sabato 28 marzo 2026

28.03.2026 - Ez 37,21-28 - Gv 11,45-56 - Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Dal libro del profeta Ezechièle - Ez 37,21-28

Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò i figli d’Israele dalle nazioni fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nella loro terra: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né saranno più divisi in due regni.
Non si contamineranno più con i loro ìdoli, con i loro abomìni e con tutte le loro iniquità; li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato, li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio.
Il mio servo Davide regnerà su di loro e vi sarà un unico pastore per tutti; seguiranno le mie norme, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica. Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe. In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre; il mio servo Davide sarà loro re per sempre.
Farò con loro un’alleanza di pace; sarà un’alleanza eterna con loro. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Le nazioni sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre.

1. “Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti, li radunerò e li ricondurrò nel loro paese: farò di loro UN SOLO POPOLO NELLA MIA TERRA”. Il tema della dispersione e della riunione è trasparente. 

2. LA DISPERSIONE HA INTRODOTTO impurità, ha causato infedeltà, ha generato imperfezioni, ha messo gli Israeliti a contatto con l’idolatria. Il Signore dice a Ezechiele: “Li libererò da tutte le loro infedeltà di cui si sono resi colpevoli. Li purificherò. Essi saranno il mio popolo ed io sarò il loro Dio”.

3. DIO NON ABBANDONA IL SUO POPOLO. Anzi, nel tempo della distretta, prende l’iniziativa per la sua liberazione e il suo raduno, nell’unità ristabilita, nella propria terra. Attraverso Ezechiele, DIO RIVELA IL SUO PIANO DI SALVEZZA, e ravviva la speranza nel suo popolo con una visione di pacificazione: “FARÒ CON LORO UN’ALLEANZA DI PACE” E DI COMUNIONE: “IN MEZZO A LORO SARÀ LA MIA DIMORA”.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 11,45-56
In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell'anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell'anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Questo modo di procedere dei dottori della legge è proprio una figura di come agisce la tentazione in noi, perché dietro di questa evidentemente era il diavolo che voleva distruggere Gesù e la tentazione in noi generalmente agisce così: incomincia con poca cosa, con un desiderio, un’idea, cresce, contagia altri e alla fine si giustifica”.
Ma nel buio della notte splende la verità di Dio che risponde alla logica dell’amore. La croce ribalterà il ragionamento degli uomini.
Gesù prende su di sé le colpe di tutti e offre la sua vita per amore, per salvare tutti. È l’unico che può compiere questo sacrificio perché è l’unico che può donare la sua vita e riprenderla di nuovo.

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Gesù è condannato perchè «è meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera». Perchè questa frase ci colpisce? È quello che pensiamo anche noi?

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28.03 SAN CASTORE, MARTIRE A TARSO

SAN CASTORE, MARTIRE A TARSO

Castore è commemorato sia dal Martirologio Geronimiano sia dal Martirologio Romano in due date diverse: il 28 marzo e il 27 aprile. Questa duplicazione, secondo l’ipotesi di Delehaye, deriverebbe da un errore di trascrizione dei copisti, che avrebbero confuso le indicazioni calendariali latine V Kal. Apr. (28 marzo) e V Kal. Mai. (27 aprile).

Nel Martirologio Romano, Castore appare il 28 marzo associato a Doroteo e il 27 aprile associato a Stefano. Tuttavia, tale collegamento sembra frutto di un’errata interpretazione delle rubriche del Geronimiano: in quest’ultimo, infatti, il nome di Castore è preceduto il 28 marzo da quello di Doroteo e seguito il 27 aprile da quello di Stefano, ma senza che vi sia alcun reale legame tra questi santi. Entrambi sono ricordati come martiri di Nicomedia, e solo Doroteo è commemorato anche il 12 marzo; tuttavia non risultano connessioni storiche con Castore.

Va inoltre osservato che il Geronimiano menziona un altro Castore il 16 marzo come capo di un gruppo eterogeneo di martiri di Nicomedia. È possibile che si tratti della stessa persona, ma l’identificazione resta ipotetica.

