sabato 20 giugno 2026

20.06.2026 - 2Cr 24,17-25 - Mt 6,24-34 - Non preoccupatevi del domani.

Dal secondo libro delle Cronache - 2Cr 24,17-25

Dopo la morte di Ioiadà, i comandanti di Giuda andarono a prostrarsi davanti al re, che allora diede loro ascolto. Costoro trascurarono il tempio del Signore, Dio dei loro padri, per venerare i pali sacri e gli idoli. Per questa loro colpa l’ira di Dio fu su Giuda e su Gerusalemme. Il Signore mandò loro profeti perché li facessero ritornare a lui. Questi testimoniavano contro di loro, ma non furono ascoltati.
Allora lo spirito di Dio investì Zaccarìa, figlio del sacerdote Ioiadà, che si alzò in mezzo al popolo e disse: «Dice Dio: “Perché trasgredite i comandi del Signore? Per questo non avete successo; poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona”». Ma congiurarono contro di lui e per ordine del re lo lapidarono nel cortile del tempio del Signore. Il re Ioas non si ricordò del favore fattogli da Ioiadà, padre di Zaccarìa, ma ne uccise il figlio, che morendo disse: «Il Signore veda e ne chieda conto!».
All’inizio dell’anno successivo salì contro Ioas l’esercito degli Aramei. Essi vennero in Giuda e a Gerusalemme, sterminarono fra il popolo tutti i comandanti e inviarono l’intero bottino al re di Damasco. L’esercito degli Aramei era venuto con pochi uomini, ma il Signore mise nelle loro mani un grande esercito, perché essi avevano abbandonato il Signore, Dio dei loro padri. Essi fecero giustizia di Ioas. Quando furono partiti, lasciandolo gravemente malato, i suoi ministri ordirono una congiura contro di lui, perché aveva versato il sangue del figlio del sacerdote Ioiadà, e lo uccisero nel suo letto. Così egli morì e lo seppellirono nella Città di Davide, ma non nei sepolcri dei re.

 

1. Finché visse il sacerdote Ioiadà, Ioas ubbidì alla volontà del Signore. Alla sua morte il Re si appoggiò su suo padre adottivo. E quando questi venne a mancare, la sua fedeltà a Dio venne meno, poiché NON AVEVA NEL TEMPO COLTIVATO UNA FEDE PERSONALE. 

2. IL RE CEDETTE ALLE LUSINGHE E ALL’INFLUENZA DEI CAPI DEL POPOLO, arrivò persino ad ordinare l’uccisione di Zaccaria, figlio di Ioiadà, il suo benefattore. Zaccaria pronunciò una parola molto forte: «poiché avete abbandonato il Signore, anch’egli vi abbandona». IL SIGNORE CERCA DI SMUOVERE IN TUTTI I MODI IL SUO POPOLO, minacciando pure di abbandonarlo, ma sappiamo benissimo che QUESTO NON È SUCCESSO E NON SUCCEDERÀ MAI! 

3. ALLONTANANDOTI DA DIO DIVENTI DEBOLE E SOLO NELLA TUA ARROGANZA. Basta un piccolo esercito degli Aramei per procurarti la sconfitta. Il Signore ti mise nelle loro mani. Il Re subì la morte da alcuni suoi servi, CHE TRISTE LA FINE DI QUESTO UOMO, CHE PER ANNI AVEVA SEGUITO DIO CON GRANDE PASSIONE.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,24-34
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

 

Gesù paragona la ricchezza a un "Padrone", per dirti che non puoi servire la ricchezza se intendi servire Dio. Sentiamo dentro di noi il bisogno di accumulare certezze umane sacrificando tempo e rapporti personali. E non siamo mai sazi- Ma se avessimo un po' di fede e ci affidassimo alla Provvidenza avremmo meno angoscia del domani.
Va detto anche che finché ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia. Se invece, confidiamo nella Provvidenza di Dio e cerchiamo il suo Regno, nessuno mancherà il necessario per vivere dignitosamente. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia significa fare la volontà di Dio con fede, con fiducia. E’ questo l’unico affanno che ci è permesso di avere!


