lunedì 16 marzo 2026

16.03.2026 - Is 65,17-21 - Gv 4,43-54 - Va’, tuo figlio vive.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 65,17-21

Così dice il Signore:
«Ecco, io creo nuovi cieli e nuova terra;
non si ricorderà più il passato,
non verrà più in mente,
poiché si godrà e si gioirà sempre
di quello che sto per creare,
poiché creo Gerusalemme per la gioia,
e il suo popolo per il gaudio.
Io esulterò di Gerusalemme,
godrò del mio popolo.
Non si udranno più in essa
voci di pianto, grida di angoscia.
Non ci sarà più
un bimbo che viva solo pochi giorni,
né un vecchio che dei suoi giorni
non giunga alla pienezza,
poiché il più giovane morirà a cento anni
e chi non raggiunge i cento anni
sarà considerato maledetto.
Fabbricheranno case e le abiteranno,
pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto».

1. «il Signore ci dice che CREA NUOVI CIELI E NUOVE TERRE, CIOÈ “RI-CREA” LE COSE». Il Signore “rifà” il mondo, rovinato dal peccato, in Gesù Cristo. E, questa seconda creazione è più meravigliosa della prima.

2. IL SIGNORE HA TANTO ENTUSIASMO: il Signore pensa a quello che farà, pensa che lui, lui stesso SARÀ NELLA GIOIA CON IL SUO POPOLO. il Signore vuole “ri-crearci”, fare nuovo il nostro cuore, “RI-CREARE” IL NOSTRO CUORE PER FARE TRIONFARE LA GIOIA».

3. Il Signore «fa tanti piani: fabbricheremo case, pianteremo vigne, mangeremo insieme: TUTTI QUEI PROGETTI SONO TIPICI DI UN INNAMORATO DEL SUO POPOLO. il Signore si manifesta innamorato del suo popolo e desidera cambiare la nostra vita.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 4,43-54
In quel tempo, Gesù partì [dalla Samarìa] per la Galilea. Gesù stesso infatti aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella propria patria. Quando dunque giunse in Galilea, i Galilei lo accolsero, perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme, durante la festa; anch'essi infatti erano andati alla festa.
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava per morire.
Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». Gesù gli rispose: «Va', tuo figlio vive». Quell'uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». Volle sapere da loro a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un'ora dopo mezzogiorno, la febbre lo ha lasciato». Il padre riconobbe che proprio a quell'ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive», e credette lui con tutta la sua famiglia.
Questo fu il secondo segno, che Gesù fece quando tornò dalla Giudea in Galilea.

 

Credere. Credere che il Signore può cambiarmi, che Lui è potente: come ha fatto quell’uomo che aveva il figlio malato, nel Vangelo. ‘Signore, scendi, prima che il mio bambino muoia’. ‘Va’, tuo figlio vive!’.Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
La fede è un cammino che nasce dalla fiducia nella Parola di un Altro.
La fede è fare spazio a questo amore di Dio, è fare spazio alla potenza, al potere di Dio ma non al potere di uno che è molto potente, al potere di uno che mi ama, che è innamorato di me e che vuole la gioia con me. Questa è la fede. Questo è credere: è fare spazio al Signore perché venga e mi cambi“.

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«Se non vedete segni e prodigi, voi non credete», Gesù conosce bene il cuore dell'uomo. E compie dei segni. A volte questi sembrano indecifrabili, o forse noi vogliamo solo prodigi e non segni?

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16.03 SANT' ERIBERTO DI COLONIA

SANT’ERIBERTO DI COLONIA

Sant’Eriberto di Colonia (c. 970–1021) nacque a Worms in una famiglia nobile e ricevette una solida formazione religiosa e culturale. Fin da giovane fu attratto dalla vita monastica e dal desiderio di consacrarsi totalmente a Dio, ma per volontà del padre non poté diventare monaco. Fu ordinato sacerdote nel 994 e, grazie alla sua intelligenza, integrità e profonda spiritualità, entrò presto al servizio dell’imperatore Ottone III, che lo nominò cancelliere per l’Italia e poi per la Germania, affidandogli un ruolo di grande responsabilità nel Sacro Romano Impero.

