mercoledì 25 febbraio 2026

25.02.2026 - Gio 3,1-10 - Lc 11,29-32 - A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.

Dal libro del profeta Giona - Gio 3,1-10

In quel tempo, fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore.
Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta».
I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Giunta la notizia fino al re di Nìnive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere.
Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Nìnive questo decreto: «Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!».
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
1. PER ESSERE SALVATI, GLI ABITANTI DELLA CITTÀ DEVONO RADICALMENTE CAMBIARE LA LORO VITA. Il profeta e gli abitanti della città sono ben CONSAPEVOLI della loro iniquità; è una società cosciente di non rispettare la legge di Dio.

2. Nella persona del re di Ninive, gli abitanti della città comprendono che LA LORO CONDOTTA E MALVAGITÀ POSSONO PROVOCARE LA DISTRUZIONE TOTALE DELLA CITTÀ. Questa città diventa simbolo-incarnazione di ogni malvagità e crudeltà. 

3. Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. «Ma allora, Dio è cambiato?». IN REALTÀ «LORO SONO CAMBIATI». Infatti prima «Dio non poteva entrare nella loro vita perché era chiusa nei propri vizi, peccati»; poi loro, «CON LA PENITENZA HANNO APERTO IL CUORE, HANNO APERTO LA VITA E IL SIGNORE È POTUTO ENTRARE».

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

 

“Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato, se non il segno di Giona”. 
A volte la ricerca di segni è solo un modo per temporeggiare, per non cambiare, per non scegliere. Aspettiamo un segno solo perché non vogliamo prenderci la responsabilità di ciò che già sappiamo essere vero.
Il segno di Giona, il vero, è quello che ci dà la fiducia di essere salvati per il sangue di Cristo. Quanti cristiani pensano che saranno salvati soltanto per quello che loro fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie, ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva. Ma le opere sole, senza questo amore misericordioso non servono. Invece, la ‘sindrome di Giona’ ha fiducia soltanto nella sua giustizia personale, nelle sue opere”. Apriamo il nostro cuore al "segno di Giona".

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Parole sferzanti di Gesù contro chi “cerca un segno”. Anche con Erode, che cercava un miracolo, Gesù sarà severo al punto di tacere. Forse l'errore è cercare segni anziché di vederli davanti ai nostri occhi?

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25.02 SANTI LUIGI VERSIGLIA E CALLISTO CARAVARIO

SAN LUIGI VERSIGLIA E SAN CALLISTO CARAVARIO

San Luigi Versiglia (1873 - 1930) e san Callisto Caravario (1903 - 1930), salesiani di don Bosco, sono martiri della missione in Cina. Si incontrarono a Torino nel 1921: Versiglia era già missionario esperto con 15 anni di apostolato in Oriente, mentre Callisto era un giovane aspirante sacerdote, ardente di zelo, che gli promise: «La raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo».

Versiglia aveva conosciuto personalmente don Bosco da ragazzo. Ordinato sacerdote nel 1895, partì missionario nel 1906. A Macao fondò la casa madre salesiana e si dedicò agli orfani e ai poveri, tanto da essere chiamato “padre degli orfani”. Nominato vescovo di Shaoguan nel 1920, fondò seminari, scuole, orfanotrofi e promosse la catechesi, portando migliaia di persone al Battesimo.

Operava in un periodo drammatico per la Cina, segnata dalla caduta dell’impero, dalla guerra civile e dalla violenza di briganti e milizie. Versiglia era consapevole del rischio e ricordava una profezia attribuita a don Bosco: il calice dell’opera salesiana in Cina si sarebbe riempito di sangue prima di fiorire.

Callisto mantenne la promessa fatta da giovane: partì missionario e fu ordinato sacerdote dallo stesso Versiglia nel 1929. Nelle sue lettere alla madre esprimeva una totale appartenenza a Cristo: desiderava solo essere fedele alla sua vocazione, qualunque fosse la durata della sua vita sacerdotale.

Il martirio avvenne il 25 febbraio 1930. I due salesiani stavano viaggiando verso una comunità cristiana insieme ad alcune catechiste e giovani donne, quando furono assaliti da banditi armati. Non avendo denaro da consegnare, i briganti decisero di rapire le ragazze. Versiglia e Caravario si opposero con coraggio, offrendo se stessi pur di difenderle: «Prendete noi, ma salvate queste giovani».

