domenica 15 marzo 2026

1Sam 16,1.4.6-7.10-13 - Ef 5,8-14 - Gv 9,1-41 - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

Domenica 15 Marzo 2026

Dal primo libro di Samuele - 1Sam 16,1.4.6-7.10-13

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato.
Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto.
Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
    1. Inizia la storia di Davide. TUTTO PARTE E INIZIA DAL SIGNORE.  È il Signore che sceglie. È Lui che chiama. È Lui che concede il potere regale.  Ogni vocazione ha sempre la sua sorgente nel cuore del Padre. Anche la tua…
    2. Samuele è mandato a scegliere un successore a Saul. La voce di Dio lo indirizza a scegliere L'ULTIMO dei figli di Iesse, IL PIÙ PICCOLO, IL MINORE perché IL SIGNORE NON GUARDA L'APPARENZA MA GUARDA IL CUORE e sceglie con criteri diversi da quelli che adotterebbero gli uomini.
    3. Davide è stato scelto da Dio perché IL SIGNORE CONOSCE il cuore E GUIDA la storia, e guida questa persona per farla diventare pastore del suo popolo. Davide viene unto, lo Spirito del Signore irrompe su Davide, perché NESSUNA OPERA DEL SIGNORE POTRÀ MAI COMPIERSI SENZA LO SPIRITO DEL SIGNORE nel cuore e nella mente e nella volontà e nei desideri… 

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    Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 5,8-14

    Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
    Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto:
    «Svégliati, tu che dormi,
    risorgi dai morti
    e Cristo ti illuminerà».
      1. La condizione dell’uomo senza Cristo è tenebra, cioè non conoscenza della verità, che genera una vita intessuta di ignoranza di Dio, quindi di tanta idolatria e di conseguenza di tantissima immoralità. MA ADESSO SIAMO DIVENTATI LUCE perché siamo stati illuminati da Cristo.
      2. IL CRISTIANO È CHIAMATO A CAMMINARE NELLA LUCE, ad operare nella luce, a divenire luce, perché lui in Cristo è stato costituito luce del mondo e sale della terra. PORTARE ALLA LUCE IL MALE, dichiararlo male, condannarlo come male, in nome della luce della verità, È L’OPERA PIÙ URGENTE DA FARE.
      3. Paolo conclude con un frammento dell'antica liturgia battesimale: “Svègliati, o tu che dormi, dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà”. OGNUNO DI NOI È QUESTO ADDORMENTATO CHIAMATO A SVEGLIARSI e a riconoscere la bellezza di essere Cristiano, a ringraziare il Signore per il dono del battesimo… E CRISTO TI ILLUMINERÀ... 

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      + Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 9,1-41

      In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
      Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
      Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
      Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
      Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
      Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

       

      1. La guarigione di un uomo cieco dalla nascita è metafora del nostro cammino di fede. Il BUIO è la nostra condizione umana, NON è peccato e NON è colpa di nessuno, rimane in noi finché non riconosciamo il bisogno di vedere. Abbiamo BISOGNO CHE QUALCUNO CI APRA GLI OCCHI. Gesù prende l’iniziativa… GRAZIE SIGNORE GESÙ… APRIMI GLI OCCHI, FA CHE IO VEDA….
      2. I farisei invece dicono: “NOI vediamo… NOI sappiamo” e cacciano il cieco dalla sinagoga. PREFERISCONO RIMANERE NEL BUIO CONVINTI DI VEDERCI, non accolgono la novità e rispondono con minacce e insulti. IL CIECO INVECE È DIVENTATO UNA PERSONA NUOVA LIBERA nel raccontare la verità perché l’ha incontrata: “è venuto alla luce”. NOI, SIAMO FARISEI O LIBERI DI RACCONTARE LA FEDE?
      3. Il cieco, guarito, chiede a Gesù chi sia il Messia. E Gesù gli risponde: “LO HAI VISTO: È COLUI CHE PARLA CON TE”. SOLO L’INCONTRO CON CRISTO TOGLIE IL VELO DAGLI OCCHI, riabilita l’uomo, lo restituisce alla sua piena dignità, gli permette di cogliere lo splendore delle cose e il sapore nuovo della vita. ABBIAMO BISOGNO DI VITA…
      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...