Nel complesso, il caso di Castore rivela le fragilità della trasmissione manoscritta e la difficoltà di ricostruire con certezza l’identità di alcuni martiri antichi, la cui memoria è giunta a noi attraverso stratificazioni, errori e sovrapposizioni.


Per noi oggi

1.     Anche la santità passa attraverso gli errori.
Un copista che confonde una data può cambiare il calendario liturgico per secoli. La tradizione non è un blocco perfetto: è una storia umana, vulnerabile, e proprio per questo viva.

2.     Non tutto ciò che è accostato è collegato.
L’associazione di Castore con altri martiri nasce da una cattiva lettura. Oggi facciamo lo stesso: colleghiamo nomi, idee, persone solo per vicinanza, senza reale relazione. La fretta crea narrazioni, non verità.

3.     L’identità non sempre è chiara — e va accettato.
Forse i due Castore sono lo stesso, forse no. Non abbiamo prove decisive. In un’epoca ossessionata dalla precisione assoluta, questa incertezza ci ricorda che la storia (e talvolta anche la fede) richiede umiltà davanti ai limiti della documentazione.


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venerdì 27 marzo 2026

27.03.2026 - Ger 20,10-13 - Gv 10,31-42 - Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 20,10-13

Sentivo la calunnia di molti:
«Terrore all’intorno!
Denunciàtelo! Sì, lo denunceremo».
Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta:
«Forse si lascerà trarre in inganno,
così noi prevarremo su di lui,
ci prenderemo la nostra vendetta».
Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso,
per questo i miei persecutori vacilleranno
e non potranno prevalere;
arrossiranno perché non avranno successo,
sarà una vergogna eterna e incancellabile.
Signore degli eserciti, che provi il giusto,
che vedi il cuore e la mente,
possa io vedere la tua vendetta su di loro,
poiché a te ho affidato la mia causa!
Cantate inni al Signore,
lodate il Signore,
perché ha liberato la vita del povero
dalle mani dei malfattori.

1. Il profeta descrive la congiura scatenata contro di lui. PERFINO GLI AMICI LO HANNO ABBANDONATO E ATTENDONO DI VEDERLO CADERE IN DISGRAZIA per approfittare della sua debolezza e vendicarsi. Voglia di vendetta!

2. Geremia non rinnega i suoi sentimenti di vendetta nei confronti di chi lo perseguita, la sua sofferenza è troppo grande, ma PONE NELLE MANI DI DIO QUESTA VENDETTA. Lui saprà cosa fare e come rendergli giustizia. VENDETTA SÌ, DUNQUE, MA DAL SIGNORE.

3. Dobbiamo imparare a METTERE TUTTO NELLE MANI DI DIO. Lui sa di cosa abbiamo veramente bisogno, cosa ci manca e conosce allo stesso modo la persona che ci ferisce. Non è semplice fidarci, ma se lo faremo, SARÀ LUI AD ILLUMINARCI SUI PASSI DA COMPIERE e sulla migliore difesa da attuare.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,31-42
In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre; per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un'opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio».
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: "Io ho detto: voi siete dèi"? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: "Tu bestemmi", perché ho detto: "Sono Figlio di Dio"? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

 

Il contrasto di Gesù con i Giudei rimane acceso e diventa violento, fino al tentativo di lapidarlo e catturarlo. Gesù rimanda continuamente al Padre, e si proclama Figlio di Dio secondo una speciale modalità. Le opere che Gesù compie lo manifestano ed Egli mantiene intatta la sua libertà di muoversi come vuole. Mentre sale l'opposizione a lui, ‘molti credettero in lui’. La vicenda di opposizione a Gesù e di fede in lui, descritta dal Vangelo, è un fenomeno sempre presente.
La nostra fede poggia su argomenti ragionevoli tali da indurre a credere che Gesù è vero uomo è vero Dio benché la nostra intelligenza limitata ci impedisca di comprendere come ciò possa avvenire. Ma il fatto che è avvenuto è fuori di ogni discussione.
Il più grande miracolo di Giovanni Battista è la sua semplice testimonianza perché tutta la sua vita è stata solo una grande indicazione di Gesù: «Ecco l’Agnello di Dio».

