martedì 22 settembre 2026

22.09.2026 - Pr 21,1-6.10-13 - Lc 8,19-21 - Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Dal libro dei Proverbi - Pr 21,1-6.10-13

Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
1. Il libro dei Proverbi paragona il cuore del re a UN FIUME CHE SI LASCIA DIRIGERE DOVE VUOLE LA MANO DI CHI LO HA POSTO IN ESSERE, affinché non manchi alla terra la fertilità e la bellezza. FIUME D’ACQUA NELLE MANI DEL PADRE È STATO GESÙ. 
2. Il Signore governa e dirige il cuore del re dove egli vuole. Non pensiamo di percorrere la via diritta perché pratichiamo “sacrifici”. Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta ma non è così. Nessun uomo deve pensare di essere sulla via giusta. AL SIGNORE INTERESSA LA SINCERITÀ DEL NOSTRO CUORE poi ci pensa Lui a raddrizzare ogni cosa.
3. COME SI ACQUISISCE IL FAVORE DI DIO E DEGLI UOMINI? Ascoltando il grido del povero che si rivolge a noi per un aiuto, un favore, una cortesia. CHI SA ASCOLTARE IL POVERO, QUANDO LUI GRIDERÀ A SUA VOLTA, SARÀ SEMPRE ASCOLTATO. Se però lui non ascolta, neanche sarà ascoltato. Fai attenzione!

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 8,19-21
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Belle e sconcertanti le parole di Gesù. Egli allarga la maternità e la fraternità a tutti i discepoli che lo seguono. La nuova fraternità non si limita alla carne e al sangue, ma trova origine dal rapporto con Lui: nuovo sangue e nuova linfa, nuova famiglia e nuova umanità.
I nostri fratelli e sorelle nella fede non li abbiamo scelti noi: siamo tutti stati scelti e amati da Dio e in lui possiamo scoprire quella profondità di relazione che ci unisce in un solo corpo che è la Chiesa. Chiediamo al Signore la grazia di andare oltre la superficie e di scoprire quei legami stretti che ci rendono in profondità madri e fratelli tra noi.
E ricordati che il legame profondo nasce da un ascolto comunitario della Parola e dallo sporcarsi insieme le mani.

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C’è una famiglia più grande, inclusiva, di quella del sangue che, se è solo di sangue, può diventare una famiglia ideologica. La discriminante è l’accoglienza, l’apertura: se escludiamo gli altri che famiglia è?

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22.09 SANTI MAURIZIO E COMPAGNI

 

