venerdì 29 maggio 2026

29.05.2026 - 1Pt 4,7-13 - Mc 11,11-25 - La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo - 1Pt 4,7-13

Carissimi, la fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conservate tra voi una carità fervente, perché la carità copre una moltitudine di peccati. Praticate l'ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare.
Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l'energia ricevuta da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen!
Carissimi, non meravigliatevi della persecuzione che, come un incendio, è scoppiata in mezzo a voi per mettervi alla prova, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma, nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare.

1. Quante volte nella storia i credenti hanno vissuto come se L’“IMMINENTE FINE” fosse dietro l’angolo! Eppure il mondo continua a girare, con le sue guerre e le sue feste. FORSE LA “FINE” NON È UN EVENTO CRONOLOGICO, MA UN MODO DI VIVERE: quando la speranza è ridotta, tutto sembra finire. Forse Pietro ci provoca a vivere come se ogni giorno fosse l’ultimo — ma non per paura, bensì per autenticità.

2. “LA CARITÀ COPRE UNA MOLTITUDINE DI PECCATI!” È un alibi religioso? Sembra che basta essere “buoni” e il resto si aggiusta. Ma la carità vera non copre nel senso di nascondere, bensì di trasformare. È facile fare beneficenza per sentirsi a posto; è molto più scomodo amare davvero chi ci irrita. Pietro sembra dire: LA CARITÀ NON È UN BALSAMO MORALE, È UNA RIVOLUZIONE PERSONALE.

3. “RALLEGRATEVI NELLE SOFFERENZE”. Chi gioisce nella sofferenza oggi verrebbe mandato dallo psicologo. Ma la provocazione cristiana è un’altra: NON È LA SOFFERENZA IN SÉ AD AVERE VALORE, MA LA LIBERTÀ DI NON ESSERNE SCHIAVI. Rallegrarsi non perché si soffre, ma perché si partecipa a qualcosa di più grande — questo è il vero paradosso della fede.

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 11,11-25

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

Gesù affamato maledice un albero innocente — eppure non era neppure stagione di fichi. Una reazione sproporzionata? O un gesto simbolico contro ogni apparenza sterile?
Il tempio, pieno di traffici religiosi, è la stessa immagine dell’albero: tante foglie, nessun frutto. Gesù non distrugge per capriccio, ma per svelare l’ipocrisia di una fede che vive di riti e non di vita. Forse il fico seccato è la parabola di un culto che non nutre più nessuno.
La fede che sposta le montagne non è quella delle parole, ma del coraggio di rovesciare tavoli. Pregare non basta: bisogna credere al punto da cambiare le strutture ingiuste. E, alla fine, perdonare — perché la vera rivoluzione spirituale inizia sempre dal cuore.
 

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29.05 SAN PAOLO VI (GIOVANNI BATTISTA MONTINI) PAPA

PAOLO VI

Paolo VI fu una guida della Chiesa nel Novecento segnata da profonde tensioni dottrinali e culturali. Nacque nel 1897 a Brescia in una famiglia di solida fede cattolica che ne formò lo spirito. Il padre gli trasmise il senso delle “ragioni della vita”, la madre il gusto della preghiera e dell’interiorità. Fu ordinato sacerdote nel 1920 iniziando un cammino di intensa formazione spirituale e culturale. Studiò filosofia, diritto canonico e civile sviluppando una visione ampia della Chiesa e del mondo.

Entrò nella Segreteria di Stato diventando collaboratore fidato di Pio XI e Pio XII. Durante la Seconda guerra mondiale contribuì ad aiutare anche molti ebrei perseguitati. Nel 1954 divenne arcivescovo di Milano affrontando una società segnata da marxismo e secolarizzazione. A Milano avviò una grande opera di rievangelizzazione e promosse la costruzione di numerose chiese.

Fu creato cardinale da Giovanni XXIII e partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Nel 1963 venne eletto Papa in un periodo di forte crisi e trasformazioni della Chiesa. Il suo pontificato fu segnato da profonde sofferenze interiori e tensioni ecclesiali. 

