giovedì 5 febbraio 2026

05.02.2026 - 1Re 2,1-4.10-12 - Mc 6,7-13 - Prese a mandarli.

Dal primo libro dei Re - 1 Re 2,1-4.10-12

I giorni di Davide si erano avvicinati alla morte, ed egli ordinò a Salomone, suo figlio: «Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e móstrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e le sue istruzioni, come sta scritto nella legge di Mosè, perché tu riesca in tutto quello che farai e dovunque ti volgerai, perché il Signore compia la promessa che mi ha fatto dicendo: “Se i tuoi figli nella loro condotta si cureranno di camminare davanti a me con fedeltà, con tutto il loro cuore e con tutta la loro anima, non ti sarà tolto un discendente dal trono d’Israele”».
Davide si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. La durata del regno di Davide su Israele fu di quarant’anni: a Ebron regnò sette anni e a Gerusalemme regnò trentatré anni.
Salomone sedette sul trono di Davide, suo padre, e il suo regno si consolidò molto.
1. Davide sta per morire e nomina Salomone come suo successore. RICONOSCE IN LUI IL RE CHE DIO SCEGLIE PER IL SUO POPOLO. Il passaggio è delicato, perché siamo alla prima successione all’interno di una stessa famiglia in un CONTESTO DI TENSIONI IMPORTANTI tra i figli delle varie mogli, DAVIDE SVOLGE IL SUO RUOLO DI PROFETA E RICONOSCE SU SALOMONE LA VOLONTÀ DI DIO.

2. Davide comunica a Salomone ciò che ha scoperto, ciò che veramente conta nella vita, CIÒ CHE HA IMPARATO A SUE SPESE: il re di Israele NON PUÒ MAI PRESUMERE DI ESSERE AL DI SOPRA DELLA LEGGE DI DIO, il re è IL PRIMO SERVITORE E IL PRIMO RESPONSABILE perché la Legge sia ascoltata e obbedita. 

3. Queste sono LE CONDIZIONI PER CUI LA PROMESSA, CHE DIO HA FATTO A DAVIDE E ALLA SUA DISCENDENZA, POSSA AVVERARSI. Davide crede nella fedeltà di Dio verso la sua casa. CREDE CHE LA PAROLA DI DIO È STABILE COME I CIELI. Quanto il Signore dice, compie sempre. Davide invita Salomone A STARE DENTRO QUESTA RELAZIONE totalmente con tutto sé stesso: Lui e il popolo.

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

 

Gesù ci chiama a non pensare secondo le categorie di “amico/nemico”, “noi/loro”, “chi è dentro/chi è fuori”, “mio/tuo”, ma ad andare oltre, ad aprire il cuore per poter riconoscere la sua presenza e l’azione di Dio anche in ambiti insoliti e imprevedibili.
Gesù manda i discepoli quasi allo sbaraglio, senza alcuna protezione che non sia la reciproca amicizia (a due a due...) e senza alcuna ricchezza e alcun potere che non sia la forza di quello che hanno visto e udito e di cui saranno testimoni. I discepoli annunciano Gesù, invitano a conversione e ‘ungono con olio gli infermi e li guariscono'. È l'inizio della grande opera di salvezza attuata dalla Chiesa. A me e a Te il compito di proseguire l'opera...

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Gesù invia i Dodici e con loro ogni cristiano che, in quanto tale, è missionario. Senza cibo né denaro e una sola tunica, come a dire. “povertà è libertà”. Una bella frase a effetto, ma ci crediamo?

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05.02 SANT'AGATA

SANT’AGATA

Sant’Agata, vergine e martire catanese, visse nel III secolo e subì il martirio il 5 febbraio 251 durante le persecuzioni dell’imperatore Decio. La forza della sua testimonianza fece nascere un culto antichissimo e diffusissimo già nei primi secoli cristiani, attestato sia in Occidente sia in Oriente. Agata fu presto riconosciuta come modello di fede radicale e di libertà interiore, tanto da essere invocata nel Canone Romano tra le sette grandi martiri della Chiesa antica.

