giovedì 24 settembre 2026

UN NUMERO NON DICE CHI SEI

UN NUMERO NON DICE CHI SEI

Il voto scolastico non è mai soltanto un numero: porta con sé emozioni, attese, gioie e delusioni. Un voto negativo può provocare rabbia e sconforto, mentre uno positivo può generare soddisfazione e orgoglio.
Ma un 5, un 7 o un 9 raccontano soltanto una prestazione in un preciso momento.
Non dicono chi è una persona, né tantomeno ciò che potrà diventare. Il rischio è trasformare una valutazione in un’etichetta: «hai preso 5» può diventare «sei da 5».
Così un risultato parziale rischia di trasformarsi in un giudizio globale sulla persona. La valutazione, invece, dovrebbe aiutare a comprendere dove ci troviamo e quale passo possiamo compiere. Un’insufficienza dovrebbe indicare una difficoltà, ma anche offrire una strada concreta per migliorare.
Allo stesso modo, un voto alto non garantisce automaticamente equilibrio, serenità o benessere.
Alcuni ragazzi ottengono risultati eccellenti pagando però un prezzo molto alto in ansia e paura di sbagliare. Per questo anche il successo deve essere accompagnato da domande e consapevolezza. La scuola non dovrebbe stabilire in anticipo ciò che un ragazzo sarà domani.
Dire «non sei portato» può trasformare una difficoltà presente in una condanna per il futuro. Ogni persona può crescere, cambiare, scoprire capacità e incontrare opportunità inattese. Il futuro non può essere sequestrato da un giudizio espresso sul presente.
Gli studenti devono diventare protagonisti della valutazione, imparando anche ad autovalutarsi. Il voto è utile quando fotografa una situazione senza pretendere di spiegare l’intera persona. È utile quando informa senza etichettare.
Educare significa aiutare ciascuno a comprendere ciò che è oggi e ciò che può ancora diventare. Dietro ogni voto c’è una persona, con una storia, delle fragilità, delle possibilità e un futuro aperto. La vera buona valutazione non dice «chi sei», ma indica «dove sei» e aiuta a capire «dove puoi andare».

 per noi oggi 1. Smettiamo di mettere etichette. Quante volte trasformiamo un errore, una fragilità o una sconfitta in un giudizio sulla persona? Dio non ci identifica con i nostri fallimenti. 2. Non facciamo dei risultati la misura del valore. Voti, carriera, successo e riconoscimenti possono dire ciò che facciamo, ma non quanto valiamo. La dignità viene prima della prestazione. 3. Impariamo a vedere ciò che può ancora nascere.
Gesù non guarda soltanto ciò che siamo oggi: vede ciò che possiamo diventare. Una persona non è mai un numero, né un giudizio definitivo.

 

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mercoledì 23 settembre 2026

23.09.2026 - Pr 30,5-9 - Lc 9,1-6: Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.

Dal libro dei Proverbi - Pr 30,5-9

Ogni parola di Dio è purificata nel fuoco;
egli è scudo per chi in lui si rifugia.
Non aggiungere nulla alle sue parole,
perché non ti riprenda e tu sia trovato bugiardo.
Io ti domando due cose,
non negarmele prima che io muoia:
tieni lontano da me falsità e menzogna,
non darmi né povertà né ricchezza,
ma fammi avere il mio pezzo di pane,
perché, una volta sazio, io non ti rinneghi
e dica: «Chi è il Signore?»,
oppure, ridotto all’indigenza, non rubi
e abusi del nome del mio Dio.
1. La Parola di Dio è descritta come purificata nel fuoco, simbolo di purezza e perfezione. Questo significa che OGNI PAROLA DI DIO È VERA E AFFIDABILE, e non necessita di aggiunte o alterazioni. 
2. L’autore chiede a Dio di essere protetto dalla falsità e dalla menzogna, evidenziando l'importanza dell'integrità morale. Chiede anche una vita di moderazione, senza povertà estrema né ricchezza eccessiva. QUESTO EQUILIBRIO È RICHIESTO PER MANTENERE LA FEDE E LA DIPENDENZA DA DIO.
3. La dipendenza da Dio diventa preghiera per avere il proprio "pezzo di pane" quotidiano. La richiesta riflette un desiderio di mantenere una relazione genuina con Dio, basata sulla fiducia e la gratitudine, evitando sia l’arroganza. QUESTO EQUILIBRIO PERMETTE DI VIVERE IN FEDE, RICONOSCENDO DIO COME FONTE DI OGNI BENE.