Nonostante il prestigio e il potere, Eriberto rimase sempre un uomo umile e profondamente unito a Dio. Nel 999 fu nominato arcivescovo di Colonia e ricevette l’investitura dal papa Silvestro II. Visse il suo ministero episcopale come un autentico servizio pastorale, dedicandosi alla cura delle anime e dei più poveri.

Alla morte di Ottone III, Eriberto attraversò un periodo difficile, segnato da tensioni politiche con il nuovo imperatore, Enrico II, che inizialmente lo fece imprigionare. Tuttavia, Eriberto accettò con umiltà le prove e continuò a servire fedelmente, contribuendo alla pace e alla stabilità dell’Impero. Con il tempo, il rapporto con Enrico II si ricostruì fino a diventare di reciproco rispetto.

Nonostante gli incarichi politici e religiosi, Eriberto non dimenticò mai i poveri. Donava loro tutto ciò che poteva risparmiare e visitava personalmente gli ammalati nelle case e negli ospedali. Era un pastore vicino alla gente, guidato da una profonda vita di preghiera. La tradizione racconta che durante una grave siccità, pregò con fede e ottenne la pioggia, salvando i raccolti e rafforzando la fede del popolo.

Fondò anche il monastero di Deutz, segno del suo amore per la vita spirituale. Morì nel 1021, già riconosciuto come santo dal popolo. La sua vita dimostra che è possibile vivere ruoli di grande responsabilità senza perdere l’umiltà e che il vero potere, per un cristiano, è il servizio.

 

Per noi oggi

1. Si può avere potere senza perdere l’anima
Eriberto visse accanto all’imperatore senza lasciarsi corrompere dal potere. Oggi spesso il potere divide dall’umanità, mentre lui dimostra che può diventare strumento di servizio.

2. La vera credibilità nasce dalla coerenza, non dal ruolo
Eriberto non fu santo perché arcivescovo, ma perché viveva ciò che credeva. Visitava i malati e donava ai poveri personalmente. La gente crede a chi vive ciò che annuncia.

3. La preghiera non è fuga dalla realtà, ma forza che la trasforma
In mezzo a responsabilità politiche e difficoltà, Eriberto rimase uomo di preghiera. È la sua unione con Dio che gli permise di servire con sapienza, umiltà e pace.

Worms, Germania, ca. 970 - Colonia, 16 marzo 1021/22

 

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domenica 15 marzo 2026

1Sam 16,1.4.6-7.10-13 - Ef 5,8-14 - Gv 9,1-41 - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

Domenica 15 Marzo 2026

Dal primo libro di Samuele - 1Sam 16,1.4.6-7.10-13

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.
Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
    1. Inizia la storia di Davide. TUTTO PARTE E INIZIA DAL SIGNORE.  È il Signore che sceglie. È Lui che chiama. È Lui che concede il potere regale.  Ogni vocazione ha sempre la sua sorgente nel cuore del Padre. Anche la tua…
    2. Samuele è mandato a scegliere un successore a Saul. La voce di Dio lo indirizza a scegliere L'ULTIMO dei figli di Iesse, IL PIÙ PICCOLO, IL MINORE perché IL SIGNORE NON GUARDA L'APPARENZA MA GUARDA IL CUORE e sceglie con criteri diversi da quelli che adotterebbero gli uomini.
    3. Davide è stato scelto da Dio perché IL SIGNORE CONOSCE il cuore E GUIDA la storia, e guida questa persona per farla diventare pastore del suo popolo. Davide viene unto, lo Spirito del Signore irrompe su Davide, perché NESSUNA OPERA DEL SIGNORE POTRÀ MAI COMPIERSI SENZA LO SPIRITO DEL SIGNORE nel cuore e nella mente e nella volontà e nei desideri… 

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    Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 5,8-14

    Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
    Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto:
    «Svégliati, tu che dormi,
    risorgi dai morti
    e Cristo ti illuminerà».
      1. La condizione dell’uomo senza Cristo è tenebra, cioè non conoscenza della verità, che genera una vita intessuta di ignoranza di Dio, quindi di tanta idolatria e di conseguenza di tantissima immoralità. MA ADESSO SIAMO DIVENTATI LUCE perché siamo stati illuminati da Cristo.
      2. IL CRISTIANO È CHIAMATO A CAMMINARE NELLA LUCE, ad operare nella luce, a divenire luce, perché lui in Cristo è stato costituito luce del mondo e sale della terra. PORTARE ALLA LUCE IL MALE, dichiararlo male, condannarlo come male, in nome della luce della verità, È L’OPERA PIÙ URGENTE DA FARE.
      3. Paolo conclude con un frammento dell'antica liturgia battesimale: “Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà”. OGNUNO DI NOI È QUESTO ADDORMENTATO CHIAMATO A SVEGLIARSI e a riconoscere la bellezza di essere Cristiano, a ringraziare il Signore per il dono del battesimo… E CRISTO TI ILLUMINERÀ... 

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      + Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 9,1-41

      In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
      Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
      Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
      Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
      Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
      Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

       

      1. La guarigione di un uomo cieco dalla nascita è metafora del nostro cammino di fede. Il BUIO è la nostra condizione umana, NON è peccato e NON è colpa di nessuno, rimane in noi finché non riconosciamo il bisogno di vedere. Abbiamo BISOGNO CHE QUALCUNO CI APRA GLI OCCHI. Gesù prende l’iniziativa… GRAZIE SIGNORE GESÙ… APRIMI GLI OCCHI, FA CHE IO VEDA….
      2. I farisei invece dicono: “NOI vediamo… NOI sappiamo” e cacciano il cieco dalla sinagoga. PREFERISCONO RIMANERE NEL BUIO CONVINTI DI VEDERCI, non accolgono la novità e rispondono con minacce e insulti. IL CIECO INVECE È DIVENTATO UNA PERSONA NUOVA LIBERA nel raccontare la verità perché l’ha incontrata: “è venuto alla luce”. NOI, SIAMO FARISEI O LIBERI DI RACCONTARE LA FEDE?
      3. Il cieco, guarito, chiede a Gesù chi sia il Messia. E Gesù gli risponde: “LO HAI VISTO: È COLUI CHE PARLA CON TE”. SOLO L’INCONTRO CON CRISTO TOGLIE IL VELO DAGLI OCCHI, riabilita l’uomo, lo restituisce alla sua piena dignità, gli permette di cogliere lo splendore delle cose e il sapore nuovo della vita. ABBIAMO BISOGNO DI VITA…
      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...

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      VEDI

      Puoi avere gli occhi aperti e vivere comunque nel buio dell’orgoglio e della paura. Gesù passa anche oggi e tocca ciò che in te non vede, ma devi accettare di cambiare. La vera cecità è rifiutare la luce per restare comodo nelle proprie certezze. Solo chi accetta di essere povero davanti a Cristo riceve una vita nuova.

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      LECTIO DIVINA - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

      OMELIA -  IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

       

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      Gv 9,1-38 - RITO AMBROSIANO - DOMENICA DEL CIECO - IV di Quaresima

      RITO AMBROSIANO
      DOMENICA DEL CIECO - IV di Quaresima A
      DOMENICA 15 MARZO 2026

       

      + Lettura del Vangelo secondo Giovanni 9, 1-38b
      In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
      Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
      Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
      Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
      Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
      Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».
      1. La guarigione di un uomo cieco dalla nascita è metafora del nostro cammino di fede. NOI SIAMO CIECHI: la nostra incredulità, la non disponibilità ad accogliere la luce di Dio, ci fissa nell'OSCURITÀ e nel NON SENSO. - ABBIAMO BISOGNO DI GESÙ...

      2. Siamo come avvolti nella tenebra, le cose non hanno contorno né colore, SIAMO CIECHI, e come il cieco siamo inerti, soli, smarriti, viviamo nella paura. EPPURE GESÙ C'È...  IL CIECO LO SA RICONOSCERE e da Lui nasce una vita nuova... NON SEI SOLO...

      3. SOLO L’INCONTRO CON CRISTO — Luce del mondo, Luce «che illumina ogni uomo» — TOGLIE IL VELO DAGLI OCCHI, riabilita l’uomo, lo restituisce alla sua piena dignità, gli permette di cogliere lo splendore delle cose e il sapore nuovo della vita. - RICORDA: SOLO L’INCONTRO CON CRISTO...

      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...

