mercoledì 29 luglio 2026

29.07.2026 - 1Gv 4,7-16 - Gv 11,19-27 - Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 4,7-16

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito.
E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi.
Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
1. Chi desidera conoscere Dio, DEVE vivere l’amore fraterno perché l’amore è da Dio e Dio è amore. IL MODO DI AMARE DI DIO È IL FIGLIO. Non lo ha risparmiato e lo ha mandato nel mondo per salvare il mondo. IL FIGLIO AMA “I FIGLI” e, per far crescere il bene e la vita vera, PRENDE SU DI SÉ E ANNIENTA I PECCATI.
2. NOI POSSIAMO VEDERE E CONOSCERE DIO perché abbiamo dalla nostra parte la mediazione del Figlio e dello Spirito Santo. NELL’AMORE CHE ABBIAMO RICEVUTO DA DIO – che è amore – NOI ABBIAMO CONOSCIUTO LUI e abbiamo compreso che POSSIAMO/DOBBIAMO AMARE I FRATELLI.
3. Il Figlio che i discepoli hanno visto si fa accessibile anche a noi ed è il fondamento della vita cristiana. TUTTA LA VITA CRISTIANA HA UN FONDAMENTALE INSOSTITUIBILE CHE È CRISTO. Ora Giovanni ci dice che CONFESSARLO NELLA FEDE SIGNIFICA RIMANERE NELL’AMORE E CONOSCERE DIO.

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+ Dal vangelo secondo Giovanni - Gv 11,19-27
In quel tempo, molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa.
Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».
Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».

 

Marta ha fiducia in Gesù, ma come sperare che il fratello ritorni in vita? E’ ben vero che Gesù le dice: “Tuo fratello risorgerà”. E aggiunge: “Io sono la risurrezione e la vita…”. Marta ha un balzo. Non sa fin dove possa giungere la potenza di Gesù, ma dice con determinazione la sua fede in Lui, con parole che sono diventate anche nostre: “Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio…”. Anche quando non sappiamo se accadrà il miracolo, e quando il miracolo non accade, sappiamo di poterci fidare di Gesù, salvatore del mondo, vincitore della morte.
Infatti "Chi crede in me, anche se muore vivrà”. Qui per credere non si tratta di sapere semplicemente che Gesù è risorto. Questo lo sanno anche i demoni.
Si tratta invece di essere unito a Lui mediante una fede viva, e cioè con una fede accompagnata dalla carità, dalla grazia.

 

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29.07 - SANTA MARTA DI BETANIA

