mercoledì 14 ottobre 2026

14.10.2026 - Gal 5,18-25 - Lc 11,42-46 - Guai a voi, farisei; guai a voi dottori della legge.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati - Gal 5,16-25

Fratelli, se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.
Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge.
Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

1. Paolo mette in CONTRAPPOSIZIONE SPIRITO E CARNE. La carne è l'istinto umano, è una forza che ci inclina al male, è l’istinto per cui ci viene spontaneo fare il male. MA NOI NON SIAMO PRIGIONIERI DI QUESTA CARNE CI È STATO DATO LO SPIRITO CHE CI LIBERA E CI RENDE CAPACI DI FARE QUELLO CHE A DIO PIACE…

2. Le OPERE DELLA CARNE ATTRAGGONO MA SONO UN SUSSEGUIRSI DOLOROSO DI PECCATI, VIZI, DIFETTI, che riempiono le pagine dei nostri giornali: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. PORTANO ALLA MORTE…

3. NOI SIAMO RINATI IN CRISTO, abbiamo fatto morire sulla croce la carne con tutte le sue passioni e i suoi desideri. SIAMO CREATURE NUOVE: liberate dal peccato SIAMO FATTI LIBERI rispetto a quello spirito della Legge che da sé solo attesta la schiavitù al peccato. Se la nostra vita è in virtù dello Spirito, CONFORMIAMOCI ANCHE AI DESIDERI DELLO SPIRITO.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 11,42-46
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!». 

 

In questo passaggio, Gesù critica i farisei ei dottori della Legge per la loro ipocrisia e superficialità. I farisei sono accusati di concentrarsi su dettagli minori, come pagare la decima sulle erbe, mentre trascurano la giustizia e l'amore di Dio. Amano i posti d'onore e i saluti pubblici, ma sono paragonati a sepolcri nascosti, ingannando chi li segue. I dottori della Legge sono condannati per imporre pesi insopportabili agli altri senza aiutarli. Gesù denuncia così una religiosità formale e priva di sostanza, esortando a vivere la vera giustizia e l'amore divino. Il mondo ha bisogno di uomini e donne non chiusi, ma ricolmi di Spirito Santo. La chiusura allo Spirito Santo è non soltanto mancanza di libertà, ma anche peccato”.

 

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14.10 SAN CALLISTO I, PAPA E MARTIRE

SAN CALLISTO I, PAPA E MARTIRE
San Callisto I fu papa dal 217 al 222 e visse una storia segnata da persecuzioni, eresie, divisioni e riconciliazioni. Dopo alcune vicissitudini divenne diacono e collaboratore di san Zefirino, che gli affidò anche la cura del cimitero sulla Via Appia, oggi noto come Catacombe di San Callisto. Eletto papa nel 217, dovette affrontare le controversie sul monarchianismo, che negava la Trinità e la divinità di Cristo. Il suo principale oppositore fu Ippolito, che rifiutò di riconoscere la sua elezione e divenne il primo antipapa della storia. Callisto sostenne una linea pastorale caratterizzata dalla misericordia, ammettendo nuovamente alla comunione, dopo una sincera penitenza, anche peccatori che avevano commesso gravi colpe. La sua posizione provocò forti contrasti, ma mostrava una Chiesa capace di unire verità, conversione e perdono. La tradizione attribuisce a Callisto anche la fondazione della Basilica di Santa Maria in Trastevere e l’istituzione del digiuno delle Quattro Tempora. Durante la persecuzione dell’imperatore Massimino il Trace, Callisto fu arrestato e subì il martirio nel 222. La sua memoria rimane legata soprattutto alla testimonianza di una Chiesa che, pur attraversata da divisioni, continua a cercare l’unità e la riconciliazione. La vicenda di Callisto e Ippolito mostra inoltre che persino una grave opposizione può essere superata dal pentimento e dal perdono. Anche Ippolito, infatti, dopo essere stato antipapa, si riconciliò con il legittimo pontefice san Ponziano e morì martire insieme a lui. San Callisto ci ricorda che la santità non consiste nell’assenza di conflitti, ma nella capacità di cercare Cristo, la verità e la comunione anche dentro le difficoltà. per noi oggi 1. San Callisto ci provoca: siamo davvero capaci di perdonare chi sbaglia, oppure preferiamo ricordargli per sempre il suo errore? La misericordia cristiana comincia quando smettiamo di condannare e impariamo a rialzare. 2. Una Chiesa senza misericordia rischia di diventare un tribunale invece che una casa. Noi accogliamo il peccatore che vuole ricominciare o gli chiudiamo la porta in faccia? 3. Callisto ci ricorda che nessuno è definito per sempre dal proprio passato. Se Dio concede una seconda possibilità, con quale diritto noi la neghiamo agli altri?
Noi veneriamo degnamente i Martiri in quanto discepoli e imitatori
del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il proprio Re e Maestro,
e sia dato a noi pure di divenire loro compagni e discepoli!
 San Callisto I, papa, martire: da diacono, dopo un lungo esilio in Sardegna, si prese cura del cimitero sulla via Appia noto sotto il suo nome, dove raccolse le vestigia dei martiri a futura venerazione dei posteri; eletto poi papa promosse la retta dottrina e riconciliò con benevolenza i lapsi, coronando infine il suo operoso episcopato con un luminoso martirio. In questo giorno si commemaora la deposizione del suo corpo nel cimitero di Calepodio a Roma sulla via Aurelia.