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      VEDI

      Puoi avere gli occhi aperti e vivere comunque nel buio dell’orgoglio e della paura. Gesù passa anche oggi e tocca ciò che in te non vede, ma devi accettare di cambiare. La vera cecità è rifiutare la luce per restare comodo nelle proprie certezze. Solo chi accetta di essere povero davanti a Cristo riceve una vita nuova.

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      LECTIO DIVINA - IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

      OMELIA -  IV DOMENICA DI QUARESIMA - LAETARE (ANNO A)

       

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      Gv 9,1-38 - RITO AMBROSIANO - DOMENICA DEL CIECO - IV di Quaresima

      RITO AMBROSIANO
      DOMENICA DEL CIECO - IV di Quaresima A
      DOMENICA 15 MARZO 2026

       

      + Lettura del Vangelo secondo Giovanni 9, 1-38b
      In quel tempo. Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» – che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
      Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
      Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».
      Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
      Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
      Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».
      1. La guarigione di un uomo cieco dalla nascita è metafora del nostro cammino di fede. NOI SIAMO CIECHI: la nostra incredulità, la non disponibilità ad accogliere la luce di Dio, ci fissa nell'OSCURITÀ e nel NON SENSO. - ABBIAMO BISOGNO DI GESÙ...

      2. Siamo come avvolti nella tenebra, le cose non hanno contorno né colore, SIAMO CIECHI, e come il cieco siamo inerti, soli, smarriti, viviamo nella paura. EPPURE GESÙ C'È...  IL CIECO LO SA RICONOSCERE e da Lui nasce una vita nuova... NON SEI SOLO...

      3. SOLO L’INCONTRO CON CRISTO — Luce del mondo, Luce «che illumina ogni uomo» — TOGLIE IL VELO DAGLI OCCHI, riabilita l’uomo, lo restituisce alla sua piena dignità, gli permette di cogliere lo splendore delle cose e il sapore nuovo della vita. - RICORDA: SOLO L’INCONTRO CON CRISTO...

      BUONA DOMENICA DI QUARESIMA...

      15.03 SANTA LUISA DE MARILLAC, COFONDATRICE DELLE FIGLIE DELLA CARITÀ

      SANTA LUISA DI MARILLAC

      Santa Luisa di Marillac (1591–1660), patrona degli assistenti sociali, nacque a Parigi e visse fin da giovane esperienze di sofferenza e fragilità, segnate dall’assenza della madre e dalla morte precoce del padre. Ricevette una solida educazione cristiana che fece nascere in lei il desiderio di consacrarsi a Dio, ma per circostanze familiari si sposò con Antonio Le Gras e divenne madre.

      Nonostante la vita familiare, Luisa visse una profonda inquietudine spirituale, aggravata dalla malattia del marito. Attraversò un periodo di grande oscurità interiore, finché, nel giorno di Pentecoste del 1623, ebbe un’illuminazione durante la preghiera: comprese che Dio la chiamava a consacrarsi a Lui nel servizio ai poveri, insieme ad altri.

      Determinante fu l’incontro con San Vincenzo de’ Paoli, che divenne la sua guida spirituale. Egli la aiutò a comprendere la sua vocazione e le affidò compiti di responsabilità nelle opere di carità. Luisa maturò così la consapevolezza di essere chiamata a diventare “madre dei poveri”.

      Nel 1633, insieme a quattro giovani donne, fondò le Figlie della Carità, una comunità innovativa: non suore chiuse in convento, ma consacrate che vivevano nel mondo per servire direttamente poveri e malati. Le suore emettevano i voti di povertà, castità, obbedienza e un quarto voto speciale di servizio ai poveri.

      Luisa guidò la comunità con amore materno e grande fede fino alla sua morte nel 1660. Insegnava alle sue suore a trattare i poveri con dolcezza e rispetto, riconoscendo in loro la presenza di Cristo. La sua opera continua ancora oggi nel mondo, come testimonianza che la vera santità nasce dal servizio concreto e dall’amore verso i più fragili.

      Per noi oggi

      1. Dio non chiama i perfetti, ma i feriti
      Luisa non era forte e sicura: era fragile, ansiosa e attraversata dal dubbio. E proprio lì Dio ha costruito la sua missione. Oggi rischiamo di aspettare di essere “pronti”, ma Dio agisce dentro le nostre crepe, non dopo averle eliminate.