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20.06 - BEATA VERGINE MARIA CONSOLATRICE (LA CONSOLATA)

BEATA VERGINE MARIA CONSOLATRICE (LA CONSOLATA)

La devozione torinese alla Consolata, Patrona dell’Arcidiocesi di Torino, è tra le più antiche e amate della città. Secondo la tradizione fu san Massimo, primo vescovo di Torino, a edificare una chiesa mariana presso le antiche mura romane, segno della protezione di Maria sul popolo torinese. Il titolo di “Consolata” deriva probabilmente dall’espressione latina Consolatrix Afflictorum, Consolatrice degli afflitti. Nel corso dei secoli il Santuario è diventato cuore spirituale della città, luogo di preghiera, rifugio nei tempi difficili e simbolo di speranza. La tradizione racconta che la Vergine apparve al cieco Giovanni Ravacchio, guidandolo al ritrovamento di un’antica immagine mariana nascosta durante le persecuzioni iconoclaste. Da quel momento la devozione esplose in tutto il Piemonte. Il quadro oggi venerato, attribuito ad Antoniazzo Romano e donato dal cardinale Della Rovere, venne collocato in un santuario abbellito nei secoli dai Savoia con opere di Guarino Guarini e Filippo Juvarra. La Consolata fu invocata durante epidemie, guerre e calamità, specialmente nell’assedio francese del 1706 e durante il colera del 1835. Centinaia di ex voto testimoniano grazie e protezione ricevute. Tantissimi santi passarono da questo luogo: san Giovanni Bosco, san Giuseppe Cafasso, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, il beato Pier Giorgio Frassati e il beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari della Consolata. Ancora oggi il Santuario resta un’oasi di silenzio e fede nel cuore di Torino, dove migliaia di fedeli si affidano a Maria Consolatrice. Parole chiave: Consolata, Torino, Maria, Santuario, Savoia, preghiera, miracoli, fede, protezione, carità, santi, speranza. Per noi oggi: 1. Oggi cerchiamo consolazione nei social, nel denaro e nell’apparenza, ma il cuore continua a restare vuoto. La Consolata ricorda che senza Dio nessuna ferita guarisce davvero. 2. Torino ha custodito per secoli una fede capace di unire popolo e santi. Noi invece rischiamo di perdere le radici cristiane per inseguire mode che durano un istante. 3. Davanti alle guerre interiori e alle paure moderne, Maria continua ad aspettarci in silenzio. La domanda è: abbiamo ancora il coraggio di fermarci a pregare?
Miracolo del 20 giugno 1104

NELLO STESSO GIORNO:

BEATO GIOVANNI BATTISTA ZOLA Sacerdote gesuita, fondatore - BRESCIA

Brescia, 1575 – Nagasaki, Giappone, 20 giugno 1626

Il beato Giovanni Battista Zola, fa parte di un gruppo di gesuiti martirizzati in Giappone il 20 giugno 1626. Indirizzato all’attività missionaria, nel 1602 è in India, dove rimane fino al 1606. In seguito è in Giappone. Si stabilisce nella regione del Tacacu, esercitando per circa 20 anni il proprio ministero apostolico. Scoppiata una violenta persecuzione anticristiana, insieme ad altri otto compagni viene arso vivo sulle colline di Nagasaki, dopo una prigionia prolungatasi vari mesi.


SANT' URSICINO di Pavia Vescovo - PAVIA

Non vi sono dubbi sulla sua esistenza, ma della sua vita si sa solo una narrazione leggendaria che come dice G. Henskens negli “Acta Sanctorum” può adattarsi a qualsiasi vescovo antico.
Si sa che nel secolo XIV chierici e popolo pavesi, si recavano in processione nella chiesa di s. Giovanni in Borgo, oggi distrutta, dov’era il suo sepolcro per festeggiarlo nella sua ricorrenza liturgica. Nella diocesi di Pavia la sua memoria si celebra il 20 giugno.

