venerdì 6 marzo 2026

06.03.2026 - Gen 37,3-4.12-13.17-28 - Mt 21,33-43.45 - Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!

Dal libro della Gènesi - Gen 37,3-4.12-13.17-28

Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.
I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.
Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».
Ma Ruben sentì e, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: «Non togliamogli la vita». Poi disse loro: «Non spargete il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»: egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre.
Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.
Poi sedettero per prendere cibo. Quand’ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Gàlaad, con i cammelli carichi di rèsina, balsamo e làudano, che andavano a portare in Egitto. Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è a uccidere il nostro fratello e a coprire il suo sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli gli diedero ascolto.
Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

1. La storia di Giuseppe racconta di una grave tensione familiare. COVATA NEI CUORI E DISSIMULATA. I fratelli, presi dall'invidia del ruolo di Giuseppe nella famiglia e dei suoi sogni, cercano di toglierlo di mezzo. FIN DOVE POTRÀ MAI GIUNGERE L’INVIDIA, LA GELOSIA, L’ASTIO, L’ODIO, L’AMORE NON CORRISPOSTO?

2. Ruben, il fratello maggiore di Giuseppe, convince i fratelli a NON UCCIDERLO MA A VENDERLO a dei mercanti che stavano passando in quel momento. Giuseppe dirà che doveva giungere in Egitto, che CIÒ ERA DISEGNO DI DIO PERCHÉ FOSSE SALVATO LUI CON LORO.

3. Le meraviglie di Dio sono custodite dentro al ROVESCIAMENTO DEL PECCATO IN GRAZIA. Quale anticipazione piena e trasparente di Gesù, GIUSEPPE PUÒ SANARE IL MALE RADICATO NEI FRATELLI PERCHÉ È STATO VITTIMA INNOCENTE, COME AGNELLO IMMOLATO…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 21,33-43.45
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di sé stesso e del proprio agire. Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio Orizzonte è veramente più felice? Diventa veramente più libero? Pensiamo che uccidendo Dio tagliandolo fuori dalla nostra vita saremo più liberi, ma senza di Lui non c’è nessuna possibilità di essere liberi.
La cronaca quotidiana lo dimostra ampiamente: ovunque si estende l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione! Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo, è la società più divisa e confusa. Ma nelle parole di Gesù vi è una promessa, la vigna non sarà distrutta“.

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Due movimenti opposti: l'amore di Dio creatore e Padre che manda il Figlio e la risposta dell'uomo che spreca e calpesta tutto questo amore. Siamo consapevoli che l'amore è questa cosa qui?

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06.03 SANTA ROSA DA VITERBO, VERGINE FRANCESCANA

SANTA ROSA DA VITERBO

Nata nel 1233 a Viterbo da una povera famiglia contadina, Rosa mostrò fin da piccolissima una fede ardente e straordinaria. La tradizione racconta che a tre anni riportò in vita una zia appena morta e che, guarita da una grave malattia per intercessione della Madonna, consacrò la sua giovane vita a Dio. In un celebre episodio, mentre portava pane ai poveri, il cibo nascosto nel grembiule si trasformò in rose davanti al padre incredulo: segno della sua carità nascosta.

Il contesto storico era drammatico: Viterbo era lacerata dallo scontro tra Guelfi, sostenitori di Innocenzo IV, e Ghibellini, alleati dell’imperatore Federico II. A soli diciassette anni, Rosa, divenuta terziaria francescana, percorreva scalza le strade della città con un crocifisso in mano, esortando alla pace e alla fedeltà alla Chiesa. La sua franchezza le costò cara: nel 1250 la famiglia fu esiliata e costretta a rifugiarsi sui monti in pieno inverno. Poco dopo, come da lei predetto, Federico II morì (13 dicembre 1250) e i Guelfi ripresero il controllo della città, permettendo il ritorno della famiglia.