SANTA MARTA DI BETANIA

Santa Marta di Betania viveva con i fratelli Maria e Lazzaro nel villaggio di Betania, vicino a Gerusalemme. La loro casa era uno dei luoghi in cui Gesù amava fermarsi durante la sua missione pubblica, trovando amicizia, accoglienza e affetto sincero. Nei Vangeli Marta appare come una donna concreta, laboriosa e attenta alle necessità degli altri. Quando il Maestro arrivava, si preoccupava di servirlo con premura e generosità. Celebre è l'episodio in cui, mentre Marta è occupata nei molti servizi domestici, Maria rimane seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare la sua parola. Di fronte alla sua protesta, il Signore le insegna che la cosa più importante è mettere Dio al primo posto e custodire uno spazio per l'ascolto e la contemplazione. Gesù non rimprovera il servizio di Marta, ma la invita a vivere con maggiore serenità e a non lasciarsi assorbire dalle preoccupazioni. Marta dimostra poi tutta la sua grandezza spirituale nell'episodio della morte del fratello Lazzaro. Quando Gesù arriva a Betania, ella corre subito incontro al Maestro e gli manifesta una fede straordinaria. Alle parole di Cristo risponde con una delle più belle professioni di fede del Vangelo: «Io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo». Questa dichiarazione rivela la profondità del suo rapporto con il Signore. Poco dopo assiste al miracolo della risurrezione di Lazzaro, segno della vittoria di Gesù sulla morte. Anche durante la cena offerta a Cristo pochi giorni prima della Passione, Marta continua a servire con amore mentre Maria onora il Maestro con il prezioso profumo di nardo. La Chiesa vede in lei il modello di chi vive la carità concreta senza dimenticare la preghiera. La sua figura insegna che il lavoro, il servizio e l'impegno quotidiano acquistano pieno significato quando nascono dall'incontro con Dio. Per questo Santa Marta è venerata come patrona delle casalinghe, dei cuochi, delle domestiche e degli albergatori, diventando esempio di accoglienza, dedizione e fede operosa. per noi oggi 1. Marta lavorava molto, ma Gesù le ricordò che la preghiera viene prima dell'agitazione. Noi troviamo tempo per ascoltare Dio oppure siamo sempre occupati senza fermarci mai? 2. Davanti alla morte del fratello, Marta non perse la fiducia nel Signore. Quando arrivano le prove continuiamo a credere oppure la nostra fede vacilla facilmente? 3. Marta serviva gli altri con generosità e senza cercare riconoscimenti.
Il nostro servizio nasce dall'amore o dal desiderio di essere apprezzati e lodati dagli altri?
sec. I
   Memoria di santa Marta, che a Betania vicino a Gerusalemme accolse nella sua casa il Signore Gesù e, alla morte del fratello, professò: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».


martedì 28 luglio 2026

28.07.2026 - Ger 14,7b-22 - Mt 13,36-43 - Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 14,7b-22

Il Signore ha detto:
«I miei occhi grondano lacrime
notte e giorno, senza cessare,
perché da grande calamità
è stata colpita la vergine,
figlia del mio popolo,
da una ferita mortale.
Se esco in aperta campagna,
ecco le vittime della spada;
se entro nella città,
ecco chi muore di fame.
Anche il profeta e il sacerdote
si aggirano per la regione senza comprendere».
Hai forse rigettato completamente Giuda,
oppure ti sei disgustato di Sion?
Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi?
Aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene,
il tempo della guarigione, ed ecco il terrore!
Riconosciamo, Signore, la nostra infedeltà,
la colpa dei nostri padri:
abbiamo peccato contro di te.
Ma per il tuo nome non respingerci,
non disonorare il trono della tua gloria.
Ricòrdati! Non rompere la tua alleanza con noi.
Fra gli idoli vani delle nazioni c’è qualcuno che può far piovere?
Forse che i cieli da sé mandano rovesci?
Non sei piuttosto tu, Signore, nostro Dio?
In te noi speriamo,
perché tu hai fatto tutto questo.
1. LA SITUAZIONE DEL POPOLO DI DIO È TRAGICA: si sono allontanati da Dio e hanno gettato un intero popolo nella disgrazia e nel disorientamento. Il Signore per mezzo del profeta Geremia, annunzia la grande calamità che sta per abbattersi su Guida e su Gerusalemme. DIO PIANGE NOTTE E GIORNO PER IL SUO POPOLO, PIANGE PERCHÉ LA MORTE È IMMINENTE.  
2. ECCO COSA VEDE IL SIGNORE: VITTIME DELLA SPADA E VITTIME DELLA FAME. Anche il popolo vede la sciagura nella quale è precipitato e si rivolge al Signore per chiedere soccorso. Hai forse rigettato completamente Giuda? Perché ci hai colpiti? GIUDA RICONOSCE IL SUO PECCATO DI INFEDELTÀ, MA NON HA NESSUNA PAROLA NÉ DI PENTIMENTO NÉ DI CONVERSIONE.
3. Eppure, Dio ha ancora pietà del Suo popolo. Sue lacrime ne sono il segno evidente e commovente. NON È DIO CHE RESPINGE GIUDA. È IL POPOLO CHE NON SI LASCIA AIUTARE. LA SALVEZZA VIENE SOLO DALLA PAROLA DI DIO CHE DIVIENE PAROLA DELL’UOMO.

