amico,
di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo,
ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare
la loro stirpe come le stelle del cielo,
come la sabbia sulla spiaggia del mare.
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati più piccoli
di qualunque altra nazione,
oggi siamo umiliati per tutta la terra
a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe
né profeta né capo né olocàusto
né sacrificio né oblazione né incenso
né luogo per presentarti le primizie
e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito
e con lo spirito umiliato,
come olocàusti di montoni e di tori,
come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore,
ti temiamo e cerchiamo il tuo volto,
non coprirci di vergogna.
Fa’ con noi secondo la tua clemenza,
secondo la tua grande misericordia.
Salvaci con i tuoi prodigi,
da’ gloria al tuo nome, Signore».

1. “Azaria si alzò e fece QUESTA PREGHIERA IN MEZZO AL FUOCO”. Forse qualche volta può essere capitato anche a noi di pregare tra le fiamme del dolore, dell’amore o della paura; RIVOLGERCI A DIO NEL FUOCO del pentimento o del desiderio per qualcosa di grande.

2. La fede di questi tre giovani non viene meno nemmeno tra le fiamme dell’esilio e della persecuzione. LA LORO SUPPLICA UMILE E SOLIDALE, CHE SI FA CARICO DI TUTTO IL POPOLO, SI TRASFORMA IN UN BELLISSIMO ATTO DI FIDUCIA… non c’è delusione per coloro che confidano in te.

3. Questa è una preghiera che FA MEMORIA dei peccati del popolo e della promessa dell’Alleanza di Dio e alla fine chiede: INTERVIENI E SALVACI, LIBERA NOI E DISTRUGGI I NEMICI; NOI PROMETTIAMO DI ESSERTI FEDELI. È l’emblematica preghiera di Azaria nella fornace, DELL’UOMO CHE CONFIDA NELL’AIUTO DI DIO.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Settanta volte sette! Un numero esagerato! Simbolo della perfezione, della pienezza. In Gesù non c’è una perfezione misurabile; non c’è un limite massimo alla generosità. Nei nostri confronti Dio cancella debiti favolosi. Così vuole che anche noi rimettiamo agli altri i debiti. Dobbiamo imparare a provare misericordia, come il re della parabola. «Solo chi è forte è capace di perdonare». E chi perdona, imita Dio!
Il perdono viene dalla croce; Egli trasforma il mondo con l’amore che ci dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace. Ma chi non perdona certamente pecca, e il peccato è … non realizzare la propria identità di perdonato!

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Chiediamo agli altri comportamenti che noi non riusciamo ad avere. Siamo ipocriti, ingiusti e soprattutto non misericordiosi. Forse per questo Gesù ci chiede di perdonare “di cuore”?

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10.03 SAN SIMPLICIO, PAPA

SAN SIMPLICIO

Nativo di Tivoli, fu papa dal 468 al 483, in uno dei periodi più drammatici della storia occidentale. Durante il suo pontificato crollò ufficialmente l’Impero Romano d’Occidente: nel 476 Odoacre depose Romolo Augustolo e inviò le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente Zenone. L’assetto politico mutava radicalmente, ma anche la Chiesa viveva tensioni profonde.

Odoacre e poi Teodorico il Grande, che lo spodestò, erano ariani; in Oriente l’imperatore Zenone dovette affrontare la ribellione di Basilisco, sostenuta dai monofisiti. Il monofisismo – promosso da Dioscoro di Alessandria e dal monaco Eutiche – sosteneva che in Cristo vi fosse una sola natura, quella divina. Dopo il cosiddetto “latrocinio di Efeso”, la dottrina ortodossa fu riaffermata nel Concilio di Calcedonia, che accolse il “Tomo” di San Leone Magno.

Simplicio difese con fermezza quell’eredità dottrinale. Si oppose al canone 28 di Calcedonia, che attribuiva a Costantinopoli una preminenza ritenuta pericolosa per l’equilibrio ecclesiale, e contrastò l’Henoticon con cui Zenone nel 482 tentò un compromesso ambiguo tra ortodossi e monofisiti. In un’epoca di imperatori deboli, invasioni e lotte teologiche, il papa custodì l’unità e la chiarezza della fede.

Accanto alla difesa dottrinale, si dedicò anche alla vita concreta della Chiesa di Roma: restaurò e dedicò chiese come Santo Stefano Rotondo e Santa Bibiana, e mostrò sensibilità culturale ordinando che fossero salvati dalla distruzione mosaici pagani presenti in edifici cristiani, riconoscendo il valore dell’arte anche quando proveniva dal passato precristiano.

Morì nel 483. Le sue reliquie sono venerate a Tivoli. Il suo pontificato dimostra come, nel crollo delle strutture politiche, la solidità della fede possa diventare il vero punto di riferimento per un popolo smarrito.