Rosa continuò la sua missione con segni e prodigi: si racconta che ridonò la vista a una giovane cieca dalla nascita, Delicata. Desiderava entrare in convento, ma fu rifiutata. Accettò l’umiliazione con serenità, annunciando che quel monastero l’avrebbe accolta dopo la morte. Morì nel 1251, appena diciottenne. Come aveva previsto, le sue spoglie furono accolte proprio nel monastero che l’aveva respinta, oggi Santuario di Santa Rosa a Viterbo.

È patrona di Viterbo, del Terz’Ordine francescano femminile, della gioventù femminile cattolica e della Gioventù Francescana. Ogni 3 settembre la città la onora con il celebre “Trasporto della Macchina”, un’imponente torre luminosa portata a spalla dai “Facchini”: segno di una devozione che attraversa i secoli.

Giovanissima, povera e senza potere, Rosa mostrò che la santità non ha età e che il coraggio evangelico può sfidare perfino un imperatore.

 

Per noi oggi

1.     I giovani non sono il futuro: sono il presente della Chiesa.
A diciassette anni Rosa parlava alla città e sfidava il potere. Oggi diamo davvero spazio al coraggio dei giovani o li consideriamo solo “in formazione”?

2.     La fede autentica disturba.
La sua predicazione le costò l’esilio. Se la nostra fede non crea mai tensione con il mondo, è ancora profetica?

3.     Il rifiuto non è la fine della vocazione.
Respinta dal convento, non smise di amare la Chiesa. Sappiamo trasformare le porte chiuse in occasioni di maturazione?

Viterbo, 1233/34 - Viterbo, 6 marzo 1251/52


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III DOMENICA DI QUARESIMA – 8 marzo 2026 - Storia di Sofia, 18 anni: "Il pozzo vuoto"

 

III DOMENICA DI QUARESIMA – 8 marzo 2026

 

Storia di Sofia, 18 anni: "Il pozzo vuoto"

 

Sofia ha tutto quello che una ragazza della sua età potrebbe desiderare. Una famiglia benestante, una bella casa, vestiti alla moda, l'ultimo modello di smartphone. Ha anche molti amici, o almeno così sembrano sui social dove i suoi post raccolgono sempre centinaia di like. Eppure, quando torna a casa la sera e si chiude nella sua stanza, sente un vuoto che non riesce a colmare.

 Ha provato a riempirlo in tanti modi. Ha avuto diverse relazioni, tutte finite male, lasciandola ogni volta più delusa. Ha provato a riempirlo con lo shopping compulsivo, ma la gioia durava solo fino alla prima volta che indossava il vestito nuovo. Ha provato a riempirlo con le feste, l'alcol, il rincorrere emozioni sempre più forti. Ma il vuoto resta. Anzi, sembra diventare più grande.

 Una sera, dopo l'ennesima delusione, si trova per caso in una chiesa. È vuota, silenziosa. Si siede. E per la prima volta in mesi piange. Non sa bene perché, ma piange. Poi, nel silenzio, sente come una voce interiore: "Quello che stai cercando non è fuori, è dentro. E io posso darlo". Sofia non sa bene cosa significhi, ma qualcosa cambia. Inizia a chiedersi: cosa sto davvero cercando?

 Di cosa ho davvero sete? E se tutto quello che ho inseguito finora fossero solo cisterne screpolate che non tengono acqua?

 

Per noi oggi:

 1.     Possiamo avere tutto e non avere niente. - La nostra epoca ci ha convinti che il vuoto si riempie con cose, esperienze, relazioni veloci. Sofia scopre invece una verità scomoda: non è la mancanza di possibilità a renderci infelici, ma la mancanza di senso. E se il vero problema non fosse ciò che ci manca, ma ciò che stiamo cercando nel posto sbagliato?

 2.     Siamo pieni di connessioni e poveri di interiorità. - Like, messaggi, follower, appuntamenti: tutto ci tiene occupati, ma pochi ci tengono davvero compagnia. Forse il silenzio ci spaventa perché è l’unico luogo in cui emerge la domanda più seria: “chi sono davvero?”. E se la più grande rivoluzione oggi fosse spegnere il rumore per ascoltare il cuore?

