venerdì 6 febbraio 2026

06.02.2026 - Sir 47,2-13 NV [gr. 47,2-11] - Mc 6,14-29 - Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.

Dal libro del Siràcide - Sir 47,2-13 NV [gr. 47,2-11]

Come dal sacrificio di comunione si preleva il grasso,
così Davide fu scelto tra i figli d’Israele.
Egli scherzò con leoni come con capretti,
con gli orsi come con agnelli.
Nella sua giovinezza non ha forse ucciso il gigante
e cancellato l’ignominia dal popolo,
alzando la mano con la pietra nella fionda
e abbattendo la tracotanza di Golìa?
Egli aveva invocato il Signore, l’Altissimo,
che concesse alla sua destra la forza
di eliminare un potente guerriero
e innalzare la potenza del suo popolo.
Così lo esaltarono per i suoi diecimila,
lo lodarono nelle benedizioni del Signore
offrendogli un diadema di gloria.
Egli infatti sterminò i nemici all’intorno
e annientò i Filistei, suoi avversari;
distrusse la loro potenza fino ad oggi.
In ogni sua opera celebrò il Santo,
l’Altissimo, con parole di lode;
cantò inni a lui con tutto il suo cuore
e amò colui che lo aveva creato.
Introdusse musici davanti all’altare
e con i loro suoni rese dolci le melodie.
Conferì splendore alle feste,
abbellì i giorni festivi fino alla perfezione,
facendo lodare il nome santo del Signore
ed echeggiare fin dal mattino il santuario.
Il Signore perdonò i suoi peccati,
innalzò la sua potenza per sempre,
gli concesse un’alleanza regale
e un trono di gloria in Israele.
1. Davide ha una fionda e pochi sassi; Golia è un gigante, è forzuto, eppure Davide con l'aiuto del Signore sconfigge Golia. SE CI FIDIAMO DEL SIGNORE, DIVENTIAMO CAPACI DI COSE IMPENSABILI NELLA NOSTRA VITA. 

2. Davide in ogni sua opera celebrò il Santo, l'Altissimo, amò Colui che lo aveva creato. Più sentiamo Dio vicino e dentro di noi, più lo lasciamo entrare nella nostra vita, PIÙ CI SENTIAMO AMATI DA LUI, PIÙ IN OGNI COSA CHE FACCIAMO VORREMMO DARE GLORIA A LUI. 

3. “IL SIGNORE PERDONÒ I SUOI PECCATI…”. Dio non cerca super uomini, persone impeccabili, ma solo persone che facciano del loro meglio per servirlo, riconoscendo i propri errori e rialzandosi, dopo aver fatto l’esperienza della misericordia del Signore. Buona vita!

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,14-29
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

 

Il Vangelo descrive la fine drammatica di Giovanni il Battista, uomo giusto che proclamò con coraggio la verità dei comandamenti di Dio, anche quando ciò significava opporsi a Erode, il re potente. Questa sua integrità gli procurò l’ostilità e il rancore di Erodìade, che trovò l’occasione per vendicarsi.
In questa scena Erode rivela tutta la sua debolezza, incapace di rifiutare una richiesta crudele a causa del giuramento e della pressione sociale. La vicenda porta a riflettere sulla vulnerabilità dell’animo umano di fronte alle influenze esterne e al cattivo uso del potere, mostrando come il cedimento morale possa condurre a scelte ingiuste. Giovanni, con il suo martirio, sigilla la sua testimonianza e servizio a Cristo, che è la verità in persona.


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06.02 SAN PAOLO MIKI E COMPAGNI

SAN PAOLO MIKI E COMPAGNI

San Paolo Miki e compagni sono i protomartiri del Giappone. La Chiesa ne celebra la memoria il 6 febbraio, ricordando il martirio avvenuto il 5 febbraio 1597 su una collina presso Nagasaki, dove ventisei cristiani furono crocifissi per la loro fede in Cristo.

A meno di cinquant’anni dalla prima evangelizzazione compiuta da san Francesco Saverio, il cristianesimo aveva conosciuto una sorprendente diffusione in Giappone, arrivando a contare oltre duecentomila battezzati. Inizialmente tollerata, la presenza cristiana divenne però sospetta agli occhi del potere politico. Il daimyo Toyotomi Hideyoshi, temendo un’infiltrazione straniera e turbato dalla fermezza morale dei cristiani, nel 1587 emanò un primo editto contro i missionari, rimasto in larga parte inapplicato. Nel 1596, tuttavia, la persecuzione divenne realtà.