Furono picchiati, legati e condotti in un bosco. Lì, mentre pregavano ad alta voce, furono fucilati. Le ragazze furono poi liberate e testimoniarono la serenità e la fede con cui i due missionari affrontarono la morte. Perfino alcuni carnefici rimasero colpiti dalla loro pace: morirono non con paura, ma con fede.

Il loro sangue sigillò una vita interamente donata a Dio e al popolo cinese, secondo il carisma salesiano di educazione, missione e amore per i giovani.

 

Per noi oggi

1. L’amore cristiano protegge, non scappa. Hanno dato la vita per difendere delle ragazze indifese. La carità vera non resta neutrale davanti all’ingiustizia.

2. La missione non è “fare cose”, ma appartenere a Cristo. Callisto era sacerdote da poco, ma già pronto a morire: la fecondità non dipende dalla durata, ma dalla totalità del dono.

3. Il Vangelo è credibile quando qualcuno è disposto a perdere tutto. In un mondo che misura tutto in sicurezza e vantaggi, il martirio ricorda che la fede vale più della vita stessa.

Quando questi due salesiani innamorati di Cristo si incontrarono nel 1921, monsignor Luigi Versiglia era di passaggio a Torino, con alle spalle già 15 anni di missione in Cina, mentre Callisto Caravario era un diciottenne ardente dal desiderio di farsi sacerdote e dedicarsi alla vita missionaria: «Io la raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo», aveva detto Callisto nell'occasione. Entrambi erano legatissimi al carisma di san Giovanni Bosco. Sulle rive del fiume Beijang vicino alla città di Shaoguan nella provincia del Guandong in Cina, i santi martiri subirono il martirio per aver dato assistenza cristiana alle anime loro affidate.

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martedì 24 febbraio 2026

24.02.2026 - Is 55,10-11 - Mt 6,7-15 - Voi dunque pregate così.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 55,10-11

Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
1. Isaia paragona la capacità della pioggia e della neve a quella della Parola di Dio. PIOGGIA E NEVE SONO UN BENE IRRINUNCIABILE PER LA TERRA che da loro viene irrigata e fecondata.

2. Così è della Parola di Dio. Tu non ne puoi fare a meno. Il progetto che Dio ha su di te si realizzerà NELLA MISURA DEL TUO ASCOLTARE ACCOGLIERE E TRADURRE IN VITA QUOTIDIANA la Parola di Dio.

3. Forse molti cristiani inacidiscono e appassiscono dentro il susseguirsi di giorni non irrorati né fecondati dalla PAROLA che VEICOLA A NOI GIORNALMENTE CIÒ CHE È ASSOLUTAMENTE NECESSARIO AL NOSTRO GERMOGLIARE E FIORIRE FRUTTIFICANDO IL BENE.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
“Prego con parole mie”. E’ il caso? Le nostre parole sono vacue, autoreferenziali, superficiali. Le parole sono inversamente proporzionali alla nostra fede. Più parliamo nella preghiera e più significa che abbiamo dubbi sul fatto che Dio sia nostro Padre.
Meglio allora pregare con le parole che Gesù ci regala: una strada aperta, un binario sicuro. Quando abbiamo realmente imparato a memoria la preghiera insegnata da Gesù, facendola nostra con il cuore, allora anche le nostre ‘preghiere spontanee’ affiorano da  terreno buono e crescono su una pianta sana. Partiamo da Lui, dal Padre, dal suo regno e dalla sua volontà. Arriviamo alla nostra vita, al pane, al nostro debito, alla tentazione, al male, al perdono. Domandiamo di essere custoditi e salvati.

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Preghiamo ma il Padre già sa, prima delle nostre preghiere, di cosa abbiamo bisogno. Forse allora preghiamo chiedendo cosa di cui non abbiamo bisogno. Cosa chiediamo quando preghiamo?

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24.02 BEATO TOMMASO MARIA FUSCO

TOMMASO MARIA FUSCO

Tommaso Maria Fusco nacque a Pagani (Salerno) il 1° dicembre 1831, settimo di otto figli, in una famiglia profondamente cristiana. Rimase presto orfano di entrambi i genitori e fu educato dallo zio sacerdote. Fin da piccolo sentì la vocazione al sacerdozio e, dopo la formazione nel seminario di Nocera, fu ordinato prete nel 1855.