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 9,1-6
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
L'autorità del discepolo deriva dal seguire i passi di Cristo, che scelse la povertà, l'umiltà e la mitezza. Come Gesù non costringeva nessuno a seguirlo, così i discepoli devono offrire il Vangelo senza imposizioni, permettendo una risposta libera e autentica, poiché senza libertà non c'è amore vero. Anche se non tutti accolgono il Vangelo, tutti hanno il diritto di conoscerlo, quindi i discepoli devono essere pronti a evangelizzare senza riserve. «Non prendete nulla per il viaggio». Siamo leggeri, cioè liberi, per la nostra missione?

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«Per ogni tipo di viaggio / meglio avere un bagaglio leggero» canta Niccolò Fabi. Leggerissimo dice Gesù: «Non prendete nulla per il viaggio». Siamo leggeri, cioè liberi, per la nostra missione?

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23.09 SAN PIO DA PIETRELCINA

SAN PIO DA PIETRELCINA
San Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, nacque nel 1887 in una famiglia devota, dove ogni sera si recitava insieme il Rosario. Fin da giovane comprese che la vita cristiana passa anche attraverso la sofferenza, tanto da dire: «La sorte delle anime elette è il patire». Il suo dolore non fu soltanto fisico, ma anche spirituale, segnato da incomprensioni e sospetti da parte di alcuni uomini di Chiesa.
Nel 1931 fu privato di ogni ministero, tranne la celebrazione della Messa, che poteva vivere soltanto in una cappella interna e senza fedeli. La sua vita era profondamente unita alla Passione di Cristo e nel 1918 le stimmate divennero permanenti, accompagnandolo fino alla morte. Padre Pio viveva tutto questo con grande umiltà, ritenendosi indegno dei doni ricevuti.
Molti testimoni raccontarono fenomeni straordinari, come la bilocazione, la conoscenza dei cuori e altri segni soprannaturali. Trascorreva gran parte della giornata in confessionale, accogliendo i penitenti con dolcezza o fermezza, ma sempre con un unico scopo: la salvezza delle anime. Non tutti lo compresero, ma accanto agli oppositori vi furono uomini di Chiesa che riconobbero la sua autentica santità, tra cui l’arcivescovo Andrea Cesarano. Padre Pio visse una intensa lotta spirituale contro il male e indicò nella Madonna la via sicura verso il Paradiso: «Sì, è la Madonna».
La sua vita ci ricorda che la santità non consiste nell’evitare la sofferenza, ma nel trasformarla in offerta e amore. Padre Pio, patrono degli adolescenti e dei volontari della Protezione civile, continua a indicarci Cristo come la strada che conduce alla vera vita. per noi oggi 1. Padre Pio non chiese a Dio una vita comoda, ma imparò a vivere la sofferenza unito a Cristo. Noi chiediamo ancora la fede quando ci costa, oppure soltanto quando abbiamo bisogno che Dio ci risolva i problemi? 2. Passava ore in confessionale perché aveva a cuore la salvezza delle anime. Noi abbiamo ancora il coraggio di parlare di peccato, conversione e Paradiso, oppure preferiamo non disturbare nessuno? 3. Alla domanda sulla scorciatoia per il Paradiso rispose: «È la Madonna». Forse cerchiamo troppe scorciatoie nella vita, dimenticando che la strada più breve verso Dio passa dalla preghiera, dalla conversione e dall’amore.
Pietrelcina, Benevento, 25 maggio 1887 - San Giovanni Rotondo, Foggia, 23 settembre 1968
San Pio da Pietrelcina (Francesco) Forgione, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che nel convento di San Giovanni Rotondo in Puglia si impegnò molto nella direzione spirituale dei fedeli e nella riconciliazione dei penitenti ed ebbe tanta provvidente cura verso i bisognosi e i poveri da concludere in questo giorno il suo pellegrinaggio terreno pienamente configurato a Cristo crocifisso. 

martedì 22 settembre 2026

22.09.2026 - Pr 21,1-6.10-13 - Lc 8,19-21 - Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.