 3.     Non ogni sete si placa con ciò che brilla. - Continuiamo a scavare pozzi che si svuotano in fretta: successo, piacere, apparenza. Ma prima o poi arriva il momento in cui capiamo che esiste una sete più profonda, che nessun acquisto e nessuna emozione possono saziare. La provocazione è semplice e radicale: e se Dio non fosse un’aggiunta alla vita, ma l’unica acqua capace di riempirla davvero?

 

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giovedì 5 marzo 2026

05.03.2026 - Ger 17,5-10 - Lc 16,19-31 - Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali;

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 17,5-10

Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.
Niente è più infido del cuore
e difficilmente guarisce!
Chi lo può conoscere?
Io, il Signore, scruto la mente
e saggio i cuori,
per dare a ciascuno secondo la sua condotta,
secondo il frutto delle sue azioni».

1. Il profeta Geremia è TESTIMONE DRAMMATICO DEL CROLLO DEL REGNO DI GIUDA E DELLA ROVINA DI GERUSALEMME. La fedeltà a Dio e alla sua legge è principio di vita, di fecondità, di freschezza interiore. GEREMIA CI INVITA A CONFIDARE SEMPRE NEL SIGNORE

2. “MALEDETTO L’UOMO CHE CONFIDA NELL’UOMO”. Sempre viene definita «maledetta la persona» che CONFIDA SOLO NELLE PROPRIE FORZE, «perché porta dentro di sé una maledizione». Quell’uomo finirà per essere «chiuso in sé stesso» e «non avrà salvezza», perché «non può salvare sé stesso».

3. «BENEDETTO L’UOMO CHE CONFIDA NEL SIGNORE», perché «è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; NON TEME quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti». È FELICE L’UOMO CHE EDIFICA LA SUA CASA SULLA ROCCIA, SUL SICURO. 

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Il grande male della nostra società non è la povertà di chi non ha, ma l'incoscienza di chi ha. Nella parabola la ricchezza ha chiuso il cuore del ricco, lo ha chiuso nell'egoismo. Non vede il povero che staziona alla sua porta. Pensa a godersi la vita, e si dimentica di vivere. La ricchezza arriva al punto di cancellare il proprio nome, e persino un cane si mostra più misericordioso del ricco.
Lasciamoci provocare dalla verità della parabola, apriamo gli occhi, perché in questa vita ci prepariamo l'altra vita. Noi non siamo ricchi, ma ragioniamo tutti come fanno i ricchi. La vita invece è fatta per dare, per amare, per condividere. Agiamo prima che sia troppo tardi!
Chi è dimenticato da tutti, Dio non lo dimentica: chi non vale nulla agli occhi degli uomini, è prezioso a quelli del Signore.

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«...Neanche se uno risorgesse dai morti». Gesù sta parlando di sé e si rivolge a noi: lui è risorto e noi ancora viviamo come il ricco della parabola. Cosa ci può “persuadere” se non la resurrezione?

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05.03 SAN LUCIO I, PAPA

SAN LUCIO I

Eletto papa nel giugno del 253, succedette a San Cornelio, morto in esilio durante le persecuzioni. La Chiesa viveva uno dei suoi momenti più duri: dopo il martirio di San Fabiano sotto l’imperatore Decio, anche Cornelio era stato bandito da Treboniano Gallo. Lucio stesso, appena eletto, fu esiliato. Poco dopo, probabilmente con l’ascesa di Valeriano (inizialmente non ostile ai cristiani), poté rientrare a Roma.

Il suo ritorno fu accolto con gioia da San Cipriano di Cartagine, che gli scrisse una lettera di grande valore ecclesiale. Cipriano interpretava l’esilio non come una sconfitta, ma come una prova che aveva manifestato dove fosse la vera Chiesa: quella che soffre per Cristo. La persecuzione, affermava, aveva colpito i veri cristiani, distinguendoli dagli eretici e confermando l’autorità del vescovo legittimo.