Nata in una nobile famiglia di Catania, ricevette un’educazione cristiana solida e, ancora giovanissima, consacrò a Cristo la propria verginità, ricevendo il velo dal vescovo. Quando scoppiò la persecuzione di Decio, fu arrestata per ordine del proconsole Quinziano, che, attratto dalla sua bellezza, tentò di piegarla con promesse, minacce e seduzioni. Per trenta giorni fu affidata alla matrona Afrodisia, incaricata di corromperla con le lusinghe del mondo, ma Agata rimase ferma nella sua scelta.

Ricondotta davanti al proconsole, Agata pronunciò una delle frasi più forti della martirologia cristiana: «La massima libertà sta nel dimostrarsi servi di Cristo», smascherando così l’illusione del potere e delle false divinità. La sua fermezza scatenò la violenza: fu sottoposta al supplizio dell’eculeo e quindi al crudele strazio dei seni, segno del tentativo di colpire insieme il corpo e la dignità della donna consacrata.

Rinchiusa in prigione, Agata ricevette la visita di san Pietro, che la risanò nel nome di Cristo. Riportata davanti a Quinziano, dichiarò senza esitazione che la sua guarigione proveniva dal Figlio di Dio. Accecato dall’ira, il proconsole ordinò la tortura dei carboni ardenti, interrotta da un violento terremoto che provocò una rivolta popolare. Ricondotta in carcere, Agata affidò la sua vita al Signore e morì poco dopo.

La tradizione attribuisce alla sua intercessione numerosi prodigi, tra cui l’arresto di una colata lavica dell’Etna grazie al suo velo, portato in processione. Ancora oggi, Catania e molti altri luoghi invocano la sua protezione. Sant’Agata resta icona di una fede che non si piega, di una libertà che nasce dall’appartenenza totale a Cristo.

 

PER NOI OGGI

1.     Chi è davvero libero?
Agata, schiava secondo il potere, è più libera del proconsole che la giudica. Le nostre scelte chi servono davvero?

2.     Il corpo è solo qualcosa da difendere o anche da offrire?
Il martirio di Agata denuncia ogni violenza, ma mostra anche un corpo donato per amore. Sappiamo ancora leggere il corpo come luogo di testimonianza?

3.     Che prezzo siamo disposti a pagare per la coerenza?
Agata non negozia la fede. Noi quanto siamo pronti a “ridurre” il Vangelo per non perdere consenso o tranquillità?

Memoria di sant'Agata, vergine e martire, che a Catania, ancora fanciulla, nell'imperversare della persecuzione conservò nel martirio illibato il corpo e integra la fede, offrendo la sua testimonianza per Cristo Signore.

SOLIDITÀ CONTRO FLUIDITÀ

SOLIDITÀ CONTRO FLUIDITÀ

L’editoriale di Roberto Marchesini invita gli adulti moderni a riflettere sul modo in cui vivono le relazioni e la propria maturità. Partendo dalla filosofia aristotelica, l’autore distingue tra stato di potenza (potenzialità non ancora realizzate) e stato di atto (realizzazione concreta delle potenzialità), sottolineando come la vita adulta richieda scelte e responsabilità, accettando di rinunciare a possibilità alternative per concretizzare una vita piena. Tuttavia, secondo Bauman, la società moderna predilige la fluidità, ossia la permanenza nello stato di potenza, evitando impegni definitivi e responsabilità, un fenomeno che si traduce in una sorta di “adolescenza prolungata” anche negli adulti.

 L’autore critica la cosiddetta “pornografia affettiva”, cioè la frequentazione dell’altro sesso senza impegno e senza le responsabilità di una relazione stabile e monogama. Amicizie intese come surrogati di legami affettivi profondi e la fluidità sessuale creano solitudine, gelosie nascoste e relazioni avvelenate, simili per impatto negativo alla pornografia sessuale. L’appello centrale è chiaro: gli adulti devono abbracciare la vita solida, responsabilizzarsi nelle relazioni affettive, rinunciare alla superficialità dei legami e riscoprire la pienezza della vita adulta concreta, secondo la saggezza di Aristotele e san Tommaso.