 

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venerdì 19 giugno 2026

19.06.2026 - 2Re 11,1-4.9-18.20 - Mt 6,19-23 - Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Dal secondo libro dei Re - 2Re 11,1-4.9-18.20

In quei giorni, Atalìa, madre di Acazìa, visto che era morto suo figlio, si accinse a sterminare tutta la discendenza regale. Ma Ioseba, figlia del re Ioram e sorella di Acazìa, prese Ioas, figlio di Acazìa, sottraendolo ai figli del re destinati alla morte, e lo portò assieme alla sua nutrice nella camera dei letti; lo nascose così ad Atalìa ed egli non fu messo a morte. Rimase nascosto presso di lei nel tempio del Signore per sei anni; intanto Atalìa regnava sul paese.
Il settimo anno Ioiadà mandò a chiamare i comandanti delle centinaia dei Carii e delle guardie e li fece venire presso di sé nel tempio del Signore. Egli concluse con loro un’alleanza, facendoli giurare nel tempio del Signore; quindi mostrò loro il figlio del re. I comandanti delle centinaia fecero quanto aveva disposto il sacerdote Ioiadà. Ognuno prese i suoi uomini, quelli che entravano in servizio il sabato e quelli che smontavano il sabato, e andarono dal sacerdote Ioiadà. Il sacerdote consegnò ai comandanti di centinaia lance e scudi, già appartenenti al re Davide, che erano nel tempio del Signore. Le guardie, ognuno con l’arma in pugno, si disposero dall’angolo destro del tempio fino all’angolo sinistro, lungo l’altare e l’edificio, in modo da circondare il re. Allora Ioiadà fece uscire il figlio del re e gli consegnò il diadema e il mandato; lo proclamarono re e lo unsero. Gli astanti batterono le mani e acclamarono: «Viva il re!».
Quando sentì il clamore delle guardie e del popolo, Atalìa si presentò al popolo nel tempio del Signore. Guardò, ed ecco che il re stava presso la colonna secondo l’usanza, i comandanti e i trombettieri erano presso il re, mentre tutto il popolo della terra era in festa e suonava le trombe. Atalìa si stracciò le vesti e gridò: «Congiura, congiura!». Il sacerdote Ioiadà ordinò ai comandanti delle centinaia, preposti all’esercito: «Conducetela fuori in mezzo alle file e chiunque la segue venga ucciso di spada». Il sacerdote infatti aveva detto: «Non sia uccisa nel tempio del Signore». Le misero addosso le mani ed essa raggiunse la reggia attraverso l’ingresso dei Cavalli e là fu uccisa.
Ioiadà concluse un’alleanza fra il Signore, il re e il popolo, affinché fosse il popolo del Signore, e così pure fra il re e il popolo. Tutto il popolo della terra entrò nel tempio di Baal e lo demolì, ne fece a pezzi completamente gli altari e le immagini e ammazzò Mattàn, sacerdote di Baal, davanti agli altari. Il sacerdote Ioiadà mise sorveglianti al tempio del Signore.
Tutto il popolo della terra era in festa e la città rimase tranquilla: Atalìa era stata uccisa con la spada nella reggia.
1. Alla morte del giovane re Acazìa, la regina madre ATALÌA USURPA IL TRONO ED ELIMINA I LEGITTIMI PRETENDENTI appartenenti alla dinastia davidica. Atalìa è mossa dal proprio TORNACONTO personale ed è disposta a tutto…

2. Il giovanissimo figlioletto di Acazìa, Ioas, VIENE SALVATO DALLA ZIA IOSEBA, rendendo vano il perverso piano della nonna Atalìa. MA I PIANI DI DIO SONO DIVERSI e nonostante il piano di Atalìa sia stato architettato in modo perfetto fallisce. Dopo sette anni di governo della regina madre, Ioas diventato un ragazzo, diventa Re.

