lunedì 9 marzo 2026

09.03.2026 - 2Re 5,1-15 - Lc 4,24-30 - Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.

Dal secondo libro dei Re - 2Re 5,1-15

In quei giorni Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la salvezza agli Aramèi. Ma quest’uomo prode era lebbroso.
Ora bande aramèe avevano condotto via prigioniera dalla terra d’Israele una ragazza, che era finita al servizio della moglie di Naamàn. Lei disse alla padrona: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che è a Samarìa, certo lo libererebbe dalla sua lebbra». Naamàn andò a riferire al suo signore: «La ragazza che proviene dalla terra d’Israele ha detto così e così». Il re di Aram gli disse: «Va’ pure, io stesso invierò una lettera al re d’Israele».
Partì dunque, prendendo con sé dieci talenti d’argento, seimila sicli d’oro e dieci mute di abiti. Portò la lettera al re d’Israele, nella quale si diceva: «Orbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Naamàn, mio ministro, perché tu lo liberi dalla sua lebbra». Letta la lettera, il re d’Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi ordini di liberare un uomo dalla sua lebbra? Riconoscete e vedete che egli evidentemente cerca pretesti contro di me».
Quando Elisèo, uomo di Dio, seppe che il re d’Israele si era stracciate le vesti, mandò a dire al re: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell’uomo venga da me e saprà che c’è un profeta in Israele». Naamàn arrivò con i suoi cavalli e con il suo carro e si fermò alla porta della casa di Elisèo. Elisèo gli mandò un messaggero per dirgli: «Va’, bàgnati sette volte nel Giordano: il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai purificato».
Naamàn si sdegnò e se ne andò dicendo: «Ecco, io pensavo: “Certo, verrà fuori e, stando in piedi, invocherà il nome del Signore, suo Dio, agiterà la sua mano verso la parte malata e toglierà la lebbra”. Forse l’Abanà e il Parpar, fiumi di Damàsco, non sono migliori di tutte le acque d’Israele? Non potrei bagnarmi in quelli per purificarmi?». Si voltò e se ne partì adirato.
Gli si avvicinarono i suoi servi e gli dissero: «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita? Tanto più ora che ti ha detto: “Bàgnati e sarai purificato”». Egli allora scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola dell’uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato.
Tornò con tutto il seguito dall’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele».

1. Naamàn, il Siro È LEBBROSO, sta cercando un rimedio alla sua malattia e per ottenerlo È DISPOSTO AD ANDARE IN CAPO AL MONDO.

2. Quando il profeta gli manda a dire a Naamàn di bagnarsi sette volte nel Giordano SI SDEGNA. MA COME MAI? Perché pensavano che Dio si manifestasse soltanto nello straordinario, ma DIO AGISCE SEMPRE NELLA SEMPLICITÀ: lo spirito mondano ci porta verso la vanità, verso le apparenze…

3. LA SUA GUARIGIONE È UN SEGNO CHE DIO NON FA PREFERENZE DI PERSONE, MA ANZI, ACCORDA A TUTTI GLI UOMINI LA SUA ALLEANZA, LA SUA SALVEZZA, SE QUESTI LO ACCOLGONO. Naamàn compie i piccoli gesti che il profeta gli propone, Naamàn legge sulla sua pelle, sul suo corpo la benevolenza di Dio. E LO RICONOSCE COME L'UNICO, VERO DIO. 

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 4,24-30
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Gli abitanti di Nazaret hanno davanti agli occhi il salvatore annunciato e atteso da tanto tempo, ma non ci credono del tutto. Chiedono che il loro concittadino confermi le loro parole facendo qualche miracolo meraviglioso come aveva fatto in altre città vicine, ma Gesù non acconsente alla loro richiesta. Allora sono pieni di rabbia, si alzano, lo buttano fuori e cercano di buttarlo giù dalla rupe.
Il luogo più difficile in cui vivere un cambiamento, una novità, è sempre casa nostra. I nostri ambienti molto spesso sono i luoghi più refrattari ad accettare che tu possa portare la voce di una novità, e così dimostrano di essere luoghi chiusi. 
Dio dona la Verità a chi vive nell’inquietudine.

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Nel proprio ambiente ogni uomo si perde, non può diventare profeta, non può dire qualcosa di nuovo perchè l'ambiente ti inchioda al tuo passato. Siamo disposti a uscire da noi stessi verso l'ignoto?

