mercoledì 4 novembre 2026

04.11.2026 - Fil 2,12-18 - Lc 14,25-33 - Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 2,12-18

Miei cari, voi che siete stati sempre obbedienti, non solo quando ero presente ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore.
Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita.
Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato. Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

1. Paolo sottolinea la CENTRALITÀ DELL’AGIRE DI DIO CHE È ALLA BASE DEL VOLERE E DELL’AGIRE DELL’UOMO. L’operare divino rende possibile quello umano e lo esige: ma la grazia precede e fonda l’impegno etico! C’È UN BENEVOLO DISEGNO DIVINO.

2. Vi è quindi un invito a compiere tutto senza mormorazioni e critiche o contestazioni. TUTTO È FINALIZZATO ALL’ESISTENZA DI UNA COMUNITÀ che sia irreprensibile e integra/innocente, composta da FIGLI DI DIO CHE SONO COME LAMPADE CHE ILLUMINANO l’oscurità attraverso la trasparenza della loro condotta. 

3. Paolo è cosciente che LA MISSIONE PUÒ ARRIVARE FINO AL DONO DELLA VITA. Ma la prospettiva del martirio (spéndomai: versare il sangue come sacrificio) non rattrista Paolo, anzi è motivo di una gioia che egli vuole condividere con la comunità: i Filippesi sono invitati a GIOIRE CON PAOLO e dovranno RICORDARSI DELLA GIOIA DELL’APOSTOLO! E IMITARLO!

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». 

 

Cristo non è totalitario. È esigente, ma non intransigente. Ci chiede di combattere contro i nostri sentimenti naturali, ci invita ad un distacco radicale da noi stessi, dai nostri affetti perché nulla deve essere di ostacolo per arrivare all'incontro con Lui. Impariamo ogni giorno a invocare da Dio il dono della sapienza perché ci faccia capire quello che non capiamo, ci faccia gustare quello che non gustiamo, e ci faccia camminare sulla strada che porta alla piena realizzazione di noi stessi...

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Gesù è un “leader” molto esigente. Di fronte a queste sue affermazioni, amarlo più dei familiari, più della propria vita...torna su la domanda: ma quest’uomo è matto? O è “qualcosa” più di un uomo?

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04.11 SAN CARLO BORROMEO

SAN CARLO BORROMEO, IL RIFORMATORE INSTANCABILE E PASTORE DI FERRO

San Carlo Borromeo (1538 – 1584) è una delle figure più significative della Chiesa del XVI secolo. Nato nella nobile famiglia Borromeo, sul Lago Maggiore, fu destinato alla carriera ecclesiastica fin da giovane. A soli 22 anni, grazie a suo zio papa Pio IV, fu nominato cardinale e divenne una delle personalità più influenti di Roma, distinguendosi per intelligenza, equilibrio e passione per la riforma della Chiesa.

 In un primo momento condusse una vita agiata, circondato da studiosi e artisti, ma la morte improvvisa del fratello Federico segnò una svolta radicale. Carlo interpretò l’evento come un richiamo di Dio alla conversione e alla dedizione totale al Vangelo. Rinunciò ai lussi e intraprese una vita di austerità, penitenza e servizio. Si immerse nello studio teologico e divenne uno dei protagonisti del Concilio di Trento, di cui fu anima organizzativa e promotore, contribuendo in modo decisivo al rinnovamento della Chiesa cattolica.

 Nel 1564 fu nominato Arcivescovo di Milano, una diocesi sterminata e in parte abbandonata dal clero. Abbandonata Roma, si dedicò completamente alla sua missione pastorale, applicando le riforme tridentine con energia e determinazione. Fondò seminari per la formazione dei sacerdoti, riformò la vita religiosa e parrocchiale, istituì visite pastorali e sinodi, e riorganizzò la diocesi in dodici circoscrizioni. La sua azione fu così rigorosa da incontrare resistenze, come nel caso dell’attentato del 1569, quando un frate degli Umiliati gli sparò mentre pregava: Carlo rimase miracolosamente illeso.

 Durante la peste del 1576, mentre le autorità civili fuggivano, egli restò a Milano per assistere i malati, distribuendo i suoi beni ai poveri e organizzando soccorsi materiali e spirituali. La sua carità e il suo coraggio lo resero un simbolo di pastore autentico, pronto a “dare la vita per le sue pecore”.

 Nonostante la salute fragile, viaggiò instancabilmente in tutta la diocesi, dalla Liguria alla Svizzera, e anche a Roma e Torino, dove nel 1578 venerò la Sacra Sindone. Il suo motto episcopale, Humilitas, riassumeva la sua vita: un uomo potente che si fece servo, un riformatore che agì con fermezza ma anche con profonda umiltà.