3. IOAS VIENE INVESTITO E PROCLAMATO RE LEGITTIMO. La regina madre messa davanti al fatto compiuto, viene uccisa. E infine si compie un regolamento di conti nei confronti del tempio di Baal e dei suoi sacerdoti, presenti a Gerusalemme. DIO ISPIRA SEMPRE UOMINI SAGGI, PRUDENTI, PII, GIUSTI, ONESTI, DEVOTI A LUI PERCHÉ FACCIANO LA SUA VOLONTÀ.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,19-23
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

 

«Soldi, vanità e potere» non rendono felice l’uomo. I veri tesori, le ricchezze che contano, sono «l’amore, la pazienza, il servizio agli altri e l’adorazione di Dio». «Il consiglio di Gesù è semplice: non accumulate per voi tesori sulla terra!». E aggiunge: «Guarda, questo non serve a niente, non perdere tempo!».
Bisogna dunque puntare ad accumulare le vere ricchezze, quelle che «liberano il cuore» e ti rendono «un uomo con quella libertà dei figli di Dio». Si legge in proposito nel Vangelo che «se il tuo cuore è schiavo, non sarà luminoso il tuo occhio, il tuo cuore». «Un cuore schiavo non è un cuore luminoso: sarà tenebroso!».
Chiediti sinceramente: a cosa sono davvero attaccato?

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Il nostro cuore sta «dov’è il tuo tesoro». E allora qual è il nostro tesoro? Alla fine si saprà, perché già siamo semplici, trasparenti, come le nostre pupille. Ma quanto è difficile questa semplicità? 

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19.06 - SAN ROMUALDO ABATE

SAN ROMUALDO ABATE
San Romualdo nacque intorno al 951 a Ravenna da una nobile famiglia legata al potere politico del tempo. La sua giovinezza fu segnata da un tragico episodio di violenza che coinvolse il padre in un duello mortale. Questo fatto sconvolse profondamente il giovane Romualdo spingendolo a cercare una vita completamente diversa. Intorno ai vent’anni entrò nel monastero di Sant’Apollinare in Classe iniziando il cammino monastico. Desiderava soprattutto trovare Dio attraverso il silenzio, la preghiera e il distacco dalle cose del mondo. Successivamente si trasferì a Venezia dove conobbe il monaco Guarino, abate del monastero di San Michele di Cuxa. Romualdo lo seguì nella sua abbazia approfondendo la disciplina monastica e la vita contemplativa. Dopo circa dieci anni tornò in Italia e iniziò a fondare eremi e piccoli monasteri in varie regioni. Rinunciò più volte a incarichi prestigiosi perché preferiva la solitudine e la contemplazione alla vita di potere. Anche l’imperatore Ottone III nutriva grande stima per lui e lo volle abate di Sant’Apollinare in Classe. Romualdo però lasciò presto anche quell’incarico per tornare alla sua vita di preghiera e penitenza. Visse per periodi in luoghi isolati come Montecassino e una grotta in Istria oggi chiamata Grotta di Romualdo. Infine raggiunse una radura chiamata Campo Maldoli dove fondò l’eremo di Camaldoli. Qui nacque la Congregazione camaldolese che univa la tradizione benedettina occidentale e quella orientale dei Padri del deserto. Il simbolo dei Camaldolesi divenne quello di due colombe che bevono dallo stesso calice. Romualdo insegnava ai monaci il distacco dal mondo e la continua ricerca della presenza di Dio. Nella sua Piccola Regola scriveva: “Siedi nella tua cella come nel Paradiso”. Esortava tutti a vigilare sui pensieri e a pregare con il cuore attraverso i Salmi e la meditazione della Scrittura. Morì nel 1027 lasciando una grande eredità spirituale fondata sul silenzio, la disciplina e l’amore totale verso Dio. La sua vita dimostra che la vera pace nasce solo da un cuore che sa fermarsi davanti al Signore. per noi oggi 1.Viviamo immersi nel rumore continuo, nelle distrazioni e nella fretta. San Romualdo ricorda che senza silenzio interiore è difficile ascoltare Dio e sé stessi. 2. Molti cercano successo, visibilità e riconoscimenti personali. Romualdo invece fuggiva il potere per cercare soltanto la presenza del Signore. 3. Oggi si teme la solitudine come qualcosa di negativo e inutile. Per il santo invece la solitudine vissuta con Dio diventava luogo di pace e trasformazione interiore.
Ravenna, ca. 952 - Val di Castro (Marche), 19 giugno 1027