 In sintesi, crescere significa passare da una vita potenzialmente illimitata e fluida a una vita definita, consapevole, solida, in cui le relazioni vengono vissute con autenticità, fedeltà e responsabilità.

 

PER NOI OGGI

 1.     L’amicizia tra uomo e donna senza impegno è una forma moderna di inganno emotivo: il piacere affettivo senza responsabilità produce sofferenza simile alla pornografia.

 2.     La giovinezza eterna è un mito tossico: rifiutare la vita adulta significa rinunciare alla pienezza delle relazioni e al compimento personale.

 3.     La vera libertà si conquista con la responsabilità, non evitando le scelte difficili o l’esclusività: la crescita richiede coraggio e concretezza.

 

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mercoledì 4 febbraio 2026

04.02.2026 - 2Sam 24,2.9-17 - Mc 6,1-6 - Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 24,2.9-17

In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».
Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila.
Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza».
Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».
Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!».
L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».
1. IL PECCATO DEL RE DAVIDE È LA SUPERBIA, L’ORGOGLIO, LA VANITÀ. Davide vuole conoscere quanto grande è il suo regno.  Vuole sapere in caso di guerra su quanti soldati lui può contare. Davide si dimentica che SOLO SUL SIGNORE LUI DEVE CONTARE. È il Signore il Dio della vittoria, non i suoi soldati.

2. Dopo aver contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso per non aver avuto fiducia in Dio. Prega il Signore; “Ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, perché io ho commesso una grande stoltezza”. IL PECCATO È SEMPRE STOLTEZZA, PERCHÉ È FALSITÀ E MENZOGNA, FALSITÀ E MENZOGNA CONTRO DIO E CONTRO L’UOMO.

3. Il Signore presenta a Davide LA VIA PER LA RIPARAZIONE del suo peccato. DAVIDE SCEGLIE DI CADERE NELLE MANI DEL SIGNORE, perché sa che la misericordia di Dio è grande. E IL SIGNORE MANIFESTA A DAVIDE LA SUA MISERICORDIA fermando l’angelo devastatore: “Ora basta! Ritira la mano!” Il suo peccato ha coinvolto il suo popolo. È questo il mistero del peccato: ESSO MAI SI FERMA SULLA PERSONA CHE LO COMMETTE. Rifletti prima di peccare!

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

La sconcertata sorpresa dei concittadini offre un magnifico ritratto di Gesù. Il  ragazzo e il giovane che essi credevano di conoscere, si rivela diverso. Le categorie con le quali pensavano di definirlo, non bastano: la gente di Nazaret si scontra con una novità inaspettata. Per molti è uno scandalo. L’incontro con Gesù pone davanti a un bivio: accettare di camminare con lui per verificare nell’esperienza la novità della sua persona, oppure scivolare via per un’altra strada.
Non si può conoscere Gesù senza coinvolgersi con Lui, senza scommettere la vita per Lui. E Dio ti lascia libero di scegliere, Lui si ferma davanti alla tua incredulità mostrando la sua reale impotenza nell'onnipotenza.
Ma Tu sei disposto a seguire Gesù?

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A Nazareth nessun miracolo. Troppa vicinanza diventa complicità soffocante. L'amicizia, che è il vero miracolo, ha bisogno di quella giusta distanza chiamata libertà. Siamo capaci di questa libertà?

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04.02 SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

San Giuseppe da Leonessa nacque l’8 gennaio 1556 in una famiglia nobile e benestante. Rimasto orfano in giovane età, fu educato dallo zio Battista Desideri, umanista e maestro a Viterbo, che gli garantì una solida formazione culturale e religiosa. Dotato di intelligenza e carisma, Giuseppe aveva davanti a sé prospettive di successo e di matrimonio vantaggioso, che rifiutò con decisione, attratto da una chiamata più radicale.