SANTI MAURIZIO E COMPAGNI
San Maurizio e i suoi compagni appartenevano alla Legione Tebea, una formazione militare cristiana proveniente dall’Oriente e guidata da Maurizio. La più antica fonte sul loro martirio è la Passio Agaunensium martyrum, redatta nel V secolo da sant’Eucherio di Lione sulla base di una tradizione precedente. Secondo il racconto, la Legione fu chiamata in Europa dall’imperatore Massimiano per sostenere la campagna militare dell’Impero. A un certo punto l’imperatore ordinò ai soldati di compiere sacrifici agli dei pagani, ma Maurizio e i suoi compagni rifiutarono di obbedire. La loro fede impediva di compiere un gesto contrario a Dio, anche se proveniva dall’autorità che comandava. Massimiano reagì ordinando la decimazione della Legione, ma la minaccia della morte non fece vacillare la loro fedeltà. I sopravvissuti furono infine uccisi ad Agaunum, l’odierna Saint-Maurice in Svizzera, dando testimonianza fino alla fine. Il Martirologio Romano ricorda oggi Maurizio, Essuperio, Candido e Vittore, insieme ai loro compagni martiri. Nella tradizione, i soldati spiegano così la loro scelta: «Siamo tuoi soldati, signore, ma anche servi di Dio». Essi riconoscono il proprio dovere verso l’autorità, ma sanno che sopra ogni potere umano esiste la fedeltà a Dio. Ricevono dall’imperatore lo stipendio e il servizio militare, ma riconoscono che da Dio hanno ricevuto la vita. Per questo dichiarano di non poter obbedire quando l’obbedienza significa offendere Dio o perseguitare i cristiani. Non scelgono la ribellione violenta: tengono le armi, ma non fanno resistenza, preferendo morire innocenti piuttosto che vivere colpevoli. La loro forza non consiste nel vincere il nemico, ma nel rimanere fedeli alla coscienza illuminata dalla fede. La testimonianza dei martiri ci ricorda che nessun potere, interesse o vantaggio può valere più della propria coscienza. Essere cristiani significa anche saper dire «no» quando una mentalità, una convenienza o un ordine ci chiedono di tradire il Vangelo. La domanda di Maurizio e dei suoi compagni arriva fino a noi: quanto siamo disposti a perdere pur di rimanere fedeli a Cristo? per noi oggi 1. Maurizio obbedì all’autorità finché l’ordine non entrò in conflitto con Dio. Noi sappiamo ancora distinguere tra obbedienza e compromesso con il male? 2. I martiri preferirono morire innocenti che vivere colpevoli. Noi, per conservare tranquillità, carriera o consenso, quante volte scendiamo a compromessi? 3. Maurizio e i suoi compagni non usarono la forza per difendere la propria fede, ma accettarono di pagarne il prezzo. La nostra fede è abbastanza forte da farci perdere qualcosa, oppure vale solo quando non ci costa nulla?
† Agaunum (odierna Saint-Maurice-en-Valais), Svizzera, 287 circa
Nell’antica Agauno nella regione del Vallese, nell territorio dell’odierna Svizzera, santi martiri Maurizio, Esuperio, Candido, soldati, che, come riferisce sant’Eucherio di Lione, furono uccisi per Cristo sotto l’imperatore Massimiano, adornando la Chiesa, insieme ai compagni della Legione Tebea e al veterano Vittore, con la loro gloriosa passione. 

NELLO STESSO GIORNO:

BEATO LUIGI MONTI
Bovisio, Milano, 24 luglio 1825 - Saronno, Varese, 1 ottobre 1900

A Saronno vicino a Varese, beato Luigi Maria Monti, religioso, che, pur conservando lo stato laicale, istituì i Figli dell’Immacola Concezione, che diresse in spirito di carità verso i poveri e i bisognosi, occupandosi in particolare dell’assistenza agli infermi e agli orfani e della formazione dei giovani.
La data di culto indicata nel Martyrologium Romanum è il 1 ottobre. La Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione e la diocesi di Milano lo ricordano il 22 settembre.

 

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«SALVARE O PERIRE»

«SALVARE O PERIRE»

La testimonianza del cappellano dei Vigili del Fuoco di Parigi ci mostra uomini capaci di mettere la propria vita al servizio degli altri. Dietro ogni divisa ci sono persone con una famiglia, delle paure e il desiderio di tornare a casa, eppure scelgono di andare dove altri fuggono. Il loro motto, «Salvare o perire», esprime una disponibilità al sacrificio che oggi ci interroga profondamente. Alcuni sono persino disposti a rinunciare alle ferie pur di poter essere utili. Questo è il vero significato del servizio: esserci quando qualcuno ha bisogno di noi. Colpisce anche la loro umiltà: sanno ascoltare chi ha maggiore esperienza e riconoscere i propri limiti. E accanto al coraggio fisico c’è la forza silenziosa della preghiera, attraverso una benedizione, una parola, un rosario. Questa testimonianza ci ricorda che ognuno può servire con ciò che ha ricevuto. Non tutti possiamo spegnere un incendio, ma tutti possiamo accendere una luce nella vita di qualcuno. Possiamo ascoltare una persona sola, aiutare chi è in difficoltà, visitare un malato, perdonare e incoraggiare. Il problema è che spesso siamo troppo concentrati su noi stessi per accorgerci del bisogno degli altri. I vigili del fuoco ci ricordano invece che la vita diventa più grande quando smette di essere vissuta soltanto per sé. Il coraggio non consiste nel non avere paura, ma nel non lasciare che la paura ci impedisca di fare il bene. Anche la nostra fede deve diventare concreta: ogni giorno Dio ci mette accanto qualcuno che ha bisogno della nostra presenza, della nostra attenzione o del nostro aiuto. Non servono gesti eroici: spesso basta esserci, tendere una mano, ascoltare e non voltarsi dall’altra parte. È nella disponibilità quotidiana e nel dono silenzioso che possiamo diventare strumenti della Provvidenza di Dio. Servire gli altri non significa perdere la propria vita: significa darle un significato.
  per noi oggi 1. QUANTO SONO DISPOSTO A DONARMI? Quando aiutare gli altri mi costa tempo, fatica o comodità, mi tiro indietro oppure mi metto in gioco? 2. MI ACCORGO DI CHI STA “BRUCIANDO”? Quante persone vivono accanto a me nella sofferenza e io continuo la mia strada senza fermarmi? Il loro dolore mi riguarda davvero? 3. PER CHI SONO DISPOSTO A RISCHIARE QUALCOSA?
La fede non consiste soltanto nel pregare, ma nel servire concretamente. Che cosa sono disposto a perdere perché un altro possa stare meglio?