Le prove della vita – lutti familiari e difficoltà – alimentarono in lui una profonda devozione al Cristo Crocifisso e alla Madonna Addolorata. Fin dall’inizio del ministero si dedicò con passione alla formazione cristiana dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, aprendo scuole di catechesi e luoghi di preghiera che divennero centri di conversione.

Entrò tra i Missionari Nocerini e svolse un’intensa attività di predicazione popolare, specialmente nel Sud Italia. Nominato cappellano del Santuario della Madonna del Carmine a Pagani, promosse associazioni cattoliche e diffuse il culto al Preziosissimo Sangue di Gesù, centro della sua spiritualità.

Per aiutare i sacerdoti nel ministero della confessione, aprì una scuola di teologia morale e fondò una compagnia sacerdotale per le missioni popolari, approvata da Pio IX. Ma l’opera più grande nacque nel 1873, quando, colpito dalla tragedia di un’orfana abbandonata, fondò le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, dedicate all’accoglienza e all’educazione delle bambine povere. Da questa prima casa sorsero numerosi orfanotrofi e opere caritative.

Accanto alla fondazione e alle missioni, fu anche parroco, confessore e guida spirituale. La sua fecondità apostolica suscitò però invidie e persecuzioni: subì calunnie e umiliazioni, accettandole con spirito evangelico. Ripeteva:
«L’operare e il patire per Dio sia sempre la vostra gloria… La pazienza è come la salvaguardia e il sostegno di tutte le virtù».

Consumò la vita tra predicazione, carità verso i poveri e unione con Gesù Crocifisso ed Eucaristico. Morì il 24 febbraio 1891, pregando il Nunc dimittis. Di lui si disse: “Visse amando i poveri, morì perdonando i nemici.”

Beatificato da san Giovanni Paolo II, è modello di sacerdote, missionario e fondatore che ha fatto della carità del Sangue di Cristo il cuore della propria esistenza.

 

Per noi oggi

1. La carità vera nasce dalla croce, non dal sentimentalismo. Fusco non aiutava i poveri per filantropia, ma perché vedeva in loro il volto di Cristo sofferente. Senza radici spirituali, la solidarietà si svuota.

2. Fare il bene non ti risparmia le persecuzioni. La sua vita smonta l’illusione che, se operi per Dio, tutti ti applaudiranno. La santità passa anche attraverso incomprensioni e calunnie.

3. Perdonare i nemici è il segno che il Vangelo è diventato vita. Non basta pregare o fare opere: la prova del nove è amare quando si è feriti. Fusco morì perdonando — ed è lì che il cristianesimo diventa credibile.

A Nocera Inferiore in Campania, beato Tommaso Maria Fusco, sacerdote, che con speciale amore si prese cura dei poveri e degli ammalati e istituì le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che destinò alla promozione di varie opere di impegno sociale, soprattutto tra i giovani e i malati.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATO MARCO DE' MARCONI Sacerdote
Mantova, 1480 - Mantova, 24 febbraio 1510
Il beato Marco de' Marconi visse solo 30 anni, dal 1480 al 1510, e rimase sempre nella natia terra mantovana. A 16 anni entrò nel convento di Migliarino, tenuto dall'Ordine di San Girolamo, famiglia eremitica nata in Spagna a fine Trecento. I suoi 15 anni di vita religiosa trascorsero nel nascondimento e nella preghiera.

 

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DONARSI CAMBIA LA VITA.

 

DONARSI CAMBIA LA VITA.

A 24 anni, Clotilde ha vissuto un’esperienza che ha segnato un prima e un dopo nella sua vita: un anno di missione in Togo con l’associazione Noé Mission, presso il priorato delle Suore di San Giovanni. Dopo aver concluso gli studi in Scienze Motorie e management sportivo, sentiva il desiderio profondo di non limitarsi a “fare qualcosa di buono”, ma di donarsi interamente, lasciando tutto per servire.

Attratta da un’associazione a misura umana, fondata sulla fraternità e sulla vita comunitaria, Clotilde ha trovato in Noé Mission il luogo giusto per il suo discernimento. Nel settembre 2024 è partita per il Togo, dove ha trascorso undici mesi dedicandosi soprattutto agli adolescenti di un centro doposcuola. Le sue giornate erano scandite da lezioni, attività educative, giochi, sport, laboratori creativi e momenti di riflessione.

