mercoledì 1 aprile 2026

01.04.2026 - Is 50,4-9 - Mt 26,14-25 - Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo...

Dal libro del profeta Isaìa - Is 50,4-9

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.
Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.
Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.
Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.
È vicino chi mi rende giustizia:
chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci.
Chi mi accusa? Si avvicini a me.
Ecco, il Signore Dio mi assiste:
chi mi dichiarerà colpevole?

1. La dimensione prioritaria dell’ascolto: “IL SIGNORE MI HA DATO UNA MODALITÀ DI COMUNICARE, DI CONVERSARE CHE SGORGA DAL MIO ESSERE ALUNNO”. Prima delle mediazioni c’è dunque la dimensione dell’apprendimento che descrive la relazione di fede.

2. L’esperienza dell’umiliazione e della sofferenza fisica. COLUI CHE SPENDE LA VITA PER AIUTARE E CONSOLARE FINISCE PER ESSERE OGGETTO DI VIOLENTE AGGRESSIONI: flagellato, condannato come un colpevole, seviziato come un prigioniero, infine deriso e umiliato. L’uomo sa infierire su chi è indifeso e DEVASTARE LA DIGNITÀ DELLA PERSONA CHE RESTA IMMAGINE DI DIO.

3. La consolazione interiore del Signore. Il Servo non chiede al Signore la liberazione, al contrario la situazione lo rende ancora più determinato. DI FRONTE ALLA VIOLENZA EGLI RIMANE FEDELE perché “se Dio lo approva, chi può condannarlo? IL SIGNORE DIO MI ASSISTE: CHI MI DICHIARERÀ COLPEVOLE?

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 26,14-25
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate tin città, da un tale, e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

 

La consegna che Giuda fa di Gesù è frutto di una precisa scelta personale. Infatti è lui che prende l’iniziativa e va da sacerdoti. Il prezzo o “il peso” (il denaro si pesava) dato a Gesù è quello che si riferisce ad uno schiavo. Anche in questo Gesù è umiliato! Anche oggi ci sono dei Giuda che vendono i fratelli per quattro soldi, per interessi personali.
Chi fa questo è “uno che ha messo con me la mano nel piatto”. Cioè, è un familiare, un amico, un alleato. Così facendo, questo tale esce dalla famiglia, dall’amicizia, dalla alleanza con Gesù. Di fatto si dà la morte. Che senso può avere una vita così consumata? “Meglio per quell’uomo non essere mai nato!”
Il Figlio dell’uomo (Gesù) “va come è scritto di lui (= dà la vita come è volere di Dio)”, ma “guai (= miserabile, disgraziato, poveretto … ) chi lo consegna “, chi lo uccide!. Che disastrosa scelta ha fatto un tale uomo: si è dato da solo la rovina, la morte!

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Il mistero di Giuda ci turba, ci tocca da vicino. Giuda stesso è una domanda per noi, la sua tragica vicenda ci interpella, non ha forse ragione don Primo Mazzolari a chiamarlo "nostro fratello"?

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01.04 SAN LODOVICO PAVONI

SAN LODOVICO PAVONI

San Lodovico Pavoni nacque a Brescia l’11 settembre 1784 da una famiglia nobile. Ricevette una formazione completa nel convento di San Domenico, studiando filosofia, materie umanistiche e arte. Sentendo la vocazione sacerdotale, fu ordinato prete il 21 febbraio 1807.

Fin dall’inizio del suo ministero si dedicò soprattutto ai giovani, in particolare attraverso gli oratori. A soli 28 anni fu nominato segretario del vescovo Gabrio Maria Nava. Questo incarico gli permise di conoscere da vicino i problemi della diocesi e rafforzò in lui il desiderio di aiutare i ragazzi più poveri e abbandonati.

Per questo fondò un primo oratorio destinato ai giovani più bisognosi. Tuttavia capì presto che non bastava offrire loro solo un luogo di incontro: serviva una formazione più completa, capace di preparare alla vita e al lavoro.