Ventisei cristiani furono arrestati: sei francescani, tre gesuiti e diciassette laici francescani giapponesi, tra cui tre adolescenti. Capofila del gruppo era Paolo Miki, gesuita giapponese, predicatore eloquente e stimato, proveniente da una famiglia nobile. Per umiliarli e intimidire la popolazione, ai prigionieri venne amputata una parte dell’orecchio sinistro e furono costretti a una marcia estenuante da Kyoto a Nagasaki, lunga circa seicento miglia, durata trenta giorni.

Lontano dall’ottenere l’effetto desiderato, quel cammino divenne una solenne professione di fede: i martiri avanzavano cantando inni sacri, suscitando commozione e conversioni. Giunti sul luogo dell’esecuzione, davanti a migliaia di cristiani accorsi, baciarono le croci recanti i loro nomi e chiesero di potersi confessare. Furono legati e innalzati sulle croci, sorvegliati da samurai armati di lance di bambù.

Nel silenzio carico di tensione si levarono canti di lode: il Benedictus, i salmi intonati dai fanciulli, le litanie. Paolo Miki, dalla croce, proclamò il perdono per i carnefici e invitò alla conversione, testimoniando la speranza nella risurrezione. Alla fine, uno dopo l’altro, furono trafitti dalle lance. I corpi rimasero per settimane esposti, mentre si moltiplicavano segni prodigiosi venerati dai fedeli.

Beatificati nel 1627 e canonizzati nel 1862, san Paolo Miki e compagni sono patroni del Giappone e segno luminoso di una Chiesa giovane, capace di offrire la vita fino all’ultima goccia di sangue.

 

PER NOI OGGI

1.     La fede ci rende visibili o invisibili?
I martiri di Nagasaki non si nascondono: cantano, proclamano, testimoniano. La nostra fede oggi disturba qualcuno o passa inosservata?

2.     Siamo disposti a perdere tutto per Cristo?
Potere, sicurezza, vita: nulla fu risparmiato. Che cosa siamo pronti a sacrificare noi per non rinnegare il Vangelo?

3.     Che cosa annunciamo davanti alla croce?
Paolo Miki predica perdono e speranza mentre muore. Le nostre parole, nelle prove, parlano davvero di Cristo?

Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.

NELLO STESSO GIORNO:
SAN FRANCESCO SPINELLI, Sacerdote e fondatore 

Milano, 14 aprile 1853 - Rivolta d'Adda, Cremona, 6 febbraio 1913
A Rivolta d’Adda nel territorio di Cremona, San Francesco Spinelli, sacerdote, che, pur tra sofferenze e continue difficoltà pazientemente sopportate, fondò e guidò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento.

 

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giovedì 5 febbraio 2026

05.02.2026 - 1Re 2,1-4.10-12 - Mc 6,7-13 - Prese a mandarli.

Dal primo libro dei Re - 1 Re 2,1-4.10-12

I giorni di Davide si erano avvicinati alla morte, ed egli ordinò a Salomone, suo figlio: «Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e móstrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e le sue istruzioni, come sta scritto nella legge di Mosè, perché tu riesca in tutto quello che farai e dovunque ti volgerai, perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: “Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d’Israele”».
Davide si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. La durata del regno di Davide su Israele fu di quarant’anni: a Ebron regnò sette anni e a Gerusalemme regnò trentatré anni.
Salomone sedette sul trono di Davide, suo padre, e il suo regno si consolidò molto.
1. Davide sta per morire e nomina Salomone come suo successore. RICONOSCE IN LUI IL RE CHE DIO SCEGLIE PER IL SUO POPOLO. Il passaggio è delicato, perché siamo alla prima successione all’interno di una stessa famiglia in un CONTESTO DI TENSIONI IMPORTANTI tra i figli delle varie mogli, DAVIDE SVOLGE IL SUO RUOLO DI PROFETA E RICONOSCE SU SALOMONE LA VOLONTÀ DI DIO.

2. Davide comunica a Salomone ciò che ha scoperto, ciò che veramente conta nella vita, CIÒ CHE HA IMPARATO A SUE SPESE: il re di Israele NON PUÒ MAI PRESUMERE DI ESSERE AL DI SOPRA DELLA LEGGE DI DIO, il re è IL PRIMO SERVITORE E IL PRIMO RESPONSABILE perché la Legge sia ascoltata e obbedita. 

