venerdì 1 maggio 2026

01.05.2026 - At 13,26-33 - Mt 13,54-58 - Io sono la via, la verità e la vita.

 

Dagli Atti degli Apostoli - At 13,26-33

In quei giorni, [Paolo, giunto ad Antiòchia di Pisìdia, diceva nella sinagoga:]
«Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza.
Gli abitanti di Gerusalemme infatti e i loro capi non hanno riconosciuto Gesù e, condannandolo, hanno portato a compimento le voci dei Profeti che si leggono ogni sabato; pur non avendo trovato alcun motivo di condanna a morte, chiesero a Pilato che egli fosse ucciso.
Dopo aver adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce e lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo.
E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».

1. Luca sottolinea che L'EVENTO DELLA MORTE DI GESÙ NON È STATO CAUSALE, MA IL COMPIMENTO DEL PROGETTO DI DIO. Loro sono colpevoli, ma Dio lo ha risuscitato dai morti ed è apparso. NOI SIAMO I SUOI TESTIMONI DAVANTI AL POPOLO…

2. In queste poche righe abbiamo il riassunto del Vangelo, IL CREDO FONDAMENTALE: Fu crocefisso, morì e fu sepolto, è resuscitato ed è apparso. IO CREDO...

3. Paolo aggiunge delle prove scritturistiche: “Mio figlio sei tu, OGGI TI HO GENERATO”. LA GENERAZIONE DI GESÙ COINCIDE CON LA RISURREZIONE: il padre ha generato Gesù nel momento in cui l'ha fatto risorgere, è il momento della intronizzazione…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

 

Nella sinagoga di paese, Gesù sorprende la gente, rivelando una sapienza che ha un'altra origine. A quelli che conoscevano Gesù sembrava strano che fosse un profeta, anche perché lo avevano visto crescere. Lo stupore che provarono non diventò occasione di accoglienza, ma di scandalo e di rifiuto. Perché?
Perché bisogna aprire il cuore e la mente alla novità di Dio. Senza apertura alla novità, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale. 
Bisogna lasciarsi stupire! Ma cos'è lo stupore? Lo stupore è proprio quando succede l’incontro con Dio: “Ho incontrato il Signore”.
Lo stupore è come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario”.
Gesù è un avvenimento cosi grande che, o uno se ne lascia attrarre, o lo rifiuta come nemico. Cedendo all’attrattiva, se ne scopre la bellezza...

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I miracoli non sono la causa della fede ma l’effetto. L’onnipotenza di Gesù arretra di fronte alla nostra incredulità: è il vero scandalo, l’inciampo. Siamo aperti al nuovo o pensiamo di sapere già tutto?

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01.05 SAN GIUSEPPE LAVORATORE

SAN GIUSEPPE LAVORATORE

San Giuseppe lavoratore ci ricorda una verità che oggi rischiamo di dimenticare: il lavoro non è solo fatica, guadagno o carriera, ma è vocazione. Quando Pio XII istituì questa festa nel 1955, non lo fece per caso, ma per restituire al lavoro il suo significato più profondo: partecipare all’opera di Dio.

 Giuseppe, con il suo banco da falegname, non ha solo mantenuto la sua famiglia, ma ha collaborato al mistero della Redenzione, crescendo e proteggendo Gesù. Questo significa che anche il lavoro più semplice, più nascosto, più umile, può diventare grande davanti a Dio.

 Il Vangelo ci mostra che Gesù non è venuto come re o come potente, ma come “figlio del falegname”. Per trent’anni ha lavorato con le mani, in silenzio, nella vita quotidiana. Così ha dato dignità a ogni lavoro umano, manuale e intellettuale, insegnandoci che non è il tipo di lavoro a renderci grandi, ma l’amore e l’obbedienza a Dio con cui lo facciamo. Il lavoro diventa santo quando è vissuto con onestà, responsabilità e offerto a Dio.

