Il Santissimo Nome di Maria ha ricevuto nei secoli moltissime interpretazioni: signora, stella del mare, amata da Dio, colei che ama Dio e altre ancora.
La varietà dei significati custodisce un mistero che non può essere racchiuso in una sola spiegazione.
Maria, scelta dall’eternità per diventare la Madre di Dio, è un dono unico della Provvidenza.
San Luigi Maria di Montfort scrive: «Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria».
Tutti i significati convergono verso una verità fondamentale: il nome di Maria, invocato con fede, è fonte di salvezza.
È un aiuto potente nelle tentazioni, un rifugio per i peccatori e una forza nel combattimento spirituale.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori esorta a invocare il nome di Maria nelle battaglie con il male.
San Bonaventura lo paragona a una colonna di fuoco, davanti alla quale le forze del male perdono vigore.
Il nome di Maria è inseparabile dal nome di Gesù, perché la Madre conduce sempre al Figlio e alla sua opera di salvezza.
Secondo la venerabile Maria di Agreda, i nomi di Gesù e Maria furono pensati da Dio dall’eternità e custoditi nel suo disegno di salvezza.
Il nome di Maria diventa per chi lo invoca con devozione un segno di grazia, consolazione e speranza.
La festa del Santissimo Nome di Maria fu autorizzata nel 1513 nella diocesi spagnola di Cuenca e poi estesa a tutta la Chiesa dal beato Innocenzo XI.
Dopo essere stata eliminata dal Calendario Romano Generale nel 1969, fu reintrodotta da san Giovanni Paolo II e fissata al 12 settembre.
Invocare Maria non significa fermarsi a lei, ma lasciarsi condurre dalla Madre verso Cristo, unico Salvatore dell’uomo.
PER NOI OGGI
1. Quante volte pronunciamo il nome di Maria soltanto per abitudine, senza affidarle davvero la nostra vita?
Se Maria è davvero nostra Madre, perché la cerchiamo solo quando siamo in difficoltà?
2. Maria conduce sempre a Gesù: la sua presenza non allontana mai dal Figlio, ma porta più profondamente a Lui.
La nostra devozione a Maria ci sta davvero rendendo più cristiani?
3. La tradizione cristiana considera il nome di Maria una forza nel combattimento spirituale e un rifugio nelle tentazioni.
Quando siamo tentati, invochiamo Maria con fede oppure affrontiamo tutto da soli?
Santissimo Nome della beata Vergine Maria: in questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 9,16-19.22-27
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre.
Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l’aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato.
1. Per Paolo PREDICARE IL VANGELO È UN DOVERE, e il VANTO È DI PREDICARLO GRATUITAMENTE. Il vanto è qualcosa di nostro che noi facciamo in onore del Signore o dei fratelli. Paolo completamente libero, SI FA SERVO DI TUTTI per guadagnare il maggior numero di credenti.
2. Mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io. LA SUA È UNA VITA INTERAMENTE CONSACRATA AL VANGELO. Questo è lo scopo del suo vivere e del suo operare. PAOLO CI HA MESSO ANCHE QUALCOSA DI PROPRIO: una generosità, un eccesso d’ amore non richiesto, ma dato liberamente PER DIVENTARE IN QUALCHE MODO UN TUTT’UNO CON QUELLA POTENZA DI RESURREZIONE CHE IL VANGELO PORTA CON SÉ.
3. Come un buon atleta Paolo sottopone il suo corpo ad ogni genere di privazioni. Egli è temperante in tutto. Sa governare sé stesso. Egli ha sottoposto il suo corpo alla schiavitù, cioè al pieno e totale governo dell’anima e all’obbedienza piena al suo spirito, perché VUOLE FARNE UNO STRUMENTO CHE DEVE CONDURRE LA SUA ANIMA NEL CIELO. Al premio eterno.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
Gesù usa la parabola del cieco che guida un altro cieco per insegnare che un discepolo non può superare il suo maestro, ma può aspirare a essere come lui. Esorta a non giudicare gli altri, ma a correggere prima i propri difetti, sottolineando l'ipocrisia di chi vede le piccole colpe altrui ignorando i propri grandi peccati. Solo una volta corretti i propri errori si può aiutare efficacemente gli altri. Nella nostra vita come possiamo migliorare le relazioni con gli altri?