Nel 1968 pubblicò l’enciclica Humanae Vitae difendendo la visione cristiana dell’amore umano. Ribadì l’unità tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale tra forti contestazioni. Molte conferenze episcopali reagirono con critiche, segno di una Chiesa attraversata da divisioni.

Promosse la riforma liturgica cercando equilibrio tra rinnovamento e tradizione. Il nuovo Messale segnò una svolta epocale ma anche incomprensioni e difficoltà applicative. 

Denunciò il “fumo di Satana” entrato nella Chiesa, espressione di crisi e smarrimento. Proclamò Maria Madre della Chiesa, affidando a Lei il cammino del popolo di Dio. Credette nel dialogo con il mondo ma senza mai rinunciare alla verità del Vangelo. Scrisse che nella Chiesa deve sempre restare un “piccolo gregge fedele”.

Morì nel 1978 nella festa della Trasfigurazione dopo 15 anni di pontificato. La sua canonizzazione riconobbe una vita offerta tra fede, difesa della vita e sofferenza. La verità non ha bisogno di consenso per essere vera: Paolo VI lo ha vissuto fino alla solitudine.

Una Chiesa che teme il conflitto rischia di perdere la forza profetica che la definisce. Obbedienza e verità oggi sono più provocatorie del cambiamento stesso, se vissute fino in fondo. Paolo VI mostra che guidare la Chiesa significa spesso portarne il peso più che il successo. Il suo pontificato resta una domanda aperta sulla fedeltà quando tutto sembra contraddirla.

Per noi oggi:

1. Una Chiesa fedele alla verità può diventare impopolare, ma non per questo meno necessaria alla storia. Il problema non è il conflitto con il mondo, ma la tentazione di diluire il Vangelo per evitarlo.

2. Il dialogo con la modernità è fecondo solo se non tradisce i principi non negoziabili della fede. Quando la verità si relativizza, il dialogo diventa semplice adattamento culturale.

3. La solitudine dei pastori può essere il luogo più autentico della fedeltà a Dio. Non sempre il consenso è segno di verità; spesso è la prova della sua assenza.


Concesio, Brescia, 26 settembre 1897 – Castel Gandolfo, Roma, 6 agosto 1978

Nasce a Concesio il 26 settembre 1897 e muore in quell’anno terribile che segnò uno dei punti più bui della stagione passata alla storia come Guerra fredda. Fu il Papa che condusse con mano sicura in porto il concilio, il Papa della Populorum progressio, dei primi grandi viaggi internazionali e incontri ecumenici. Di Montini si potrebbero quindi esplorare molti aspetti, come le tessere di un ricco mosaico che compongono l’esistenza di un uomo che ha attraversato due terzi del XX secolo.

"Signore, io credo; io voglio credere in te.
O Signore, fa’ che la mia fede sia piena.
O Signore, fa’ che la mia fede sia libera.
O Signore, fa’ che la mia fede sia certa.
O Signore, fa’ che la mia fede sia forte.
O Signore, fa’ che la mia fede sia gioconda.
O Signore, fa’ che la mia fede sia operosa.
Amen.".
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 17 aprile 1865 - Roma, 29 maggio 1939

A Roma, sant’Orsola (Giulia) Ledóchowska, vergine, che fondò l’Istituto delle Suore Orsoline del Cuore di Gesù Agonizzante e affrontò faticosi viaggi attraverso la Polonia, la Scandinavia, la Finlandia e la Russia.

"La nostra politica è l'amore...E per questa politica dell'amore siamo pronte a consacrare le nostre forze, il nostro tempo e la nostra vita".