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+ Dal vangelo secondo Matteo - Mt 13,36-43
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti». 

 

Dio si fida di noi, del bene che possiamo fare e portare agli altri. La zizzania a Lui non interessa, non la guarda. Il Signore sa che più inondiamo la nostra vita di bene, meno terreno la zizzania avrà disposizione per crescere. Noi non siamo stati creati per essere erbaccia e la nostra vita non è stata seminata di zizzania, ma di seme buono.
E’ proprio buffo: spesso sprechiamo tutto il nostro tempo a cercare di togliere i fili di zizzania nella nostra vita e non ci accorgiamo che così facendo le spighe rischiano di restare vuote, senza frutto al loro interno.
Vinci il male presente nella tua vita facendo del bene! 
Sappi che saranno i giusti a splendere come il sole! Nessuno dovrà pentirsi di aver scelto di compiere dei sacrifici e ogni sforzo in più nella testimonianza o nell’aiutare il prossimo sarà un tassello verso la beatitudine. Questo non va mai dimenticato. La pena nel caso contrario è senza appello ed è la dannazione eterna.

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La parabola della zizzania non è un testo incomprensibile ma molto esigente. Chiede pazienza e fede in Dio, giusto giudice. Ci pone la domanda più tremenda: Unde malo? Da dove (e perché) il male?

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28.07 - SAN PEDRO POVEDA CASTROVERDE

SAN PEDRO POVEDA CASTROVERDE
San Pedro Poveda Castroverde nacque a Linares, in Spagna, il 3 dicembre 1874. Fin da bambino sentì la chiamata al sacerdozio ed entrò in seminario all'età di quindici anni. Ordinato sacerdote nel 1897, si dedicò con passione all'evangelizzazione e alla promozione umana delle persone più povere. Nei primi anni del suo ministero lavorò tra gli abitanti delle grotte che circondavano la città di Guadix, impegnandosi per migliorare le loro condizioni di vita attraverso l'istruzione, la formazione professionale e l'assistenza sociale. Convinto che l'educazione fosse uno strumento fondamentale per trasformare la società, si interessò profondamente ai problemi della scuola e della formazione degli insegnanti. Non entrò nelle polemiche del suo tempo, ma cercò di valorizzare la figura dell'educatore come testimone di valori umani e cristiani. Con questo obiettivo fondò l'Istituzione Teresiana, ispirata a Santa Teresa d'Avila, per promuovere il dialogo tra fede e cultura, tra Vangelo e vita quotidiana. A Madrid fondò residenze universitarie, associazioni culturali e opere educative rivolte soprattutto ai giovani. Fu uomo di preghiera, sacerdote prudente e coraggioso, sempre disponibile verso i poveri, gli ammalati e gli emarginati. Negli anni difficili che precedettero la guerra civile spagnola invitò tutti a vivere la carità, la prudenza e la fiducia nella Provvidenza. Il 27 luglio 1936 venne arrestato da alcuni miliziani e dichiarò apertamente: «Sono sacerdote di Gesù Cristo». Consapevole del destino che lo attendeva, affrontò la persecuzione con serenità e fede. Fu ucciso in odio alla fede e il suo corpo venne ritrovato il giorno successivo vicino al cimitero dell'Almudena di Madrid. La Chiesa riconobbe il suo autentico martirio e San Giovanni Paolo II lo beatificò nel 1993 e lo canonizzò nel 2003. La sua eredità continua ancora oggi attraverso l'Istituzione Teresiana, presente in numerosi Paesi del mondo. L'UNESCO lo ha riconosciuto tra le personalità che hanno contribuito in modo significativo allo sviluppo dell'educazione e della cultura. San Pedro Poveda rimane un esempio luminoso di fede vissuta nell'impegno educativo, nel dialogo e nel servizio alla società. per noi oggi 1. Pedro Poveda vedeva nell'educazione uno strumento per cambiare il mondo. Noi investiamo davvero nella formazione umana e spirituale oppure ci accontentiamo di informazioni superficiali? 2. Nei tempi della persecuzione invitava a crescere nella preghiera, nella carità e nella pace. Davanti alle tensioni di oggi reagiamo con fede e serenità o alimentiamo divisioni e conflitti? 3. Quando fu arrestato dichiarò senza paura: «Sono sacerdote di Gesù Cristo». Noi abbiamo il coraggio di mostrare la nostra identità cristiana oppure la nascondiamo per timore del giudizio degli altri?
Linares, Spagna, 3 dicembre 1874 - Madrid, Spagna, 28 luglio 1936
   A Madrid in Spagna, san Pietro Poveda Castroverde, sacerdote e martire, che per la diffusione dei valori cristiani fondò l’Istituto Teresiano e, all’inizio della persecuzione contro la Chiesa, fu ucciso in odio alla fede, offrendo a Dio una luminosa testimonianza