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09.03 SANTA FRANCESCA ROMANA, FONDATRICE DELLE OBLATE DI TOR DE’ SPECCHI

SANTA FRANCESCA ROMANA

Nata nel 1384 da nobile famiglia romana presso Piazza Navona, visse in una città ferita dallo Scisma d’Occidente e da guerre, carestie e pestilenze. Fin da bambina desiderava farsi monaca, ma il padre la promise in sposa, appena dodicenne, al nobile Lorenzo de’ Ponziani. Quel matrimonio, accolto tra lacrime e obbedienza, divenne invece la sua via di santità.

I primi anni furono durissimi: soffrì profondamente per la rinuncia alla vita religiosa, fino ad ammalarsi gravemente. Una visione di sant’Alessio la risollevò: comprese che la volontà di Dio era la sua pace. Con l’aiuto della cognata Vannozza trasformò il palazzo dei Ponziani in un centro di carità: visitava malati e carcerati, distribuiva cibo ai poveri, apriva le dispense di casa durante le carestie. Celebre il prodigio dei granai miracolosamente riempiti dopo che aveva donato quasi tutto.

Madre di sei figli (tre morti in tenera età), visse dolori profondi, aggravati dalla peste che le portò via altri due figli. Durante quell’epidemia aprì il palazzo agli ammalati, servendoli personalmente. Il marito, ferito in guerra e rimasto invalido, fu assistito da lei con dedizione fino alla morte. Rimasta vedova, poté finalmente consacrarsi più direttamente alla vita comunitaria che aveva già iniziato nel 1425 fondando le Oblate olivetane di Maria, poi riconosciute da Eugenio IV.

Mistici furono anche i doni straordinari che l’accompagnarono: visioni del Purgatorio e dell’Inferno, lotte spirituali, estasi e la presenza costante del suo angelo custode. Invocata contro le pestilenze e per la liberazione delle anime del Purgatorio, fu amatissima dal popolo romano. Morì il 9 marzo 1440; Roma intera la pianse. È compatrona della città insieme a San Pietro e San Paolo.

Il suo insegnamento resta limpido: «Abbiate sempre come intento della vostra attività unicamente la gloria di Dio». Moglie, madre, mistica e fondatrice, dimostrò che la santità può fiorire nel cuore della vita familiare.

 

Per noi oggi

1.     La vocazione non sempre coincide con i nostri progetti.
Voleva il convento, ricevette il matrimonio. E proprio lì diventò santa. Siamo pronti ad accogliere vie impreviste come luogo della volontà di Dio?

2.     La carità comincia in casa, ma non finisce lì.
Trasformò il palazzo in ospedale e mensa per i poveri. Le nostre case sono spazi chiusi o luoghi di accoglienza?

3.     Il dolore può diventare fecondità spirituale.
Perse figli, salute e sicurezza, ma non la fiducia. Nelle prove ci chiudiamo o lasciamo che Dio trasformi la sofferenza in amore più grande?

Roma, 1384 – 9 marzo 1440

 

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domenica 8 marzo 2026

Es 17,3-7 - Rm 5,1-2.5-8 - Gv 4,5-42 - III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 08 Marzo 2026

Dal libro dell’Èsodo - Es 17,3-7

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!».
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
    1. IL POPOLO SI LAMENTA NONOSTANTE I BENEFICI RICEVUTI DA DIO, si lamenta perché ha sete e nel deserto non trova acqua. Mosè ha paura di essere lapidato, e dimostra di avere una fede debole, NON RIESCE A VEDERE CHE SEMPRE IL SIGNORE È DIETRO DI LUI. Chi vuole camminare con Dio deve CRESCERE DI FEDE IN FEDE.
    2. Mosè dovrà passare davanti a tutto il popolo e prendere con sé alcuni anziani di Israele. Dovrà col suo bastone toccare la dura roccia e far sgorgare una sorgente d’acqua. QUELL’ACQUA DALLA ROCCIA RICHIAMA IL DONO DELLO SPIRITO. Se LA ROCCIA È CRISTO, dalla roccia sgorga lo Spirito.
    3. Cristo Gesù, dal suo Corpo, che è ROCCIA DI CARNE TRAFITTA, fa scaturire per noi lo Spirito Santo, l’Acqua Eterna del Padre e del Figlio, che SFAMA E DISSETA I PELLEGRINI nel deserto del mondo in marcia verso la Terra Promessa del Paradiso. 