NELLO STESSO GIORNO:
SANTI SISINIO, MARTIRIO E ALESSANDRO martiri - MILANO
sec. IV - + Sanzeno, 29 maggio del 397
Sisinio, Martirio e Alessandro erano nati in Cappadocia e, ancora giovinetti nel IV secolo vennero mandati a Milano per essere istruiti nella fede dal vescovo sant'Ambrogio. Attratti dall'ideale missionario furono inviati al vescovo di Trento, san Vigilio che li destinò nel 387 ad evangelizzare l'antica regione dell'Anaunia, l'odierna Valle di Non. Dopo dieci anni a servizio della gente della valle, il 29 maggio del 397, furono trucidati in un rito, detto degli Ambarvali, durante una festa pagana di carattere agreste nella località di Mecla, oggi Sanzeno.

 

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IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Gv 3,16-18

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA

Gv 3,16-18

C’è una storia vera, semplice ma molto forte, che aiuta a comprendere questo Vangelo. Un uomo, dopo anni di vita disordinata, si era allontanato da tutto: famiglia, fede, lavoro stabile. Si sentiva finito, senza futuro. Diceva spesso: “Ormai per me non c’è più niente da fare”. Era convinto di essere sbagliato, come se la sua vita fosse ormai “condannata”.

Un giorno, quasi per caso, accettò l’invito di un amico e partecipò a un incontro in parrocchia. Non cercava Dio, cercava solo un po’ di compagnia. Durante la lettura del Vangelo, sentì queste parole: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma per salvarlo”. Rimase colpito da una frase sola: “non per condannare”.

Per lui Dio era sempre stato giudizio, peso, distanza. Invece scopriva qualcosa di diverso: uno sguardo che non lo eliminava, ma lo cercava. Nei giorni successivi iniziò a tornare, senza grandi emozioni, ma con una domanda dentro: “E se fosse vero che non sono condannato?”.

Questo cambiamento non avvenne in modo immediato. Ma lentamente iniziò a rimettere ordine nella sua vita: un lavoro, qualche riconciliazione, una preghiera semplice. Diceva: “Non è che la mia vita sia diventata facile. È che non mi sento più escluso”.

Ed è esattamente il cuore del Vangelo di oggi: Dio non manda il Figlio per giudicare, ma per salvare. Non per classificare le persone tra buone e cattive, ma per aprire una strada nuova a tutti.

La condanna, dice Gesù, nasce quando non ci si fida di questa possibilità nuova. Non è Dio che chiude, ma è l’uomo che, non credendo all’amore, resta fermo nel suo buio.

Credere, allora, non è solo aderire a un’idea. È lasciarsi raggiungere da uno sguardo che ti dice: “Tu non sei il tuo errore. Puoi ricominciare”.

E questo cambia tutto. Perché la vita eterna non è solo “dopo”, ma inizia quando smetti di sentirti escluso dall’amore di Dio.


Per noi oggi

  1. Non è Dio che ti condanna: sei tu che spesso non ti concedi la possibilità di essere amato davvero.

  2. Credere in Gesù non è sentirsi a posto, ma smettere di vivere come se fossi già finito.

  3. Il problema non è quanto sei lontano da Dio, ma se credi ancora che Lui possa raggiungerti proprio lì.

 

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giovedì 28 maggio 2026

28.05.2026 - 1Pt 2,2-5.9-12 - Mc 10,46-52 Rabbunì, che io veda di nuovo!

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo - 1Pt 2,2-5.9-12

Carissimi, come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato che buono è il Signore. Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo.
Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.
Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita.
1. La Prima Lettera di Pietro è una grande catechesi battesimale per sottolineare, che CON IL BATTESIMO CI SI “STRINGE” A CRISTO e si genera così un popolo che vive «un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo». Quando svolgi il tuo ruolo nel portare amore al prossimo, sei gradito al Padre Celeste!   

2. COME PUOI INCARNARE UN SACERDOZIO SANTO OGGI, NELLA TUA VITA? Innanzitutto, puoi agire come un MEDIATORE TRA DIO E LE PERSONE che ancora non lo conoscono. Se conosci qualcuno che è distante da Dio, prega con perseveranza per lui o per lei. LA TUA INTERCESSIONE È UN SACRIFICIO SPIRITUALE. Naturalmente, puoi anche intercedere per i tuoi fratelli e le tue sorelle in Cristo, portando al Signore le loro necessità.   