Proto e Giacinto erano fratelli e subirono il martirio probabilmente durante le persecuzioni di Valeriano o, al più tardi, sotto Diocleziano.
La loro memoria è antichissima e risale alla Depositio martyrum, che li ricorda l’11 settembre.
Secondo una Passio tardiva, erano due eunuchi schiavi di Eugenia, figlia di un nobile romano divenuto prefetto ad Alessandria d’Egitto.
I due fratelli contribuirono alla conversione di Eugenia e della sua famiglia alla fede cristiana.
Quando Eugenia tornò a Roma, affidò loro l’istruzione cristiana dell’amica Basilla, che si convertì e subì il martirio insieme ai due fratelli.
La loro testimonianza mostra una fede capace di trasformare la vita e di generare nuovi credenti.
I loro sepolcri si trovavano nelle Catacombe di Sant’Ermete, lungo l’antica via Salaria.
Papa Damaso fece riportare alla luce le loro tombe, rimaste nascoste sotto una frana, e ne ricordò il coraggio nella sua celebre iscrizione.
Proto e Giacinto continuarono a essere venerati come fratelli magnanimi, uniti nella stessa vittoria della fede.
Le loro tombe divennero meta di preghiera e pellegrinaggio per molti secoli.
Durante le successive traslazioni, molte reliquie dei martiri furono trasferite dalle catacombe alle chiese di Roma.
Per lungo tempo si pensò che le reliquie dei due fratelli fossero conservate insieme nella basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
Nel 1845, invece, una sorprendente scoperta permise di ritrovare intatta la tomba di Giacinto.
Una semplice iscrizione latina confermò la sua identità e la data della sua sepoltura.
Le sue ossa furono ritrovate bruciacchiate, segno compatibile con il martirio subito.
Proto e Giacinto non sono soltanto nomi della storia, ma testimoni di una fede vissuta fino in fondo.
Essi ci ricordano che la fede ricevuta deve diventare anche fede trasmessa agli altri.
Ancora oggi il loro esempio ci chiede se siamo davvero disposti a vivere la nostra fede senza vergogna e senza compromessi.
per noi oggi:
1. Diciamo di avere fede, ma spesso abbiamo paura persino di far sapere agli altri che siamo cristiani.
Se la nostra fede non costa mai nulla, quanto è davvero viva?
2. Proto e Giacinto hanno rischiato la vita per trasmettere il Vangelo; noi spesso non troviamo neppure il coraggio di parlarne.
Abbiamo ricevuto una fede da custodire o una fede da nascondere?
3. I martiri hanno trasformato la persecuzione in una testimonianza, mentre noi trasformiamo facilmente le difficoltà in una scusa per arrenderci.
Quando la fede viene messa alla prova, scegliamo Cristo o la comodità?
+ Roma, 260 circa
Il martirio è comprovato da molti reperti, la loro storia più leggendaria. Proto e Giacinto sono due schiavi cristiani eunuchi che aiutano la padrona, Eugenia, a convertirsi alla fede e poi fanno lo stesso con la sua amica Bassilla. Il fidanzato di costei la accusa segnando la sorte di tutti e tre.
IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Matteo 18, 21-35
Il Vangelo di oggi nasce da una domanda che tutti, prima o poi, ci siamo fatti: «Quante volte devo perdonare?».