NELLO STESSO GIORNO:

SANTI GERVASIO E PROTASIO MARTIRI

sec. II-III

 A chi visita la basilica milanese di Sant'Ambrogio il nome di Gervaso e Protaso, martiri del II secolo, potrà dire poco. Ma se si scende nella cripta ecco le loro reliquie accanto alla tomba del vescovo. Fu infatti Ambrogio a far scavare davanti alla basilica dei santi Nabore e Felice, a Porta Vercellina. E lì rinvenne i resti dei due martiri vissuti due secoli prima e quasi dimenticati. Dopo la traslazione nella basilica sono diventati "pietre angolari" della diocesi.

 

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IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 10, 26-33

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 10, 26-33

Per tre volte nel Vangelo di oggi Gesù ripete: “Non abbiate paura”. Se lo ripete così tante volte è perché conosce bene il cuore dell’uomo. La paura ci accompagna sempre: paura di sbagliare, di restare soli, di perdere, di essere giudicati, di non essere abbastanza. E spesso proprio la paura ci blocca, ci rende spenti, ci fa vivere a metà.
Gesù invece vuole uomini e donne liberi. C’è una storia che colpisce profondamente. È quella del giudice Giovanni Falcone. Sapeva benissimo di essere nel mirino della mafia. Gli avevano detto più volte che sarebbe stato ucciso. Eppure non si fermò. Continuò a combattere il male con lucidità, coraggio e senso del dovere. Una volta disse: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Falcone non era un uomo incosciente. Aveva paura, eccome. Ma non permise alla paura di decidere la sua vita. Questa è la differenza. Il coraggio non è non avere paura; il coraggio è scegliere il bene anche quando si ha paura. Gesù oggi ci mette in guardia anche da un’altra paura: non quella degli uomini, ma quella del male che può crescere dentro di noi. C’è una forza interiore che ci trascina lontano dalla luce: egoismo, odio, rancore, falsità, compromesso. Se non la combattiamo, trasforma lentamente il cuore in una “Geenna”, una discarica interiore. Il male più pericoloso non è quello fuori di noi, ma quello che troviamo posto dentro di noi. E poi arriva una delle frasi più tenere del Vangelo: “Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio non si dimentica di te. Non sei un numero, non sei invisibile, non sei abbandonato. Agli occhi di Dio tu vali infinitamente. Per questo Gesù conclude dicendo: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre”. In altre parole: non vergognarti di Me, perché Io non mi vergognerò mai di te. Oggi il mondo non ha bisogno di cristiani tiepidi, nascosti, spenti. Ha bisogno di persone che vivano il Vangelo con coraggio, nelle famiglie, nel lavoro, nella scuola, nelle scelte quotidiane. Persone che non si lascino guidare dalla paura, ma dalla verità. La paura chiude. L’amore apre. La paura spegne. La fede accende. La paura paralizza. Cristo rialza. Buona domenica. Per noi oggi 1.     Molti non fanno il male perché è giusto, ma perché hanno paura di restare soli facendo il bene. La paura del giudizio degli altri oggi è diventata più forte della coscienza. 2.     Ci diciamo cristiani, ma spesso nascondiamo Gesù appena diventa scomodo. Un Vangelo che non disturba nessuno probabilmente non viene vissuto davvero.
3.     La vera prigione non è avere paura: è lasciare che la paura decida chi sei.