      2. La carità non è un sentimento, ma una scelta organizzata
      Luisa e Vincenzo non si limitarono ad avere compassione: crearono strutture, comunità, regole. Amare i poveri significa assumersi responsabilità concrete, non solo provare emozioni.

      3. I poveri non sono un peso, ma un luogo di incontro con Dio
      Luisa arrivò a dire che i poveri sono “i nostri padroni”. È una visione radicale che rovescia la mentalità comune: non siamo noi che facciamo del bene a loro, ma loro che danno senso e verità alla nostra vita.

      Ferrieres, Francia, 1591 - Parigi, Francia, 15 marzo 1660


      NELLO STESSO GIORNO:

      SAN LONGINO Martire

      A Gerusalemme, commemorazione di san Longino, venerato come il soldato che aprì con la lancia il costato del Signore crocifisso.

       

      sabato 14 marzo 2026

      14.03.2026 - Os 6,1-6 - Lc 18,9-14 - Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.

      Dal libro del profeta Osèa - Os 6,1-6

      «Venite, ritorniamo al Signore:
      egli ci ha straziato ed egli ci guarirà.
      Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà.
      Dopo due giorni ci ridarà la vita
      e il terzo ci farà rialzare,
      e noi vivremo alla sua presenza.
      Affrettiamoci a conoscere il Signore,
      la sua venuta è sicura come l’aurora.
      Verrà a noi come la pioggia d’autunno,
      come la pioggia di primavera che feconda la terra».
      Che dovrò fare per te, Èfraim,
      che dovrò fare per te, Giuda?
      Il vostro amore è come una nube del mattino,
      come la rugiada che all’alba svanisce.
      Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti,
      li ho uccisi con le parole della mia bocca
      e il mio giudizio sorge come la luce:
      poiché voglio l’amore e non il sacrificio,
      la conoscenza di Dio più degli olocàusti.

      1. Il popolo, nel momento della fatica, si impose sacrifici, ma CAPÌ CHE DOVEVA TORNARE AL SIGNORE. Si moltiplicarono le pratiche religiose, i sacrifici di animali nel tempio, i doni votivi. Sembrava un ritorno alla conversione sincera. "VENITE, RITORNIAMO AL SIGNORE: EGLI CI HA STRAZIATO ED EGLI CI GUARIRÀ".

      2. Ma qui il profeta diventa la voce sonora e chiarificatrice del pensiero di Dio. "Il Signore NON sa che farsene dei doni e dei gesti di culto che non significano e non portano alla conversione. VOGLIO L'AMORE E NON IL SACRIFICIO, LA CONOSCENZA DI DIO PIÙ DEGLI OLOCAUSTI". 

      3. "Il dono che voi chiedete, e che IL SIGNORE È DISPOSTO A DARVI, verrà certamente, come la pioggia d'autunno e come la pioggia di primavera che feconda la terra". MA IL SIGNORE VUOLE DA NOI ALTRETTANTO CORAGGIO E SERIETÀ. E invece "il vostro amore è come la pioggia che viene da nube di primavera e da rugiada che non feconda".

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      + Dal vangelo secondo Luca - Lc 18,9-14

      In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
      «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano.
      Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo".
      Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore".
      Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

       

      Quando si è farisei, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati dalla gente per la coerenza di vita. Questo rischio li porta da una parte a rinchiudersi in se stessi, e dall’altra a proiettarsi verso quello che gli altri pensano di loro e ammirano in loro. 
      Ma non è l'atteggiamento giusto di fronte a Dio, infatti il fariseo non è perdonato da Dio perché si vanta dei propri meriti pensando di essere a posto con Dio e con gli altri. Invece il pubblicano verrà esaudito per la preghiera di un cuore umile, pentito, consapevole delle proprie colpe. 
      A volte la nostra religiosità è solo la diabolica espressione della nostra superbia. Un credente vero non si sente mai migliore dell’ultimo uomo sulla terra perché sa che anche lui è tratto dal fango come quell’uomo.

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      Il fariseo ringrazia Dio, il pubblicano chiede pietà. Ma è la seconda la preghiera giusta, quella di chi si sente figlio e parla con il Padre. Quanta distanza c'è tra noi e Dio quando preghiamo?