USAIN BOLT: E dopo il successo?

USAIN BOLT: E dopo il successo?

Usain Bolt, a nove anni dal ritiro, racconta la sua nuova vita lontano dalla pista. Il campione giamaicano, oggi quarantenne, si prepara a sposare Kasi Bennett, la sua compagna di lunga data, alla quale ha fatto la proposta durante il suo quarantesimo compleanno, davanti ai loro tre figli. «Sono nella migliore forma della mia vita», scherza Bolt, che continua ad allenarsi e frequenta regolarmente la palestra. Oggi, però, le sue energie sono rivolte soprattutto alla famiglia e alla sua Fondazione. In Giamaica sta sostenendo numerosi progetti a favore delle scuole, molte delle quali sono state gravemente danneggiate dall’uragano Melissa. La Fondazione ha destinato circa dieci milioni di dollari alla ricostruzione e allo sviluppo, con l’obiettivo di aiutare i bambini a tornare sui banchi. Bolt ammette di sentire ancora la mancanza delle gare, dell’atmosfera dello stadio, dell’adrenalina e delle emozioni della competizione. Ora, però, preferisce osservare e incoraggiare i giovani talenti che stanno costruendo il futuro dell’atletica. A Budapest ha seguito da vicino il nuovo esperimento dell’atletica internazionale, apprezzando l’energia, la musica e il maggiore coinvolgimento del pubblico. Secondo Bolt, innovare la presentazione delle gare può contribuire a rendere lo sport più coinvolgente. Ricorda con ironia i suoi anni da dominatore dei 100 metri, ma riconosce che una competizione più equilibrata rende le gare imprevedibili ed emozionanti. Quanto al proprio ricordo, desidera essere accostato ai grandi dello sport mondiale, come Muhammad Ali e Michael Jordan. Non indica un erede preciso, ma crede che il dominio nello sprint possa continuare ad alternarsi tra diverse nazioni e campioni. E, da buon giamaicano, conclude con un desiderio semplice: vedere sempre la Giamaica davanti a tutti.

Per noi oggi 1. Quando finisce la nostra “gara”, chi siamo davvero? Bolt ha lasciato la pista, ma non ha smesso di mettersi in gioco. E noi, quando cambiano i nostri ruoli, sappiamo ancora riconoscere il valore della nostra vita? 2. Che cosa facciamo dei nostri successi? Bolt ha scelto di destinare risorse e attenzione alle scuole e ai bambini. I nostri talenti, il nostro tempo e ciò che abbiamo ricevuto diventano davvero un dono per gli altri?
3. Sappiamo lasciare spazio a chi viene dopo di noi? Il campione non cerca necessariamente un erede e oggi si diverte a guardare i giovani. Anche noi sappiamo accompagnare, incoraggiare e gioire della crescita degli altri senza voler essere sempre protagonisti?

