mercoledì 16 settembre 2026

16.09.2026 - 1Cor 12,31-13,13 - Lc 7,31-35 - Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 12,31-13,13

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime.
Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita.
E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.
La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino.
Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
1. Splendido elogio di Agape. L'AMORE, LA CARITÀ È IL CARISMA PIÙ IMPORTANTE CHE CI SIA. Aspirate ai Carismi più grandi!

2. L'agape NON È SEMPLICEMENTE UNA SERIE DI AZIONI da compiere, anzi, dice l’Apostolo io potrei fare delle azioni addirittura generose, dal dare tutto ai poveri senza avere la carità, perché QUESTO AMORE DIVINO È UN MODO DI ESSERE DI RAPPORTARSI ALL'ALTRO con un atteggiamento profondo di misericordia, di magnanimità, di umiltà, di rispetto, di mitezza, di gioia…

3. LA CARITÀ TUTTO COPRE, PROPRIO COME UN’ASSICURAZIONE. L’amore copre tutto con una potenza di Grazia e garantisce tutto, PERMETTE DI CREDERE, DI SPERARE, DI SOPPORTARE. La carità non avrà mai fine. Quando vedremo Dio, la fede non ci sarà più, non lo spereremo più ma ci sarà solo l'agape a riempire l'eternità. Dunque: “ASPIRATE AL CARISMA GRANDE, MASSIMO E OTTIMO CHE È L'AGAPE, L'AMORE DI DIO RIVERSATO NEI NOSTRI CUORI, ASPIRATE AD AVERLO E VIVETELO”.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 7,31-35
In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».

 

Anche alla nostra generazione sembra che niente vada bene. E Gesù ci direbbe ‘Ma, io non vi capisco! Voi siete come quei bambini: vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto. Ma cosa volete?’; ‘Vogliamo la nostra: vogliamo fare la salvezza a modo nostro!’. E’ sempre questa chiusura al modo di Dio”.
Quando badiamo solo alla nostra misura, non ci può entrare nel cuore niente di nuovo e di grande. Dio invece si muove continuamente per venirci incontro attraverso fatti e persone. Al pensare che ‘quella generazione’ aveva lì Gesù e non ha colto la grande occasione della storia, vengono i brividi. Qualcosa di analogo può accadere anche oggi, quando blocchiamo la strada al Signore che viene, perché la durezza del cuore e la caparbietà del nostro progetto sulla vita ci impediscono di riconoscerlo e accoglierlo. In quante occasioni della giornata il Signore ci suonerà oggi la sua musica?

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La domanda questa volta Gesù la pone a se stesso, non trovando le parole per rispondere. Aiutiamolo: come possiamo definirci? Incontentabili? Ipocriti? Refrattari alla grazia?

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16.09 SANTI CORNELIO, PAPA E CIPRIANO, VESCOVO

SANTI CORNELIO, PAPA E CIPRIANO, VESCOVO

La memoria dei santi Cornelio e Cipriano ci porta nel cuore di una Chiesa provata dalle persecuzioni. Erano tempi difficili, nei quali seguire Cristo poteva significare affrontare il carcere e il martirio. Durante la persecuzione di Decio nacque anche il problema dei lapsi, coloro che avevano rinnegato la fede. Alcuni avevano ceduto per paura, altri avevano cercato compromessi con il potere pagano.
La grande domanda era: la Chiesa può perdonare chi ha rinnegato Cristo? Cornelio e Cipriano risposero indicando la strada della verità unita alla misericordia. Cipriano, vescovo di Cartagine, sosteneva che il peccatore pentito potesse essere riammesso alla comunione, dopo un autentico cammino di conversione e penitenza. La misericordia cristiana non cancella la gravità del peccato, ma apre una strada alla riconciliazione.
Cornelio, eletto papa, dovette affrontare anche l’opposizione di Novaziano, che sosteneva l’impossibilità di perdonare l’apostasia. Cornelio, invece, difese una Chiesa capace di accogliere chi tornava sinceramente a Cristo. Con Cipriano sostenne così l’unità della Chiesa e la possibilità del perdono. Ma la loro testimonianza non rimase soltanto nelle parole e nelle decisioni pastorali: entrambi arrivarono fino al martirio, pagando con la vita la fedeltà al Vangelo. Cornelio morì nel 253, dopo essere stato arrestato durante la persecuzione, e cinque anni dopo anche Cipriano affrontò il martirio senza rinnegare la propria fede.
La loro vita mostra che la Chiesa non è una comunità di persone perfette, ma una comunità di peccatori chiamati continuamente alla conversione e alla santità. La misericordia ricevuta diventa forza per ricominciare e fedeltà da vivere. Cornelio e Cipriano ci insegnano che la verità senza misericordia può diventare durezza, mentre una misericordia senza verità rischia di diventare superficialità. La santità nasce dall’incontro tra fedeltà a Cristo, misericordia e coraggio.

per noi oggi

1. Siamo capaci di credere che una persona possa davvero cambiare, oppure continuiamo a definirla per il suo passato? La Chiesa ci ricorda che nessun peccatore pentito deve essere considerato senza speranza.

2. Sappiamo praticare la misericordia senza annacquare la verità del Vangelo? Perdonare non significa dire che il male non esiste, ma credere che l’amore di Dio è più grande del peccato.

3. Siamo davvero disposti a pagare un prezzo per la nostra fedeltà a Cristo? Forse il nostro martirio non sarà il sangue versato, ma la scelta quotidiana di rimanere cristiani quando costa.
† 253 e 258
Memoria dei santi martiri Cornelio, papa, e Cipriano, vescovo, dei quali il 14 settembre si ricordano la deposizione del primo e la passione del secondo, mentre oggi il mondo cristiano li loda con una sola voce come testimoni di amore per quella verità che non conosce cedimenti, da loro professata in tempi di persecuzione davanti alla Chiesa di Dio e al mondo. 

 

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martedì 15 settembre 2026

15.09.2026 - Eb 5,7-9 - Gv 19,25-27 - Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

 

Dalla lettera agli Ebrei - Eb 5,7-9

Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito.
Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
1. CRISTO È IL MEDIATORE DELLA NUOVA ALLEANZA, Egli HA OFFERTO SÉ STESSO. Partecipe della nostra sofferenza, HA OFFERTO PREGHIERE, SUPPLICHE, fino al forte grido sulla croce, E FU ESAUDITO. Le sue preghiere (ricordiamo l'agonia del Getsemani) vennero esaudite per il suo pieno abbandono, cioè per la sua obbedienza totale alla volontà del Padre... 
2. È stato esaudito NON nell'essere sottratto alla morte fisica, MA per essere STATO SOTTRATTO AL SUO POTERE (=fu liberato dalla morte) proprio in forza del suo pieno abbandono a Dio. Dio ha TRASFORMATO quella morte in un'esaltazione di gloria. 
3. Lui, che è il Figlio, IMPARÒ L'OBBEDIENZA CONCRETAMENTE DA QUELLO CHE PATÌ, e divenuto perfetto, cioè ordinato sacerdote, È CAPACE DI PORTARE L'UMANITÀ A DIO. Lui è entrato nel santuario Celeste e DIVENTA CAUSA DI SALVEZZA ETERNA PER TUTTI… 

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 19,25-27
 
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Oggi ci farà bene fermarci un po’ e pensare al dolore e ai dolori della Madonna. È la nostra Madre. E come li ha portati, come li ha portati bene, con forza, con pianto: non era un pianto finto, era proprio il cuore distrutto di dolore. Maria la troviamo accanto alla croce di Gesù con alcune donne. Non poteva essere diversamente. Ma quanto dolore! 
E Gesù consegnando a Maria il discepolo prediletto, in rappresentanza di tutti i discepoli di Cristo, la madre di Dio diviene anche madre della Chiesa, cioè di tutti i credenti, cioè tutti noi. Ricordiamoci sempre di tenere Maria come modello della nostra vita e di chiedere sempre anche a lei l’aiuto nelle difficoltà.
Partecipare come Maria alla croce del Figlio, rende possibile vivere e morire, soffrire e donare. Il dolore umano non è più un rigagnolo che si perde nel terreno o un fiume che dilaga nella città. Diventa una corrente di amore offerta al Padre e condivisa con i fratelli.

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Maria madre di Gesù e madre della Chiesa. Sta lì, sotto la croce. Tace. Siamo in grado noi uomini, animali loquaci, eloquenti, affabulatori a stare, semplicemente stare vicino, senza parlare?

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15.09 BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA

BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA

La memoria della Beata Vergine Maria Addolorata ci pone davanti al mistero del dolore vissuto nella fede.
La devozione ai Sette Dolori di Maria si sviluppò particolarmente grazie ai Servi di Maria.
Essi ricordano alcuni momenti decisivi della vita della Vergine narrati nei Vangeli.
La profezia di Simeone annuncia una spada che trafiggerà l’anima di Maria.
Poi vengono la fuga in Egitto, l’angoscia per Gesù smarrito e il suo ritrovamento nel Tempio.
Maria incontra il Figlio sulla via del Calvario, condividendone la sofferenza.
Rimane ai piedi della Croce, presente quando molti altri sono fuggiti.
Assiste alla deposizione del Figlio e ne accompagna il corpo verso la sepoltura.
Ma il dolore di Maria non è disperazione: è un dolore attraversato dalla fede.
Ella non comprende tutto, ma continua a fidarsi di Dio e del suo disegno.
Il suo dolore diventa così una forma altissima di amore fedele.
Maria non può sostituirsi a Cristo, unico Redentore, ma partecipa pienamente al mistero della sua offerta.
Come insegna il Concilio Vaticano II, ella servì al mistero della Redenzione «in dipendenza da Lui e con Lui».
La sua grandezza sta anche nel suo rimanere, quando tutto sembra perduto.
Ai piedi della Croce Maria ci insegna che amare significa talvolta non fuggire davanti al dolore.
Significa stare accanto a chi soffre, anche quando non abbiamo parole per spiegare ciò che accade.
Maria Addolorata diventa così madre di tutti coloro che attraversano prove, lutti e sofferenze.
Il suo cuore trafitto ci ricorda che anche il dolore può essere abitato dalla speranza.
Nel buio del Calvario, Maria continua a credere alla promessa di Dio.
La sua fede ci insegna ad attendere anche quando non vediamo ancora la Pasqua.
Per questo l’Addolorata non è soltanto la Madre del dolore, ma la Madre della speranza.
Guardandola, impariamo a trasformare le nostre ferite in preghiera e la nostra sofferenza in offerta d’amore.
Con Maria ai piedi della Croce, impariamo che la fedeltà a Cristo può diventare il cammino verso la Risurrezione.

per noi oggi

1. Davanti al dolore degli altri, sappiamo davvero rimanere, oppure preferiamo scappare perché ci mette a disagio?
Maria ci insegna che qualche volta la presenza silenziosa vale più di mille parole.

2. Quando arriva la sofferenza, chiediamo soltanto: «Perché, Signore?», oppure riusciamo ancora a dire: «Mi fido di Te»?
La fede di Maria non elimina il dolore, ma impedisce al dolore di avere l’ultima parola.

3. Abbiamo trasformato il dolore in una ragione per chiuderci, oppure sappiamo ancora amare nonostante le ferite?
Maria Addolorata ci provoca a credere che un cuore ferito può diventare, nelle mani di Dio, un cuore capace di amare ancora di più.
Memoria della beata Maria Vergine Addolorata, che, ai piedi della croce di Gesù, fu associata intimamente e fedelmente alla passione salvifica del Figlio e si presentò come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita. 

 

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IL “GIGANTE BUONO”

IL “GIGANTE BUONO”

Fabrizio Valente, 62 anni, è stato ricordato come il “gigante buono”, un uomo generoso, solare e sempre attento agli altri. Per dodici anni aveva lavorato come bagnino sulla spiaggia della Fondazione Sacra Famiglia di Andora, prendendosi cura soprattutto delle persone fragili e degli ospiti in carrozzina.
Il 25 agosto scorso, vedendo due coniugi in difficoltà in mare, si è gettato immediatamente per cercare di salvarli. Il marito era probabilmente già privo di sensi e lo sforzo compiuto da Fabrizio è risultato fatale anche per lui, mentre il collega Werther Secchi è riuscito a portare in salvo la moglie.
La sua morte ha suscitato grande commozione: la Fondazione lo ha ricordato come un amico, capace di unire professionalità, sensibilità, simpatia e immensa generosità. Anche il ministro Antonio Tajani ha riconosciuto il valore del suo gesto e sosterrà la proposta di conferirgli la medaglia al Valor Civile. Una Messa è stata celebrata sulla spiaggia di Andora per ricordarlo.
La sua storia lascia un messaggio forte: Fabrizio ha speso la propria vita per aiutare gli altri e l’ha conclusa compiendo fino in fondo questo gesto di altruismo. Il suo esempio ci invita a non essere indifferenti, ad avere il coraggio di prenderci cura degli altri e a vivere con un cuore generoso e con il sorriso.
Il gesto di Fabrizio ci ricorda che l’amore vero non rimane soltanto nelle parole, ma si traduce in gesti concreti. Di fronte al pericolo non ha pensato a sé stesso, ma alla vita di quelle persone che chiedevano aiuto. La sua è stata una scelta istintiva, ma anche il frutto di una vita vissuta con attenzione e disponibilità verso gli altri.
In lui possiamo riconoscere il valore di una solidarietà che non cerca applausi né riconoscimenti. Il suo sorriso e la sua generosità continueranno a vivere nel ricordo di quanti lo hanno incontrato. Anche il Vangelo ci insegna che «non c’è amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici».
La memoria di Fabrizio diventi allora un invito per tutti noi a non passare oltre, ma a fermarci, ad accorgerci dell’altro e a tendere la mano a chi ha bisogno.
 
Per noi oggi:

1. Quanto siamo disposti a rischiare per gli altri in una società sempre più dominata dall’indifferenza? 2. Il vero eroismo non è cercare la gloria, ma non voltarsi dall’altra parte quando qualcuno ha bisogno.
3. Fabrizio ci provoca con una domanda scomoda: la nostra vita è davvero spesa per gli altri o soprattutto per noi stessi?

 

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lunedì 14 settembre 2026

14.09.2026 - Nm 21,4-9 - Gv 3,13-17 - Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

 

Dal libro dei Numeri - Nm 21,4-9

In quei giorni, gli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti».
Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita».
Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
1. Il popolo è scoraggiato della fatica e delle difficoltà che deve affrontare, addirittura per mancanza di acqua e di cibo che invece in Egitto avevano a sufficienza. Ma allora l'aver seguito questo Dio è una disgrazia? LA FATICA PRODUCE INCAPACITÀ A FIDARSI ED A REGGERE IL CAMMINO VERSO LA LIBERTÀ.

2. Quando ci sentiamo "MORSI" dai serpenti allora è più che mai necessario ALZARE GLI OCCHI verso Colui che è stato innalzato e staccarli un po' da noi. SENZA DI LUI "moriamo nei nostri peccati", CON LUI il veleno di questi sentimenti non riesce ad andare in profondità e non ci uccide.

3. MOSÈ INTERCEDE E COSTRUISCE UN SEGNO: un serpente di bronzo. A CHI GUARDERÀ, ELEVANDO IN ALTRO LO SGUARDO, SARÀ OFFERTA LA SALVEZZA. Non era il serpente che guariva il malato, ma il Signore a cui rivolgi lo sguardo. Abbi fede!

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Dal vangelo secondo Giovanni - Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

 

La croce ci insegna questo, che nella vita c’è il fallimento e la vittoria. Dobbiamo essere capaci di tollerare le sconfitte, di portarle con pazienza, le sconfitte, anche dei nostri peccati perché Lui ha pagato per noi. Ogni giorno ci è chiesto di ripartire puntando sul dono della vita, come Gesù, senza mai rassegnarsi e lasciarsi sedurre dal male, dallo spirito della carne (i nostri istinti).
Abituiamoci a fermarci davanti al crocifisso per contemplare il nostro segno di vittoria perché Dio ha vinto lì. Ma cosa ci dice la croce? La croce di Gesù ci parla della Misericordia di Dio, una Misericordia che si protrae per i secoli e non finirà mai. Di questa Misericordia abbiamo bisogno noi tutti, tu ed io, e per questo desidereremmo che tutto il mondo la incontrasse. Impariamo a stare sotto quella croce per incontrare poi Gesù nei sacramenti, e per riconoscere Gesù ancora crocifisso in tante parti del mondo, nel corpo dei cristiani perseguitati.

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Più esplicito di così! Non per condannare ma per salvare. Questa è la missione di Gesù. Noi cristiani siamo in grado di seguire Gesù nella sua missione? Perché, riconosciamolo, condannare è più facile. 

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14.09 ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE 

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce ci conduce al cuore della fede cristiana.
La Croce, apparentemente patibolo, diventa in Cristo trofeo di vittoria.
Su quella Croce Gesù offre liberamente la sua vita per la salvezza dell’umanità.
La tradizione cristiana collega questa festa alla dedicazione del Santo Sepolcro nel 335.
Sant’Elena è ricordata per la scoperta della Vera Croce, segno della passione del Signore.
La Croce attraversa la storia, viene custodita, perduta e nuovamente restituita alla Chiesa.
Ma il vero significato della Croce non sta nella reliquia, bensì nell’amore che essa manifesta.
Gesù trasforma lo strumento della morte nel luogo della vita nuova.
Per questo la Chiesa canta: «Ave, o croce, unica speranza!».
La Croce ci ricorda che non esiste Risurrezione senza il passaggio attraverso il dono di sé.
Gesù stesso dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua».
La sequela cristiana non consiste quindi nell’evitare ogni fatica o sofferenza.
Consiste nel vivere anche ciò che pesa con fede, amore e speranza.
La Croce non glorifica il dolore per il dolore, ma rivela l’amore che sa donarsi.
In Cristo anche la sofferenza può diventare occasione di unione con Lui.
Ciò che agli occhi del mondo appare fallimento può diventare, nelle mani di Dio, via di salvezza.
Sant’Andrea di Creta definisce la Croce insieme patibolo e trofeo di Dio.
Patibolo, perché Cristo vi muore; trofeo, perché attraverso di essa vince il peccato e la morte.
Gesù stesso proclama: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
La Croce, dunque, non allontana da Dio: è il luogo in cui Dio manifesta fino in fondo il suo amore.
Guardare la Croce significa riconoscere quanto siamo stati amati e perdonati.
E significa imparare a trasformare le nostre ferite in offerta, le prove in fiducia, il dolore in speranza.
Oggi la Croce ci invita a seguire Cristo senza paura, certi che dopo il Venerdì Santo viene sempre la Pasqua.

per noi oggi

1. Vogliamo davvero seguire Cristo, oppure lo seguiamo soltanto finché il cammino è comodo?
La Croce ci chiede di scegliere tra comodità e Vangelo, tra proteggere noi stessi e donarci.

2. Quante volte chiediamo a Dio di toglierci la croce, invece di chiedergli la forza per portarla?
Forse non dobbiamo sempre eliminare ciò che ci pesa, ma imparare a viverlo con amore e fede.

3. Guardiamo la Croce soltanto come un simbolo, oppure riconosciamo in essa il volto dell’Amore che si dona?
Se la Croce non cambia il nostro modo di amare, perdonare e servire, rischia di diventare soltanto un oggetto.

Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore. 

 

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