3. Inoltre il popolo diventa un POPOLO DI PROFETI perché «proclami le opere ammirevoli di lui»; infine questo POPOLO È FORMATO DA «UOMINI DI OGNI TRIBÙ, LINGUA, POPOLO E NAZIONE», che entrando nella Pasqua di Cristo sono diventati «un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra». Noi siamo questo popolo! 

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Gesù chiede a Bartimeo cosa desidera. Egli gli dice: «Rabbunì» cioè “mio Maestro” che io veda di nuovo. La parola usata dall’evangelista sta a significare non solo un generico poter vedere, ma un “guardare in su” un trovare senso alla propria vita. E noi cosa chiediamo al Signore per la nostra vita? «E Gesù gli disse: Và, la tua fede ti ha salvato». La fede ha ottenuto a Bartimeo non solo una guarigione fisica, ma soprattutto la grazia di incontrare Cristo. Riavuta la vista, Bartimeo segue Cristo lungo la via.
Questo brano è un invito ad un continuo inizio nel cammino di sequela, un cammino che ha alla base l’incontro con Gesù Cristo, che dà senso e significato all’incontro con se stessi e con i fratelli dentro una esperienza di Chiesa.

 

28.05 BEATO LUIGI BIRAGHI SACERDOTE, FONDATORE

BEATO LUIGI BIRAGHI SACERDOTE

Luigi Biraghi, sacerdote milanese dell’Ottocento, fu uomo di profonda cultura e intensa vita spirituale. Dopo una solida formazione e l’ordinazione nel 1825, si dedicò all’insegnamento nei seminari e alla direzione spirituale dei giovani chierici, trasmettendo loro l’amore totale per Cristo. Stimato anche dall’Ambrosiana e dal Papa Pio IX, fu mediatore in delicate tensioni ecclesiali e apprezzato studioso di sant’Ambrogio.

Accanto all’attività accademica, maturò una forte sensibilità educativa che lo portò a collaborare con Marina Videmari per la nascita delle Suore di Santa Marcellina, dedicate all’educazione cristiana e culturale delle giovani, soprattutto borghesi e povere. L’istituto si sviluppò rapidamente, ottenendo il riconoscimento ecclesiale nel 1852.

La sua opera nacque da un profondo discernimento spirituale, vissuto tra preghiera, ascolto e difficoltà concrete della storia. Non fu un progetto immediato, ma una maturazione lenta e obbediente alla Provvidenza. Biraghi unì sempre fede e intelligenza, mostrando che la cultura può diventare servizio al Vangelo.

Negli ultimi anni si dedicò totalmente alla guida spirituale delle suore e alla formazione delle anime, fino alla morte avvenuta nel 1879 a Milano. La sua eredità continua oggi nelle comunità educative da lui ispirate e nell’opera delle Marcelline, ancora presenti in diversi Paesi.

La sua figura resta attuale perché unisce contemplazione e azione, studio e servizio. In lui emerge una Chiesa che educa attraverso la pazienza e la cura delle persone. Il suo carisma invita a non separare mai fede e responsabilità culturale. La sua paternità spirituale continua attraverso generazioni di educatori e religiose. Il suo esempio mostra che la vera fecondità nasce dall’obbedienza quotidiana. È un invito a vivere la missione come dono e non come possesso. E ricorda che ogni opera buona nasce da un cuore radicato in Dio.


Per noi oggi:

1. La santità passa dalle relazioni quotidiane - Biraghi ci ricorda che la vita spirituale non si separa dalle persone concrete che abbiamo accanto: studenti, famiglie, comunità. La domanda è semplice ma esigente: sto vivendo le mie relazioni come luogo di crescita o solo di passaggio?