 

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martedì 13 ottobre 2026

13.10.2026 - Gal 5,1-6 - Lc 11,37-41 - Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati - Gal 5,1-6

Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.
Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia.
Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità.

1. Questo è il PRINCIPIO CHE DEVE GOVERNARE OGNI UOMO: LA LIBERTÀ. La libertà evangelica è dono di Cristo. È Lui che ci ha liberati. È sempre lui che ci deve liberare, se cadiamo, per colpa nostra, nuovamente nella schiavitù. Paolo è chiaro su questo argomento. CRISTO GESÙ CI HA LIBERATI E VUOLE CHE NOI RESTIAMO LIBERI.
2. “Voi che cercate la giustificazione nella Legge”. LA GIUSTIFICAZIONE È IL PASSAGGIO DALLA MORTE ALLA VITA. O la cerchiamo in noi, nelle nostre opere, nell’osservanza della Legge o la cerchiamo in Cristo Gesù. Cercare la giustificazione nella Legge è realmente METTERE FUORI CAUSA CRISTO GESÙ, è dichiararlo inutile per noi.
3. Chi salva l’uomo è Cristo Gesù. LO SALVA PER MEZZO DELLO SPIRITO CHE È STATO VERSATO. La fede che viene dallo Spirito PONE LA SUA FIDUCIA nell’opera di Dio e agisce per mezzo dell’amore. IL VERO AMORE non è quello che noi portiamo verso Dio, nell’osservanza della Legge, ma QUELLO CHE DIO PORTA VERSO DI NOI. È questo l’amore unicamente efficace, capace di salvezza e di liberazione dal peccato, di giustificazione.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 11,37-41
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».   

 

La purezza esteriore, raggiunta con i lavaggi del corpo, non serve per essere puri interiormente. È la fregatura di chi si igienizza ritualmente e continuamente, ma poi è pieno di peccati eppure si sente puro anche interiormente e in grado di giudicare gli altri. Anche noi rischiamo di cadere nella stessa tentazione di sentirti a posto con Dio per qualche pratica esteriore o per essere andato a Messa.
In questa mentalità non c’è lo Spirito di Dio, perché lo Spirito di Dio è libertà. Sei convinto che  “Per essere giustificato, tu devi fare questo, questo, questo…”. Ma la giustificazione è gratuita. La morte e la risurrezione di Cristo è gratuita. Non si paga, non si compra: è un dono! Dio ci ha reso giusti gratuitamente. E la nostra è una risposta al dono di Dio. Ma questi farisei volevano essere giusti con le loro opere.

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Gesù, se lo inviti, viene a cena da te. Non si preoccupa della propria “rispettabilità”; non è uno snob, non fa una “selezione all’ingresso”, non cataloga le persone, ma si mette al loro servizio. E noi?

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13.10 BEATA ALESSANDRINA MARIA DA COSTA