 

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giovedì 18 giugno 2026

18.06.2026 - Sir 48,1-14 - Mt 6,7-15 - Voi dunque pregate così.

Dal libro del Siràcide - Sir 48,1-14

Sorse Elìa profeta, come un fuoco;
la sua parola bruciava come fiaccola.
Egli fece venire su di loro la carestia
e con zelo li ridusse a pochi.
Per la parola del Signore chiuse il cielo
e così fece scendere per tre volte il fuoco.
Come ti rendesti glorioso, Elìa, con i tuoi prodigi!
E chi può vantarsi di esserti uguale?
Tu hai fatto sorgere un defunto dalla morte
e dagl’inferi, per la parola dell’Altissimo;
tu hai fatto precipitare re nella perdizione
e uomini gloriosi dal loro letto
e hai annientato il loro potere.
Tu sul Sinai hai ascoltato parole di rimprovero,
sull’Oreb sentenze di condanna.
Hai unto re per la vendetta
e profeti come tuoi successori.
Tu sei stato assunto in un turbine di fuoco,
su un carro di cavalli di fuoco;
tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri,
per placare l’ira prima che divampi,
per ricondurre il cuore del padre verso il figlio
e ristabilire le tribù di Giacobbe.
Beati coloro che ti hanno visto
e si sono addormentati nell’amore,
perché è certo che anche noi vivremo
ma dopo la morte la nostra fama non perdurerà.
Appena Elìa fu avvolto dal turbine,
Elisèo fu ripieno del suo spirito;
nei suoi giorni non tremò davanti a nessun principe
e nessuno riuscì a dominarlo.
Nulla fu troppo grande per lui,
e nel sepolcro il suo corpo profetizzò.
Nella sua vita compì prodigi,
e dopo la morte meravigliose furono le sue opere.
1. Sorse Elia profeta come un fuoco, la sua parola bruciava come fiaccola. ELIA BRUCIA PERCHÉ IL SUO CUORE È IMMERSO IN DIO, NEL SUO AMORE. Quanto arde il nostro cuore e di conseguenza le nostre azioni, le nostre parole? 

2. La parola del Signore chiuse il cielo, SENZA IL SIGNORE ELIA NON PUÒ FARE NULLA. È IL SIGNORE IL REGISTA, L’AUTORE DEI PRODIGI CHE ELIA HA COMPIUTO. Allora troviamo Elia IN ASCOLTO, DISPOSTO A CAMBIARE IL SUO CUORE. Diventa intermediario tra il Padre ed i figli perché i figli si sentano amati. Facendo così NASCE IL POPOLO, un popolo di fratelli e sorelle, figli e figlie amate dello stesso Padre.

3. Appena Elia esce di scena ecco arrivare Eliseo, anche lui ripieno del suo Spirito, dello stesso Spirito di Elia. E NESSUNO RIUSCÌ A DOMINARLO. Quando siamo ripieni dello spirito del Padre, diventiamo anche noi profetici e capaci di compiere prodigi nell’amore e di opere meravigliose. SOLO SE SIAMO UNITI A DIO, BRUCIAMO DEL SUO AMORE COME ELIA ED ELISEO.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Non c’è bisogno di sprecare tante parole per pregare: il Signore sa quello che vogliamo dirgli. Meglio pregare con le parole che Gesù ci regala: una strada aperta, un binario sicuro, un progetto di vita.
Quando abbiamo metabolizzato bene la preghiera insegnata da Gesù, facendola nostra con il cuore, allora anche le nostre ‘preghiere spontanee’ affiorano da  terreno buono e crescono su una pianta sana. L’importante è che la prima parola della nostra preghiera sia «Padre», colui che ci ha generato. Ma non solo: bisogna pregare il Padre "nostro" colui che ci ama di amore infinito. A Lui ci rivolgiamo chiedendo l'avvento del suo regno, il compimento della sua volontà. Arriviamo poi, alla nostra vita, al pane, al nostro debito, alla tentazione, al male, al perdono. Domandiamo di essere custoditi e salvati ogni giorno!