 Morì il 3 novembre 1584, a soli 46 anni, consumato dalla fatica e dalle penitenze. Canonizzato nel 1610 da papa Paolo V, San Carlo Borromeo rimane patrono dei vescovi, dei catechisti e dei seminaristi, esempio di riforma evangelica vissuta con mente lucida e cuore ardente. La sua eredità spirituale continua ancora oggi come modello di dedizione, sobrietà e amore pastorale.

 

Per noi oggi:

 San Carlo non cambiò la Chiesa con decreti, ma iniziando da sé. Noi invece siamo spesso riformatori a parole — pretendiamo coerenza dai pastori, dai politici, dagli altri — ma quante volte iniziamo da noi? La vera riforma comincia nel cuore: senza conversione personale, ogni cambiamento resta solo facciata.

 San Carlo non governava da scrivania, ma tra la gente, nei villaggi, accanto ai malati di peste. Oggi, in un mondo di leader assenti e credenti comodi, la sua vita chiede: quante volte evitiamo il sacrificio, nascondendoci dietro il “non tocca a me”? Essere cristiani non è occupare ruoli, ma sporcarsi le mani per amore.

 Quando la peste devastava Milano, Carlo restò. Noi, davanti alle “pesti” del nostro tempo — la povertà, l’indifferenza, la corruzione — dove siamo? Restiamo o fuggiamo? La santità non è assenza di paura, ma presenza di fedeltà. San Carlo ci provoca: se la fede non ci costa nulla, vale davvero qualcosa?


Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.

LA CORSA DI UNA MADRE

LA CORSA DI UNA MADRE

Ramabai Ranveer ha 47 anni, è vedova e vive in un villaggio del Maharashtra, in India. La sua vita è stata una lunga maratona di sacrifici: dopo la morte del marito ha lavorato nei campi, raccogliendo soia, ceci e curcuma, facendo anche i lavori più umili per mantenere le sue due figlie. Quando la figlia maggiore ha saputo di una gara podistica con un premio di 3.000 rupie, ha pensato di partecipare per poter comprare i libri necessari per studiare. Ma anche la figlia minore aveva bisogno di denaro per la scuola e Ramabai non sapeva come aiutarle. Così ha deciso di correre al posto loro. Non era una runner, non aveva scarpe da corsa, non aveva allenamento né strumenti particolari: aveva soltanto una ragione grande, le sue figlie. Durante la gara le ciabatte hanno cominciato a scivolarle dai piedi e lei non si è fermata: se le è tolte, le ha tenute in mano per non doverne comprare altre, e ha continuato a correre scalza fino al traguardo. È arrivata prima nella categoria delle donne tra i 30 e i 60 anni, conquistando quel piccolo premio che per lei significava molto. La sua immagine, in sari e a piedi nudi, ha fatto il giro del mondo, ma dietro quella fotografia c’è molto più di una vittoria sportiva: c’è una madre che ha trasformato la necessità in coraggio. Ramabai ci ricorda che spesso non conosciamo la forza che abbiamo dentro finché non abbiamo qualcuno o qualcosa per cui vale la pena lottare. Le sue figlie stanno cercando di costruirsi un futuro diverso, attraverso lo studio e il lavoro, e lei ha fatto tutto il possibile perché potessero avere questa opportunità. La sua corsa diventa così una lezione sulla dignità, sul sacrificio e sull’amore che non si arrende. E ci ricorda anche che dietro tante difficoltà non ci sono persone incapaci, ma persone che ogni giorno combattono silenziosamente per andare avanti. Forse anche noi, davanti alle nostre difficoltà, abbiamo bisogno di smettere di dire “non ce la faccio” e chiederci invece: “Per chi o per che cosa sono disposto a correre?”

PER NOI OGGI 1. PER CHE COSA STO CORRENDO? Ramabai ha corso scalza per dare un futuro alle sue figlie. Io per che cosa sto spendendo le mie energie, il mio tempo e la mia vita? 2. QUANTE VOLTE MI FERMO AL PRIMO OSTACOLO? Lei ha perso le scarpe, ma non ha perso la sua determinazione. Forse ciò che mi manca non è la forza, ma una ragione abbastanza grande per continuare. 3. CHE COSA SONO DISPOSTO A SACRIFICARE PER AMORE? L’amore vero non si misura nelle parole, ma nella capacità di donarsi e fare fatica per il bene dell’altro. Io quanto sono disposto a dare?