Nel 1818, con l’appoggio del vescovo, iniziò una nuova opera educativa presso la chiesa di San Barnaba. Qui accolse i primi sette orfani e iniziò a educarli non solo dal punto di vista religioso e morale, ma anche professionale, insegnando loro un mestiere manuale.

Da questi inizi nacque l’Istituto di San Barnaba, che nel giro di pochi anni crebbe molto e arrivò a offrire ben undici specializzazioni professionali. Tra queste divenne particolarmente importante la tipografia, che dal 1823 fu considerata la prima scuola grafica in Italia. Attraverso la stampa Pavoni voleva diffondere “buoni libri”, utili alla società e alla formazione delle persone.

Nel 1841 l’istituto aprì anche ai ragazzi sordomuti, che Pavoni considerava una “porzione eletta” della sua scuola. Intorno alla sua opera si raccolsero diversi collaboratori, sia sacerdoti sia laici. Per garantire continuità al progetto educativo fondò la congregazione dei Figli di Maria Immacolata, religiosi dedicati all’educazione dei giovani e al lavoro tra gli operai.

L’8 dicembre 1847 Pavoni e i primi collaboratori emisero i voti religiosi, assumendo anche l’impegno speciale di dedicarsi all’educazione dei giovani abbandonati. Morì poco dopo, il 1° aprile 1848, sempre a Brescia.

È stato beatificato nel 2002 da Giovanni Paolo II e canonizzato nel 2016 da Papa Francesco. Oggi è ricordato come un grande educatore cristiano che ha saputo unire fede, formazione e lavoro per offrire un futuro ai giovani più fragili.

 

Per noi oggi

1.     Educare è più importante che assistere.
Pavoni non si limitò a dare aiuto ai poveri: insegnò loro un mestiere. Oggi siamo capaci di fare lo stesso o preferiamo soluzioni più facili?

2.     Il lavoro può essere una via di dignità.
La sua scuola professionale dimostra che la formazione concreta cambia la vita. Quanto investiamo davvero oggi nell’educazione dei giovani più fragili?

3.     La santità può nascere anche nelle officine e nelle scuole.
Pavoni non fondò solo opere religiose, ma laboratori e tipografie: segno che il Vangelo può trasformare anche il mondo del lavoro.

Brescia, 11 settembre 1784 - Saiano, Brescia, 1 aprile 1849

 

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martedì 31 marzo 2026

31.03.2026 - Is 49,1-6 - Gv 13,21-33.36-38 Uno di voi mi tradirà… Non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 49,1-6

Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua farètra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –,
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».

1. Siamo nel tempo difficile dell’esilio a Babilonia: NONOSTANTE LE APPARENZE, le nazioni e la loro potenza sono un nulla e presto ne avremo la prova, perché, ecco, saremo liberati. IL NUOVO ESODO È PIÙ GRANDE DELL'ANTICO.
2. La missione di Israele non sarà puramente nazionale, e il suo raduno non ha un senso unicamente per le "tribù" disperse "di Giacobbe”: IL SERVO È CHIAMATO A UNA MISSIONE UNIVERSALE. 
3. IL “SERVO” È ISRAELE SOFFERENTE AL TEMPO DELL’ESILIO: Dio lo sta per liberare con un esodo – appunto – più ampio del precedente. Essere servo, EVED, significa certo APPARTENERE a qualcuno, dipendere da un signore: IO TI HO CHIAMATO PER NOME: TU SEI MIO ma significa pure AVERE UN SERVIZIO, UN COMPITO, UN PRECISO MINISTERO DA SVOLGERE.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 13,21-33.36-38
In quel tempo, [mentre era a mensa con i suoi discepoli,] Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l'un l'altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».