Per spiegare questa verità Gesù racconta la parabola del servo spietato. Anche noi oggi rischiamo di essere spietati. Quando guardiamo a Dio, chiediamo comprensione. Quando guardiamo gli altri, pretendiamo perfezione. Chiediamo misericordia per noi e giustizia per gli altri.
Una storia vera può aiutarci.
Nel 2006 un uomo armato entrò in una scuola della comunità Amish in Pennsylvania, negli Stati Uniti. Sparò contro alcune bambine innocenti, causando una tragedia che sconvolse il Paese.
La reazione della comunità lasciò tutti senza parole. Mentre il mondo chiedeva vendetta, molte famiglie Amish decisero di visitare la moglie e i parenti dell'attentatore per offrire conforto. Alcuni parteciparono persino ai funerali dell'uomo che aveva provocato tanto dolore.
I giornalisti non riuscivano a capire. Come era possibile?
La risposta era semplice e profonda: non volevano lasciare che l'odio avesse l'ultima parola. Sapevano che il rancore avrebbe continuato a distruggere altre vite. Scelsero la strada più difficile: il perdono.
Questo non significa che non abbiano sofferto. Non significa dimenticare. Significa decidere che il male ricevuto non diventerà altro male.
È esattamente ciò che insegna Gesù. Il perdono non nasce perché l'altro merita di essere perdonato. Nasce perché noi siamo stati perdonati da Dio infinite volte.
Ogni volta che recitiamo il Padre Nostro diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». È una preghiera impegnativa. Stiamo chiedendo a Dio di usare con noi la stessa misura che noi usiamo con gli altri.
Per questo il perdono è uno dei segni più grandi della fede. Quando perdoniamo, interrompiamo la catena del male. Quando perdoniamo, permettiamo a Dio di agire nel nostro cuore. Quando perdoniamo, diventiamo un riflesso della sua misericordia.
PER NOI OGGI
1. C'è qualcuno che continuiamo a tenere in prigione nel nostro cuore, mentre Dio continua a concedergli una possibilità?
2. Pretendiamo che gli altri paghino ogni loro errore. Ma siamo davvero disposti a pagare fino in fondo tutti i nostri?
3. Se Dio ci perdonasse con la stessa misura con cui noi perdoniamo gli altri, avremmo motivo di stare tranquilli?
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 8,1-7.11-13
Fratelli, la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica. Se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto.
Riguardo dunque al mangiare le carni sacrificate agli idoli, noi sappiamo che non esiste al mondo alcun idolo e che non c’è alcun dio, se non uno solo. In realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo che sulla terra – e difatti ci sono molti dèi e molti signori –,
per noi c’è un solo Dio, il Padre,
dal quale tutto proviene e noi siamo per lui;
e un solo Signore, Gesù Cristo,
in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo grazie a lui.
Ma non tutti hanno la conoscenza; alcuni, fino ad ora abituati agli idoli, mangiano le carni come se fossero sacrificate agli idoli, e così la loro coscienza, debole com’è, resta contaminata.
Ed ecco, per la tua conoscenza, va in rovina il debole, un fratello per il quale Cristo è morto! Peccando così contro i fratelli e ferendo la loro coscienza debole, voi peccate contro Cristo. Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello.
1. San Paolo distingue tra CONOSCENZA E AMORE, evidenziando che la conoscenza può gonfiare l'orgoglio mentre l'amore edifica. La vera conoscenza è incompleta senza l'amore, e il vero sapere deriva dall'amore di Dio. L'ACCENTO È SULLA RELAZIONE CON DIO E CON GLI ALTRI, più che sulla comprensione intellettuale.
2. Paolo riafferma il monoteismo cristiano dicendo che, nonostante molti cosiddetti dèi e signori, C'È SOLO UN DIO, IL PADRE, E UN SIGNORE, GESÙ CRISTO. TUTTE LE COSE PROVENGONO DA DIO PADRE E ESISTONO GRAZIE A GESÙ CRISTO. Questo concetto è la base per la discussione successiva sulle carni sacrificate agli idoli.