 

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martedì 3 novembre 2026

03.11.2026 - Fil 2,5-11 - Lc 14,15-24 Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 2,5-11

Fratelli,
abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

1. ABBIATE IN VOI GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ. È questo l’atteggiamento del cristiano: ESSERE COME CRISTO, ASSIMILARE LA MENTALITÀ DI CRISTO. I sentimenti sono il suo modo di pensare, il suo atteggiamento profondo di Figlio obbediente che dice SI e fa quello che il Padre vuole. STUDIAMO E MEDITIAMO LA PAROLA OGNI GIORNO!

2. Questo testo che leggiamo nella domenica delle palme, ci ricorda che noi dobbiamo avere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù. SE NON GLI ABBIAMO, È NECESSARIO PENTIRCI PER CAMBIARE e diventare come Lui… OGGI…

3. Paolo aggiunge lo splendido INNO CRISTOLOGICO in cui SI CELEBRA GESÙ che pur essendo in forma di Dio non tiene tutto per sé, ma si svuota, si fa povero, si fa uomo, si annienta per la nostra salvezza. Per questo DIO LO HA ESALTATO e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome. CONTEMPLIAMO IL MISTERO DI DIO…

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 14,15-24
In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”». 

 

Accade anche oggi che quelli che dicono di credere in Dio trovano mille scuse per non fare la volontà di Dio concretamente ogni giorno.
Nonostante ciò il progetto di Dio non si interrompe. Di fronte al rifiuto dei primi invitati Dio non si scoraggia, non sospende la festa, ma ripropone l’invito allargandolo oltre ogni ragionevole limite e manda i suoi servi nelle piazze e ai crocicchi delle strade a radunare tutti quelli che trovano. Si tratta di gente qualunque, poveri, abbandonati e diseredati, addirittura buoni e cattivi – anche i cattivi sono invitati – senza distinzione. E la sala si riempie di “esclusi”. Il Vangelo, respinto da qualcuno, trova un’accoglienza inaspettata in tanti altri cuori.
E così gli unici che mangeranno di quella cena saranno quelli che per un motivo o per un altro sono affamati, e hanno smesso di sentirsi sazi di cose che non contano nulla.

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Gesù vuole costringerci ad entrare, perché la sua casa si riempia. E manda molti inviti, chiama ognuno di noi, per nome. Si tratta quindi di rispondere: troviamo scuse o siamo felici dell’invito?

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03.11 SAN MARTINO DE PORRES

SAN MARTINO DE PORRES (1579–1639)

San Martino de Porres fu un grande santo peruviano, esempio luminoso di umiltà, carità e amore universale. Nacque a Lima da una serva panamense di origine africana e da un nobile spagnolo che inizialmente non lo riconobbe come figlio a causa del colore della sua pelle. Solo in seguito, pentito, il padre si prese cura di lui e della sorella Giovanna.

 Fin da giovane Martino mostrò una profonda sensibilità spirituale. Dopo aver imparato il mestiere di barbiere e aver coltivato l’interesse per la medicina, a quindici anni si presentò al convento domenicano di Lima, dove fu accolto come “donato”, con il compito umile delle pulizie. Per questo viene spesso raffigurato con una scopa, simbolo della sua dedizione al servizio e della sua umiltà.

 La sua bontà, il suo spirito di sacrificio e la sua disponibilità verso tutti colpirono profondamente i superiori, che lo ammisero alla professione religiosa come frate converso. Da allora Martino visse con fervore la vita spirituale, dedicandosi alla preghiera, ai digiuni e all’adorazione del Santissimo Sacramento.

 Il Signore lo colmò di numerosi doni soprannaturali: estasi, bilocazioni, levitazioni, profezia e scienza infusa. Ma il segno più grande della sua santità fu la carità. Si prese cura dei poveri e dei malati nell’infermeria del convento, offrendo non solo cure materiali, ma anche conforto e speranza. Durante la peste che colpì Lima, non esitò a esporsi per assistere i confratelli e la popolazione, curando decine di persone con dedizione eroica.

 La sua fama di guaritore e consigliere saggio si diffuse in tutta Lima, attirando sia il popolo che personalità importanti. Fondò il collegio di Santa Croce per l’istruzione di orfani e mendicanti, un’opera innovativa e segno concreto della sua attenzione verso gli ultimi.

 San Martino de Porres morì il 3 novembre 1639, amato da tutti per la sua bontà e semplicità. La Chiesa lo venera come patrono dei barbieri, dei malati, degli spazzini e della giustizia sociale, riconoscendo in lui un modello di fraternità universale e di fede operosa.