 

Gesù è profondamente turbato. Turbato perché, di lì a poco avrebbe dovuto patire fino alla morte. Patire anche del tradimento, doveva riconoscere che l’umanità, pur amata, è infedele e lo tradisce. Qui Satana entra in gioco.
Un discepolo “che Gesù amava” partecipa intimamente al turbamento di Gesù.
Ma questo possesso di Satana, o questa “notte” non prevarrà nella storia di Gesù e dei suoi discepoli che lo amano. Infatti, la morte di Gesù rivela “la gloria di Dio”, cioè “il peso” che ha e col quale Dio agisce nel mondo. E’ un “peso/gloria” che si manifesta nell’amore donato, in obbedienza radicale alla volontà di Dio.
E svela per noi quello che egli vive per primo: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.

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E' la notte del crollo totale degli apostoli. Non capiscono ciò che sta accadendo e danno risposte subito smentite come nel caso di Pietro, l'incoerente. Quanto è umano Pietro, quanto simile a noi?

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31.03 SAN BENIAMINO, DIACONO E MARTIRE

SAN BENIAMINO

San Beniamino fu un diacono cristiano vissuto tra il IV e il V secolo. Il suo nome richiama il Beniamino biblico, ultimo figlio di Giacobbe, considerato “prediletto”. Questo santo operò in Persia, dove i cristiani subirono dure persecuzioni sotto il re Yazdgard I, seguace dello zoroastrismo.

Le persecuzioni iniziarono dopo che alcuni cristiani della città di Ctesifonte tentarono di incendiare un tempio dedicato al culto del Grande Fuoco. Il re reagì ordinando la distruzione delle chiese e l’arresto di molti cristiani. Tra questi vi fu anche Beniamino, che venne imprigionato per circa due anni.

La sua figura era conosciuta e stimata, tanto che l’imperatore romano d’Oriente Teodosio II intervenne nelle trattative con il re persiano chiedendo la sua liberazione. Il sovrano accettò a una sola condizione: Beniamino avrebbe dovuto smettere di predicare il cristianesimo tra i persiani.

Il diacono rifiutò questa richiesta. Per lui annunciare il Vangelo non era una scelta facoltativa ma un dovere. Nonostante il divieto, una volta liberato continuò a evangelizzare. Alla morte di Yazdgard salì al trono il figlio Bahram V, che proseguì la persecuzione contro i cristiani.

Beniamino venne arrestato nuovamente e sottoposto a terribili torture. Secondo il Martirologio, subì il martirio ad Argol con canne appuntite conficcate sotto le unghie. Morì perché non volle rinunciare alla predicazione della Parola di Dio. La sua testimonianza è rimasta nella tradizione cristiana come esempio di fedeltà e coraggio nella fede.

 

Per noi oggi

1.     Quanto vale davvero la nostra fede?
Beniamino preferì la tortura alla rinuncia del Vangelo. Oggi spesso facciamo fatica persino a dichiararci credenti in pubblico.

2.     La libertà religiosa non è scontata.
La sua storia ricorda che in molte epoche e luoghi la fede è stata pagata con la vita, mentre oggi rischiamo di darla per scontata.

3.     La coerenza cristiana può essere scomoda.
Beniamino non ha cercato compromessi per salvarsi: la sua scelta provoca i credenti di oggi a chiedersi se vivono davvero ciò che professano.

† Ergol, Persia, 420

 


NON SEI UN ERRORE

NON SEI UN ERRORE

La vita di Debora Vezzani comincia con un distacco: nasce a Bologna e viene subito data in adozione. Cresce in una famiglia che la accoglie, ma dentro di sé porta sempre la domanda sull’abbandono. Sa di essere stata lasciata e quella consapevolezza diventa una ferita silenziosa. A venticinque anni decide di cercare le sue origini e scopre che anche sua madre era stata abbandonata da bambina. Scopre soprattutto che, nonostante il consiglio dei medici di abortire, scelse di darle la vita. Un gesto d’amore che Debora comprenderà fino in fondo solo molto tempo dopo.