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      14.03 SANTA MATILDE DI GERMANIA

      SANTA MATILDE DI GERMANIA

      Santa Matilde di Germania, detta di Ringelheim (c. 895-968), fu un modello di regina cristiana, educata in monastero e nota per la sua vita austera e devota. Sposata intorno ai 14 anni con Enrico di Sassonia, contribuì alla formazione di una delle dinastie più influenti d’Europa: fu madre di Ottone I, Gerberga, Edvige, Enrico I e san Brunone, arcivescovo di Colonia. Come regina, influenzò positivamente il carattere del marito, sostenendolo nella giustizia e nella pietà, mentre lei stessa praticava umiltà, preghiera e carità attiva, portando personalmente denaro e soccorsi ai poveri.

      Alla morte del marito nel 936, Matilde ereditò vasti possedimenti che dedicò a fondazioni religiose e scuole popolari. Tentò di mediare tra i figli nei conflitti dinastici, sopportando ingiustizie e ingratitudini, e cedette volontariamente i propri beni per il bene del regno. Nel 962 sostenne il figlio Ottone durante l’incoronazione imperiale, contribuendo al rafforzamento del Sacro Romano Impero. Negli ultimi anni si ritirò nei monasteri da lei stessi fondati e morì nell’abbazia di Quedlinburg in fama di santità, lasciando un esempio duraturo di equilibrio tra autorità politica, dedizione familiare e virtù cristiane.

       

      Per noi oggi

      1.     Potere e virtù possono coesistere.
      Anche chi detiene autorità può scegliere la pietà e la carità anziché l’avidità e il dominio.

      2.     La saggezza familiare è un lavoro a lungo termine.
      Mediare tra i conflitti e guidare i figli richiede pazienza, resilienza e capacità di perdonare.

      3.     Il servizio agli altri non conosce età o posizione sociale.
      Essere leader non significa isolarsi dal mondo reale: l’impegno diretto per i poveri e la comunità resta fondamentale.

      Engern, Sassonia, 895 circa - Quedlinburgo, Sassonia, 14 marzo 968

       

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      “TRA I LEONI” - Meditazione per il 14 marzo 2026, nell’anniversario della nascita di Padre Léon Dehon.

      “TRA I LEONI” - Meditazione per il 14 marzo 2026, nell’anniversario della nascita di Padre Léon Dehon.

       

      Il detto biblico «chi trova un amico trova un tesoro» illumina la memoria del Venerabile Léon Dehon, la cui vita fu profondamente segnata dall’amicizia con Dio e con molte persone del suo tempo. Per Dehon l’amicizia era parte della vocazione cristiana: essere fratelli e amici di Gesù e figli di Dio Padre.

      La sua corrispondenza mostra relazioni importanti con sacerdoti, consacrati e laici. Tra questi spicca Léon Harmel, con cui condivise la sensibilità per le questioni sociali e il mondo operaio. Nel 1895 Dehon scrisse una lettera a Papa Leone XIII per presentare il suo giovane Istituto.

      Lo scopo della Congregazione era cooperare al Regno del Sacro Cuore di Gesù.
      Il primo mezzo era vivere una vita religiosa autentica, fondata sulla comunità e sui consigli evangelici. Da questa vita spirituale nasce l’apostolato e la missione nel mondo. Per Dehon il cuore della missione è l’adorazione eucaristica, fonte di grazia per tutta la Congregazione. L’unione con Cristo nella liturgia spinge i religiosi a servire il Vangelo. Questo genera uno spirito di carità e compassione verso gli altri.

      Fin dall’inizio la Congregazione fu impegnata nelle opere sociali e nel mondo del lavoro. Operava in Francia e nelle missioni in Ecuador e nel Nord del Brasile. Si cercava anche di accompagnare gli emigranti e formare apostoli tra gli operai. La missione nasce da una solidarietà concreta con l’umanità.

      Nel mondo però esistono anche “leoni”, simbolo di violenza e ingiustizia.
      Anche oggi guerre, odio ed egoismo feriscono molte persone. Non possiamo ignorare queste realtà o restare indifferenti.
      L’esempio di Dehon e dei suoi amici mostra l’importanza della collaborazione e della comunione.
      Solo così la speranza del Vangelo può continuare a trasformare il mondo.

       

      Per noi oggi

      1.     Non basta denunciare i “leoni” del mondo: dobbiamo riconoscere quelli che abitano anche nelle nostre indifferenze e paure.