Dal libro dei Proverbi - Pr 21,1-6.10-13

Il cuore del re è un corso d’acqua in mano al Signore:
lo dirige dovunque egli vuole.
Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta,
ma chi scruta i cuori è il Signore.
Praticare la giustizia e l’equità
per il Signore vale più di un sacrificio.
Occhi alteri e cuore superbo,
lucerna dei malvagi è il peccato.
I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto,
ma chi ha troppa fretta va verso l’indigenza.
Accumulare tesori a forza di menzogne
è futilità effimera di chi cerca la morte.
L’anima del malvagio desidera fare il male,
ai suoi occhi il prossimo non trova pietà.
Quando lo spavaldo viene punito, l’inesperto diventa saggio;
egli acquista scienza quando il saggio viene istruito.
Il giusto osserva la casa del malvagio
e precipita i malvagi nella sventura.
Chi chiude l’orecchio al grido del povero
invocherà a sua volta e non otterrà risposta.
1. Il libro dei Proverbi paragona il cuore del re a UN FIUME CHE SI LASCIA DIRIGERE DOVE VUOLE LA MANO DI CHI LO HA POSTO IN ESSERE, affinché non manchi alla terra la fertilità e la bellezza. FIUME D’ACQUA NELLE MANI DEL PADRE È STATO GESÙ. 
2. Il Signore governa e dirige il cuore del re dove egli vuole. Non pensiamo di percorrere la via diritta perché pratichiamo “sacrifici”. Agli occhi dell’uomo ogni sua via sembra diritta ma non è così. Nessun uomo deve pensare di essere sulla via giusta. AL SIGNORE INTERESSA LA SINCERITÀ DEL NOSTRO CUORE poi ci pensa Lui a raddrizzare ogni cosa.
3. COME SI ACQUISISCE IL FAVORE DI DIO E DEGLI UOMINI? Ascoltando il grido del povero che si rivolge a noi per un aiuto, un favore, una cortesia. CHI SA ASCOLTARE IL POVERO, QUANDO LUI GRIDERÀ A SUA VOLTA, SARÀ SEMPRE ASCOLTATO. Se però lui non ascolta, neanche sarà ascoltato. Fai attenzione!

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 8,19-21
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
Belle e sconcertanti le parole di Gesù. Egli allarga la maternità e la fraternità a tutti i discepoli che lo seguono. La nuova fraternità non si limita alla carne e al sangue, ma trova origine dal rapporto con Lui: nuovo sangue e nuova linfa, nuova famiglia e nuova umanità.
I nostri fratelli e sorelle nella fede non li abbiamo scelti noi: siamo tutti stati scelti e amati da Dio e in lui possiamo scoprire quella profondità di relazione che ci unisce in un solo corpo che è la Chiesa. Chiediamo al Signore la grazia di andare oltre la superficie e di scoprire quei legami stretti che ci rendono in profondità madri e fratelli tra noi.
E ricordati che il legame profondo nasce da un ascolto comunitario della Parola e dallo sporcarsi insieme le mani.

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C’è una famiglia più grande, inclusiva, di quella del sangue che, se è solo di sangue, può diventare una famiglia ideologica. La discriminante è l’accoglienza, l’apertura: se escludiamo gli altri che famiglia è?

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22.09 SANTI MAURIZIO E COMPAGNI

 