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 Vogliono lapidare Gesù non per le sue opere buone ma perché “bestemmia” e lui che è uomo pretende di essere Dio. E colgono il punto essenziale: chi è Gesù per noi? Un uomo buono o Dio?

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27.03 SAN RUPERTO, VESCOVO DI SALISBURGO

SAN RUPERTO DI SALISBURGO

San Ruperto di Salisburgo (c. 660-718), patrono di Salisburgo, fu una figura decisiva per la rinascita religiosa e civile delle terre abitate dagli antenati di austriaci e bavaresi. Di nobile famiglia franca, crebbe in un clima di intensa fede, distinguendosi per pietà, carità e disciplina ascetica. Divenne vescovo di Worms, ma l’area era ancora segnata da una forte presenza pagana: le ostilità lo costrinsero all’esilio, esperienza che gli procurò sofferenze sia fisiche sia spirituali.

La svolta arrivò grazie a Teodone II di Baviera, che, avendo sentito parlare della sua santità, lo invitò a operare nelle sue terre per evangelizzare le tribù bavaresi. Ruperto accettò e in breve tempo riuscì a diffondere il cristianesimo in ampie zone dell’antica Baviera, fino ai confini con la Pannonia. Avrebbe voluto spingersi oltre, ma le tensioni con gli Avari lo dissuasero.

Seguendo le antiche vie romane giunse a Juvavum, città in rovina. Lì vide non solo macerie, ma possibilità. La scelse come centro della sua missione, la rilanciò e la ribattezzò Salisburgo, “borgo del sale”, per le ricche miniere della zona. Fondò l’Abbazia di San Pietro, il più antico monastero dell’area germanofona con continuità storica, che divenne il cuore spirituale e sociale della nuova città.

Nel 714 fondò anche l’Abbazia di Nonnberg, monastero femminile affidato come prima badessa a Santa Erentrude, tradizionalmente indicata come sua nipote. Ruperto fu vescovo e abate, guidando la comunità sia spiritualmente sia organizzativamente.

Morì nel 718, la domenica di Pasqua, dopo aver celebrato la Messa. Le sue reliquie sono tuttora venerate nel Duomo di Salisburgo, dedicato a lui e al suo successore Virgilio. Nell’iconografia è raffigurato con i paramenti episcopali e un barile di sale, simbolo della rinascita materiale e spirituale da lui promossa.

 

Per noi oggi

1.     Le rovine non sono una scusa.
Ruperto trova una città distrutta e non scrive un saggio nostalgico sul passato glorioso: la ricostruisce. Noi, davanti a crisi culturali o spirituali, spesso preferiamo commentare invece di fondare qualcosa di nuovo.

2.     Evangelizzare significa anche organizzare.
Non basta l’ispirazione: servono strutture, monasteri, comunità stabili. La fede senza istituzioni rischia di evaporare. Forse oggi disprezziamo troppo l’aspetto “organizzativo” della Chiesa, dimenticando che è anche ciò che la rende duratura.

3.     Il sale non è solo simbolo.
Ruperto collega Vangelo ed economia concreta. Non spiritualismo disincarnato, ma attenzione alle risorse del territorio. Forse la vera spiritualità non fugge dal mondo, ma lo trasforma partendo proprio da ciò che sembra più materiale.

† 27 marzo 718

 

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DOMENICA DELLE PALME – 29 marzo 2026 - Storia di Elena, 16 anni: "Quando tutti ti abbandonano"

 

DOMENICA DELLE PALME – 29 marzo 2026

 

Storia di Elena, 16 anni: "Quando tutti ti abbandonano"

 

Elena è sempre stata una ragazza popolare. Bella, simpatica, brava a scuola, brava nello sport. Tutti vogliono essere suoi amici, tutti vogliono essere nel suo gruppo. Si sente sicura, amata, al centro del mondo. Poi succede qualcosa.

 Durante una festa, una sua amica viene molestata da un ragazzo. Elena vede, interviene, difende l'amica. Il ragazzo è popolare, ha molti amici. Inizia a diffondere voci su Elena: che è antipatica, che è una rovina-feste, che si crede superiore. I social si scatenano. Post, commenti, meme.