 

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lunedì 21 settembre 2026

21.09.2026 - Ef 4,1-7.11-13 - Mt 9,9-13 - Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 4,1-7.11-13

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

1. San Paolo scrive dalla prigionia, ci dice che tutto tende all’edificazione del corpo. Gesù è venuto per salvare e la salvezza succede mediante la COSTRUZIONE DI UN CORPO. Un corpo “mistico”, cioè misterioso. L’UNITÀ PROFONDA DEL GENERE UMANO SI REALIZZA IN CRISTO. 
2. C’è da tenere insieme la CHIAMATA PERSONALE di Cristo e il VINCOLO DI COMUNIONE stabilito dal vangelo: «Comportatevi in MANIERA DEGNA DELLA CHIAMATA che avete ricevuto … AVENDO A CUORE DI CONSERVARE L’UNITÀ DELLO SPIRITO PER MEZZO DEL VINCOLO DELLA PACE».
3. In questo corpo nessuno è mai chiamato per differenziarsi o per sentirsi estraneo agli altri, ma TUTTI SIAMO CHIAMATI PER «EDIFICARE IL CORPO DI CRISTO, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio». Tutti noi siamo accomunati dall’unico BISOGNO DI ESSERE RICONDOTTI ALLA «DOLCEZZA» DEL PADRE: «Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti».

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 9,9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo peccati. Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo”.  Questo scandalizza? SI perché non si riconosce il merito... 
Ma la buona notizia è che Gesù chiama, e anche Tu sei chiamato a farti trovare all’appello della tua vita. Tu potresti pensare che Gesù non ti abbia chiamato, che non meriti questa chiamata e così perdi l'occasione. Ma Gesù non guarda i sacrifici/meriti ma guarda il cuore/la misericordia. Gesù è un medico, che sta presso i malati/peccatori e non si scandalizza. Ma Tu, senti il bisogno del medico celeste? 
Matteo non lo sapeva, ma il suo cuore stava aspettando da sempre Gesù, lo chiamava chissà da quanto tempo, ecco perché scatta subito in piedi quando lo incontra, perché capisce che finalmente Dio gli ha risposto.  Quando la libertà di Dio incrocia la libertà dell’uomo – anche lontano e peccatore – subito esplode la festa, per un’esperienza di liberazione e di salvezza.

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Quanto ci sembrano stupidi e odiosi questi farisei con le loro indignazioni! Li guardiamo, a venti secoli di distanza e ci sembrano chiaramente dei peccatori. Perché noi siamo i giusti. Giusto?