Nel frattempo la sua esistenza conosce altre fratture: la separazione dei genitori adottivi e, più avanti, il fallimento del suo matrimonio dopo appena due anni. Tre ferite che alimentano in lei un senso profondo di non appartenenza. Si convince di essere il problema, di non essere voluta da nessuno. Si chiude in casa, piange, desidera morire. Arriva persino a tentare il suicidio.

Eppure, nel buio, rimane accesa una piccola luce: la musica. Diplomata in flauto traverso, costruisce una carriera promettente; il palco diventa il luogo in cui cercare riconoscimento e riscatto. Ma la vera svolta arriva quando un’amica le chiede di mettere in musica il Salmo 139. Leggendo quelle parole – “Tu mi hai tessuto nel grembo di mia madre” – qualcosa si spezza dentro di lei: non è un errore, non è di nessuno, è di Dio. Nasce così “Come un prodigio”, la canzone che segna la sua rinascita.

Da quel momento la musica diventa missione. Nel 2016 sposa Juri, conosciuto in un gruppo di preghiera, e insieme costruiscono una famiglia con quattro figli. Aprono la loro casa all’accoglienza e danno vita al progetto “Piccolo Regno Come un Prodigio”. La storia che sembrava un vicolo cieco diventa testimonianza: dalle ferite può nascere una vocazione, e dall’abbandono può fiorire una chiamata alla vita.

 

PER NOI OGGI

1.     La ferita non è la fine: è il luogo della chiamata. Quello che consideri il tuo fallimento può diventare la tua missione. La domanda non è “perché mi è successo?”, ma “cosa può nascere da qui?”.

2.     Le bugie interiori fanno più male dei fatti. “Non valgo”, “non sono amato”, “sono un errore”: sono menzogne che uccidono. La verità è più forte della storia personale.

3.     La fede non è fuga emotiva, è scelta concreta. Casa aperta, figli, tour, evangelizzazione: la spiritualità autentica genera responsabilità, non isolamento.

 

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lunedì 30 marzo 2026

30.03.2026 - Is 42,1-7 - Gv 12,1-11 Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 42,1-7

«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento».
Così dice il Signore Dio,
che crea i cieli e li dispiega,
distende la terra con ciò che vi nasce,
dà il respiro alla gente che la abita
e l’alito a quanti camminano su di essa:
«Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

1. Il “Servo del Signore” descritto dal Profeta Isaia SARÀ MANSUETO, umile e amico dei poveri. Ma SARÀ ANCHE FORTE E COSTANTE; non si scoraggerà per le contraddizioni e farà trionfare la giustizia. Avrà lo Spirito del Signore.

2. Tre immagini descrivono la MITEZZA DEL SERVO: 1. Non è la voce potente e inquietante degli antichi profeti, non punta l’indice nella piazza contro le ingiustizie – 2. Non spezza la canna incrinata – 3. Non spegnerà lo stoppino dalla fiamma. IL SERVO AVRÀ AMORE NEI CONFRONTI DI CIÒ CHE SEMBRA DESTINATO ALLA ROVINA. 

3. Il Signore ha inviato il Servo nel mondo. Lo ha plasmato nel grembo materno, lo ha formato PER ESSERE ALLEANZA DEL POPOLO E LUCE DELLE NAZIONI. Con la propria vita, testimonierà al suo popolo la FEDELTÀ ALL’ALLEANZA, la sua fedeltà al Signore diverrà LUCE PER TUTTE LE NAZIONI DEL MONDO. Dio non lo abbandonerà mai, lo prenderà per mano e lo accompagnerà in ogni momento della sua vita.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,1-11
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell'aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Pensiamo a quel momento della Maddalena quando lava i piedi di Gesù col nardo tanto costoso; è un momento religioso, è un momento di gratitudine, è un momento di amore. Il dono di sé affascina, ma espone anche alla non comprensione e al pregiudizio del mondo, ben rappresentato dalla reazione puntigliosa e pretestuosa di Giuda e dei discepoli. Giuda si distacca e fa la critica amara: “Ma questo potrebbe essere usato per i poveri.” Questo è un primo riferimento nel Vangelo della povertà come ideologia. L’ideologo non sa cosa sia l’amore, perché non sa darsi.
Gesù è la prima ricchezza di chi è cosciente di essere stato salvato da Lui. Ecco perché nessuna ricchezza e sacrificio sarà mai troppo se speso per Gesù. Poi e solo poi potremo anche dedicarci ai poveri in cui Gesù si nasconde quotidianamente. Non fare lo sbaglio di pensare solo alle persone bisognose dimenticandoti di Dio.