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    Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 5,1-2.5-8

    Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
    La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
    Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
      1. Paolo ci presenta come GIUSTIFICATI (=RESI GIUSTI) PER FEDE perché siamo stati immersi in Cristo nelle acque del battesimo. Siamo diventati Giusti sulla base della FEDE DI CRISTO ché si è fidato del Padre e sulla base della NOSTRA ADESIONE A CRISTO. 
      2. E cosa avviene in noi? LA PACE CON DIO. Per mezzo di Cristo e mediante la fede ABBIAMO ACCESSO AL PADRE, alla verità di Dio. E la pace riacquistata con Dio diviene pace che si riacquista con l’intera creazione, con uomini e con cose. SI È NELLA PACE SE SI È IN CRISTO GESÙ. 
       3. Ricapitolando: Siamo stati SALVATI della sua morte e risurrezione e nel nostro cammino VIVIAMO NELLA SPERANZA DEL COMPIMENTO. Questa SPERANZA NON DELUDE PERCHÉ LO SPIRITO SANTO È STATO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI. Lo Spirito di Dio, che è stato dato a noi, che dal di dentro ci dice vieni al Padre, ci dà la possibilità di andare a Dio, di adorarlo, di ascoltare la sua voce e di non indurire il cuore… 

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      Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 4,5-42

      In quel tempo. Il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
      In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
      Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
      Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

       


      1. La samaritana, la donna con cinque-sei mariti, arriva a parlare di Dio e del tempio: HA UN BISOGNO ANCORA PIÙ GRANDE DELL’ACQUA E DELL’AMORE VERO. Finalmente la sete della donna samaritana incontra colui che è la risposta. LA RISPOSTA È GESÙ...
      2. E’ CRISTO COLUI CHE DONA L’ACQUA PER SAZIARE OGNI SETE UMANA. La donna gli CONSEGNA le proprie attese e domande, lo RICONOSCE come messia e DIVENTA MISSIONARIA con il suo popolo... CONSEGNA - RICONOSCE - DIVENTA - ANCHE TU...
      3. I SAMARITANI, PRIMA CREDONO SULLA TESTIMONIANZA DELLA DONNA E POI PRENDONO CONFERMA DALLA LORO STESSA ESPERIENZA. «...noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». HANNO FATTO "ESPERIENZA" ORA CREDONO...
      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...

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      LASCIA

      Continui a tornare al tuo pozzo, alle tue abitudini, alle tue dipendenze, ma resti assetato dentro. Gesù ti vede, conosce la tua verità, e non ti condanna: ti offre acqua viva, non illusioni. Puoi restare prigioniero della tua anfora o lasciarla e diventare testimone di una vita nuova. La fede non è sentire parlare di Cristo, è incontrarlo e lasciare che cambi tutto.

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      LECTIO DIVINA - III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

      OMELIA - III DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

       

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      Gv 8,31-59 - RITO AMBROSIANO - DOMENICA DI ABRAMO - III di Quaresima

      RITO AMBROSIANO… 
      DOMENICA DI ABRAMO - III di Quaresima A
      DOMENICA 08 MARZO 2026

       + Lettura del Vangelo secondo Giovanni 8,31-59
      In quel tempo. Il Signore Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro».
      Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alla mia parola. Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli era omicida fin da principio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c’è verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità. Chi di voi può dimostrare che ho peccato? Se dico la verità, perché non mi credete? Chi è da Dio ascolta le parole di Dio. Per questo voi non ascoltate: perché non siete da Dio».
      Gli risposero i Giudei: «Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?». Rispose Gesù: «Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?». Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia». Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
      1. Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi NON BASTA ESSERE FIGLI DI ABRAMO, OCCORRE CREDERE, ACCOGLIERE LA SUA PAROLA, ACCOGLIERE GESÙ...

      2. Gli Ascoltatori non sono d’accordo. Gesù prosegue la sua strada. NON lo accolgono lo giudicano, lo criticano e il dialogo diventa polemico. Lo vogliono lapidare. Gesù si rivela col suo nome "IO SONO". LUI È LA PAROLA DI VERITÀ E LIBERTÀ. - COME È DIFFICILE CONVERTIRSI, È FORSE MEGLIO RIMANERE NELLE PROPRIE IDEE?...

      3. Gli ascoltatori sono figli di Abramo ma non agiscono come Abramo che si incamminò su vie sconosciute indicate da Dio: ABRAMO SI ABBANDONÒ TOTALMENTE ALLA VOLONTÀ DI DIO per arrivare alla Terra promessa. ABRAMO È PADRE DELLA FEDE. NOI COME ABRAMO...

      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...
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      08.03 SAN GIOVANNI DI DIO, FONDATORE DEI FATEBENEFRATELLI, PATRONO DEGLI INFERMI E OSPEDALIERI

      SAN GIOVANNI DI DIO

      Fondatore dei Fatebenefratelli – Patrono di ospedali, medici e infermieri

      Nato in Portogallo nel 1495 con il nome di João Cidade, visse per oltre quarant’anni un’esistenza inquieta e avventurosa: pastore, soldato nell’esercito di Carlo V, muratore, venditore ambulante. Partecipò anche alla difesa di Vienna contro l’Impero ottomano. Dopo anni di peregrinazioni, si stabilì a Granada aprendo una piccola libreria.