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21.09 SAN MATTEO

SAN MATTEO
Matteo, prima pubblicano, poi apostolo, evangelista e santo, racconta la svolta decisiva della sua vita: «Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Quel suo alzarsi indica il distacco da una situazione di peccato e l’inizio di un’esistenza nuova nella comunione con Gesù. I pubblicani collaboravano con i Romani nella riscossione delle imposte e talvolta praticavano l’usura, per questo erano considerati pubblici peccatori. Eppure Matteo non nasconde il proprio passato e, nell’elenco degli apostoli, si definisce ancora «Matteo il pubblicano». San Girolamo vede in questa scelta un messaggio di speranza: nessuno deve disperare della salvezza quando decide di cambiare vita. Gesù non guarda Matteo soltanto per ciò che è stato, ma per ciò che può diventare accogliendo la sua chiamata. Il Vangelo secondo Matteo, scritto probabilmente verso il 40-50, fu rivolto soprattutto ai cristiani provenienti dal mondo ebraico. La genealogia fino ad Abramo e i frequenti richiami all’Antico Testamento mostrano che Gesù è il Messia promesso. Secondo la tradizione riportata da Eusebio di Cesarea, Matteo avrebbe scritto inizialmente il Vangelo nella propria lingua materna, l’aramaico. La sua testimonianza divenne così un dono per generazioni di cristiani, ben oltre la comunità da lui conosciuta. La vicenda di Matteo mostra che una chiamata autentica può interrompere una vita costruita su sicurezze, interessi e abitudini. Gesù non gli offre prima garanzie: gli rivolge una parola semplice e decisiva, «Seguimi». Matteo non rimanda e non cerca scuse: si alza e comincia a camminare dietro a Cristo. Il suo passato non viene cancellato, ma trasformato in una testimonianza di misericordia. Matteo ci ricorda che nessuna storia è troppo compromessa per la misericordia di Dio e che il vero tesoro non si accumula soltanto sulla terra, ma si costruisce nel Cielo. La domanda per noi oggi è semplice e scomoda: se Gesù ci dicesse “Seguimi”, da cosa dovremmo concretamente alzarci? per noi oggi 1. Matteo era considerato un peccatore e Gesù lo chiamò proprio mentre era seduto al banco delle imposte. Noi, invece, quante persone continuiamo a giudicare per ciò che sono state, impedendo loro di diventare ciò che possono essere? 2. Matteo non disse: «Prima sistemo la mia vita, poi seguirò Gesù». Si alzò e partì. E noi quante volte rimandiamo la conversione aspettando il momento perfetto, che forse non arriverà mai? 3. Matteo lasciò un banco dove accumulava denaro per diventare un uomo capace di donare la propria vita. Qual è il nostro banco delle imposte: ciò a cui siamo seduti e che non vogliamo lasciare per seguire davvero Cristo?
I secolo dopo Cristo
Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento. 

domenica 20 settembre 2026

Is 55,6-9 - Fil 1,20-24.27 - Mt 20,1-16 - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 20 Settembre 2026

 

Dal libro del profeta Isaìa - Is 55,6-9

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
1. I pensieri di Dio non sono i nostri pensieri; DIO HA UN MODO DI PENSARE E DI RAGIONARE DIVERSO DAL NOSTRO. Bisogna mettersi necessariamente sulla via di Dio. In che modo? È SOLO NELL’ASCOLTO COMUNITARIO DELLA PAROLA ATTUALE DI DIO che Dio ci indica la via e ci dona il pensiero su cui camminare. Senza l’attuale Parola di Dio, restiamo prigionieri di un pensiero di ieri.

2. Come il cielo è alto sulla terra, così le vie di Dio sovrastano le vie degli uomini. Dobbiamo IMPARARE LE VIE del Signore, ASCOLTARE la sua Parola, imparare il suo stile. Dobbiamo IMPARARE A FIDARCI DI DIO, DELLA SUA PAROLA CHE SCENDE NELLA NOSTRA VITA E LA SALVA, LA TRASFORMA. La Parola di Dio non DELUDE MAI!

3. E non ostiniamoci nel nostro modo di pensare. LA RIVELAZIONE È PROPRIO QUESTA: APERTURA della mente. Il nostro modo di pensare è piccolo, piccolo, ristretto, meschino, IL SIGNORE CI HA RIVELATO UN MODO DI PENSARE GRANDIOSO. IMPARIAMO da Dio, ACCOGLIAMO questa prospettiva grandiosa.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 1,20-24.27

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.
1. Paolo è in prigione probabilmente a Efeso, dove ha ricevuto la condanna a morte. Scrive ai cristiani di Filippi che la sua PRIGIONIA È DIVENUTA UNA OCCASIONE per predicare il Vangelo. Mette in secondo piano il suo stesso destino personale, la sua stessa vita e la sua morte: QUEL CHE CONTA È LA PREDICAZIONE DEL VANGELO. 