      2.     Senza amicizia vera – con Dio e tra di noi – ogni missione cristiana diventa solo organizzazione e perde il cuore del Vangelo.

      3.     Il Vangelo cambia la storia solo quando la fede si traduce in alleanze concrete tra laici e consacrati per difendere la dignità umana.

       

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      venerdì 13 marzo 2026

      13.03.2026 - Os 14,2-10 - Mc 12,28-34 - Il Signore nostro Dio è l'unico Signore: lo amerai.

      Dal libro del profeta Osèa - Os 14,2-10

      Così dice il Signore:
      «Torna, Israele, al Signore, tuo Dio,
      poiché hai inciampato nella tua iniquità.
      Preparate le parole da dire
      e tornate al Signore;
      ditegli: “Togli ogni iniquità,
      accetta ciò che è bene:
      non offerta di tori immolati,
      ma la lode delle nostre labbra.
      Assur non ci salverà,
      non cavalcheremo più su cavalli,
      né chiameremo più “dio nostro”
      l’opera delle nostre mani,
      perché presso di te l’orfano trova misericordia”.
      Io li guarirò dalla loro infedeltà,
      li amerò profondamente,
      poiché la mia ira si è allontanata da loro.
      Sarò come rugiada per Israele;
      fiorirà come un giglio
      e metterà radici come un albero del Libano,
      si spanderanno i suoi germogli
      e avrà la bellezza dell’olivo
      e la fragranza del Libano.
      Ritorneranno a sedersi alla mia ombra,
      faranno rivivere il grano,
      fioriranno come le vigne,
      saranno famosi come il vino del Libano.
      Che ho ancora in comune con gli ìdoli, o Èfraim?
      Io l’esaudisco e veglio su di lui;
      io sono come un cipresso sempre verde,
      il tuo frutto è opera mia.
      Chi è saggio comprenda queste cose,
      chi ha intelligenza le comprenda;
      poiché rette sono le vie del Signore,
      i giusti camminano in esse,
      mentre i malvagi v’inciampano».

      1. Osea chiede al popolo del Signore di ritornare al suo Dio. OSEA AFFERMA CHIARAMENTE CHE NON C'È DA ATTENDERSI SALVEZZA DA IDOLI CREATI DAGLI UOMINI. Osea presta la sua voce al vero Dio che si rivela manifestando la sua grande misericordia.

      2. Il Signore, padre di infinita misericordia, È PRONTO AD ACCOGLIERE L’ORFANO che volge gli occhi a Lui, è PRONTO AL PERDONO, alla grande misericordia. E così facendo l’uomo NON È PIÙ ORFANO, RITORNA AD ESSERE FIGLIO, diviene essere profondamente AMATO e viene GUARITO dalla sua infedeltà.

      3. Dice anche che il Signore VUOLE AGGIUNGERE AL PERDONO LA GUARIGIONE.  In Lui VENIAMO GUARITI DALLE NOSTRE FERITE E POSSIAMO REALIZZARE LA NOSTRA VITA IN PIENEZZA. E Dio veglia su di noi. Possiamo vivere sereni, tranquilli; SIAMO NELLO SGUARDO AMOREVOLE DI DIO. 

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      + Dal Vangelo secondo Marco - Mc 12,28-34

      In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
      Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
      Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
      Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
      Il complimento che Gesù rivolge allo scriba è prudente: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Lo scriba riconosce il primo e il secondo comandamento. Resta da definire come si esprima l’amore di Dio, che non potrà essere ridotto a qualche formalità. Gesù inoltre dedica energie a mostrare con parabole e fatti concreti chi è realmente il prossimo: anche il povero, il lebbroso, lo straniero, il bambino, il peccatore… fino a invitarci a ‘farci prossimo’. I comandamenti aprono un grande cammino.
      Dio ci ha amati per primo, l’amore adesso non è più solo un comandamento, ma è la risposta al dono dell’amore col quale Dio ci viene incontro. Amore di Dio e amore del prossimo, sono inseparabili, sono un unico comandamento.

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      Amare Dio e il prossimo. L'essenza di tutto. Vogliamo tenerci stretti sull'essenzialità di questo amore o fare soltanto “gli olocausti e i sacrifici” e cadere in una semplice religione?

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