      15.03 SANTA LUISA DE MARILLAC, COFONDATRICE DELLE FIGLIE DELLA CARITÀ

      SANTA LUISA DI MARILLAC

      Santa Luisa di Marillac (1591–1660), patrona degli assistenti sociali, nacque a Parigi e visse fin da giovane esperienze di sofferenza e fragilità, segnate dall’assenza della madre e dalla morte precoce del padre. Ricevette una solida educazione cristiana che fece nascere in lei il desiderio di consacrarsi a Dio, ma per circostanze familiari si sposò con Antonio Le Gras e divenne madre.

      Nonostante la vita familiare, Luisa visse una profonda inquietudine spirituale, aggravata dalla malattia del marito. Attraversò un periodo di grande oscurità interiore, finché, nel giorno di Pentecoste del 1623, ebbe un’illuminazione durante la preghiera: comprese che Dio la chiamava a consacrarsi a Lui nel servizio ai poveri, insieme ad altri.

      Determinante fu l’incontro con San Vincenzo de’ Paoli, che divenne la sua guida spirituale. Egli la aiutò a comprendere la sua vocazione e le affidò compiti di responsabilità nelle opere di carità. Luisa maturò così la consapevolezza di essere chiamata a diventare “madre dei poveri”.

      Nel 1633, insieme a quattro giovani donne, fondò le Figlie della Carità, una comunità innovativa: non suore chiuse in convento, ma consacrate che vivevano nel mondo per servire direttamente poveri e malati. Le suore emettevano i voti di povertà, castità, obbedienza e un quarto voto speciale di servizio ai poveri.

      Luisa guidò la comunità con amore materno e grande fede fino alla sua morte nel 1660. Insegnava alle sue suore a trattare i poveri con dolcezza e rispetto, riconoscendo in loro la presenza di Cristo. La sua opera continua ancora oggi nel mondo, come testimonianza che la vera santità nasce dal servizio concreto e dall’amore verso i più fragili.

      Per noi oggi

      1. Dio non chiama i perfetti, ma i feriti
      Luisa non era forte e sicura: era fragile, ansiosa e attraversata dal dubbio. E proprio lì Dio ha costruito la sua missione. Oggi rischiamo di aspettare di essere “pronti”, ma Dio agisce dentro le nostre crepe, non dopo averle eliminate.

      2. La carità non è un sentimento, ma una scelta organizzata
      Luisa e Vincenzo non si limitarono ad avere compassione: crearono strutture, comunità, regole. Amare i poveri significa assumersi responsabilità concrete, non solo provare emozioni.

      3. I poveri non sono un peso, ma un luogo di incontro con Dio
      Luisa arrivò a dire che i poveri sono “i nostri padroni”. È una visione radicale che rovescia la mentalità comune: non siamo noi che facciamo del bene a loro, ma loro che danno senso e verità alla nostra vita.

      Ferrieres, Francia, 1591 - Parigi, Francia, 15 marzo 1660


      NELLO STESSO GIORNO:

      SAN LONGINO Martire

      A Gerusalemme, commemorazione di san Longino, venerato come il soldato che aprì con la lancia il costato del Signore crocifisso.

       

      sabato 14 marzo 2026

      14.03.2026 - Os 6,1-6 - Lc 18,9-14 - Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.

      Dal libro del profeta Osèa - Os 6,1-6

      «Venite, ritorniamo al Signore:
      egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
      Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
      Dopo due giorni ci ridarà la vita
      e il terzo ci farà rialzare,
      e noi vivremo alla sua presenza.
      Affrettiamoci a conoscere il Signore,
      la sua venuta è sicura come l’aurora.
      Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
      come la pioggia di primavera che feconda la terra».
      Che dovrò fare per te, Èfraim,
      che dovrò fare per te, Giuda?
      Il vostro amore è come una nube del mattino,
      come la rugiada che all’alba svanisce.
      Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
      li ho uccisi con le parole della mia bocca
      e il mio giudizio sorge come la luce:
      poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
      la conoscenza di Dio più degli olocàusti.