3. Paolo affronta la questione delle CARNI SACRIFICATE AGLI IDOLI, riconoscendo che mentre alcuni cristiani sanno che gli idoli non sono nulla, altri con una coscienza debole potrebbero sentirsi contaminati. ESORTA I CRISTIANI PIÙ FORTI A ESSERE SENSIBILI VERSO I PIÙ DEBOLI, evitando di mangiare carne se questo può danneggiare la loro fede. L'AMORE PER IL FRATELLO DEVE PREVALERE SULLA LIBERTÀ PERSONALE.
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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
Gesù esorta i suoi discepoli a vivere una vita di amore e misericordia radicale, insegnando a amare i nemici, benedire coloro che li maledicono e pregare per chi li tratta male. Sottolinea l'importanza di dare generosamente e di non rispondere al male con il male, ma con il bene. Gesù propone la "regola d'oro" di trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati. Questo amore incondizionato e altruista distingue i seguaci di Cristo dai peccatori, che amano e prestano solo con aspettative di reciprocità. La misericordia, il perdono e la generosità sono qualità divine che i discepoli devono imitare, poiché Dio è benevolo verso tutti, anche verso gli ingrati e i malvagi. La promessa di Gesù è che chi pratica questa misericordia riceverà grande ricompensa e sarà considerato figlio dell'Altissimo. Amen.
San Nicola da Tolentino (1245 - 1305) nacque a Sant'Angelo in Pontano, nelle Marche, da una famiglia profondamente cristiana. I suoi genitori, dopo aver pregato San Nicola di Bari per ottenere il dono di un figlio, lo chiamarono Nicola in segno di gratitudine. Fin da giovane fu attratto dalla vita religiosa e, ascoltando la predicazione di un monaco agostiniano, comprese la chiamata a seguire Cristo.
Entrò tra gli Eremiti di Sant'Agostino, professò i voti solenni prima dei vent'anni e fu ordinato sacerdote a ventiquattro anni. Dopo diversi trasferimenti, nel 1275 giunse a Tolentino, dove rimase fino alla morte dedicandosi alla predicazione, alla confessione e al servizio del popolo. Fu chiamato "l'angelo del confessionale" per la sua grande disponibilità verso i penitenti e per il desiderio di accompagnare ogni persona alla riconciliazione con Dio.
La sua vita fu segnata da una profonda preghiera, da digiuni, penitenze e lunghe ore davanti al Signore, unendo le sue sofferenze alla Passione di Cristo. Ebbe una particolare devozione per le anime del Purgatorio, per le quali pregava e offriva sacrifici, diventando uno dei santi più invocati per la loro liberazione. Manifestò una grande attenzione verso i poveri, ai quali portava personalmente aiuto e per i quali chiedeva la generosità dei ricchi. Fu anche conosciuto per il dono di guarigione e per il ministero di liberazione dal male.
Amò profondamente la Vergine Maria e ricevette speciali grazie mistiche, tra cui la visione degli angeli che trasportavano la Santa Casa di Loreto nel territorio marchigiano. Sul letto di morte contemplò il Signore, la Madonna e Sant'Agostino, mostrando la meta verso cui aveva orientato tutta la sua vita.
San Nicola ci ricorda che la santità nasce dall'incontro quotidiano con Dio e si manifesta nella preghiera, nella carità e nella compassione verso gli altri. In un mondo spesso concentrato sull'apparenza e sul successo, la sua testimonianza invita a riscoprire il valore del silenzio, del sacrificio e della fedeltà nascosta.
La sua vita insegna che ogni offerta fatta con amore può diventare una grazia per la Chiesa e per il mondo intero.
per noi oggi
1. San Nicola trovava forza nella preghiera: le nostre giornate hanno ancora uno spazio vero per l'incontro con Dio?
2. Il santo portava il peso degli altri nel confessionale: sappiamo essere persone che ascoltano, perdonano e accompagnano chi è in difficoltà?