 San Giuseppe insegna anche un’altra cosa importante: lavorare senza cercare applausi. Non ha mai detto una parola nei Vangeli, eppure ha cambiato la storia perché ha fatto la volontà di Dio fino in fondo. È il modello degli umili, di quelli che non finiscono sui giornali, ma tengono in piedi il mondo: padri, madri, operai, artigiani, impiegati, insegnanti.

 Oggi spesso il lavoro è vissuto come stress, competizione, successo o frustrazione. La visione cristiana invece dice che il lavoro deve servire a salvare l’anima, non a perderla. Non deve allontanarci da Dio e dalla famiglia, ma avvicinarci. San Giuseppe lavorava, pregava, stava con Gesù e Maria: questo è l’equilibrio vero della vita.

 Oggi lavoriamo solo per guadagnare e fare carriera, o lavoriamo anche per diventare santi?

 

Per noi oggi

1.     Se San Giuseppe tornasse oggi, troverebbe persone che lavorano per vivere o persone che vivono per lavorare?

2.     Il nostro lavoro ci avvicina a Dio o ce lo fa dimenticare?

3.     Cerchiamo il successo nel lavoro o la santità attraverso il lavoro?


Sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.

Gesù non ha disdegnato di essere chiamato il figlio del falegname: con la sua opera ha elevato a nuova dignità il lavoro dell'uomo.

PATRONO: PADRI, CARPENTIERI, LAVORATORI, MORIBONDI, ECONOMI, PROCURATORI LEGALI


NELLO STESSO GIORNO:
SAN RICCARDO PAMPURI Religioso fatebenefratelli - MILANO
Trivolzio, Pavia, 2 agosto 1897 - Milano, 1 maggio 1930
A Milano, san Riccardo (Erminio Filippo) Pampuri esercitò con generosità la professione di medico e, nel 1927 entrò a Brescia nel noviziato dei Fatebenefratelli dove emise la professione religiosa il 24 ottobre 1928. Gli venne affidato il gabinetto dentistico. Purtroppo nella primavera del 1929 la sua salute peggiorò per la tubercolosi. Il 18 aprile 1930 fu trasferito nell'Ospedale del Fatebenefratelli di Milano dove morì il primo maggio.

 

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MAGGIO È FIDARSI COME MARIA

MAGGIO È FIDARSI COME MARIA

Maria, secondo Benedetto XVI, è la creatura che in modo unico apre totalmente la porta al suo Creatore, vivendo una relazione piena e incondizionata con Dio. La sua esistenza è segnata dall’ascolto costante e dall’attenzione ai segni della provvidenza, inserita nella storia della fede del suo popolo. Maria incarna l’obbedienza della fede, accogliendo la volontà divina senza riserve e trasformando la propria vita in un continuo “sì” a Dio. In Lei Dio trova una dimora vivente, una casa dove abitare nel mondo. Il suo cuore è completamente immerso nel cuore di Dio, diventando così anche profondamente vicino all’umanità. La sua umiltà non è debolezza, ma forza che nasce dall’amore e dalla fiducia. In Lei si incontrano l’umiltà del Creatore e quella della creatura, generando il mistero dell’Incarnazione. Maria non vive una fede statica, ma un cammino continuo di adesione alla volontà di Dio, anche nei momenti di prova e di dolore. A Cana diventa mediatrice attenta ai bisogni umani, presentandoli a Gesù con fiducia. La sua vita mostra che più si è uniti a Dio, più si è vicini agli altri. Nel suo sorriso si riflette la dignità dei figli di Dio e la speranza che sostiene nel dolore. Anche il Rosario diventa scuola di contemplazione, dove il credente impara a guardare la vita di Cristo con gli occhi di Maria. La sua figura diventa modello di libertà vera, perché solo in Dio la libertà si realizza pienamente. Maria insegna che la vera grandezza è il dono di sé. Il suo “sì” non è un evento isolato, ma una scelta rinnovata nella vita. Ella accompagna il Figlio fino alla Croce, mostrando fedeltà assoluta. In Lei si manifesta la gioia di chi si affida completamente a Dio. Maria è quindi icona della Chiesa, chiamata a vivere la stessa obbedienza e fiducia. Il suo esempio invita ogni credente a non temere Dio. La sua vita dimostra che la santità nasce dall’ascolto e dall’amore. In Maria la fede diventa storia concreta e vissuta.