Dopo una grave malattia, tornò a Leonessa e maturò la scelta di entrare tra i Cappuccini. Vestì l’abito nel 1572 ad Assisi, cambiando il nome di Eufranio in Giuseppe. Nonostante le pressioni familiari, che lo volevano fuori dal convento per sostenere le sorelle, rimase fermo nella sua vocazione, distinguendosi fin da subito per lo spirito di penitenza e per l’intensità della vita spirituale. Ordinato sacerdote, divenne predicatore molto richiesto e coltivò il desiderio missionario.

Nel 1587 fu inviato a Costantinopoli, dove si dedicò soprattutto all’assistenza dei cristiani prigionieri dei Turchi. Spinto da un ardore missionario estremo, tentò più volte di parlare direttamente al sultano Murad III. Arrestato, subì una delle torture più crudeli: la pena del gancio, restando sospeso per tre giorni sopra un fuoco acceso. Sopravvissuto miracolosamente, venne espulso.

Rientrato in Italia, Giuseppe intensificò la predicazione, unendo alla parola una vita di penitenza radicale: cibo poverissimo, sonno su pietre e paglia, ritmi di lavoro estenuanti. La sua predicazione, semplice e popolare, mirava alla riconciliazione, alla giustizia sociale e al soccorso dei poveri. Fondò Monti di Pietà e Monti Frumentari, promosse ospedali e opere di carità, accompagnando l’azione con una profonda vita mistica, segnata — secondo le fonti — da miracoli e grazie straordinarie.

Dopo una grave e dolorosa malattia affrontata con serenità, morì il 4 febbraio 1612 ad Amatrice. Il suo corpo, venerato dal popolo, fu poi traslato a Leonessa. Beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746, san Giuseppe da Leonessa resta testimone di una fede senza compromessi, disposta a consumarsi per il Vangelo.

 

PER NOI OGGI

 1.     Che cosa siamo disposti a perdere per seguire Dio?

Giuseppe rinuncia a ricchezza, sicurezza e perfino alla protezione della famiglia. Noi che cosa sacrifichiamo davvero? 

2.     La nostra fede è prudente o ardente?
Il suo zelo appare “eccessivo” agli occhi moderni. Ma non è forse tiepida una fede che non rischia nulla?

3.     Annunciamo con le parole o con la vita?
Predicava fino allo sfinimento, ma viveva ciò che annunciava. Le nostre scelte quotidiane confermano ciò che diciamo di credere?

Nato nel 1556, si reca a Costantinopoli dove aiuta i cristiani prigionieri dei turchi. Vuole annunciare il Vangelo al sultano: viene arrestato, torturato e cacciato. In Italia, predica la Buona notizia a poveri, malati, carcerati, viaggiando a piedi, paese per paese. Muore ad Amatrice nel 1612.  

martedì 3 febbraio 2026

03.02.2026 - 2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4 - Mc 5,21-43 - Fanciulla, io ti dico: Alzati!.

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4

In quei giorni, Assalonne s’imbatté nei servi di Davide. Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. Un uomo lo vide e venne a riferire a Ioab: «Ho visto Assalonne appeso a una quercia». Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto».
Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: «Se è solo, ha in bocca una bella notizia».
Il re gli disse: «Mettiti là, da parte». Quegli si mise da parte e aspettò. Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!».
Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».
1. Il brano di oggi ci racconta la morte di Assalonne STAVA MARCIANDO CONTRO DAVIDE, PRONTO AD UCCIDERLO. Mentre sta cavalcando un mulo, rimane impigliato con la testa in una grande quercia e mentre è lì appeso penzoloni, viene finito brutalmente dal generale Ioab contro l’ordine di Davide. IOAB NON CONOSCE IL PERDONO!

2. Il dolore di Davide, alla notizia della morte di Assalonne, è drammatico, straziante; la sofferenza è profonda. DAVIDE NON RIESCE A RALLEGRARSI DELLA SUA SCONFITTA E LO PIANGE. La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

3. Evidentemente Davide aveva perdonato Assalonne, non serbava rancore. IL PERDONO RENDE IL CUORE DI DAVIDE LIBERO E LEGGERO. Questo brano ci dice cosa sia il perdono, che trova nel cuore di un genitore la manifestazione più autentica e più vicina al perdono di Dio. Chiediamo al Signore che ci aiuti a SCIOGLIERE IL RANCORE CHE TENIAMO IN CUORE contro qualcuno.