2. Il discernimento richiede pazienza e fedeltà - Le opere di Dio non nascono dall’urgenza, ma dalla perseveranza. Oggi siamo spesso tentati di cambiare tutto subito; invece il Vangelo chiede tempo, ascolto e continuità.

3. Educare è una forma alta di carità - Formare una persona significa aiutarla a diventare libera e capace di bene. Ogni gesto educativo, anche piccolo, può diventare un atto spirituale se nasce dall’amore e non dal controllo.

Vignate, Milano, 2 novembre 1801 – Milano, 11 agosto 1879

Monsignor Luigi Biraghi, sacerdote della diocesi di Milano, fu dotato di profonda spiritualità e vasta cultura, che profuse nei Seminari come insegnante e direttore spirituale. Fu consigliere dei suoi arcivescovi. Nominato dottore della Biblioteca Ambrosiana nel 1855, si dedicò a studi di storia ecclesiastica, di archeologia cristiana e di teologia. Nel difficile trapasso della Lombardia dall’Austria al Regno d’Italia, favorì il dialogo e la pacificazione. Per l’educazione cristiana delle giovani fondò l'Istituto delle Suore di Santa Marcellina, comunemente dette Marcelline. Morì a Milano l’11 agosto 1879, amorevolmente assistito e compianto dalle suore che aveva formato e guidato.

Teniamoci sempre innanzi agli occhi Gesù povero, afflitto, tradito, abbandonato, condannato, confitto alla Croce, teniamoci innanzi il Paradiso, ricco di ogni consolazione, e tutto ci parrà leggero.
 
NELLO STESSO GIORNO:
SAN LODOVICO PAVONI Sacerdote, Fondatore - BRESCIA
Brescia, 11 settembre 1784 - Saiano, Brescia, 1 aprile 1849
A Brescia, beato Ludovico Pavoni, sacerdote, che con grande sollecitudine si dedicò all’istruzione dei giovani più poveri, nell’intento soprattutto di educarli secondo i costumi cristiani e di avviarli a un mestiere, fondando per questo la Congregazione dei Figli di Maria Immacolata.

SANTISSIMA TRINITÀ

SANTISSIMA TRINITÀ 

La solennità della Santissima Trinità ci conduce al centro più profondo della fede cristiana: un solo Dio in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Questo mistero supera la capacità della ragione umana e resta il vertice della rivelazione divina.

I grandi Papi del Novecento hanno cercato di illuminarne il significato spirituale e concreto per la vita della Chiesa. Giovanni XXIII affermava che nella vita della Chiesa primeggia l’adorazione della Trinità Augusta, sorgente di ogni preghiera e di ogni liturgia.

Paolo VI definiva la festa della Trinità come la festa di Dio stesso, uno nell’essenza e trino nelle Persone, nel cui nome siamo stati battezzati e resi partecipi della vita divina. La Trinità rivela che Dio è soprattutto amore, origine e compimento della storia umana. Tuttavia l’uomo moderno fatica ad accogliere il mistero, perché desidera spiegare tutto solo con la ragione e spesso rifiuta ciò che supera la comprensione immediata. Paolo VI osservava che la crisi della fede nasce anche dal rifiuto del mistero e dalla pretesa di bastare a sé stessi.

Giovanni Paolo II, contemplando il mistero trinitario dopo l’attentato subito, invitava i credenti a restare attoniti e adoranti davanti alla grandezza di Dio. Egli collegava la Trinità al mistero dell’Incarnazione, mostrando come Dio si sia avvicinato concretamente all’uomo attraverso Maria e Gesù Cristo. Nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo Dio non resta lontano, ma entra nella storia umana per salvarla.

Benedetto XVI ha poi presentato la Trinità come il mistero dell’amore infinito: il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito Santo è amore. Dio non vive in una solitudine chiusa, ma in una relazione eterna di dono reciproco. Tutto il creato porta impressa questa logica dell’amore e della relazione: dall’universo immenso fino alle più piccole creature. Ogni cosa nasce dall’amore, tende all’amore ed è sostenuta dall’amore di Dio.