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Gesù ci dice che Dio «sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate». Allora perchè preghiamo? Forse per cambiare e agire? E prima ancora, per diventare amici di Dio? 

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18.06 - SAN GREGORIO GIOVANNI BARBARIGO

SAN GREGORIO GIOVANNI BARBARIGO
San Gregorio Barbarigo nacque nel 1625 da una nobile famiglia veneziana profondamente cattolica. A soli due anni perse la madre morta durante un’epidemia di peste, esperienza che segnò profondamente la sua vita. Il padre lo educò alla fede cristiana e alla devozione verso la Vergine Maria. Da giovane studiò diplomazia e scienze belliche partecipando anche a importanti missioni politiche in Germania. Durante questo periodo conobbe Papa Alessandro VII, allora vescovo Fabio Chigi, che riconobbe subito le sue grandi qualità spirituali. Nel 1656 Roma fu colpita da una terribile epidemia di peste che provocò morte e disperazione. Gregorio era sacerdote da appena pochi mesi ma il papa gli affidò la guida dei soccorsi agli appestati. Pur confessando di avere paura, affrontò il pericolo con straordinario coraggio e spirito di sacrificio. Visitava personalmente gli infermi, organizzava gli aiuti e provvedeva alla sepoltura dei morti. Si occupava soprattutto delle vedove, degli orfani e delle famiglie rimaste isolate per il contagio. Nel 1657 venne nominato vescovo di Bergamo dove iniziò una grande opera di rinnovamento spirituale. Scelse una vita semplice vendendo i suoi beni personali per aiutare i poveri sul modello di San Carlo Borromeo. Promosse con grande impegno la diffusione del Catechismo e della buona stampa cattolica. Aveva un amore profondo per l’Eucaristia e si rendeva disponibile giorno e notte per assistere i malati. Nel 1664 fu nominato cardinale e trasferito alla diocesi di Padova che guidò fino alla morte. Fondò il Seminario di Padova rendendolo uno dei più importanti centri europei per la formazione sacerdotale. Visitò instancabilmente le parrocchie della diocesi desiderando che tutti conoscessero le verità della fede cristiana. Partecipò a quattro conclavi e fu considerato più volte tra i possibili futuri papi. Morì nel 1697 dopo aver consumato la sua vita nel servizio pastorale e nella carità verso il prossimo. Fu proclamato santo da San Giovanni XXIII che lo definì “il più grande imitatore di san Carlo”. per noi oggi 1. Molti cercano incarichi importanti per prestigio personale e potere. Gregorio Barbarigo insegnò che comandare significa prima di tutto servire gli ultimi. 2. Di fronte alla paura e alle emergenze spesso prevale l’egoismo e la chiusura. Il santo invece rischiò la vita pur di restare accanto ai malati e ai poveri. 3. Oggi si sottovaluta spesso la formazione cristiana e il Catechismo. Gregorio ricordava che senza solide radici spirituali la fede si spegne facilmente.
Venezia, 16 settembre 1625 - Padova, 18 giugno 1697

NELLO STESSO GIORNO:

SANT' IMERIO di Amelia Vescovo - CREMONA

Bruzio, V secolo – Amelia, VI secolo

Sant' Imerio fu un religioso italiano che divenne vescovo di Amelia intorno al 520; è venerato tra i santi della Chiesa cattolica e dalle comunità di rito ortodosso occidentale. Di Amelia, Sant’Imerio è rimasto sempre uno dei compatroni e la sua memoria liturgica si celebra il 18 giugno nella diocesi di Cremona.


BEATA OSANNA ANDREASI da Mantova Vergine domenicana - MANTOVA

Mantova, 17 gennaio 1449 - 18 giugno 1505

A Mantova, beata Osanna Andreasi, vergine, che, vestito l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, unì con mirabile sapienza la contemplazione delle cose divine con le occupazioni terrene e la cura delle buone opere.