SANTI MAURIZIO E COMPAGNI
San Maurizio e i suoi compagni appartenevano alla Legione Tebea, una formazione militare cristiana proveniente dall’Oriente e guidata da Maurizio. La più antica fonte sul loro martirio è la Passio Agaunensium martyrum, redatta nel V secolo da sant’Eucherio di Lione sulla base di una tradizione precedente. Secondo il racconto, la Legione fu chiamata in Europa dall’imperatore Massimiano per sostenere la campagna militare dell’Impero. A un certo punto l’imperatore ordinò ai soldati di compiere sacrifici agli dei pagani, ma Maurizio e i suoi compagni rifiutarono di obbedire. La loro fede impediva di compiere un gesto contrario a Dio, anche se proveniva dall’autorità che comandava. Massimiano reagì ordinando la decimazione della Legione, ma la minaccia della morte non fece vacillare la loro fedeltà. I sopravvissuti furono infine uccisi ad Agaunum, l’odierna Saint-Maurice in Svizzera, dando testimonianza fino alla fine. Il Martirologio Romano ricorda oggi Maurizio, Essuperio, Candido e Vittore, insieme ai loro compagni martiri. Nella tradizione, i soldati spiegano così la loro scelta: «Siamo tuoi soldati, signore, ma anche servi di Dio». Essi riconoscono il proprio dovere verso l’autorità, ma sanno che sopra ogni potere umano esiste la fedeltà a Dio. Ricevono dall’imperatore lo stipendio e il servizio militare, ma riconoscono che da Dio hanno ricevuto la vita. Per questo dichiarano di non poter obbedire quando l’obbedienza significa offendere Dio o perseguitare i cristiani. Non scelgono la ribellione violenta: tengono le armi, ma non fanno resistenza, preferendo morire innocenti piuttosto che vivere colpevoli. La loro forza non consiste nel vincere il nemico, ma nel rimanere fedeli alla coscienza illuminata dalla fede. La testimonianza dei martiri ci ricorda che nessun potere, interesse o vantaggio può valere più della propria coscienza. Essere cristiani significa anche saper dire «no» quando una mentalità, una convenienza o un ordine ci chiedono di tradire il Vangelo. La domanda di Maurizio e dei suoi compagni arriva fino a noi: quanto siamo disposti a perdere pur di rimanere fedeli a Cristo? per noi oggi 1. Maurizio obbedì all’autorità finché l’ordine non entrò in conflitto con Dio. Noi sappiamo ancora distinguere tra obbedienza e compromesso con il male? 2. I martiri preferirono morire innocenti che vivere colpevoli. Noi, per conservare tranquillità, carriera o consenso, quante volte scendiamo a compromessi? 3. Maurizio e i suoi compagni non usarono la forza per difendere la propria fede, ma accettarono di pagarne il prezzo. La nostra fede è abbastanza forte da farci perdere qualcosa, oppure vale solo quando non ci costa nulla?
† Agaunum (odierna Saint-Maurice-en-Valais), Svizzera, 287 circa
Nell’antica Agauno nella regione del Vallese, nell territorio dell’odierna Svizzera, santi martiri Maurizio, Esuperio, Candido, soldati, che, come riferisce sant’Eucherio di Lione, furono uccisi per Cristo sotto l’imperatore Massimiano, adornando la Chiesa, insieme ai compagni della Legione Tebea e al veterano Vittore, con la loro gloriosa passione. 

NELLO STESSO GIORNO:

BEATO LUIGI MONTI
Bovisio, Milano, 24 luglio 1825 - Saronno, Varese, 1 ottobre 1900

A Saronno vicino a Varese, beato Luigi Maria Monti, religioso, che, pur conservando lo stato laicale, istituì i Figli dell’Immacola Concezione, che diresse in spirito di carità verso i poveri e i bisognosi, occupandosi in particolare dell’assistenza agli infermi e agli orfani e della formazione dei giovani.
La data di culto indicata nel Martyrologium Romanum è il 1 ottobre. La Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione e la diocesi di Milano lo ricordano il 22 settembre.

 

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«SALVARE O PERIRE»

«SALVARE O PERIRE»