2. Paolo sta vivendo un momento di angoscia e di bivio: vivere o morire? “PER ME IL VIVERE È CRISTO E IL MORIRE UN GUADAGNO” Ha il desiderio profondo di ESSERE CON CRISTO e di sciogliere l’esistenza terrena, TUTTAVIA si rende conto che la sua presenza potrebbe essere utile PER GLI ALTRI, non tanto per sé. CHE GRANDEZZA D’ANIMO! Paolo NON sa cosa scegliere, NON deve scegliere, NON decide Lui. Per Lui il vivere è Cristo, e per TE?

3. E conclude dicendo: “COMPORTATEVI IN MODO DEGNO DEL VANGELO DI CRISTO”. Il cristiano è CHIAMATO A VIVERE DA SANTO, nella pratica della giustizia, conformemente alla volontà di Dio, percorrendo la via della verità e della grazia, seguendo l’esempio di Paolo. Buon cammino…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

1. DIO HA SCELTO ciascuno di noi PER una missione da svolgere nella comunità umana e nella Chiesa: dunque dobbiamo essere GRATI e GIOIRE di poter lavorare nella vigna del Signore. HA SCELTO TE! IMPEGNATI E GIOISCI!

2. Anche se qualche volta, dopo aver sciupato qualità e tempo, ci sentiamo come...operai dell'ultima ora, possiamo sperimentare LA GIOIA DI ESSERE CHIAMATI E PERDONATI. Il Signore NON SCARTA NESSUNO perché è sempre grande e misericordioso. POSSIAMO SEMPRE RIPARTIRE!

3. NELLA VIGNA DEL SIGNORE C'È SEMPRE POSTO AD OGNI ORA: non dobbiamo chiuderci egoisticamente nel nostro piccolo mondo, ma essere DISPONIBILI per ogni chiamata, anche quella più pesante e dolorosa, all'inizio come all'ultima ora della nostra vita. APRIAMOCI A DIO!

BUONA DOMENICA...

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REGALO

Il padrone della parabola degli operai mandati nella vigna a diverse ore del giorno, non ragiona in termini sindacali. Lui ragiona secondo la categoria del regalo. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. Non è ingiusto, ma generoso. A Dio interessa più l’uomo e la sua dignità che la vigna; per lui sono più importanti le persone che il profitto. Dio ha un cuore grande, impara a dare le giuste priorità nella vita!

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LECTIO DIVINA -  XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

OMELIA – XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) 
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Gv 6,24-35 - RITO AMBROSIANO - IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

RITO AMBROSIANO

IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Domenica 20 Settembre 2026
+ Lettura del Vangelo secondo Giovanni- Gv 6,24-35

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». 

1. Chi MANGIA di me non avrà fame, chi CREDE in me non avrà sete, mai! DIO DÀ. Dio non chiede, DIO DÀ. Dio non pretende, DIO OFFRE. Dio non esige nulla, DIO DONA TUTTO, senza condizioni, senza un perché che non sia l'intimo bisogno di fecondare, far fiorire, fruttificare la vita. IMPARIAMO A DARE, SEMPRE...
2. CIÒ CHE IL PADRE DÀ È UN PANE CHE DÀ LA VITA AL MONDO. GESÙ, LA SUA PERSONA È IL PANE, quel pane che CONTIENE TUTTO CIÒ CHE SERVE a far fiorire la vita: amore, senso, libertà, coraggio, pace, bellezza. ASSIMILIAMO QUEL PANE NELLA PAROLA, NELL'EUCARESTIA NEL DONO DELLA VITA...
3. E CHI CREDE IN ME NON AVRÀ SETE, MAI!. CREDERE È COME MANGIARE un pane, lo ASSAPORO in bocca, lo FACCIO SCENDERE nell'intimo, lo ASSIMILO e si dirama per tutto l'essere, GESÙ IN ME si trasforma in cuore, calore, energia, pensieri, sentimenti, canto. GESÙ CI RENDE CAPACI DI AMORE E LIBERTÀ...
BUONA DOMENICA…
 
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