NELLO STESSO GIORNO:

SANTI NAZARIO E CELSO Martiri

+ Milano 304

Nazario aveva predicato in Italia, a Treviri e in Gallia. Qui battezzò Celso che aveva nove anni. Furono martirizzati a Milano nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano.

 

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LA PACE INIZIA DA ME.

LA PACE INIZIA DA ME.

«Non ci resta che pregare», questa frase spesso viene pronunciata di fronte ai drammi del mondo segnato da guerre, violenze e distruzioni.
Questa frase rischia di trasformarsi in un segno di rassegnazione e impotenza, quasi che i cristiani non possano fare altro che assistere passivamente agli eventi. In realtà, la preghiera invocata da papa Leone XIV per una pace «disarmata e disarmante» non è una fuga dalla realtà, ma una forza capace di risvegliare le coscienze. Pregare per la pace significa assumersi una responsabilità concreta e non rifugiarsi in una spiritualità consolatoria. Per questo la pace deve essere intesa come un vero vocabolario di scelte, relazioni e comportamenti. Allo stesso tempo occorre riscoprire il volto autentico di Dio, non come un sovrano severo e distante, ma come il Padre misericordioso annunciato da Gesù, che ama tutti senza distinzione. Una simile preghiera genera responsabilità comunitaria e invita i credenti a vigilare sulle grandi questioni del nostro tempo. Tra queste emerge l’aumento impressionante della spesa militare mondiale, che secondo il Sipri ha raggiunto livelli record, sottraendo risorse alla lotta contro la fame, alle politiche sociali e alla tutela dell’ambiente. Le risorse investite negli armamenti potrebbero contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e abitabile. La preghiera autentica spinge inoltre a interrogarsi sull’uso del proprio denaro e sul fenomeno delle cosiddette banche armate, che finanziano la produzione di armi. La comunità cristiana è chiamata a compiere scelte coerenti e coraggiose anche sul piano economico. La diplomazia rimane importante, ma da sola non basta ad affrontare le radici profonde dei conflitti. Serve una rinnovata profezia, capace di denunciare le ingiustizie e indicare percorsi alternativi di fraternità e riconciliazione. La preghiera, quindi, non sostituisce l’impegno, ma lo alimenta e lo orienta. Chi prega veramente non si allontana dalla storia, bensì vi entra con maggiore consapevolezza. La pace nasce quando la fede diventa scelta concreta, testimonianza e responsabilità condivisa. Per noi oggi 1. Preghiamo per la pace, ma i nostri risparmi finanziano indirettamente la produzione di armi? La coerenza evangelica passa anche dal conto corrente. 2. Se la pace è lasciata solo ai governi e ai diplomatici, abbiamo già rinunciato alla nostra parte di responsabilità. La profezia inizia dalle scelte quotidiane.
3. Forse il problema non è che preghiamo troppo poco, ma che preghiamo senza lasciarci cambiare. Una preghiera che non converte la vita rischia di diventare un alibi.