3. Queste sono LE CONDIZIONI PER CUI LA PROMESSA, CHE DIO HA FATTO A DAVIDE E ALLA SUA DISCENDENZA, POSSA AVVERARSI. Davide crede nella fedeltà di Dio verso la sua casa. CREDE CHE LA PAROLA DI DIO È STABILE COME I CIELI. Quanto il Signore dice, compie sempre. Davide invita Salomone A STARE DENTRO QUESTA RELAZIONE totalmente con tutto sé stesso: Lui e il popolo.

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Gesù ci chiama a non pensare secondo le categorie di “amico/nemico”, “noi/loro”, “chi è dentro/chi è fuori”, “mio/tuo”, ma ad andare oltre, ad aprire il cuore per poter riconoscere la sua presenza e l’azione di Dio anche in ambiti insoliti e imprevedibili.
Gesù manda i discepoli quasi allo sbaraglio, senza alcuna protezione che non sia la reciproca amicizia (a due a due...) e senza alcuna ricchezza e alcun potere che non sia la forza di quello che hanno visto e udito e di cui saranno testimoni. I discepoli annunciano Gesù, invitano a conversione e ‘ungono con olio gli infermi e li guariscono'. È l'inizio della grande opera di salvezza attuata dalla Chiesa. A me e a Te il compito di proseguire l'opera...

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Gesù invia i Dodici e con loro ogni cristiano che, in quanto tale, è missionario. Senza cibo né denaro e una sola tunica, come a dire. “povertà è libertà”. Una bella frase a effetto, ma ci crediamo?

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05.02 SANT'AGATA

SANT’AGATA

Sant’Agata, vergine e martire catanese, visse nel III secolo e subì il martirio il 5 febbraio 251 durante le persecuzioni dell’imperatore Decio. La forza della sua testimonianza fece nascere un culto antichissimo e diffusissimo già nei primi secoli cristiani, attestato sia in Occidente sia in Oriente. Agata fu presto riconosciuta come modello di fede radicale e di libertà interiore, tanto da essere invocata nel Canone Romano tra le sette grandi martiri della Chiesa antica.

Nata in una nobile famiglia di Catania, ricevette un’educazione cristiana solida e, ancora giovanissima, consacrò a Cristo la propria verginità, ricevendo il velo dal vescovo. Quando scoppiò la persecuzione di Decio, fu arrestata per ordine del proconsole Quinziano, che, attratto dalla sua bellezza, tentò di piegarla con promesse, minacce e seduzioni. Per trenta giorni fu affidata alla matrona Afrodisia, incaricata di corromperla con le lusinghe del mondo, ma Agata rimase ferma nella sua scelta.

Ricondotta davanti al proconsole, Agata pronunciò una delle frasi più forti della martirologia cristiana: «La massima libertà sta nel dimostrarsi servi di Cristo», smascherando così l’illusione del potere e delle false divinità. La sua fermezza scatenò la violenza: fu sottoposta al supplizio dell’eculeo e quindi al crudele strazio dei seni, segno del tentativo di colpire insieme il corpo e la dignità della donna consacrata.

Rinchiusa in prigione, Agata ricevette la visita di san Pietro, che la risanò nel nome di Cristo. Riportata davanti a Quinziano, dichiarò senza esitazione che la sua guarigione proveniva dal Figlio di Dio. Accecato dall’ira, il proconsole ordinò la tortura dei carboni ardenti, interrotta da un violento terremoto che provocò una rivolta popolare. Ricondotta in carcere, Agata affidò la sua vita al Signore e morì poco dopo.

La tradizione attribuisce alla sua intercessione numerosi prodigi, tra cui l’arresto di una colata lavica dell’Etna grazie al suo velo, portato in processione. Ancora oggi, Catania e molti altri luoghi invocano la sua protezione. Sant’Agata resta icona di una fede che non si piega, di una libertà che nasce dall’appartenenza totale a Cristo.

 

PER NOI OGGI

1.     Chi è davvero libero?
Agata, schiava secondo il potere, è più libera del proconsole che la giudica. Le nostre scelte chi servono davvero?