Per noi oggi.

1. Oggi spesso si vive come se Dio fosse un limite alla libertà, ma Maria dimostra il contrario: senza Dio la libertà si svuota.

2. Se la fede di Maria è un continuo “sì”, la nostra vita rischia di essere un continuo “no” che chiude il cuore alla gioia vera.

3. Guardare Maria significa scegliere: restare centrati su noi stessi o diventare spazio aperto dove Dio può ancora abitare nel mondo.

giovedì 30 aprile 2026

30.04.2026 - At 13,13-25 - Gv 13,16-20 - Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.

Dagli Atti degli Apostoli - At 13,13-25

Salpàti da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagòga nel giorno di sabato, sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagòga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!».
Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d'Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d'Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d'Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant'anni nel deserto, distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuèle. Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Sàul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant'anni. E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri.
Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d'Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali».
1. Nella sinagoga di Antiochia, Paolo si alza in mezzo all’assemblea delle persone lì riunite e annuncia la scelta di Dio, UNA SCELTA PREPARATA NELLA STORIA DEL POPOLO DI ISRAELE E COMPIUTA IN GESÙ. Gesù è il compimento…

2. Questa storia di scelte deve FARE I CONTI CON LA LIBERTÀ DELL’UOMO E DEL POPOLO, una libertà che spesso conduce all’infedeltà. Ma DIO NON RINUNCIA a tessere il suo disegno di salvezza per l’amore che ha per l’uomo.

3. Oggi siamo chiamati a cogliere la MERAVIGLIA DI UNA STORIA SECOLARE DELLA SALVEZZA, che dalla vicenda dell’antico Israele e dalla sua liberazione dall’Egitto arriva fino a Gesù. 

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 13,16-20
[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d'ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

 

Oggi Gesù sottolinea l'importanza dell'umiltà e del servizio, ricordando ai discepoli che la vera grandezza sta nel seguire il suo esempio. La beatitudine non è solo nel conoscere la Parola, ma nel metterla in pratica con amore. Gesù annuncia anche il tradimento, mostrando che tutto avviene secondo il disegno di Dio. La sua rivelazione anticipata rafforza la fede dei discepoli, affinché riconoscano in Lui il Figlio di Dio. Tra Lui, il Padre e coloro che Egli manda c'è unità, dunque accogliere i suoi inviati significa accogliere Dio stesso. Allora noi oggi siamo chiamati a vivere con umiltà e fiducia, seguendo l'esempio di Gesù nel servizio e nell'amore. Accogliere Lui significa accogliere il Padre, portando nel mondo la luce della fede.

 

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30.04 SAN GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO

GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO

Giuseppe Benedetto Cottolengo è una di quelle figure che dimostrano come la santità non nasca da grandi progetti umani, ma da un cuore che si lascia guidare da Dio. La sua vita cambia davanti alla sofferenza concreta di una famiglia povera e abbandonata, e lì comprende che non basta pregare: bisogna fare qualcosa. Da quel momento non si tira più indietro e diventa strumento della Divina Provvidenza.

Non era un uomo potente, non era un grande politico o un ricco benefattore. Era un sacerdote che si definiva “un buono a nulla”, ma proprio per questo Dio ha potuto fare grandi cose attraverso di lui. Il Cottolengo non ha fondato semplicemente un ospedale, ma una città della carità. Un luogo dove ognuno aveva un compito: chi pregava, chi lavorava, chi serviva, chi curava. Aveva capito che la carità non è assistenzialismo, ma famiglia.