 

Per noi oggi

1.     Quando tutto crolla, ciò che conta è la verità.
Simplicio non cercò compromessi facili per piacere all’imperatore. Oggi preferiamo l’accordo o la chiarezza?

2.     La Chiesa non dipende dagli equilibri politici.
Cadde un impero, ma non la fede. Dove riponiamo la nostra sicurezza: nelle strutture o nei fondamenti spirituali?

3.     Custodire la tradizione non significa chiudersi alla cultura.
Difese l’ortodossia, ma salvò l’arte pagana. Sappiamo distinguere tra errore dottrinale e valore umano?

sec. V
Papa dal 03/03/468 al 10/03/483



ESSERE VIVI

ESSERE VIVI

Nel gennaio 2025 Kate Middleton, Principessa del Galles, ha condiviso un video profondamente toccante in occasione del suo 44° compleanno, parte della serie Madre Natura, pubblicata sui canali social della coppia reale. Nel video, Kate esprime con parole poetiche e immagini cariche di pace la sua gratitudine per la remissione dal cancro, annunciata dopo un percorso di chemioterapia iniziato nel 2024.

 Il cuore del messaggio non è la malattia in sé, ma la riscoperta della vita: una consapevolezza nuova, intensa, quasi sorprendente, che spesso appartiene a chi ha attraversato la sofferenza profonda. Attraverso paesaggi invernali e momenti di silenzio contemplativo, la Principessa racconta come la natura sia stata per lei un rifugio, una guida silenziosa e un sostegno costante durante il periodo più difficile della sua esistenza.

 Kate descrive l’inverno come un tempo favorevole all’introspezione e alla verità interiore. La natura diventa così maestra di resilienza, guarigione e speranza, non solo personale ma anche collettiva. La serie Madre Natura non è soltanto un diario intimo, ma una testimonianza universale sul potere della bellezza, della creatività e del contatto con il creato nel processo di guarigione.

 Il messaggio finale è semplice e potente: la vita, quando viene sfiorata dalla fragilità, si rivela in tutta la sua preziosità. E la gratitudine diventa il linguaggio più autentico per raccontarla.

 

PER NOI OGGI

1.     Serve una crisi per accorgerci di essere vivi? La testimonianza di Kate ci interroga: quanto diamo per scontata la vita finché non rischiamo di perderla?

2.     Abbiamo perso il contatto con ciò che ci guarisce davvero? In un mondo iperconnesso, la natura torna a essere una medicina silenziosa che non sappiamo più ascoltare.

3.     La vulnerabilità può diventare un atto pubblico di speranza. Esporre la propria fragilità, come fa Kate, non è debolezza ma un gesto che genera forza e comunione.

 

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lunedì 9 marzo 2026

09.03.2026 - 2Re 5,1-15 - Lc 4,24-30 - Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.

Dal secondo libro dei Re - 2Re 5,1-15

In quei giorni Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la salvezza agli Aramèi. Ma quest’uomo prode era lebbroso.
Ora bande aramèe avevano condotto via prigioniera dalla terra d’Israele una ragazza, che era finita al servizio della moglie di Naamàn. Lei disse alla padrona: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è a Samarìa, certo lo libererebbe dalla sua lebbra». Naamàn andò a riferire al suo signore: «La ragazza che proviene dalla terra d’Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Va’ pure, io stesso invierò una lettera al re d’Israele».
Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti. Portò la lettera al re d’Israele, nella quale si diceva: «Orbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Naamàn, mio ministro, perché tu lo liberi dalla sua lebbra». Letta la lettera, il re d’Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di liberare un uomo dalla sua lebbra? Riconoscete e vedete che egli evidentemente cerca pretesti contro di me».
Quando Elisèo, uomo di Dio, seppe che il re d’Israele si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele». Naamàn arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Elisèo. Elisèo gli mandò un messaggero per dirgli: «Va’, bàgnati sette volte nel Giordano: il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai purificato».
Naamàn si sdegnò e se ne andò dicendo: «Ecco, io pensavo: “Certo, verrà fuori e, stando in piedi, invocherà il nome del Signore, suo Dio, agiterà la sua mano verso la parte malata e toglierà la lebbra”. Forse l’Abanà e il Parpar, fiumi di Damàsco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per purificarmi?». Si voltò e se ne partì adirato.
Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”». Egli allora scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato.
Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».

1. Naamàn, il Siro È LEBBROSO, sta cercando un rimedio alla sua malattia e per ottenerlo È DISPOSTO AD ANDARE IN CAPO AL MONDO.