2.     Il corpo è solo qualcosa da difendere o anche da offrire?
Il martirio di Agata denuncia ogni violenza, ma mostra anche un corpo donato per amore. Sappiamo ancora leggere il corpo come luogo di testimonianza?

3.     Che prezzo siamo disposti a pagare per la coerenza?
Agata non negozia la fede. Noi quanto siamo pronti a “ridurre” il Vangelo per non perdere consenso o tranquillità?

Memoria di sant'Agata, vergine e martire, che a Catania, ancora fanciulla, nell'imperversare della persecuzione conservò nel martirio illibato il corpo e integra la fede, offrendo la sua testimonianza per Cristo Signore.

SOLIDITÀ CONTRO FLUIDITÀ

SOLIDITÀ CONTRO FLUIDITÀ

L’editoriale di Roberto Marchesini invita gli adulti moderni a riflettere sul modo in cui vivono le relazioni e la propria maturità. Partendo dalla filosofia aristotelica, l’autore distingue tra stato di potenza (potenzialità non ancora realizzate) e stato di atto (realizzazione concreta delle potenzialità), sottolineando come la vita adulta richieda scelte e responsabilità, accettando di rinunciare a possibilità alternative per concretizzare una vita piena. Tuttavia, secondo Bauman, la società moderna predilige la fluidità, ossia la permanenza nello stato di potenza, evitando impegni definitivi e responsabilità, un fenomeno che si traduce in una sorta di “adolescenza prolungata” anche negli adulti.

 L’autore critica la cosiddetta “pornografia affettiva”, cioè la frequentazione dell’altro sesso senza impegno e senza le responsabilità di una relazione stabile e monogama. Amicizie intese come surrogati di legami affettivi profondi e la fluidità sessuale creano solitudine, gelosie nascoste e relazioni avvelenate, simili per impatto negativo alla pornografia sessuale. L’appello centrale è chiaro: gli adulti devono abbracciare la vita solida, responsabilizzarsi nelle relazioni affettive, rinunciare alla superficialità dei legami e riscoprire la pienezza della vita adulta concreta, secondo la saggezza di Aristotele e san Tommaso.

 In sintesi, crescere significa passare da una vita potenzialmente illimitata e fluida a una vita definita, consapevole, solida, in cui le relazioni vengono vissute con autenticità, fedeltà e responsabilità.

 

PER NOI OGGI

 1.     L’amicizia tra uomo e donna senza impegno è una forma moderna di inganno emotivo: il piacere affettivo senza responsabilità produce sofferenza simile alla pornografia.

 2.     La giovinezza eterna è un mito tossico: rifiutare la vita adulta significa rinunciare alla pienezza delle relazioni e al compimento personale.

 3.     La vera libertà si conquista con la responsabilità, non evitando le scelte difficili o l’esclusività: la crescita richiede coraggio e concretezza.

 

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mercoledì 4 febbraio 2026

04.02.2026 - 2Sam 24,2.9-17 - Mc 6,1-6 - Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 24,2.9-17

In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».
Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila.
Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza».
Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».
Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!».
L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».
1. IL PECCATO DEL RE DAVIDE È LA SUPERBIA, L’ORGOGLIO, LA VANITÀ. Davide vuole conoscere quanto grande è il suo regno.  Vuole sapere in caso di guerra su quanti soldati lui può contare. Davide si dimentica che SOLO SUL SIGNORE LUI DEVE CONTARE. È il Signore il Dio della vittoria, non i suoi soldati.

2. Dopo aver contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso per non aver avuto fiducia in Dio. Prega il Signore; “Ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, perché io ho commesso una grande stoltezza”. IL PECCATO È SEMPRE STOLTEZZA, PERCHÉ È FALSITÀ E MENZOGNA, FALSITÀ E MENZOGNA CONTRO DIO E CONTRO L’UOMO.

3. Il Signore presenta a Davide LA VIA PER LA RIPARAZIONE del suo peccato. DAVIDE SCEGLIE DI CADERE NELLE MANI DEL SIGNORE, perché sa che la misericordia di Dio è grande. E IL SIGNORE MANIFESTA A DAVIDE LA SUA MISERICORDIA fermando l’angelo devastatore: “Ora basta! Ritira la mano!” Il suo peccato ha coinvolto il suo popolo. È questo il mistero del peccato: ESSO MAI SI FERMA SULLA PERSONA CHE LO COMMETTE. Rifletti prima di peccare!