 

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lunedì 27 luglio 2026

27.07.2026 - Ger 13,1-11 - Mt 13,31-35 Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 13,1-11

Il Signore mi disse così: «Va’ a comprarti una cintura di lino e mettitela ai fianchi senza immergerla nell’acqua». Io comprai la cintura, secondo il comando del Signore, e me la misi ai fianchi.
Poi la parola del Signore mi fu rivolta una seconda volta: «Prendi la cintura che hai comprato e che porti ai fianchi e va’ subito all’Eufrate e nascondila nella fessura di una pietra». Io andai e la nascosi presso l’Eufrate, come mi aveva comandato il Signore.
Dopo molto tempo il Signore mi disse: «Àlzati, va’ all’Eufrate e prendi di là la cintura che ti avevo comandato di nascondervi». Io andai all’Eufrate, cercai e presi la cintura dal luogo in cui l’avevo nascosta; ed ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla.
Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: «Dice il Signore: In questo modo ridurrò in marciume l’orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme. Questo popolo malvagio, che rifiuta di ascoltare le mie parole, che si comporta secondo la caparbietà del suo cuore e segue altri dèi per servirli e per adorarli, diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Poiché, come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa d’Israele e tutta la casa di Giuda – oracolo del Signore –, perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria, ma non mi ascoltarono».

 

1. Dio ordina a Geremia di comprare una cintura di lino e di indossarla senza lavarla. Successivamente, gli chiede di nasconderla presso il fiume Eufrate, dove LA CINTURA MARCISCE. Questo simboleggia la vicinanza iniziale di Israele a Dio e il successivo allontanamento e corruzione.
2. La cintura marcia rappresenta L'ORGOGLIO E LA DISOBBEDIENZA del popolo di Giuda e di Gerusalemme. Dio sottolinea come IL LORO COMPORTAMENTO OSTINATO E L'ADORAZIONE DI ALTRI DÈI LI ABBIA RESI INUTILI COME LA CINTURA MARCIA.
3. Dio aveva voluto che il popolo di Israele fosse strettamente legato a Lui, come una cintura aderisce ai fianchi di un uomo, per essere un popolo di lode e gloria. Tuttavia, LA LORO DISOBBEDIENZA HA INFRANTO QUESTA RELAZIONE SPECIALE. Che dramma!

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 13,31-35

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Il regno dei cieli inizialmente può sembrare insignificante e nascosto perché Dio desidera lavorare dall'interno. E così improvvisamente diventa un qualcosa di dirompente ed evidente a tutti: così avviene con i semi sparsi dal Figlio nei cuori di coloro che hanno ascoltato la Sua Parola e la accolgono concretamente nella vita di tutti i giorni.
Possiamo essere fiduciosi, perché la Parola di Dio è parola creatrice, destinata a diventare «il chicco pieno nella spiga».
Queste parabole ci fanno capire che è sempre Dio, è sempre Dio a far crescere il suo Regno – per questo preghiamo nel "Padre nostro" che “venga il tuo Regno”.  È Lui che lo fa crescere, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti.

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Quanto ci mette un seme a diventare un albero? Ma nel seme c’è già tutto l’albero. E Gesù ha atteso molto tempo per rivelare «cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». E noi abbiamo questa pazienza?