2. Quando il profeta gli manda a dire a Naamàn di bagnarsi sette volte nel Giordano SI SDEGNA. MA COME MAI? Perché pensavano che Dio si manifestasse soltanto nello straordinario, ma DIO AGISCE SEMPRE NELLA SEMPLICITÀ: lo spirito mondano ci porta verso la vanità, verso le apparenze…

3. LA SUA GUARIGIONE È UN SEGNO CHE DIO NON FA PREFERENZE DI PERSONE, MA ANZI, ACCORDA A TUTTI GLI UOMINI LA SUA ALLEANZA, LA SUA SALVEZZA, SE QUESTI LO ACCOLGONO. Naamàn compie i piccoli gesti che il profeta gli propone, Naamàn legge sulla sua pelle, sul suo corpo la benevolenza di Dio. E LO RICONOSCE COME L'UNICO, VERO DIO. 

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 4,24-30
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Gli abitanti di Nazaret hanno davanti agli occhi il salvatore annunciato e atteso da tanto tempo, ma non ci credono del tutto. Chiedono che il loro concittadino confermi le loro parole facendo qualche miracolo meraviglioso come aveva fatto in altre città vicine, ma Gesù non acconsente alla loro richiesta. Allora sono pieni di rabbia, si alzano, lo buttano fuori e cercano di buttarlo giù dalla rupe.
Il luogo più difficile in cui vivere un cambiamento, una novità, è sempre casa nostra. I nostri ambienti molto spesso sono i luoghi più refrattari ad accettare che tu possa portare la voce di una novità, e così dimostrano di essere luoghi chiusi. 
Dio dona la Verità a chi vive nell’inquietudine.

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Nel proprio ambiente ogni uomo si perde, non può diventare profeta, non può dire qualcosa di nuovo perchè l'ambiente ti inchioda al tuo passato. Siamo disposti a uscire da noi stessi verso l'ignoto?

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09.03 SANTA FRANCESCA ROMANA, FONDATRICE DELLE OBLATE DI TOR DE’ SPECCHI

SANTA FRANCESCA ROMANA

Nata nel 1384 da nobile famiglia romana presso Piazza Navona, visse in una città ferita dallo Scisma d’Occidente e da guerre, carestie e pestilenze. Fin da bambina desiderava farsi monaca, ma il padre la promise in sposa, appena dodicenne, al nobile Lorenzo de’ Ponziani. Quel matrimonio, accolto tra lacrime e obbedienza, divenne invece la sua via di santità.

I primi anni furono durissimi: soffrì profondamente per la rinuncia alla vita religiosa, fino ad ammalarsi gravemente. Una visione di sant’Alessio la risollevò: comprese che la volontà di Dio era la sua pace. Con l’aiuto della cognata Vannozza trasformò il palazzo dei Ponziani in un centro di carità: visitava malati e carcerati, distribuiva cibo ai poveri, apriva le dispense di casa durante le carestie. Celebre il prodigio dei granai miracolosamente riempiti dopo che aveva donato quasi tutto.

Madre di sei figli (tre morti in tenera età), visse dolori profondi, aggravati dalla peste che le portò via altri due figli. Durante quell’epidemia aprì il palazzo agli ammalati, servendoli personalmente. Il marito, ferito in guerra e rimasto invalido, fu assistito da lei con dedizione fino alla morte. Rimasta vedova, poté finalmente consacrarsi più direttamente alla vita comunitaria che aveva già iniziato nel 1425 fondando le Oblate olivetane di Maria, poi riconosciute da Eugenio IV.

Mistici furono anche i doni straordinari che l’accompagnarono: visioni del Purgatorio e dell’Inferno, lotte spirituali, estasi e la presenza costante del suo angelo custode. Invocata contro le pestilenze e per la liberazione delle anime del Purgatorio, fu amatissima dal popolo romano. Morì il 9 marzo 1440; Roma intera la pianse. È compatrona della città insieme a San Pietro e San Paolo.

Il suo insegnamento resta limpido: «Abbiate sempre come intento della vostra attività unicamente la gloria di Dio». Moglie, madre, mistica e fondatrice, dimostrò che la santità può fiorire nel cuore della vita familiare.

 

Per noi oggi

1.     La vocazione non sempre coincide con i nostri progetti.
Voleva il convento, ricevette il matrimonio. E proprio lì diventò santa. Siamo pronti ad accogliere vie impreviste come luogo della volontà di Dio?

2.     La carità comincia in casa, ma non finisce lì.
Trasformò il palazzo in ospedale e mensa per i poveri. Le nostre case sono spazi chiusi o luoghi di accoglienza?

3.     Il dolore può diventare fecondità spirituale.
Perse figli, salute e sicurezza, ma non la fiducia. Nelle prove ci chiudiamo o lasciamo che Dio trasformi la sofferenza in amore più grande?

Roma, 1384 – 9 marzo 1440

 

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