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

La sconcertata sorpresa dei concittadini offre un magnifico ritratto di Gesù. Il  ragazzo e il giovane che essi credevano di conoscere, si rivela diverso. Le categorie con le quali pensavano di definirlo, non bastano: la gente di Nazaret si scontra con una novità inaspettata. Per molti è uno scandalo. L’incontro con Gesù pone davanti a un bivio: accettare di camminare con lui per verificare nell’esperienza la novità della sua persona, oppure scivolare via per un’altra strada.
Non si può conoscere Gesù senza coinvolgersi con Lui, senza scommettere la vita per Lui. E Dio ti lascia libero di scegliere, Lui si ferma davanti alla tua incredulità mostrando la sua reale impotenza nell'onnipotenza.
Ma Tu sei disposto a seguire Gesù?

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A Nazareth nessun miracolo. Troppa vicinanza diventa complicità soffocante. L'amicizia, che è il vero miracolo, ha bisogno di quella giusta distanza chiamata libertà. Siamo capaci di questa libertà?

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04.02 SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

San Giuseppe da Leonessa nacque l’8 gennaio 1556 in una famiglia nobile e benestante. Rimasto orfano in giovane età, fu educato dallo zio Battista Desideri, umanista e maestro a Viterbo, che gli garantì una solida formazione culturale e religiosa. Dotato di intelligenza e carisma, Giuseppe aveva davanti a sé prospettive di successo e di matrimonio vantaggioso, che rifiutò con decisione, attratto da una chiamata più radicale.

Dopo una grave malattia, tornò a Leonessa e maturò la scelta di entrare tra i Cappuccini. Vestì l’abito nel 1572 ad Assisi, cambiando il nome di Eufranio in Giuseppe. Nonostante le pressioni familiari, che lo volevano fuori dal convento per sostenere le sorelle, rimase fermo nella sua vocazione, distinguendosi fin da subito per lo spirito di penitenza e per l’intensità della vita spirituale. Ordinato sacerdote, divenne predicatore molto richiesto e coltivò il desiderio missionario.

Nel 1587 fu inviato a Costantinopoli, dove si dedicò soprattutto all’assistenza dei cristiani prigionieri dei Turchi. Spinto da un ardore missionario estremo, tentò più volte di parlare direttamente al sultano Murad III. Arrestato, subì una delle torture più crudeli: la pena del gancio, restando sospeso per tre giorni sopra un fuoco acceso. Sopravvissuto miracolosamente, venne espulso.

Rientrato in Italia, Giuseppe intensificò la predicazione, unendo alla parola una vita di penitenza radicale: cibo poverissimo, sonno su pietre e paglia, ritmi di lavoro estenuanti. La sua predicazione, semplice e popolare, mirava alla riconciliazione, alla giustizia sociale e al soccorso dei poveri. Fondò Monti di Pietà e Monti Frumentari, promosse ospedali e opere di carità, accompagnando l’azione con una profonda vita mistica, segnata — secondo le fonti — da miracoli e grazie straordinarie.

Dopo una grave e dolorosa malattia affrontata con serenità, morì il 4 febbraio 1612 ad Amatrice. Il suo corpo, venerato dal popolo, fu poi traslato a Leonessa. Beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746, san Giuseppe da Leonessa resta testimone di una fede senza compromessi, disposta a consumarsi per il Vangelo.

 

PER NOI OGGI

 1.     Che cosa siamo disposti a perdere per seguire Dio?

Giuseppe rinuncia a ricchezza, sicurezza e perfino alla protezione della famiglia. Noi che cosa sacrifichiamo davvero? 

2.     La nostra fede è prudente o ardente?
Il suo zelo appare “eccessivo” agli occhi moderni. Ma non è forse tiepida una fede che non rischia nulla?

3.     Annunciamo con le parole o con la vita?
Predicava fino allo sfinimento, ma viveva ciò che annunciava. Le nostre scelte quotidiane confermano ciò che diciamo di credere?

Nato nel 1556, si reca a Costantinopoli dove aiuta i cristiani prigionieri dei turchi. Vuole annunciare il Vangelo al sultano: viene arrestato, torturato e cacciato. In Italia, predica la Buona notizia a poveri, malati, carcerati, viaggiando a piedi, paese per paese. Muore ad Amatrice nel 1612.