La testimonianza del cappellano dei Vigili del Fuoco di Parigi ci mostra uomini capaci di mettere la propria vita al servizio degli altri. Dietro ogni divisa ci sono persone con una famiglia, delle paure e il desiderio di tornare a casa, eppure scelgono di andare dove altri fuggono. Il loro motto, «Salvare o perire», esprime una disponibilità al sacrificio che oggi ci interroga profondamente. Alcuni sono persino disposti a rinunciare alle ferie pur di poter essere utili. Questo è il vero significato del servizio: esserci quando qualcuno ha bisogno di noi. Colpisce anche la loro umiltà: sanno ascoltare chi ha maggiore esperienza e riconoscere i propri limiti. E accanto al coraggio fisico c’è la forza silenziosa della preghiera, attraverso una benedizione, una parola, un rosario. Questa testimonianza ci ricorda che ognuno può servire con ciò che ha ricevuto. Non tutti possiamo spegnere un incendio, ma tutti possiamo accendere una luce nella vita di qualcuno. Possiamo ascoltare una persona sola, aiutare chi è in difficoltà, visitare un malato, perdonare e incoraggiare. Il problema è che spesso siamo troppo concentrati su noi stessi per accorgerci del bisogno degli altri. I vigili del fuoco ci ricordano invece che la vita diventa più grande quando smette di essere vissuta soltanto per sé. Il coraggio non consiste nel non avere paura, ma nel non lasciare che la paura ci impedisca di fare il bene. Anche la nostra fede deve diventare concreta: ogni giorno Dio ci mette accanto qualcuno che ha bisogno della nostra presenza, della nostra attenzione o del nostro aiuto. Non servono gesti eroici: spesso basta esserci, tendere una mano, ascoltare e non voltarsi dall’altra parte. È nella disponibilità quotidiana e nel dono silenzioso che possiamo diventare strumenti della Provvidenza di Dio. Servire gli altri non significa perdere la propria vita: significa darle un significato.
  per noi oggi 1. QUANTO SONO DISPOSTO A DONARMI? Quando aiutare gli altri mi costa tempo, fatica o comodità, mi tiro indietro oppure mi metto in gioco? 2. MI ACCORGO DI CHI STA “BRUCIANDO”? Quante persone vivono accanto a me nella sofferenza e io continuo la mia strada senza fermarmi? Il loro dolore mi riguarda davvero? 3. PER CHI SONO DISPOSTO A RISCHIARE QUALCOSA?
La fede non consiste soltanto nel pregare, ma nel servire concretamente. Che cosa sono disposto a perdere perché un altro possa stare meglio?

 

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lunedì 21 settembre 2026

21.09.2026 - Ef 4,1-7.11-13 - Mt 9,9-13 - Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 4,1-7.11-13

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

1. San Paolo scrive dalla prigionia, ci dice che tutto tende all’edificazione del corpo. Gesù è venuto per salvare e la salvezza succede mediante la COSTRUZIONE DI UN CORPO. Un corpo “mistico”, cioè misterioso. L’UNITÀ PROFONDA DEL GENERE UMANO SI REALIZZA IN CRISTO. 
2. C’è da tenere insieme la CHIAMATA PERSONALE di Cristo e il VINCOLO DI COMUNIONE stabilito dal vangelo: «Comportatevi in MANIERA DEGNA DELLA CHIAMATA che avete ricevuto … AVENDO A CUORE DI CONSERVARE L’UNITÀ DELLO SPIRITO PER MEZZO DEL VINCOLO DELLA PACE».
3. In questo corpo nessuno è mai chiamato per differenziarsi o per sentirsi estraneo agli altri, ma TUTTI SIAMO CHIAMATI PER «EDIFICARE IL CORPO DI CRISTO, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio». Tutti noi siamo accomunati dall’unico BISOGNO DI ESSERE RICONDOTTI ALLA «DOLCEZZA» DEL PADRE: «Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti».

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 9,9-13

In quel tempo, mentre andava via, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo peccati. Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo”.  Questo scandalizza? SI perché non si riconosce il merito... 
Ma la buona notizia è che Gesù chiama, e anche Tu sei chiamato a farti trovare all’appello della tua vita. Tu potresti pensare che Gesù non ti abbia chiamato, che non meriti questa chiamata e così perdi l'occasione. Ma Gesù non guarda i sacrifici/meriti ma guarda il cuore/la misericordia. Gesù è un medico, che sta presso i malati/peccatori e non si scandalizza. Ma Tu, senti il bisogno del medico celeste? 
Matteo non lo sapeva, ma il suo cuore stava aspettando da sempre Gesù, lo chiamava chissà da quanto tempo, ecco perché scatta subito in piedi quando lo incontra, perché capisce che finalmente Dio gli ha risposto.  Quando la libertà di Dio incrocia la libertà dell’uomo – anche lontano e peccatore – subito esplode la festa, per un’esperienza di liberazione e di salvezza.

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Quanto ci sembrano stupidi e odiosi questi farisei con le loro indignazioni! Li guardiamo, a venti secoli di distanza e ci sembrano chiaramente dei peccatori. Perché noi siamo i giusti. Giusto?

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