Nella Piccola Casa della Divina Provvidenza nessuno era inutile, nemmeno il malato. Questa è una rivoluzione enorme anche per oggi. La sua opera non si basava sui soldi, ma sulla fiducia totale nella Provvidenza. Eppure i conti tornavano sempre.

Non perché i miracoli cadano dal cielo, ma perché quando un’opera è di Dio, Dio la sostiene. Il Cottolengo non chiedeva a Dio spiegazioni, ma chiedeva cosa doveva fare. Questa è la vera fede: non capire tutto, ma fidarsi. La sua forza non era l’organizzazione, ma la preghiera. Per questo volle monasteri contemplativi: il cuore dell’opera doveva essere la preghiera, non l’efficienza. Oggi invece pensiamo che tutto dipenda da strategie e capacità.

Il Cottolengo ci direbbe che senza Dio le opere nascono e muoiono, con Dio invece continuano. Si definiva “manovale della Divina Provvidenza”, cioè uno che porta mattoni, non uno che firma progetti. E forse è proprio questo il segreto della sua santità: non sentirsi protagonista, ma strumento.
Morì invocando misericordia, come un povero davanti a Dio.
E la sua vita fu davvero, come scrissero, “un’intensa giornata d’amore”.

Per noi oggi:

1.     Oggi ci fidiamo delle nostre capacità, ma ci fidiamo ancora della Provvidenza o vogliamo controllare tutto noi?

2.     Nella nostra vita siamo protagonisti o strumenti? Perché Dio usa gli strumenti, non i protagonisti.

3.     Davanti alla sofferenza del mondo ci limitiamo a commentare e discutere, o come il Cottolengo diciamo: “Bisogna fare qualcosa”?

Bra, Cuneo, 3 maggio 1786 – Chieri, Torino, 30 aprile 1842


NELLO STESSO GIORNO:
SAN PIO V (ANTONIO GHISLIERI) PAPA
Bosco Marengo, Alessandria, 27 gennaio 1504 - Roma, 1 maggio 1572
San Pio V, papa dal 17/01/1566 al 01/05/1572, che, elevato dall’Ordine dei Predicatori alla cattedra di Pietro, rinnovò, secondo i decreti del Concilio di Trento, con grande pietà e apostolico vigore il culto divino, la dottrina cristiana e la disciplina ecclesistica e promosse la propagazione della fede. Il primo di maggio a Roma si addormentò nel Signore.

 

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IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Gv 14,1-12

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Gv 14,1-12 

Qualche anno fa, un uomo entrava in chiesa ogni sera senza dire una parola; si sedeva in fondo, in silenzio, guardava il crocifisso e poi usciva, senza gesti particolari, senza formule, senza nemmeno inginocchiarsi.

 Questo comportamento, ripetuto giorno dopo giorno, finì per attirare l’attenzione del parroco, che, incuriosito da quella presenza così discreta ma costante, decise di fermarlo e di chiedergli il motivo di quella visita così essenziale, quasi spoglia di ogni forma tradizionale di preghiera.

 L’uomo, con semplicità disarmante, rispose che non sapeva pregare, ma che sapeva guardarlo, e che, in quel silenzio, sentiva che anche Lui lo guardava. In quelle poche parole, povere ma autentiche, si rivelava qualcosa di profondo: non si trattava di una tecnica né di una devozione appresa, ma di una relazione viva, di un incontro che non aveva bisogno di molte spiegazioni.

 Col tempo, infatti, quell’uomo iniziò a cambiare, non in modo spettacolare o immediato, ma lentamente e concretamente; ricominciò a parlare con la propria famiglia, trovò il coraggio di affrontare ferite aperte, di chiedere perdono e di perdonare, di rimettere insieme pezzi di vita che sembravano ormai perduti.