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 5,21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita. A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.
Gesù chiede di avere fede. In che cosa? In lui che può svegliare (dare vita) a chi dorme (è morto). E’ questo il vangelo!
E Tu che ascolti senti il bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se senti questo, hai fede in Gesù? E quali sono i tuoi atteggiamenti che esprimono la tua fede? La donna del Vangelo si gettò ai piedi di Gesù pregandolo con insistenza, con umiltà.

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Due incontri, due guarigioni: la donna “ruba” a Gesù il contatto e poi Gesù “ruba” la giovinetta alla morte. Amore e (è) furto. Come riuscire a strappare la nostra vita dalle mani della morte?

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03.02 SAN BIAGIO

SAN BIAGIO

San Biagio, vescovo di Sebaste nell’antica Armenia Minore, visse tra il III e il IV secolo e subì il martirio nel 316 sotto l’imperatore Licinio, che dopo aver garantito la libertà di culto con l’Editto di Milano tornò a perseguitare i cristiani. La sua figura emerge in un tempo segnato da ambiguità politiche, violenze e tradimenti, ma anche da una fede vissuta senza compromessi.

Biagio era vescovo e medico. Le fonti lo ricordano come uomo di preghiera e di profonda carità, capace di guarire non tanto con rimedi materiali quanto «nel nome di Cristo». Durante la persecuzione si rifugiò su un monte, dove viveva in armonia con gli animali e continuava a curare gli ammalati che lo cercavano. Questo ritiro non fu una fuga dalla responsabilità, ma una forma diversa di testimonianza.

Il miracolo più noto avvenne durante il suo arresto: salvò un bambino che stava soffocando per una lisca di pesce, gesto che lo rese nel tempo il santo invocato contro le malattie della gola. Catturato per ordine del governatore Agricola, Biagio fu imprigionato, torturato con violenza — bastonato e straziato con pettini di ferro — e infine decapitato. La sua morte sigilla una vita interamente consegnata a Cristo.

San Biagio è annoverato tra i 14 Santi Ausiliatori, figure particolarmente invocate nel Medioevo per bisogni concreti della vita quotidiana. Ancora oggi, nel giorno della sua memoria liturgica, è diffusa la benedizione della gola con due candele incrociate, segno di protezione e di affidamento a Dio per intercessione del santo. Le parole della benedizione ricordano che la guarigione, per il cristiano, non è solo assenza di malattia ma libertà dal male in tutte le sue forme.

Patrono di agricoltori, cardatori, laringoiatri, pastori e altri mestieri legati alla cura e alla voce, san Biagio continua a parlare a una Chiesa chiamata a custodire la vita concreta delle persone, senza separare fede, corpo e testimonianza.

 

PER NOI OGGI

1.     Cerchiamo la benedizione o la conversione?
La gola benedetta non serve a proteggerci da ogni fastidio, ma a ricordarci che anche la nostra voce e le nostre parole devono passare per il Vangelo.

2.     Crediamo ancora a una fede che guarisce?
Biagio cura “nel nome di Cristo”. Noi confidiamo prima di tutto nella tecnica — legittima — o siamo capaci di affidarci davvero?

3. Quanto ci costa essere coerenti? - Licinio promette libertà e poi perseguita. Biagio, invece, resta fedele fino alla morte. Da che parte stiamo quando la fede diventa scomoda?

Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate. 


NELLO STESSO GIORNO:
SANT' OSCAR (ANSGARIO) Vescovo
Corbie (Francia), ca. 800 - Brema (Germania), 2 febbraio 865
Sant’Oscar, vescovo di Amburgo e poi insieme di Brema in Sassonia: dapprima monaco di Corbie, fu nominato da papa Gregorio IV suo legato in tutto il Settentrione; in Danimarca e Svezia annunciò il Vangelo a una moltitudine di popoli e vi fondò la Chiesa di Cristo, superando con forza d’animo molte difficoltà, finché, sfinito dalle fatiche, a Brema trovò riposo.