In quel tempo era ancora vivo lo scisma di Novaziano, che negava la possibilità di perdono ai lapsi, cioè ai cristiani che durante le persecuzioni avevano ceduto sacrificando agli dei pagani. Cornelio e Cipriano avevano invece sostenuto la riammissione dei penitenti sinceri, dopo un cammino di conversione. Lucio proseguì su questa linea: fermezza nella fede, ma apertura alla misericordia.

Morì all’inizio di marzo del 254, dopo appena otto mesi di pontificato. Secondo la testimonianza di Cipriano, condivise la gloria del martirio con il suo predecessore. Fu sepolto nelle Catacombe di San Callisto. Il suo breve pontificato lasciò un segno chiaro: l’unità della Chiesa si custodisce nella verità, ma anche nella capacità di perdonare.

 

Per noi oggi

1.     La persecuzione rivela l’autenticità.
Cipriano affermava che era stata colpita la vera Chiesa. Quando la fede diventa scomoda, restiamo o ci adattiamo?

2.     Misericordia non è debolezza.
Lucio difese la possibilità di perdono per i lapsi. Siamo capaci di unire verità e perdono senza cadere né nel rigorismo né nel relativismo?

3.     L’autorità si rafforza nella prova.
L’esilio non tolse credibilità a Lucio, la aumentò. Oggi cerchiamo riconoscimento o fedeltà?

† 254
(Papa dal 25/06/253 al 05/03/254)

 

NELLO STESSO GIORNO:
BEATO CRISTOFORO MACCASOLIO  Sacerdote - VIGEVANO
Milano 1400 ? oppure 1415? - 5 marzo 1485
Nasce a Milano verso il 1415 da una nobile famiglia dei Macassoli. In giovane età maturò una solida fede, dimostrata nei fatti attraverso opere di benevolenza quotidiane. Intorno ai vent’anni divenne francescano entrando nell’Ordine dei Frati Minori Francescani Osservanti, ordine che a quel tempo cercava di tornare a rispettare rigorosamente la Regola di San Francesco d’Assisi. Dopo anni di formazione e preghiera, Fra Cristoforo fu ordinato sacerdote, e si distinse da subito come valente predicatore, faro di santità e per la grande generosità nel ministero apostolico.

 

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mercoledì 4 marzo 2026

04.03.2026 - Ger 18,18-20 - Mt 20,17-28 - Lo condanneranno a morte.

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 18,18-20

[I nemici del profeta] dissero: «Venite e tramiamo insidie contro Geremìa, perché la legge non verrà meno ai sacerdoti né il consiglio ai saggi né la parola ai profeti. Venite, ostacoliamolo quando parla, non badiamo a tutte le sue parole».
Prestami ascolto, Signore,
e odi la voce di chi è in lite con me.
Si rende forse male per bene?
Hanno scavato per me una fossa.
Ricòrdati quando mi presentavo a te,
per parlare in loro favore,
per stornare da loro la tua ira.
1. In Geremia possiamo vedere la figura del profeta che viene perseguitato dai nemici, che riceve il "male" per il "bene" che compie. I nemici non solo RIFIUTANO LA SUA PREDICAZIONE MA ADDIRITTURA LA GIUDICANO SUPERFLUA perché essi PRETENDONO DI CONOSCERE già quale sia la volontà di Dio a motivo della loro pratica cultuale e per l'incarico di interpreti della Legge. 

2. Il profeta GEREMIA SA BENE CHE NON È STATO LUI A SCEGLIERE DI ESSERE PROFETA. Geremia comprende che NON PUÒ CEDERE AI NEMICI che non cessano di tendergli insidie. 