      1. Il popolo, nel momento della fatica, si impose sacrifici, ma CAPÌ CHE DOVEVA TORNARE AL SIGNORE. Si moltiplicarono le pratiche religiose, i sacrifici di animali nel tempio, i doni votivi. Sembrava un ritorno alla conversione sincera. "VENITE, RITORNIAMO AL SIGNORE: EGLI CI HA STRAZIATO ED EGLI CI GUARIRÀ".

      2. Ma qui il profeta diventa la voce sonora e chiarificatrice del pensiero di Dio. "Il Signore NON sa che farsene dei doni e dei gesti di culto che non significano e non portano alla conversione. VOGLIO L'AMORE E NON IL SACRIFICIO, LA CONOSCENZA DI DIO PIÙ DEGLI OLOCAUSTI". 

      3. "Il dono che voi chiedete, e che IL SIGNORE È DISPOSTO A DARVI, verrà certamente, come la pioggia d'autunno e come la pioggia di primavera che feconda la terra". MA IL SIGNORE VUOLE DA NOI ALTRETTANTO CORAGGIO E SERIETÀ. E invece "il vostro amore è come la pioggia che viene da nube di primavera e da rugiada che non feconda".

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      + Dal vangelo secondo Luca - Lc 18,9-14

      In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
      «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
      Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo".
      Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".
      Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

       

      Quando si è farisei, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati dalla gente per la coerenza di vita. Questo rischio li porta da una parte a rinchiudersi in se stessi, e dall’altra a proiettarsi verso quello che gli altri pensano di loro e ammirano in loro. 
      Ma non è l'atteggiamento giusto di fronte a Dio, infatti il fariseo non è perdonato da Dio perché si vanta dei propri meriti pensando di essere a posto con Dio e con gli altri. Invece il pubblicano verrà esaudito per la preghiera di un cuore umile, pentito, consapevole delle proprie colpe. 
      A volte la nostra religiosità è solo la diabolica espressione della nostra superbia. Un credente vero non si sente mai migliore dell’ultimo uomo sulla terra perché sa che anche lui è tratto dal fango come quell’uomo.

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      Il fariseo ringrazia Dio, il pubblicano chiede pietà. Ma è la seconda la preghiera giusta, quella di chi si sente figlio e parla con il Padre. Quanta distanza c'è tra noi e Dio quando preghiamo?

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      14.03 SANTA MATILDE DI GERMANIA

      SANTA MATILDE DI GERMANIA

      Santa Matilde di Germania, detta di Ringelheim (c. 895-968), fu un modello di regina cristiana, educata in monastero e nota per la sua vita austera e devota. Sposata intorno ai 14 anni con Enrico di Sassonia, contribuì alla formazione di una delle dinastie più influenti d’Europa: fu madre di Ottone I, Gerberga, Edvige, Enrico I e san Brunone, arcivescovo di Colonia. Come regina, influenzò positivamente il carattere del marito, sostenendolo nella giustizia e nella pietà, mentre lei stessa praticava umiltà, preghiera e carità attiva, portando personalmente denaro e soccorsi ai poveri.

      Alla morte del marito nel 936, Matilde ereditò vasti possedimenti che dedicò a fondazioni religiose e scuole popolari. Tentò di mediare tra i figli nei conflitti dinastici, sopportando ingiustizie e ingratitudini, e cedette volontariamente i propri beni per il bene del regno. Nel 962 sostenne il figlio Ottone durante l’incoronazione imperiale, contribuendo al rafforzamento del Sacro Romano Impero. Negli ultimi anni si ritirò nei monasteri da lei stessi fondati e morì nell’abbazia di Quedlinburg in fama di santità, lasciando un esempio duraturo di equilibrio tra autorità politica, dedizione familiare e virtù cristiane.

       

      Per noi oggi

      1.     Potere e virtù possono coesistere.
      Anche chi detiene autorità può scegliere la pietà e la carità anziché l’avidità e il dominio.

      2.     La saggezza familiare è un lavoro a lungo termine.
      Mediare tra i conflitti e guidare i figli richiede pazienza, resilienza e capacità di perdonare.

      3.     Il servizio agli altri non conosce età o posizione sociale.
      Essere leader non significa isolarsi dal mondo reale: l’impegno diretto per i poveri e la comunità resta fondamentale.

      Engern, Sassonia, 895 circa - Quedlinburgo, Sassonia, 14 marzo 968

       

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