Attraverso il teatro, la musica, lo sport e persino un escape game, Clotilde ha costruito relazioni di fiducia con giovani provenienti da contesti di grande povertà. Appassionata di nuoto, ha introdotto molti ragazzi all’acqua per la prima volta e, in modo del tutto inatteso, è arrivata persino a gareggiare con la squadra nazionale di nuoto del Togo.

Ma il vero cuore della missione non è stato ciò che faceva, bensì le relazioni vissute: con i giovani, con le famiglie del quartiere, con le suore del priorato. In una vita fraterna fatta di semplicità, risate, preghiera e condivisione, Clotilde si è sentita sostenuta e pienamente inserita. Ha visto giovani aprirsi poco a poco, crescere, superare difficoltà scolastiche e personali, fino a raggiungere traguardi insperati.

Ogni giornata si concludeva con un momento di preghiera comunitaria, a cui partecipavano anche giovani musulmani, in un clima di rispetto e fraternità. In tutto questo, Clotilde afferma di aver riscoperto Cristo, presente nella fede semplice di chi vive l’incertezza del domani affidandosi a Dio.

Rientrata in Francia nell’agosto 2025, la missione ha continuato a parlare dentro di lei. Ha scelto uno stile di vita più essenziale e oggi lavora come event project manager per Holy Games, con il desiderio di continuare a servire: dalla sensibilizzazione sociale alla visita ai detenuti. La missione non è stata una parentesi, ma una sorgente che continua a generare vita.


PER NOI OGGI

1.     E se la vera ricchezza fosse spogliarsi dell’inutile?
Clotilde ha scoperto che l’essenziale non sono le cose, ma le relazioni.

2.     Il servizio cambia più chi dona che chi riceve
Andare per “aiutare” può diventare un cammino di conversione personale.

3.     Cristo si incontra dove non pensavamo di cercarlo
Nei volti, nella povertà, nella gioia semplice, nella fraternità quotidiana.

 

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lunedì 23 febbraio 2026

23.02.2026 - Lv 19,1-2.11-18 - Mt 25,31-46 - Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.

 

Dal libro del Levìtico - Lv 19,1-2.11-18

Il Signore parlò a Mosè e disse:
«Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: "Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo.
Non ruberete né userete inganno o menzogna a danno del prossimo.
Non giurerete il falso servendovi del mio nome: profaneresti il nome del tuo Dio. Io sono il Signore.
Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; non tratterrai il salario del bracciante al tuo servizio fino al mattino dopo.
Non maledirai il sordo, né metterai inciampo davanti al cieco, ma temerai il tuo Dio. Io sono il Signore.
Non commetterete ingiustizia in giudizio; non tratterai con parzialità il povero né userai preferenze verso il potente: giudicherai il tuo prossimo con giustizia. Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo. Io sono il Signore.
Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai d'un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore"».
1. Il tema conduttore di tutto il libro è come comportarci alla presenza del Signore; EGLI È SANTO, IL POPOLO SIA SANTO! Ma come essere santi? Quali cose fare e soprattutto cosa non fare? In cosa consiste la santità di Dio? Essa è rivelata in ogni singola prescrizione da vivere.

2. Da notare che NON sono i divieti, NON sono le negazioni la chiave di lettura del testo, MA “AMERAI IL TUO PROSSIMO COME TE STESSO”. Alla luce di questo ultimo verso dobbiamo rivedere tutta la parte che sta prima, tutte le negazioni e tutti i divieti.

3. “AMARE IL PROSSIMO” ci invita invece a FARE LUCE NEL FONDO DEL CUORE e dissipare ogni ombra per camminare alla sua presenza santi e immacolati nell’amore. Coraggio, questo è il tempo favorevole…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: "Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi".
Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me".
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato".
Anch'essi allora risponderanno: "Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?". Allora egli risponderà loro: "In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me".
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 

Oggi ci viene chiesto un salto di mentalità: riconoscere Gesù che ci guarda e ci chiama. Gesù che ci invita a servirlo nella persona che ci incontra con il proprio bisogno. 
Questa parola non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante. E noi siamo chiamati a “fare una cosa buona” per il bisognoso. Fare … senza alcuna pretesa o intenzione o sperato merito, quindi senza interesse, ma solo per amore … del bisognoso stesso! Di fatto, chi fa così vive già ora “nella vita eterna”; e chi non fa così vive già ora “nel supplizio eterno”: non amare è non vivere!