      Il 20 gennaio 1539 l’ascolto di una predica di San Giovanni d'Avila cambiò radicalmente la sua vita. Sconvolto interiormente, iniziò pubbliche penitenze che gli valsero l’internamento nell’Ospedale Reale, dove sperimentò sulla propria pelle la durezza dei trattamenti riservati ai malati, specialmente psichiatrici. Proprio quell’esperienza divenne la svolta: comprese che Dio lo chiamava a servire Cristo nei malati.

      Dopo un pellegrinaggio a Guadalupe e profonde esperienze spirituali, tornò a Granada e iniziò a raccogliere poveri, infermi, emarginati. Chiedeva l’elemosina gridando: «Fate del bene a voi stessi, fratelli!». Da questa esortazione nacque il nome popolare dei suoi seguaci: Fatebenefratelli. Con il sostegno dell’arcivescovo, fondò un ospedale innovativo: separò i reparti secondo le patologie, distinse i malati dagli anziani abbandonati, introdusse criteri organizzativi e assistenziali nuovi per l’epoca. Carità e competenza si unirono: nasceva il modello dell’ospedale moderno, dove la cura del corpo si accompagnava all’attenzione per l’anima.

      L’Ordine Ospedaliero, approvato nel 1586 da Sisto V, assunse anche un quarto voto: l’assistenza agli infermi. Giovanni affrontò debiti, incomprensioni e fatiche con totale fiducia nella Provvidenza. Ammalatosi di polmonite, morì l’8 marzo 1550, inginocchiato con il crocifisso tra le mani.

      La sua rivoluzione fu semplice e potente: vedere in ogni malato il volto di Cristo e organizzare la carità con intelligenza e professionalità.

       

      Per noi oggi

      1.     La carità senza competenza non basta.
      Giovanni non si limitò alla compassione: innovò l’assistenza sanitaria. Oggi uniamo davvero cuore e professionalità nel servizio ai fragili?

      2.     Gli scartati sono il luogo privilegiato dell’incontro con Dio.
      I malati mentali, i poveri, gli abbandonati erano per lui Cristo stesso. Chi sono oggi le persone che la società considera “inutili”?

      3.     La conversione può arrivare tardi, ma cambia tutto.
      La sua vocazione sbocciò dopo i quarant’anni. Crediamo ancora che Dio possa riscrivere la vita in qualunque momento?

      Montemor-o-novo, Portogallo, 8 marzo 1495 – Granada, Spagna, 8 marzo 1550

       

      NELLO STESSO GIORNO:

      SAN PROVINO DI COMO Vescovo

      A Como, san Provino, vescovo, che, fedele discepolo di sant’Ambrogio, preservò dall’eresia ariana la Chiesa a lui affidata.

       

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      sabato 7 marzo 2026

      07.03.2026 - Mi 7,14-15.18-20 - Lc 15,1-3.11-32 - Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

      Dal libro del profeta Michèa - Mi 7,14-15.18-20

      Pasci il tuo popolo con la tua verga,
      il gregge della tua eredità,
      che sta solitario nella foresta
      tra fertili campagne;
      pascolino in Basan e in Gàlaad
      come nei tempi antichi.
      Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto,
      mostraci cose prodigiose.
      Quale dio è come te,
      che toglie l’iniquità e perdona il peccato
      al resto della sua eredità?
      Egli non serba per sempre la sua ira,
      ma si compiace di manifestare il suo amore.
      Egli tornerà ad avere pietà di noi,
      calpesterà le nostre colpe.
      Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.
      Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà,
      ad Abramo il tuo amore,
      come hai giurato ai nostri padri
      fin dai tempi antichi.

      1. IL RITORNO DALL’ESILIO PORTA A CONFRONTARSI CON UNA REALTÀ DURA. La terra promessa è occupata da popolazioni straniere e ostili al ritorno degli israeliti. Le mura sono state demolite, il tempio distrutto. La consapevolezza di essersi allontanati da YHWH è viva. Su questo clima pesante si leva ferma e incoraggiante la parola del profeta: DIO “AVRÀ PIETÀ”, “CALPESTERÀ LE COLPE”, “GETTERÀ NEL MARE I PECCATI”, “CONSERVERÀ LA SUA FEDELTÀ E LA SUA BENEVOLENZA”.