3. Nicola amava i poveri e le anime del Purgatorio: la nostra fede ci spinge davvero a pregare e a prenderci cura di chi ha bisogno?
Castel Sant’Angelo (ora Sant’Angelo in Pontano, Macerata), 1245 - Tolentino (Macerata), 10 settembre 1305
A Tolentino nelle Marche, san Nicola, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che, dedito a una severa astinenza e assiduo nella preghiera, fu severo con se stesso, ma clemente con gli altri, e spesso imponeva a sé le penitenze altrui.
NELLO STESSO GIORNO:
BEATO GIOVANNI MAZZUCCONI Sacerdote e martire - MILANO
Rancio di Lecco, 1° marzo 1826 - Woodlark (Oceania), settembre 1855
Nell’isola di Woodlark in Oceania, beato Giovanni Battista Mazzucconi, sacerdote dell’Istituto Milanese per le Missioni Estere e martire, che, dopo due anni trascorsi al servizio dell’evangelizzazione, ormai spossato dalle febbri e dalle piaghe, fu ucciso in odio alla fede con un colpo di scure. La memoria liturgica è il 7 settembre (10 settembre nel calendario ambrosiano).
NON TUTTO È RELATIVO: VERITÀ E BENE HANNO ANCORA UN VOLTO.
La società contemporanea non nega necessariamente Dio, ma spesso accantona la domanda sulla trascendenza, come se fosse irrilevante per la vita concreta.
Eppure voltare le spalle alla trascendenza significa rischiare di soffocare la vita nell’indifferenza.
L’indifferenza non combatte Dio: semplicemente fa sparire la domanda e anestetizza il desiderio di cercare un senso.
Quando tutto diventa relativo, anche la verità rischia di perdere consistenza.
Il relativismo diventa così un’indifferenza alle differenze tra vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto.
L’Apocalisse denuncia la condizione di Laodicea: non essere né freddi né caldi, ma tiepidi.
«Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla»: dietro questa presunta autonomia può nascondersi una profonda povertà interiore.
L’uomo che pensa di non aver bisogno di Dio rischia di arrivare a pensare di non aver bisogno neppure degli altri.
Quando viene meno il bisogno dell’altro, si indeboliscono relazione, riconoscenza e responsabilità.
Non possiamo sostituirci a Dio, diventando noi stessi misura di ogni cosa.
L’indifferenza diventa autolesionista, perché spegne la capacità di desiderare qualcosa di più grande.
La trascendenza, invece, apre l’uomo all’infinito e gli permette di scoprire una dignità che non dipende soltanto da ciò che possiede.
Dentro di noi abita un’apertura che supera ogni limite: è il desiderio di senso, verità, amore e futuro.
La tentazione quotidiana è mettere la trascendenza sempre in fondo all’agenda della vita.
La fede ci invita invece all’umiltà dell’intelligenza, riconoscendo che non siamo la misura ultima della realtà.
L’infinito non è la maledizione del finito, ma la sua benedizione, perché dona al finito significato, dignità e speranza.
per noi oggi
1. Se Dio non viene più negato, ma semplicemente ignorato, non rischiamo forse di vivere come se non avesse più nulla da dirci?
E una fede che non cambia le nostre scelte quotidiane non è forse già diventata indifferenza religiosa?
2. Quando diciamo «ognuno ha la sua verità», siamo davvero diventati più liberi oppure abbiamo semplicemente smesso di cercare la Verità?
Se tutto vale allo stesso modo, chi avrà ancora il coraggio di chiamare male il male e bene il bene?
3. «Non ho bisogno di Dio, non ho bisogno degli altri, basto a me stesso»: è questa la libertà che desideriamo?
O forse la vera libertà nasce proprio quando riconosciamo di essere relazione, dipendenza, responsabilità e apertura all’Infinito?