La Trinità allora non è una teoria astratta, ma il modello della comunione vera, della famiglia, della Chiesa e delle relazioni umane. Credere nella Trinità significa vivere nell’amore, imparare la comunione e riconoscere che nessuno si salva da solo.

Nel segno della croce che compiamo ogni giorno è racchiusa tutta la nostra fede: il Padre che crea, il Figlio che salva e lo Spirito Santo che dona vita nuova.

Per noi oggi:

  1. Crediamo in un Dio che è comunione perfetta, ma spesso viviamo relazioni segnate da orgoglio, divisione e individualismo.
    Se Dio è relazione d’amore, perché facciamo così fatica ad amarci davvero?

  2. L’uomo moderno vuole spiegare tutto e controllare tutto, ma rifiuta il mistero di Dio.
    Non rischiamo anche noi di vivere una fede superficiale, accettando solo ciò che comprendiamo?

  3. Nel segno della croce professiamo ogni giorno la Trinità, spesso però senza pensarci davvero.
    Quel gesto è ancora una scelta di fede o è diventato soltanto un’abitudine vuota?

 

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mercoledì 27 maggio 2026

27.05.2026 - 1Pt 1,18-25 - Mc 10,32-45 Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo - 1Pt 1,18-25

Carissimi, voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.
Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. Perché ogni carne è come l’erba
e tutta la sua gloria come un fiore di campo.
L’erba inaridisce, i fiori cadono,
ma la parola del Signore rimane in eterno.
E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.
1. Noi non siamo stati liberati a prezzo di cose effimere come argento o oro, noi siamo stati liberati dalla condotta sbagliata, ereditata dai nostri padri, GRAZIE AL SANGUE PREZIOSO DI CRISTO che è l'unico Agnello senza difetti e senza macchia: IL VERO AGNELLO DI DIO.

2. Cristo come agnello è stato prestabilito fin dall'inizio, prima della fondazione del mondo, ma SI È MANIFESTATO ADESSO CON LA SUA RISURREZIONE. Noi lo abbiamo pienamente conosciuto. Tutto questo ci è stato rivelato. Cristo è morto, è risuscitato, ed è stato glorificato, AFFINCHÉ LA NOSTRA FEDE E LA NOSTRA SPERANZA SIANO IN DIO.

3. Allora, come dobbiamo vivere? Se riflettiamo sulla grandezza del prezzo che Dio ha pagato per riscattarci: il suo sangue. Se riflettiamo su come vivevamo: nel peccato. Se riflettiamo sulla speranza che ci è stata donata: la vita eterna, non possiamo fare altro che ESSERE SANTI IN TUTTA LA NOSTRA CONDOTTA. Viviamo santamente, per poter rendere gloria a Dio per mezzo Gesù Cristo nostro Signore! Amen! 

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 10,32-45

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Gesù insiste nell’annuncio della sua passione, morte e risurrezione. E anche gli apostoli insistono nella strada del loro orgoglio. Propongono un’altra strada, non quella di Gesù. È la strada di chi, magari senza nemmeno rendersene conto, “usa” il Signore per promuovere sé stesso; di chi cerca i propri interessi e non quelli di Cristo“. E’ possibile seguire Gesù arrivando ad accettare di ‘bere il suo calice’ e ad essere battezzati con il suo battesimo di croce e risurrezione, solo quando ci si lascia vincere dalla sua attrattiva. Gesù ci prende in disparte, si confida con noi come amici e ci apre la strada. Conquistati dal suo amore, possiamo donare la vita a vantaggi di ‘molti’.

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Gesù spiega ai dodici, persone sgomente ed impaurite, il "finale" della storia: la sua passione, morte e resurrezione. E Giacomo e Giovanni gli chiedono «pieni poteri». Non sembra un dialogo tra sordi?

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