BEATA ALESSANDRINA MARIA DA COSTA
Alessandrina Maria da Costa nacque nel 1904 a Balasar, in Portogallo, e fu educata dalla madre alla fede cristiana. A quattordici anni, per difendere la propria dignità e purezza, si gettò da una finestra, riportando lesioni che progressivamente la portarono alla paralisi completa. Dal 1925 rimase a letto per trent’anni, trasformando la sofferenza in un’offerta a Gesù e per la salvezza dei peccatori. Dopo aver chiesto a lungo la guarigione, comprese che la sua vocazione era quella di amare, soffrire e riparare. Visse una profonda unione con Gesù Eucaristia, sentendosi come una lampada davanti al Tabernacolo. Dal 1938 al 1942 visse ogni venerdì le sofferenze della Passione di Cristo. Nel 1936 chiese la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, richiesta accolta da Pio XII nel 1942. Dal 1942 dichiarò di vivere senza alimentarsi, sostenuta secondo le testimonianze dalla sola Eucaristia, esperienza sottoposta anche a controlli medici. Nonostante l’immobilità, pregava e offriva le sue sofferenze per la conversione delle anime, interessandosi anche dei poveri e delle persone che cercavano da lei consiglio e conforto. Nel 1955 affrontò serenamente la morte e il 13 ottobre esclamò: «Sono felice, perché vado in cielo». Morì il 13 ottobre 1955, dopo trent’anni vissuti nell’immobilità e nell’offerta. Sulla sua tomba volle lasciare un messaggio ai peccatori, chiedendo loro di non offendere più Gesù. La sua vita può essere riassunta nelle parole: amare, soffrire, riparare. Fu beatificata nel 2004 da San Giovanni Paolo II. Alessandrina ci ricorda che anche una persona apparentemente impotente e nascosta può diventare strumento di speranza e di amore per molti. per noi oggi 1. Alessandrina trasformò un letto di dolore in un altare di preghiera e di offerta. Noi, davanti alle nostre piccole sofferenze, sappiamo ancora offrire oppure pensiamo solo a lamentarci? 2. Non poteva muoversi, ma raggiungeva i cuori di tante persone con la preghiera e l’amore. Noi abbiamo mille possibilità di fare il bene: perché spesso rimaniamo immobili? 3. La sua vita aveva un programma semplice e radicale: «Amare, soffrire, riparare». La nostra vita cristiana è davvero un dono agli altri o è ancora troppo centrata su noi stessi?
In te abita sempre la Santissima Trinità, credi nella Mia Presenza Sacramentale in te, perché mai, mai ti abbandono.
 Nel villaggio di Balasar vicino a Braga in Portogallo, beata Alessandrina Maria da Costa: rimasta paralizzata in tutto il corpo per sfuggire alle cattive intenzioni di un tale contro di lei, offrì tutti i suoi dolori al Signore per amore di Dio e dei fratelli bisognosi nella contemplazione dell’Eucaristia.

NELLO STESSO GIORNO:
SANTA MARGHERITA MARIA ALACOQUE VERGINE
Verosvres, Autun, Francia, 1647 - Paray-le-Monial, 17 ottobre 1690
Santa Margherita Maria Alacoque, vergine, che, entrata tra le monache dell’Ordine della Visitazione della beata Maria, corse in modo mirabile lungo la via della perfezione; dotata di mistici doni e particolarmente devota al Sacratissimo Cuore di Gesù, fece molto per promuoverne il culto nella Chiesa. A Paray-le-Monial nei pressi di Autun in Francia, il 17 ottobre, si addormentò nel Signore. Nel Rito Ambrosiano la memoria si celebra il 13 ottobre.

 

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NON TUTTO DIPENDE DA NOI

NON TUTTO DIPENDE DA NOI

La testimonianza del vescovo Conley ci mette davanti a una domanda scomoda: come stiamo vivendo la nostra vita?
Nel servizio agli altri possiamo facilmente convincerci che tutto dipenda da noi. Ci carichiamo di problemi, responsabilità, attese e preoccupazioni. Pensiamo che basti lavorare di più, resistere e stringere i denti. Ma anche chi serve Dio può arrivare al limite delle proprie forze.
Ammettere la propria fragilità non è una sconfitta, ma un atto di verità. Chiedere aiuto non significa avere meno fede, significa riconoscere di non essere onnipotenti. “Non tutto dipende da te”: forse è una delle parole più liberanti che possiamo ascoltare.
Il vescovo racconta poi le sue tre ancore: Messa, Rosario e Liturgia delle Ore. Anche quando non provava consolazione, non ha smesso di pregare. La fedeltà a Dio non coincide sempre con ciò che sentiamo nel cuore. Ci sono momenti in cui la preghiera sembra arida, ma proprio allora rimane un atto di fiducia.
La sua esperienza ci ricorda che la grazia non sostituisce la nostra umanità, ma la accompagna e la sostiene. Abbiamo bisogno di prenderci cura anche della nostra parte psicologica, fisica e relazionale. Un'altra provocazione riguarda il nostro rapporto con smartphone, social e informazioni. Viviamo immersi in uno tsunami di notizie che rischia di rubarci silenzio, attenzione e pace.
Abbiamo ancora la capacità di spegnere il telefono e incontrare veramente una persona?
Sappiamo ancora fermarci davanti a un'alba, a un tramonto, alla natura, alla bellezza?
Il vescovo parla di una “immaginazione sacramentale”, capace di riconoscere Dio nella realtà concreta.
Anche le api, nella loro semplicità, diventano per lui una scuola di meraviglia e di dono.
Forse oggi il Signore ci chiede meno attivismo e più presenza. Meno bisogno di controllare tutto e più fiducia in Colui che continua a portare con noi il peso della vita.
Perché la Chiesa è di Cristo, e noi siamo chiamati semplicemente a lasciarci custodire da Lui.
  Per noi oggi   1. Sappiamo fermarci e chiedere aiuto? Non dobbiamo portare tutto sulle nostre spalle: riconoscere i propri limiti è un atto di umiltà e di fiducia in Dio.   2. Quali sono oggi le nostre vere ancore? Messa, preghiera e Liturgia delle Ore ci ricordano che la nostra forza non nasce dall’attivismo, ma dal rimanere uniti a Cristo.   3. Siamo ancora capaci di vivere nella realtà?
Meno schermi, meno rumore, più silenzio, relazioni, natura e bellezza: anche attraverso queste realtà concrete Dio continua a parlarci.