      2. DIO SI RICORDA DELLA PROMESSA CHE CI HA FATTO DA SEMPRE: quella di cancellare i nostri peccati sacrificando una parte di sé. NON C’È ALTRA DIVINITÀ CHE RAGIONA COSÌ, che torna sui suoi passi, che DÀ SEMPRE UNA SECONDA OPPORTUNITÀ... e poi una terza e una quarta... 

      3. È proprio l'amara esperienza del peccato riscattata dalla gioia del perdono a rivelare l'autentico volto di Dio. IL DIO DELLA RIVELAZIONE È RICCO DI MISERICORDIA E DI AMORE. Il perdono di Dio ci rende CREATURE NUOVE e ci rilancia nella via dell’amore…

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      + Dal Vangelo secondo Luca - Lc 15,1-3.11-32
      In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
      Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
      Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
      Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
      «Costui, accoglie i peccatori e mangia con loro!». È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa“.
      Ma il suo atteggiamento viene criticato dai farisei, per questo Gesù racconta una lunga parabola.
      L’esperienza del figliol prodigo ci fa constatare sia nella storia sia nella nostra vita che quando la libertà viene ricercata al di fuori di Dio il risultato è negativo: perdita della dignità personale, confusione morale e disgregazione sociale. 
      E che dire del fratello maggiore? La sua incapacità di comprendere l'amore incondizionato lo rende invidioso, orgoglioso, isolato.
      Abbiamo bisogno della misericordia di Dio, abbiamo bisogno di essere accolti dal Signore e mangiare il suo stesso pane!

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      Il padre va incontro al figlio lontano,e gli si getta al collo. E' il senso della vita cristiana, incontrare e abbracciare. Avrebbe potuto anche strangolarlo.. avrebbe dovuto? Non sarebbe stato giusto?

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      07.03 SANTE PERPETUA E FELICITA, MARTIRI

      SANTE PERPETUA E FELICITA

      Tra le più celebri martiri dei primi secoli, Perpetua e Felicita subirono il martirio il 7 marzo 203 a Cartagine, sotto l’imperatore Settimio Severo, insieme a Revocato, Saturnino, Secondino e Saturo. La loro vicenda è narrata nella straordinaria Passio Perpetuae et Felicitatis, uno dei documenti più antichi e toccanti della letteratura cristiana, che contiene anche pagine scritte dalla stessa Perpetua.

      Perpetua era una giovane matrona di circa ventidue anni, madre di un bambino ancora lattante. Arrestata come catecumena, ricevette il Battesimo in carcere. Il padre, pagano, la supplicò più volte di rinnegare la fede per salvare la vita e non abbandonare il figlio. Ma lei rispose con parole rimaste celebri: «Non posso chiamarmi in altro modo da quello che sono: cristiana». Nel diario racconta le sue visioni: una scala stretta e irta di armi che conduceva al cielo, con un drago ai piedi – simbolo del male – che lei calpestava per salire verso un giardino luminoso; e la liberazione del fratellino Dinocrate dalle pene dopo le sue preghiere.

      Felicita era una giovane schiava, all’ottavo mese di gravidanza. Temeva che la legge romana, che vietava di giustiziare donne incinte, le impedisse di condividere il martirio con i compagni. Dopo intense preghiere, partorì tre giorni prima dell’esecuzione. A chi la scherniva per i dolori del parto rispose: «Ora soffro io; allora sarà un Altro che soffrirà in me e per me».

      Il 7 marzo furono condotte nell’anfiteatro di Cartagine ed esposte alle belve. Colpite e ferite, si rialzarono con dignità. Alla fine furono uccise di spada. La loro fortezza impressionò persino i carcerieri, suscitando conversioni. Il loro culto si diffuse immediatamente in tutta la cristianità; i loro nomi sono inseriti nel Canone Romano della Messa. Sono patrone delle madri e delle donne in gravidanza.

      Due donne, una nobile e una schiava, unite dalla stessa fede: nel sangue del martirio caddero le barriere sociali e brillò la libertà dei figli di Dio.

       

      Per noi oggi

      1.     L’identità cristiana non è negoziabile.
      «Sono cristiana»: Perpetua non cercò compromessi. Oggi la nostra fede è un’etichetta culturale o un’appartenenza per cui saremmo disposti a perdere qualcosa?

      2.     La maternità non è un ostacolo alla santità, ma una via.
      Madri e martiri, non opposero l’amore per i figli all’amore per Cristo. Come viviamo le nostre responsabilità familiari: come limite o come vocazione?

      3.     In Cristo cadono le differenze sociali.
      Una patrizia e una schiava morirono fianco a fianco. Le nostre comunità riflettono davvero questa uguaglianza radicale?

      † Cartagine, 7 marzo 203

       

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