 

Per noi oggi:

 La santità nasce dalle piccole cose. Martino non predicava dai pulpiti, ma serviva con una scopa in mano. Forse anche noi oggi cerchiamo troppo spesso la “visibilità” nelle opere buone, dimenticando che la vera grandezza cristiana si misura nella discrezione e nella fedeltà quotidiana.

 L’amore non conosce colore, ruolo o confine. In un mondo ancora segnato da discriminazioni, San Martino — figlio di una schiava e di un nobile — ci ricorda che davanti a Dio non contano le origini ma la capacità di amare tutti, specialmente gli esclusi. Quanto spazio diamo noi all’accoglienza e all’inclusione reale, non solo a parole?

 La carità vera costa. Martino non si è limitato alla compassione: ha condiviso la fatica, il dolore e la povertà dei fratelli. In un tempo in cui la solidarietà è spesso virtuale o di facciata, la sua vita ci provoca a sporcarci le mani per amore di Cristo e dei poveri concreti che ci stanno accanto.


San Martino de Porres, religioso dell’Ordine dei Predicatori: figlio di uno spagnolo e di una donna nera, fin dalla fanciullezza, sia pure tra le difficoltà derivanti dalla sua condizione di figlio illegittimo e di meticcio, apprese la professione di medico, che in seguito, diventato religioso, esercitò con abnegazione a Lima in Perù tra i poveri e, dedito a digiuni, alla penitenza e alla preghiera, condusse un’esistenza di semplicità e umiltà, irradiata dall’amore.

lunedì 2 novembre 2026

02.11.2025 - Gb 19,1.23-27 - Rm 5,5-11 - Gv 6,37-40 - COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa I)

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI (Messa I)

Lunedì 02 novembre 2026

Dal libro di Giobbe - Gb 19,1.23-27

Rispondendo Giobbe prese a dire:
«Oh, se le mie parole si scrivessero,
se si fissassero in un libro,
fossero impresse con stilo di ferro e con piombo,
per sempre s’incidessero sulla roccia!
Io so che il mio redentore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà strappata via,
senza la mia carne, vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso,
i miei occhi lo contempleranno e non un altro».
1. Giobbe, uomo giusto, si incontra con tre amici che lo accusano di ESSERE PECCATORE E DI MERITARSI LA DISGRAZIA che gli è capitata. Chiede a Dio che lo difenda dall’immagine che i suoi amici hanno di Dio. GIOBBE NON PUÒ ACCETTARE UN DIO CRUDELE E INGIUSTO, LONTANO.
2. Giobbe ACCETTA LA SOFFERENZA E NON ABBANDONA LA FEDE. Giobbe sa che il suo redentore è vivo e che vedrà Dio. Giobbe mostra il suo attaccamento a Dio NONOSTANTE TUTTO, fa la sua professione di fede nella signoria ultima di Dio. 
3. “Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio”. A prescindere dalla carne, indipendentemente dalla condizione di salute, dalla mia condizione di benessere o di malessere, comunque vada IO VEDRÒ DIO. Lo vedrò non da straniero e non sarò uno straniero per Lui. GIOBBE CI DICE CHE L’ULTIMA PAROLA È DI DIO E AVREMO LA POSSIBILITÀ DI INCONTRARLO. Questo è anche il nostro desiderio e la nostra speranza.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 5,5-11

Fratelli, la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.

1. Paolo ci ricorda che l'uomo non può rifiutare di sperare, anche se ultimamente sono troppi quelli che gli vogliono togliere la speranza. Pertanto ci rivolge L'INVITO A RESISTERE ALLE ANGOSCE ALLE INCERTEZZE perché DIO ci ama per sempre. Coraggio!

2. Paolo ci parla dello SPIRITO CHE SI RIVERSA NEL CUORE DI OGNI UOMO e, come acqua che disseta per sempre, calma l'ansia del cercare e definisce in SPERANZA CHE NON DELUDE ogni desiderio di tutti quei cuori ora abitati dall'amore di Dio. Dio, Cristo e lo Spirito Santo UNITI con il nostro cuore, nel nostro cuore. CUSTODIAMO LO SPIRITO DI DIO IN NOI…

3. Il FONDAMENTO DELLA SPERANZA CRISTIANA sta nella prova di amore che Cristo ci ha dato sedendo a tavola con i peccatori, facendo comunione con loro/noi e, soprattutto, morendo in croce. E noi ci GLORIAMO di Cristo e rendiamo GRAZIE nel nostro vivere…

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+ Dal vangelo secondo Giovanni - Gv 6,37-40
In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

 

1. “Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori”: parole che frantumano ogni paura di rifiuto. NESSUNO È ESCLUSO DAL CUORE DI CRISTO. Gesù non mette condizioni all’accoglienza. IL SUO AMORE È PIÙ GRANDE delle nostre ferite, delle nostre colpe e dei nostri dubbi.