3. Per questo si rivolge al Signore e, con la familiarità del credente, gli ricorda il tempo in cui intercedeva per quanti ora gli sono nemici. GEREMIA CHIEDE L’AIUTO DI DIO DAVANTI ALLA FATICA DELLA SUA VOCAZIONE. Chiediamo anche noi la forza al Signore, per continuare a comunicare il suo amore e il suo perdono…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 20,17-28
In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di' che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Tiriamo sempre da un’altra parte: per i nostri figli, come la madre di Giovanni e Giacomo, o per noi stessi. Anche quando affermiamo di voler seguire Gesù, rischiamo di aver in mente un’altra cosa: il nostro comodo, un vantaggio per noi o per le persone che amiamo. Ma questo non è ancora il bene vero che il cuore attende. A poco a poco ci viene donato di guardare e seguire Gesù senza pretese, andando per la via che Egli ci mostra. Se dovremo bere qualche calice amaro, sarà ancora per un di più di amore e di pace. Domandiamo di amare e servire – in famiglia o nel lavoro, nella Chiesa o nella società – con cuore libero e grato.
Il criterio della grandezza e del primato secondo Dio non è il dominio, ma il servizio, e il servire è l’unica maniera che un cristiano conosce per regnare, perché solo chi sceglie di servire mostra di essere davvero libero.

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La logica di Gesù è il rovesciamento di quella umana: servizio anziché potere. Noi invece chiediamo potere e siamo pronti a scavalcare i fratelli per averlo. Cos'è che ci attira nel potere?

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04.03 SAN CASIMIRO, PATRONO DELLA POLONIA E DELLA LITUANIA

SAN CASIMIRO

San Casimiro, Patrono di Lituania, Polonia e dei giovani.

Figlio del re Casimiro IV di Polonia e di Elisabetta d’Asburgo, nacque nel 1458 nel palazzo reale di Cracovia. Terzo di tredici figli, ricevette un’educazione raffinata sotto la guida del sacerdote e storico Jan Dlugosz e dell’umanista italiano Filippo Buonaccorsi (Callimachus). Fin da giovane unì formazione politica e profonda pietà, mostrando una maturità spirituale non comune.

A soli tredici anni fu coinvolto in una delicata vicenda internazionale: alcuni nobili ungheresi, ostili a Mattia Corvino, gli offrirono la corona d’Ungheria. Casimiro partì con un esercito, desideroso di difendere l’Europa cristiana minacciata dai Turchi (pochi decenni dopo la disastrosa battaglia di Varna), ma tornò prudentemente in patria, rinunciando a un’impresa che avrebbe potuto trasformarsi in un bagno di sangue. Da quel momento si dedicò alla politica interna del regno.

Nel 1479, durante l’assenza del padre, assunse la reggenza della Polonia e governò con saggezza, giustizia e attenzione ai più deboli. Era chiamato “difensore dei poveri”: segnalava al re le necessità di orfani e vedove, donava i suoi beni e interveniva contro le ingiustizie. La sua azione politica nasceva da una fede vissuta intensamente: trascorreva lunghe ore in preghiera, partecipava alla liturgia con fervore e spesso si inginocchiava di notte davanti alle chiese chiuse.

Quando il padre gli propose un matrimonio politico con la figlia dell’imperatore Federico III d'Asburgo, Casimiro rifiutò: aveva consacrato la sua verginità a Dio e rimase fedele a questo voto fino alla morte. Per la sua purezza è raffigurato con un giglio ed è invocato contro le tentazioni carnali. Profondamente devoto alla Madonna, amava l’inno Omni die dic Mariae. Morì di tubercolosi il 4 marzo 1484, a soli 25 anni. Nella sua bara fu posta una copia del suo inno mariano preferito.

Principe e santo, dimostrò che il potere può essere vissuto come servizio e che la santità non è incompatibile con la responsabilità politica.

 

Per noi oggi

1.     Il potere può essere vissuto come vocazione, non come privilegio.
Casimiro governò pensando a orfani e vedove. La politica odierna nasce ancora dalla preghiera e dal senso di responsabilità verso i più fragili?

2.     La purezza è una scelta controcorrente.
In un mondo che banalizza il corpo e i desideri, lui consacrò la sua verginità a Dio. Abbiamo il coraggio di fare scelte definitive che non seguono la logica del consenso?

3.     La prudenza può essere più eroica della conquista.
Rinunciò a una corona per evitare guerra e divisioni. Oggi sappiamo fermarci quando l’ambizione rischia di travolgere il bene comune?

Cracovia, Polonia, 3 ottobre 1458 –                                                Grodno, Lituania, 4 marzo 1484


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