Pur non risolvendo tutti i suoi problemi, scoprì dentro di sé una direzione nuova, una via che non era fatta di idee ma di presenza, non di concetti ma di relazione.

 Ed è proprio questo il cuore del Vangelo di oggi: non ci offre una mappa dettagliata né una serie di istruzioni da seguire, ma ci invita a riconoscere che la strada è una persona. Gesù non dice “vi mostro la via”, ma “Io sono la via”, e questa affermazione cambia radicalmente il modo di intendere la fede, che non è più un insieme di risposte da possedere, ma un cammino da vivere insieme a Lui.

 Non è il sapere esattamente dove andare, ma il fidarsi di chi cammina con noi, anche quando il percorso resta incerto, anche quando il cuore è turbato, anche quando non abbiamo tutte le risposte, perché ciò che davvero trasforma la vita non è avere tutto chiaro, ma non essere più soli nel cammino.

 

Per noi oggi:

1. Forse il nostro cuore è turbato perché vogliamo certezze invece di fiducia. Ma Dio non si dimostra: si incontra, oppure resta “nessuno”.

2. Diciamo di cercare Dio, ma spesso evitiamo le sue vie concrete: perdono, servizio, dono. Vogliamo il Padre… senza passare da Cristo.

3. Crediamo poco alle parole di Gesù perché non rischiamo abbastanza nella vita. Chi non osa amare, non vedrà mai “opere più grandi”.

 

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mercoledì 29 aprile 2026

29.04.2026 - 1Gv 1,5-2,2 - Mt 11,25-30 - Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 1,5-2,2

Figlioli miei, questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.
Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi.
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.
1. “DIO È LUCE E IN LUI NON CI SONO TENEBRE”. Dio è amore, Dio è grazia, è luce. In lui non ci sono tenebre, in lui non c’è peccato. FARE COMUNIONE CON DIO È VIVERE IN GRAZIA, vivere nella luce. IL VERO NEMICO DELLA COMUNIONE È IL PECCATO. Con la grazia di Dio sei in comunione con Dio e con i fratelli.

2. SE DICIAMO DI ESSERE SENZA PECCATO, INGANNIAMO NOI STESSI. Attraverso il sacramento della Penitenza GESÙ CI TOGLIE IL PECCATO, ci ridona la grazia e con la grazia ritorniamo in comunione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e con i fratelli...

3. Se ci ritroviamo ancora mancanti, perché limitati nella nostra condizione umana, non dobbiamo avere paura. ABBIAMO UN PARACLITO. Gesù è il solo giusto davanti a Dio e Lui solo CI DIFENDE E CI PERMETTE DI ESSERE LIBERI DAL NOSTRO PECCATO. Gesù è l'Agnello che è stato immolato una volta per tutte PER SALVARE NON SOLO IL SUO POPOLO, MA TUTTO IL MONDO, prigioniero del male e della morte. A Lui la lode in eterno....

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11,25-30
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

 

Come il Padre comunica tutto il suo mistero e la sua vita al Figlio, così il Cristo rivela e dona la vita divina ai suoi discepoli chiamati appunto “piccoli”.
I piccoli sono invitati da Gesù a prendere il suo giogo “dolce e leggero” perché egli è “mite e umile di cuore”.  Il giogo serve a un paio di buoi per tirare l'aratro o il carro: è fatto per due. Portare il giogo di Cristo vuol dire che oltre a te, hai accanto Gesù. Ecco spiegato perché il suo giogo è leggero, perché Gesù ci aiuta a portarlo.
E poi, una volta ricevuto il ristoro e il conforto di Cristo, siamo chiamati a nostra volta a diventare ristoro e conforto per i fratelli, con atteggiamento mite e umile, ad imitazione del Maestro. Ci stai?

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Dio gioca a nascondino e predilige i piccoli. L’invito a giocare richiede la nostra capacità di metterci in gioco, ma sul serio. Senza però prendersi troppo sul serio. Impareremo a riconoscerci piccoli?

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