2. GESÙ NON PERDE NESSUNO: non siamo oggetti smarriti, ma tesori custoditi. LA VOLONTÀ DEL PADRE È LA CUSTODIA, NON LA CONDANNA. Dio non si stanca mai di cercarci e salvarci: siamo troppo importanti per essere lasciati andare.

3. LA VITA ETERNA COMINCIA ORA. Credere in Gesù non è solo garanzia per “l’ultimo giorno”, ma trasforma già il presente. La fede apre gli occhi: CHI VEDE IL FIGLIO, VEDE LA VITA. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di VIVERE DAVVERO – DA RISORTI, GIÀ ADESSO.

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MI ABBANDONO

Nella morte si può solo abbandonarsi completamente al Padre, nelle Sue mani, e credere nella Resurrezione di Gesù. La morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci totalmente nelle sue mani. Pregando l'Ave Maria oggi dirò con maggior consapevolezza "Adesso e nell'ora della nostra morte". La Madre verrà senz'altro ad aiutarci...

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LECTIO DIVINA - COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

OMELIA -  COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 
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02.11 COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

 

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI.

 Il 2 novembre la Chiesa commemora tutti i fedeli defunti, cioè coloro che sono morti in grazia di Dio ma non ancora pienamente purificati. È una giornata di profonda comunione spirituale che segue la solennità di Tutti i Santi, e che ci ricorda il legame invisibile ma reale tra i battezzati sulla terra, le anime del Purgatorio e i santi del Paradiso, tutti uniti nel Corpo Mistico di Cristo.

 La Chiesa invita in questo giorno a offrire Messe, preghiere, elemosine e opere di penitenza per i defunti, affinché possano purificarsi e giungere alla visione beatifica di Dio. Tale pratica ha radici bibliche, come testimonia l’episodio di Giuda Maccabeo che fece offrire un sacrificio per i soldati caduti, «perché fossero assolti dal peccato» (2 Mac 12,38-45). È segno della fede nello stato intermedio di purificazione che la tradizione cristiana chiama Purgatorio.

 Il peccato, infatti, comporta una duplice conseguenza: la colpa, rimessa nella Confessione, e la pena temporale, che richiede espiazione e purificazione. Le anime del Purgatorio, ormai certe della salvezza, soffrono solo la nostalgia di Dio e desiderano ardentemente unirsi a Lui. Le opere di carità e di preghiera dei vivi possono abbreviare le loro pene, perché nella comunione dei santi il bene di uno giova a tutti.

 In particolare, dall’1 all’8 novembre, la Chiesa concede l’indulgenza plenaria per un’anima del Purgatorio a chi visita un cimitero, prega per i defunti e soddisfa le tre condizioni: Confessione, Comunione e preghiera secondo le intenzioni del Papa.

 La commemorazione collettiva dei defunti ha origini antichissime, già testimoniata da sant’Agostino. Tuttavia, fu sant’Odilone di Cluny nel 998 a istituire la celebrazione del 2 novembre come giorno specifico di suffragio, tradizione che poi si estese a tutta la Chiesa.

 La Commemorazione dei fedeli defunti è quindi un giorno di speranza e di carità, in cui il cristiano contempla il mistero della morte illuminato dalla risurrezione di Cristo e rinnova l’amore verso i propri cari, affidandoli alla misericordia infinita di Dio.

 

Per noi oggi:

 Ricordare i morti ci provoca a vivere da risorti. In un mondo che rimuove la morte o la traveste da festa, la Chiesa ci invita a guardarla in faccia, non per paura ma per speranza: se la vita finisce solo in Dio, allora ogni giorno è un passo verso l’eternità, non un conto alla rovescia verso il nulla.

 Pregare per i defunti è un atto rivoluzionario di amore gratuito. È amare chi non può più restituirci nulla, in un tempo in cui ogni relazione è calcolata sul dare e avere. Pregare per loro significa credere che la comunione vince la morte, che il bene continua oltre la tomba e che nessuno è mai davvero perduto nel cuore di Dio.

 Il Purgatorio ci ricorda che il Paradiso non è “a buon mercato”. La santità costa purificazione: se oggi tutto ci invita a evitare la fatica, la fede ci dice che nulla di impuro può entrare nella gloria. Il cammino verso Dio passa dal fuoco dell’amore che brucia l’egoismo — ed è un fuoco che dobbiamo iniziare ad accendere già qui, nelle nostre scelte quotidiane.


Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna.