lunedì 14 settembre 2026

14.09.2026 - Nm 21,4-9 - Gv 3,13-17 - Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

 

Dal libro dei Numeri - Nm 21,4-9

In quei giorni, gli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero».
Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti».
Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita».
Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.
1. Il popolo è scoraggiato della fatica e delle difficoltà che deve affrontare, addirittura per mancanza di acqua e di cibo che invece in Egitto avevano a sufficienza. Ma allora l'aver seguito questo Dio è una disgrazia? LA FATICA PRODUCE INCAPACITÀ A FIDARSI ED A REGGERE IL CAMMINO VERSO LA LIBERTÀ.

2. Quando ci sentiamo "MORSI" dai serpenti allora è più che mai necessario ALZARE GLI OCCHI verso Colui che è stato innalzato e staccarli un po' da noi. SENZA DI LUI "moriamo nei nostri peccati", CON LUI il veleno di questi sentimenti non riesce ad andare in profondità e non ci uccide.

3. MOSÈ INTERCEDE E COSTRUISCE UN SEGNO: un serpente di bronzo. A CHI GUARDERÀ, ELEVANDO IN ALTRO LO SGUARDO, SARÀ OFFERTA LA SALVEZZA. Non era il serpente che guariva il malato, ma il Signore a cui rivolgi lo sguardo. Abbi fede!

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Dal vangelo secondo Giovanni - Gv 3,13-17
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

 

La croce ci insegna questo, che nella vita c’è il fallimento e la vittoria. Dobbiamo essere capaci di tollerare le sconfitte, di portarle con pazienza, le sconfitte, anche dei nostri peccati perché Lui ha pagato per noi. Ogni giorno ci è chiesto di ripartire puntando sul dono della vita, come Gesù, senza mai rassegnarsi e lasciarsi sedurre dal male, dallo spirito della carne (i nostri istinti).
Abituiamoci a fermarci davanti al crocifisso per contemplare il nostro segno di vittoria perché Dio ha vinto lì. Ma cosa ci dice la croce? La croce di Gesù ci parla della Misericordia di Dio, una Misericordia che si protrae per i secoli e non finirà mai. Di questa Misericordia abbiamo bisogno noi tutti, tu ed io, e per questo desidereremmo che tutto il mondo la incontrasse. Impariamo a stare sotto quella croce per incontrare poi Gesù nei sacramenti, e per riconoscere Gesù ancora crocifisso in tante parti del mondo, nel corpo dei cristiani perseguitati.

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Più esplicito di così! Non per condannare ma per salvare. Questa è la missione di Gesù. Noi cristiani siamo in grado di seguire Gesù nella sua missione? Perché, riconosciamolo, condannare è più facile. 

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14.09 ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE 

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce ci conduce al cuore della fede cristiana.
La Croce, apparentemente patibolo, diventa in Cristo trofeo di vittoria.
Su quella Croce Gesù offre liberamente la sua vita per la salvezza dell’umanità.
La tradizione cristiana collega questa festa alla dedicazione del Santo Sepolcro nel 335.
Sant’Elena è ricordata per la scoperta della Vera Croce, segno della passione del Signore.
La Croce attraversa la storia, viene custodita, perduta e nuovamente restituita alla Chiesa.
Ma il vero significato della Croce non sta nella reliquia, bensì nell’amore che essa manifesta.
Gesù trasforma lo strumento della morte nel luogo della vita nuova.
Per questo la Chiesa canta: «Ave, o croce, unica speranza!».
La Croce ci ricorda che non esiste Risurrezione senza il passaggio attraverso il dono di sé.
Gesù stesso dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua».
La sequela cristiana non consiste quindi nell’evitare ogni fatica o sofferenza.
Consiste nel vivere anche ciò che pesa con fede, amore e speranza.
La Croce non glorifica il dolore per il dolore, ma rivela l’amore che sa donarsi.
In Cristo anche la sofferenza può diventare occasione di unione con Lui.
Ciò che agli occhi del mondo appare fallimento può diventare, nelle mani di Dio, via di salvezza.
Sant’Andrea di Creta definisce la Croce insieme patibolo e trofeo di Dio.
Patibolo, perché Cristo vi muore; trofeo, perché attraverso di essa vince il peccato e la morte.
Gesù stesso proclama: «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».
La Croce, dunque, non allontana da Dio: è il luogo in cui Dio manifesta fino in fondo il suo amore.
Guardare la Croce significa riconoscere quanto siamo stati amati e perdonati.
E significa imparare a trasformare le nostre ferite in offerta, le prove in fiducia, il dolore in speranza.
Oggi la Croce ci invita a seguire Cristo senza paura, certi che dopo il Venerdì Santo viene sempre la Pasqua.

per noi oggi

1. Vogliamo davvero seguire Cristo, oppure lo seguiamo soltanto finché il cammino è comodo?
La Croce ci chiede di scegliere tra comodità e Vangelo, tra proteggere noi stessi e donarci.

2. Quante volte chiediamo a Dio di toglierci la croce, invece di chiedergli la forza per portarla?
Forse non dobbiamo sempre eliminare ciò che ci pesa, ma imparare a viverlo con amore e fede.

3. Guardiamo la Croce soltanto come un simbolo, oppure riconosciamo in essa il volto dell’Amore che si dona?
Se la Croce non cambia il nostro modo di amare, perdonare e servire, rischia di diventare soltanto un oggetto.

Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore. 

 

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domenica 13 settembre 2026

Sir 27,33-28,9 - Rm 14,7-9 - Mt 18,21-35 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 13 Settembre 2026

 

Dal libro del Siràcide - Sir 27,33-28,9

Rancore e ira sono cose orribili,
e il peccatore le porta dentro.
Chi si vendica subirà la vendetta del Signore,
il quale tiene sempre presenti i suoi peccati.
Perdona l’offesa al tuo prossimo
e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.
Un uomo che resta in collera verso un altro uomo,
come può chiedere la guarigione al Signore?
Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile,
come può supplicare per i propri peccati?
Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore,
come può ottenere il perdono di Dio?
Chi espierà per i suoi peccati?
Ricòrdati della fine e smetti di odiare,
della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.
Ricorda i precetti e non odiare il prossimo,
l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.
1. Siracide offre una serie di riflessioni sapienziali CONTRO IL RANCORE, LA VENDETTA E L'IRA.  Rancore vendetta e ira SONO OPERE, FRUTTI DELLA CARNE. Il peccatore, che è uno stolto, le porta dentro e MANCA DEL DOMINIO DI SÉ. Il saggio invece VIVE SECONDO LO SPIRITO e tutte le sue opere sono spirituali, secondo Dio,

2. Il Siracide ci ricorda che il non perdonare non è solo un’ingiustizia verso l’altro ma anche verso sé stessi, perché CHI “NON HA MISERICORDIA PER L’UOMO SUO SIMILE, COME PUÒ SUPPLICARE PER I PROPRI PECCATI?”. L’incapacità di perdono di accoglienza dell’altro è incapacità di perdono di sé stessi e INCAPACITÀ DI ACCOGLIENZA DI QUANTO CI VIENE DONATO DA DIO.

3. Il Siracide ci consiglia, COME ANTIDOTO CONTRO IL RANCORE E IL GIUDIZIO, DI RICORDARE CHE SIAMO POLVERE: “Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti”.  COSÌ POSSIAMO RICOMINCIARE OGNI GIORNO AD AMARE IL FRATELLO anche quando “commette colpe contro di me” PERCHÉ DIO, È “IL MISERICORDIOSO”.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 14,7-9

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.
Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
1. NESSUNO VIVE PER SÉ STESSO NESSUNO MUORE PER SÉ STESSO. Il Signore È IL TERMINE a cui tende tutta la nostra vita e la nostra morte. Noi non ci apparteniamo, NON SIAMO PADRONI DI NOI STESSI, non siamo il fine della nostra esistenza. GESÙ È IL SIGNORE!

2. Infatti Cristiano vuol dire appartenente a Cristo: IO SONO DI CRISTO NON SONO MIO, sono di Cristo, noi siamo del Signore. IL SIGNORE HA PRESO POSSESSO DELLA NOSTRA VITA ci ha invaso con la sua misericordia con il suo perdono e allora È LUI CHE OPERA IN NOI.

3. Cristo morto e risorto È RITORNATO ALLA VITA PER ESSERE IL SIGNORE dei vivi e dei morti, per essere il Signore della nostra vita, PER ESSERE, ATTRAVERSO DI NOI CAPACE DI CONCEDERE MISERICORDIA SEMPRE E CON L’ABBONDANZA DIVINA.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
1. CHIEDERE PERDONO non è un semplice chiedere scusa (Io sbaglio? Ma, scusami, ho sbagliato…), È ESSERE CONSAPEVOLI DEL PECCATO. IL PECCATO È IDOLATRIA, è adorare l’idolo dell’orgoglio, della vanità, del denaro, del ‘me stesso’, del benessere… SEI CONSAPEVOLE DEL TUO PECCATO? Oppure Ti autoassolvi dicendo che non fai niente di male?
2. SETTANTA VOLTE SETTE È IL CUORE DI DIO.  DIO SEMPRE PERDONA, SEMPRE. Ma chiede di sintonizzare il TUO cuore sul SUO cuore, CHIEDE CHE TU PERDONI. "Rimetti a noi i nostri debiti COME (AFFINCHÈ) noi li rimettiamo ai nostri debitori". Impariamo a prendere sul serio e mettere in pratica la preghiera di Gesù.
3. Nella parabola colui al quale è condonato un grande debito, non arriva a condonare un debito assai minore. ANCHE NOI SIAMO GIUDICI SEVERI e creditori implacabili verso il prossimo? APRIAMOCI OGGI ALLA GRAZIA, alla misericordia ricevuta, e IMPARIAMO A RINGRAZIARE E A PERDONARE.
BUONA DOMENICA...
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PERDONO
Settanta volte sette! Un numero esagerato! Simbolo della perfezione, della pienezza. In Gesù non c’è una perfezione misurabile; non c’è un limite massimo alla generosità. Nei nostri confronti Dio cancella debiti favolosi. Così vuole che anche noi rimettiamo agli altri i debiti. Dobbiamo imparare a provare misericordia, come il re della parabola. «Solo chi è forte è capace di perdonare». E chi perdona, imita Dio!

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LECTIO DIVINA -  XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

OMELIA – XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

 

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Lc 9,18-22 - RITO AMBROSIANO - III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

RITO AMBROSIANO

III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE
Domenica 13 Settembre 2026
+ Lettura del Vangelo secondo Luca  9, 18-22

In quel tempo. Il Signore Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».

Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». 


1. Di fronte alle domande e agli equivoci sulla sua persona, Gesù invita i discepoli a PRENDERE POSIZIONE: “Voi, chi dite che io sia?” CHI È GESÙ PER TE? QUANTA CONTA GESÙ NELLA TUA VITA?
2. Pietro, risponde: TU SEI “IL CRISTO DI DIO” Questa verità non è frutto di ragionamento ma è DONO DELLA FEDE CHE ILLUMINA LA CONOSCENZA. Anche noi impariamo a SOTTOPORRE SEMPRE LA NOSTRA CONOSCENZA AL DONO DELLA FEDE che Dio ci concede.
3. Gesù accoglie la risposta di Pietro, ma spinge i discepoli ad ATTENDERE GLI AVVENIMENTI: il vero volto del MESSIA VERRÀ SVELATO SULLA VIA DELLA CROCE, FINO ALLA RISURREZIONE. Per capire Gesù OCCORRE ACCOMPAGNARLO nella sua strada di morte e risurrezione. Buon cammino…
BUONA DOMENICA…
 
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13.09 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

SAN GIOVANNI CRISOSTOMO
San Giovanni Crisostomo (347 - 407) fu uno dei grandi Padri della Chiesa di lingua greca e venne proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V. Nato ad Antiochia, dopo la morte del padre si dedicò agli studi e, convertitosi, scelse una vita di preghiera, ascesi e studio della Sacra Scrittura. Per sei anni visse nel deserto della Siria, preparando il suo ministero e approfondendo il mistero dell’Eucaristia. Scriveva: «Quando tu vedi il Signore immolato giacere sull’altare… non sei, al contrario, subito trasportato in cielo?». Divenuto sacerdote ad Antiochia, si distinse per la sua predicazione, capace di rendere comprensibile la Parola di Dio a tutti. Per la sua straordinaria eloquenza fu chiamato Crisostomo, cioè «Bocca d’oro». Esortava i cristiani a conoscere la fede, a educarsi reciprocamente e soprattutto a condividere con i poveri ciò che possedevano. Viveva personalmente con grande austerità, convinto che l’amore per Cristo dovesse tradursi in concrete opere di carità. Nel 398 divenne vescovo di Costantinopoli e si impegnò nell’evangelizzazione, nella cura dei poveri e nella costruzione di ospedali. La sua predicazione contro il peccato e i vizi dei potenti gli procurò molti nemici, anche nell’ambiente imperiale e in parte del clero. Fu condannato all’esilio, richiamato per breve tempo e poi definitivamente allontanato da Costantinopoli nel 404. Anche lontano dalla sua Chiesa continuò a vivere con fede, sostenuto dalla preghiera e dalla certezza che Dio non abbandona chi gli rimane fedele. Papa Innocenzo I intervenne in sua difesa, riconoscendo l’ingiustizia delle accuse contro di lui. Dopo tre anni di confino, stremato dal viaggio verso il Ponto, morì il 14 settembre 407. La sua vita rimane una testimonianza di fedeltà alla verità, di amore per la Chiesa e di attenzione concreta verso i più poveri. Le sue ultime parole furono una straordinaria professione di fede: «Gloria a Dio in tutte le cose». per noi oggi: 1. Crisostomo non addolciva la verità per piacere ai potenti, ma annunciava il Vangelo anche quando gli costava caro. Noi abbiamo ancora il coraggio di dire la verità quando rischiamo di essere criticati? 2. Per Crisostomo l’Eucaristia non era un’abitudine religiosa, ma l’incontro reale con Cristo che trasforma la vita. Quando partecipiamo alla Messa, ci rendiamo davvero conto di Chi abbiamo davanti? 3. Le sue ultime parole non furono di protesta o di amarezza, ma: «Gloria a Dio in tutte le cose». Sappiamo riconoscere Dio anche nelle prove, nelle ingiustizie e nelle situazioni che non comprendiamo?
Antiochia, c. 349 – Comana sul Mar Nero, 14 settembre 407
Memoria di san Giovanni, vescovo di Costantinopoli e dottore della Chiesa, che, nato ad Antiochia, ordinato sacerdote, meritò per la sua sublime eloquenza il titolo di Crisostomo e, eletto vescovo di quella sede, si mostrò ottimo pastore e maestro di fede. Condannato dai suoi nemici all’esilio, ne fu richiamato per decreto del papa sant’Innocenzo I e, durante il viaggio di ritorno, subendo molti maltrattamenti da parte dei soldati di guardia, il 14 settembre, rese l’anima a Dio presso Gumenek nel Ponto, nell’odierna Turchia.

 

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sabato 12 settembre 2026

12.09.2026 - 1Cor 10,14-22 - Lc 6,43-49 - Perché mi invocate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico?

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 10,14-22

Miei cari, state lontani dall’idolatria. Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare?
Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio.
Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni. O vogliamo provocare la gelosia del Signore? Siamo forse più forti di lui?
1. Paolo ci ricorda che se siamo radicati in qualcosa di buono, il frutto è buono altrimenti sarà coerente alla radice. La nostra partecipazione all’eucaristia, lo spezzare il pane, L’ESSERE IN COMUNIONE CON IL CORPO E IL SANGUE DEL SIGNORE È LA NOSTRA RADICE: da lì tutto deriva e prende frutto. Il primo e più importante frutto dell’eucaristia è la COMUNIONE con il Signore e con i fratelli.
2. State lontani dall’idolatria! Considerate Israele secondo la carne, cioè nella sua realtà storica. Quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono in comunione con l’altare? NON SI PUÒ RENDERE CULTO A DIO E NELLO STESSO TEMPO AI DEMONI. È una contraddizione in termini. Paolo non vuole che i Corinzi entrino in comunione con i demoni.
3. Non possiamo partecipare ad una mensa eucaristica nello stesso modo e con la stessa fede con cui partecipiamo alla mensa dei demoni. DOBBIAMO PORRE UNA NETTA DISTINZIONE E SEPARAZIONE, non solo per il nostro bene, ma anche per quello altrui. O PENSIAMO DI ESSERE PIÙ FORTI DELLA STESSA POTENZA DIVINA che ha voluto manifestarsi in gesti, segni, riti sacrificali?

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 6,43-49

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

 

Dov'è piantato il nostro albero, dove è radicata la nostra casa? L’albero (il cristiano!) deve essere ben piantato nel terreno della Chiesa, accogliere la pioggia di parola e di grazia che viene dal cielo, vivere e fiorire insieme con altri alberi nella compagnia della Chiesa. Non ci piantiamo da soli e non cresciamo né portiamo frutto da soli.
È Cristo la forza vitale. Il Signore è la roccia. La concretezza della vita cristiana ci fa andare avanti e costruire su quella roccia che è Dio, che è Gesù; sul solido della divinità. Non sulle apparenze o sulla vanità, l’orgoglio, le raccomandazioni  No. Ma sulla verità.
E allora perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?

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Ci sono parole che escono dal di dentro, dal cuore traboccante, e parole che entrano da fuori. Gesù ci suggerisce di fidarci più delle seconde. Ma non facciamo spesso il contrario? Che gli altri non li ascoltiamo e sentiamo solo noi stessi?

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12.09 SANTISSIMO NOME DI MARIA

SANTISSIMO NOME DI MARIA
Il Santissimo Nome di Maria ha ricevuto nei secoli moltissime interpretazioni: signora, stella del mare, amata da Dio, colei che ama Dio e altre ancora. La varietà dei significati custodisce un mistero che non può essere racchiuso in una sola spiegazione. Maria, scelta dall’eternità per diventare la Madre di Dio, è un dono unico della Provvidenza. San Luigi Maria di Montfort scrive: «Dio Padre ha radunato tutte le acque e le ha chiamate mare, ha radunato tutte le grazie e le ha chiamate Maria». Tutti i significati convergono verso una verità fondamentale: il nome di Maria, invocato con fede, è fonte di salvezza. È un aiuto potente nelle tentazioni, un rifugio per i peccatori e una forza nel combattimento spirituale. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori esorta a invocare il nome di Maria nelle battaglie con il male. San Bonaventura lo paragona a una colonna di fuoco, davanti alla quale le forze del male perdono vigore. Il nome di Maria è inseparabile dal nome di Gesù, perché la Madre conduce sempre al Figlio e alla sua opera di salvezza. Secondo la venerabile Maria di Agreda, i nomi di Gesù e Maria furono pensati da Dio dall’eternità e custoditi nel suo disegno di salvezza. Il nome di Maria diventa per chi lo invoca con devozione un segno di grazia, consolazione e speranza. La festa del Santissimo Nome di Maria fu autorizzata nel 1513 nella diocesi spagnola di Cuenca e poi estesa a tutta la Chiesa dal beato Innocenzo XI. Dopo essere stata eliminata dal Calendario Romano Generale nel 1969, fu reintrodotta da san Giovanni Paolo II e fissata al 12 settembre. Invocare Maria non significa fermarsi a lei, ma lasciarsi condurre dalla Madre verso Cristo, unico Salvatore dell’uomo. PER NOI OGGI 1. Quante volte pronunciamo il nome di Maria soltanto per abitudine, senza affidarle davvero la nostra vita? Se Maria è davvero nostra Madre, perché la cerchiamo solo quando siamo in difficoltà? 2. Maria conduce sempre a Gesù: la sua presenza non allontana mai dal Figlio, ma porta più profondamente a Lui. La nostra devozione a Maria ci sta davvero rendendo più cristiani? 3. La tradizione cristiana considera il nome di Maria una forza nel combattimento spirituale e un rifugio nelle tentazioni. Quando siamo tentati, invochiamo Maria con fede oppure affrontiamo tutto da soli?
Santissimo Nome della beata Vergine Maria: in questo giorno si rievoca l’ineffabile amore della Madre di Dio verso il suo santissimo Figlio ed è proposta ai fedeli la figura della Madre del Redentore perché sia devotamente invocata.


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