 

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lunedì 12 ottobre 2026

12.10.2026 - Gal 4,22-24.26-27.31;5,1 - Lc 11,29-32 - Non sarà dato alcun segno a questa generazione, se non il segno di Giona.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati - Gal 4,22-24.26-27.31;5,1

Fratelli, sta scritto che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa.
Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar. Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. Sta scritto infatti:
«Rallégrati, sterile, tu che non partorisci,
grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto,
perché molti sono i figli dell’abbandonata,
più di quelli della donna che ha marito».
Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera.
Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

1. Coloro che si reputano figli di Abramo riflettano seriamente. Da Abramo non discende una sola figliolanza, ma due: ugualmente rapportate ad Abramo, DIVERSAMENTE RAPPORTATE A DIO. Per Paolo non c’è ombra di dubbio. LE DUE DONNE SONO LE DUE ALLEANZE. La prima alleanza, quella fatta al monte Sinai, è rappresentata da Agar. Questa alleanza (=Legge) non genera libertà, genera invece schiavitù.
2. Noi tutti, dopo la venuta di Cristo, abbiamo parte alla Gerusalemme celeste che è la Chiesa. CRISTO HA LIBERATO LA CHIESA DA OGNI SCHIAVITÙ. LA CHIESA MADRE, LIBERA! Dove non c’è la Chiesa, ci sono solo madri simili ad Agar che ancora generano nella schiavitù di prescrizioni e di precetti umani, che altro non fanno che rendere l’uomo più schiavo di quanto potesse fare la Legge. NOI NON SIAMO FIGLI DI UNA SCHIAVA, MA DELLA DONNA LIBERA.
3. “Cristo ci ha liberati per la libertà!” non ci garantisce di rimanere nella libertà perché noi potremmo essere in balia di tante schiavitù. L’azione del Signore si connette con la nostra responsabilità di RIMANERE LIBERI SEGUENDO IL SIGNORE che, non solo ci libera, ma, attraverso il Vangelo, CI GARANTISCE NELLA LIBERTÀ.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 11,29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

 

Siamo sempre lì ad attendere un nuovo segno, una cosa diversa, che pretendiamo da Dio: gli domandiamo di farsi vedere attraverso quello che pensiamo noi. Nel frattempo, “quella generazione” di cui parla il Vangelo, il segno ce l’aveva davanti agli occhi: era Gesù stesso. Anche noi cerchiamo altro senza accorgerci che “il segno” ci è già stato donato: è Gesù. Basta guardare e fidarsi.  
Il segno di Giona, il vero, è quello che ci dà la fiducia di essere salvati per il sangue di Cristo. Quanti cristiani, quanti ce ne sono, pensano che saranno salvati soltanto per quello che loro fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie, ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva. Ma le opere sole, senza questo amore misericordioso non servono. Invece, la ‘sindrome di Giona’ ha fiducia soltanto nella sua giustizia personale, nelle sue opere.

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La risposta furiosa di Gesù rivela in controluce una speranza: Giona convertì i niniviti e qui c’è «uno più grande di Giona». Il segno però è quello dei tre giorni, del sepolcro, lo sappiamo decifrare?

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