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Dio è colui che “sa quel che fa” (C.McCarthy), l'uomo il contrario, per questo Gesù chiede al Padre di perdonarci. Ma intanto, sulla vita, riusciamo a cogliere Gesù negli altri, nei poveri, negli ultimi?

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23.02 SAN POLICARPO

 

SAN POLICARPO

San Policarpo di Smirne (circa 69–155) è uno dei più importanti Padri apostolici, ponte vivente tra la generazione degli apostoli e la Chiesa dei secoli successivi. Fu discepolo di san Giovanni Evangelista, che lo convertì da ragazzo e lo consacrò vescovo di Smirne. La sua autorità spirituale era grande in tutto l’Oriente cristiano, e tra i suoi discepoli ci fu sant’Ireneo di Lione, che testimonia come Policarpo avesse conosciuto personalmente diversi testimoni del Signore.

Della sua produzione scritta resta soprattutto la Lettera ai Filippesi, prezioso documento della Chiesa primitiva, ricco di riferimenti biblici ed esortazioni alla perseveranza, all’umiltà, alla purezza della fede e alla fedeltà alla Tradizione apostolica. Policarpo fu amico di sant’Ignazio di Antiochia e condivise con lui la sollecitudine per l’unità della Chiesa.

Negli ultimi anni si recò a Roma per incontrare papa sant’Aniceto e discutere la data della Pasqua. Pur non raggiungendo un accordo, rimasero in piena comunione, mostrando che l’unità ecclesiale è più profonda delle divergenze disciplinari.

A Roma Policarpo contrastò anche le eresie diffuse da Marcione, che rifiutava l’Antico Testamento e mutilava il Nuovo secondo le proprie idee, negando la vera umanità sofferente di Cristo (docetismo). Alla sua richiesta di riconoscimento, Policarpo rispose con durezza profetica: «Riconosco che sei il primogenito di Satana», difendendo con forza la verità dell’incarnazione.

Il suo martirio, narrato nel Martyrium Polycarpi (uno dei più antichi racconti di martirio cristiano), avvenne verso il 155. Pur esortato a fuggire, accettò la persecuzione con pace. Quando fu arrestato, accolse i soldati con ospitalità e chiese solo tempo per pregare. Condotto allo stadio, rifiutò di abiurare e di maledire Cristo: «Da 86 anni lo servo e non mi ha fatto alcun male. Come potrei insultare il mio Re che mi ha salvato?».

Condannato al rogo, pregò ringraziando Dio di renderlo degno del martirio. Secondo i testimoni, le fiamme non lo toccarono, così fu ucciso con un colpo di pugnale. La sua morte fu vista come partecipazione al sacrificio di Cristo e sigillo supremo di una vita spesa per custodire la fede apostolica.

 

Per noi oggi

1. La verità cristiana non si adatta alle mode culturali. Policarpo rifiutò un “Vangelo su misura” come quello di Marcione. Anche oggi la tentazione è tagliare via le parti scomode della fede. 

2. Unità non significa uniformità. Con il papa non era d’accordo sulla data della Pasqua, ma rimase in comunione. Oggi spesso ci si divide per molto meno.

3. La fede vale più della vita… ma noi quanto siamo disposti a perdere? Per Policarpo Cristo non era un’idea, ma una relazione concreta e fedele. La sua domanda silenziosa a noi è: la mia fede reggerebbe davanti a una vera prova?

Memoria di san Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’anfiteatro al cospetto del proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATA GIOVANNINA FRANCHI Fondatrice - COMO
Como, 24 giugno 1807 - 23 febbraio 1872

Giovanna Franchi, detta Giovannina, fu una delle figlie di Giuseppe Franchi e Giuseppa Mazza. A sette anni, venne affidata al prestigioso educandato della Visitazione. Nel 1840, ormai trentatreenne, ricevette una proposta di matrimonio da un uomo più anziano di lei ma, a causa di una malattia, l'uomo morirà prima di sposarla. Nel 1853, morirono entrambi i genitori. Rimasta sola la donna decise di dedicarsi alla cura dei poveri. In seguito acquistò un edificio nella città di Como, nel povero quartiere di Cortesella dove fonda la congregazione delle Suore Infermiere dell'Addolorata. L'istituto assumerà sempre più la fisionomia di un ospizio di carità. Morì il 26 febbraio 1873 durante un'epidemia di Vaiolo forse infettata proprio da uno dei suoi assistiti.