 In pochi giorni, Elena passa dall'essere la ragazza più popolare della scuola all'essere emarginata. Le persone che la osannavano ora la evitano. Nessuno vuole sedersi vicino a lei in classe. Le ex amiche fanno finta di non vederla. Alle spalle sente le risatine. Elena è sconvolta. Non riesce a capire. "Ma io ho solo fatto la cosa giusta! Ho difeso un'amica! Perché tutti mi hanno voltato le spalle?". Si sente tradita, abbandonata, sola. Piange tutte le notti. Pensa di cambiare scuola, di mollare tutto.

 Poi legge il Vangelo della Passione. Vede Gesù, acclamato da folle osannanti la domenica, e crocifisso dalle stesse folle il venerdì. Vede tutti i discepoli che lo abbandonano, Pietro che lo rinnega. E capisce: "Gesù sa cosa vuol dire. Gesù è passato attraverso questo. Non sono sola". Non risolve tutto, il dolore resta. Ma non è più sola nel dolore.

 

Per noi oggi:

 1.     Fare la cosa giusta non ti rende sempre popolare, ma ti rende libero. - Viviamo in un mondo che misura il valore di una persona con i like e il consenso. Elena scopre una verità scomoda: a volte la fedeltà alla coscienza ti lascia solo. E se il vero coraggio oggi non fosse piacere a tutti, ma restare in piedi anche quando tutti ti voltano le spalle?

 2.     I social non rivelano chi siamo: rivelano quanto siamo fragili. - Basta una voce, un commento, un meme per distruggere una reputazione. Costruiamo identità virtuali fortissime e relazioni reali fragilissime. Forse la domanda più urgente non è “quanti mi approvano?”, ma “a chi sto davvero a cuore quando non convengo più a nessuno?”

 3.     Essere cristiani significa anche accettare di perdere qualcosa. - Gesù non ha scelto la strada dell’applauso, ma quella della verità, e l’ha pagata cara. Elena capisce che non è sola proprio perché qualcuno ha già attraversato l’abbandono prima di lei. La provocazione è dura: siamo disposti a restare fedeli al bene anche quando ci costa amicizie, successo e tranquillità?

 

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giovedì 26 marzo 2026

26.03.2026 - Gen 17,3-9 - Gv 8,51-59 - Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno.

Dal libro della Gènesi - Gen 17,3-9

In quei giorni Abram si prostrò con il viso a terra e Dio parlò con lui:
«Quanto a me, ecco, la mia alleanza è con te:
diventerai padre di una moltitudine di nazioni.
Non ti chiamerai più Abram,
ma ti chiamerai Abramo,
perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò.
E ti renderò molto, molto fecondo; ti farò diventare nazioni e da te usciranno dei re. Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza dopo di te di generazione in generazione, come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te. La terra dove sei forestiero, tutta la terra di Canaan, la darò in possesso per sempre a te e alla tua discendenza dopo di te; sarò il loro Dio».
Disse Dio ad Abramo: «Da parte tua devi osservare la mia alleanza, tu e la tua discendenza dopo di te, di generazione in generazione».
1. Dio prende un impegno solenne con Abram. L’ALLEANZA È UN IMPEGNO SOLENNE ED IRREVOCABILE. È una parola data per sempre. ABRAM DIVENTERÀ PADRE DI UNA MOLTITUDINE DI NAZIONI, “TI CHIAMERAI ABRAMO”. È Dio che si impegna a rendere Abramo padre di una moltitudine di nazioni.

2. ABRAMO NON DEVE FARE NULLA. Deve solo ASCOLTARE il suo Dio. CAMMINARE davanti a lui ed essere integro. Dio lo renderà molto fecondo. Dio lo farà diventare nazioni. TUTTO IN LUI È OPERA DI DIO.

3. DIO SI IMPEGNA anche con tutta la sua discendenza, di generazione in generazione, PROMETTE ALLA DISCENDENZA di Abramo tutta la terra di Canaan. AD ABRAMO È CHIESTO DI PRENDERE UN IMPEGNO SOLENNE in nome di tutta la sua discendenza pari a quello di Dio: «OSSERVARE LA MIA ALLEANZA». Mai dovrà ritirare la parola data a Dio oggi.