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La domanda di Giuda umanamente è molto comprensibile per un discepolo di Gesù. Gli è però sfuggito che il cristianesimo e Gesù coincidono. Non avremmo chiesto lo stesso anche noi?

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30.03 SAN LEONARDO MURIALDO

SAN LEONARDO MURIALDO

San Leonardo Murialdo nacque a Torino il 26 ottobre 1828 in una famiglia numerosa e benestante. Rimase orfano di padre a soli cinque anni e trascorse parte della sua giovinezza studiando presso gli Scolopi a Savona. Durante gli anni di formazione maturò gradualmente la vocazione sacerdotale. Tornato a Torino per gli studi di teologia, fu ordinato sacerdote nel 1851.

Nel suo ministero incontrò San Giovanni Bosco, che gli affidò la direzione dell’Oratorio di San Luigi, dove si dedicò all’educazione dei giovani. Tuttavia l’opera principale della sua vita fu il Collegio Artigianelli, fondato da Giovanni Cocchi per accogliere ragazzi poveri o abbandonati. Qui i giovani ricevevano un’istruzione di base e imparavano un mestiere come fabbro, falegname o tipografo.

Murialdo divenne direttore degli Artigianelli nel 1866 e ne guidò l’opera per oltre trent’anni, fino alla sua morte. Il suo impegno educativo era rivolto non solo alla formazione professionale, ma anche alla crescita cristiana dei giovani. Per sostenere questa missione fondò nel 1873 la Congregazione di San Giuseppe, con lo scopo di continuare l’opera di educazione e assistenza ai ragazzi più poveri.

In una Torino segnata dalla rapida industrializzazione, Murialdo si accorse anche delle difficoltà degli operai e dei disoccupati. Promosse iniziative concrete come l’Unione Operaia Cattolica, uffici di collocamento, scuole agricole e casse di mutuo soccorso. Il suo impegno sociale nasceva dalla visione cristiana della dignità del lavoro, anticipando temi che saranno poi espressi nell’enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII.

Nonostante l’intensa attività, Murialdo rimase sempre prima di tutto un uomo di preghiera. Era convinto che la preghiera fosse la vera forza dell’apostolato e diceva che «l’uomo che prega è il più potente del mondo». La sua spiritualità era fondata sulla fiducia nella misericordia di Dio, sull’amore per l’Eucaristia e sulla devozione alla Madonna. Morì il 30 marzo 1900 dopo una vita dedicata ai giovani e ai lavoratori. Nel 1970 fu canonizzato da Papa Paolo VI, che lo ricordò come una delle grandi figure di santità nate nella Torino dell’Ottocento.

 

Per noi oggi

1.     Preghiamo davvero o pensiamo che bastino le attività?
Murialdo diceva che chi prega è il più potente del mondo. Oggi spesso facciamo mille progetti pastorali ma rischiamo di dimenticare la preghiera.

2.     La Chiesa si accorge davvero dei nuovi poveri?
Murialdo vide i problemi degli operai quando molti non li vedevano ancora. Oggi quali sono gli “operai” che non stiamo guardando?

3.     Educhiamo davvero i giovani o li intratteniamo soltanto?
Murialdo non offriva solo attività, ma formazione, lavoro, fede e responsabilità. Forse oggi ai giovani offriamo molto… ma chiediamo troppo poco.

Torino, 26 ottobre 1828 - 30 marzo 1900

 

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