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27.07 - SAN PANTALEONE

SAN PANTALEONE
San Pantaleone, vissuto tra il III e il IV secolo, è uno dei più celebri martiri della Chiesa antica ed è venerato come patrono delle ostetriche e compatrono dei medici. Nato a Nicomedia, in Asia Minore, era figlio di un ricco pagano di nome Eustorgio e di una madre cristiana, Eubula, che gli trasmise i primi insegnamenti della fede. Dopo la morte della madre si allontanò temporaneamente dal Cristianesimo e si dedicò con impegno allo studio della medicina, distinguendosi per la sua intelligenza e preparazione. Grazie alle sue capacità entrò al servizio della corte imperiale, acquisendo fama e prestigio. La sua vita cambiò profondamente grazie all'incontro con il sacerdote Ermolao, che lo aiutò a riscoprire la centralità di Gesù Cristo e il valore della salvezza eterna. Convinto dalla verità del Vangelo, Pantaleone tornò alla fede cristiana e iniziò a esercitare la professione medica come autentico servizio ai fratelli. Curava i malati senza chiedere alcun compenso, motivo per cui è ricordato tra i Santi Anargiri, cioè i santi che operavano gratuitamente. Attraverso la preghiera e l'invocazione del nome di Cristo compì numerose guarigioni che suscitarono ammirazione tra il popolo. Dopo aver convertito anche il padre, distribuì i suoi beni ai poveri e liberò i suoi schiavi. La sua testimonianza cristiana provocò però l'invidia di alcuni colleghi e attirò l'attenzione delle autorità imperiali durante la grande persecuzione contro i cristiani. Invitato a rinnegare la propria fede, Pantaleone rifiutò con fermezza ogni compromesso. Sottoposto a torture e a numerosi tentativi di esecuzione, continuò a proclamare la sua fiducia nel Signore. Secondo la tradizione affrontò il martirio con serenità, pregando perfino per i suoi persecutori. Prima della morte ricevette il nome di Panteleimon, che significa "colui che ha compassione di tutti". La Chiesa lo ricorda come esempio di misericordia, servizio disinteressato e amore verso i sofferenti. Ancora oggi è invocato da medici, infermieri e da quanti operano nel mondo della cura e della salute. per noi oggi 1. Pantaleone usò la sua professione per servire gli altri e non per arricchirsi. Noi vediamo il lavoro come una missione al servizio del bene o soltanto come un mezzo per il successo personale? 2. Curava gratuitamente chi aveva bisogno, senza chiedere nulla in cambio. Siamo capaci di fare del bene in modo gratuito oppure ci aspettiamo sempre una ricompensa o un riconoscimento? 3. Difese la sua fede anche davanti alla persecuzione e alla morte. Noi restiamo fedeli a Cristo quando la fede diventa scomoda oppure ci adattiamo facilmente alle pressioni del mondo?
m. 305 c.
   Pantaleone nacque nella seconda metà del III secolo a Nicomedia, nell’odierna Turchia. Diventerà successivamente medico e sarà perseguitato dall'imperatore di Costantinopoli Galerio per la sua adesione alla fede cristiana. Fu condannato a morte nel 305: gli furono inchiodate le braccia sulla testa, che poi il boia gli mozzò. È il patrono di medici.

NELLO STESSO GIORNO:

BEATA MARIA MADDALENA MARTINENGO Religiosa

Brescia, 4 ottobre 1687 – 27 luglio 1737

Della nobile famiglia Martinengo. All’età di 18 anni entrò nel monastero delle Clarisse Cappuccine. Per le sue esimie virtù, fu ben presto prescelta prima come maestra delle novizie, poi come Abbadessa. Lasciò alcuni scritti di alta mistica. Dotata in vita di carismi celesti e di una visibile conformità a Cristo Crocifisso.

SAN SIMEONE di Polirone Eremita

Armenia - † Polirone (Mantova), 26 luglio 1016

Simeone nacque in Armenia nel X secolo. Dopo un’esperienza come monaco e come eremita, intraprese una sequela ancor più radicale del Cristo, dando alla sua vita la forma del pellegrinaggio permanente, secondo una consuetudine diffusa soprattutto tra i cristiani d’Oriente. Raggiunse Gerusalemme, Roma, Compostella, Tours e altri santuari; ovunque predicò l’unità della fede, la pace e la carità, prendendosi cura dei poveri e dei più indifesi. Tornato in Italia, ormai ottantenne si ritirò presso il monastero di San Benedetto di Polirone, dove morì il 26 luglio 1016.

 

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