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 8,51-59
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno''. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».
Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ''È nostro Dio!'', e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».
Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

 

La promessa di Gesù è tanto grande da apparire impossibile. E Gesù non soltanto ci promette che non vedremo ‘la morte in eterno’ al di là di questa vita. La questione riguarda anche il presente, perché la vita eterna che Lui ci dona è già in atto.
Gesù non è un profeta, un semplice maestro, un taumaturgo, un efficace esorcista, un seducente predicatore. Gesù è il Signore. Il cristianesimo si fonda sullo “scandalo” di questa verità.
Col nostro padre Abramo vogliamo gioire della promessa: Lui aveva fede, ed è stato fatto giusto nella fede. I dottori della legge avevano perso la fede: erano dottori della legge, ma senza fede! Ma di più: avevano perso la legge! Perché il centro della legge è l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo.

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All'affermazione di Gesù che parla “come Dio”, che parla di vita eterna la risposta automatica è “indemoniato”. Ci scandalizza ma proviamo a immedesimarci, cosa avremmo risposto noi?

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26.03 SAN CASTULO, MARTIRE, SULLA VIA LABICANA

 

SAN CASTULO

Castulo è ricordato nel Martirologio Geronimiano il 12 gennaio (insieme a Zotico) e il 26 marzo singolarmente. Una nota marginale all’itinerario De locis sanctis martyrum attesta che il suo corpo era sepolto in profondità in un cimitero sulla via Prenestina, presso l’acquedotto di Claudio, accanto al vescovo Stratonico. Anche la Silloge di Tours conserva un’iscrizione votiva in suo onore. Questi elementi confermano l’esistenza storica di un martire di nome Castulo e il suo culto in ambito romano.

Tuttavia, le notizie sulla sua vita sono scarse e di limitato valore storico. La fonte principale è la passio di san Sebastiano, testo agiografico che lo presenta come cubiculario (funzionario di corte) dell’imperatore Diocleziano. Secondo il racconto, Castulo avrebbe nascosto numerosi cristiani nel palazzo imperiale sul Palatino. Tradito dall’apostata Torquato, fu arrestato, torturato e infine gettato in una fossa e sepolto vivo sotto una massa di sabbia.

Il racconto è generico e tipico della letteratura martiriale, tanto che già in epoca antica si sapeva ben poco di certo sulla sua vicenda personale. La sua memoria si fonda dunque più sulla tradizione cultuale che su dati storici verificabili.

Il cimitero attribuito a Castulo, scoperto nel 1672 tra via Prenestina e via Labicana presso Porta Maggiore, risultava ricco di materiali archeologici, poi dispersi. Ulteriori danni si verificarono nel 1864 durante i lavori per la ferrovia Roma-Civitavecchia. Infine, il bombardamento dell’aprile 1943 riportò alla luce alcune gallerie, già però in stato di grave devastazione.

La figura di Castulo rimane così sospesa tra storia e leggenda: certamente venerato e realmente esistito, ma privo di una biografia solida. La sua memoria sopravvive più attraverso i luoghi, le iscrizioni e la tradizione liturgica che attraverso fatti documentati.

 

Per noi oggi

1.     La memoria conta più dei dettagli.
Castulo ci ricorda che l’identità cristiana delle origini non si fondava su biografie perfette, ma su testimonianze custodite dalla comunità. Oggi, ossessionati dalla verifica totale e dal dato certo, rischiamo di perdere il valore simbolico della memoria condivisa.

2.     Il potere può nascondere santi al suo interno.
Castulo, funzionario imperiale, agisce nel cuore del potere. Non tutti i testimoni sono “fuori sistema”: alcuni operano dall’interno. Questo provoca la nostra idea che coerenza significhi sempre distanza dalle strutture.

3.     La distruzione dei luoghi parla quanto la loro esistenza.
Il suo cimitero devastato nei secoli e riscoperto tra le macerie del 1943 è simbolo di una fede che sopravvive anche quando le tracce materiali vengono cancellate. Forse oggi non è la mancanza di prove a indebolire la fede, ma la mancanza di memoria viva.

... – Roma, 286

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