venerdì 26 giugno 2026

26.06.2026 - 2Re 25,1-12 - Mt 8,1-4 - Se vuoi, puoi purificarmi.

Dal secondo libro dei Re - 2Re 25,1-12

Nell’anno nono del regno di Sedecìa, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d'assedio. La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa.
Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldèi erano intorno alla città, presero la via dell'Aràba.
I soldati dei Caldèi inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia.
Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. Tutto l’esercito dei Caldèi, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme.
Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori.

 

1. Sedecia si ribella al re di Babilonia, abbandona la città che viene assediata. Viene preso, fatto prigioniero e condotto dal Re di Babilonia a Ribla. LA SENTENZA SU DI LUI È UNA SENTENZA TRISTE E AMARA: i suoi figli furono ammazzati e a Lui vengono cavati gli occhi e ricondotto a Babilonia.

2. È una triste sorte quella toccata a Sedecìa. Essa è però il frutto della sua stoltezza e insipienza, generata a sua volta dall’idolatria e dal peccato. L’IDOLATRIA LO HA RESO CIECO. LA CECITÀ LO HA SPINTO ALLA RIBELLIONE. La ribellione ha scatenato l’ira del re di Babilonia, che reagisce con la conquista di Gerusalemme e con una deportazione di massa.

3. Gerusalemme non si arrende, ma viene conquistata e ridotta in polvere e cenere. LA SUA STUPENDA BELLEZZA PERISCE IN UN SOLO ISTANTE.  Tutta Gerusalemme è un rudere, il resto del popolo viene deportato. Sedecìa si rivela uomo stolto: decide senza pensare alle conseguenze delle sue decisioni. LO STOLTO VEDE L’ATTIMO, MA NON VEDE I FRUTTI DELL’ATTIMO.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 8,1-4
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

 

Concluse le parole del discorso della montagna, Gesù passa subito ai fatti. E’ la vita stessa che gli viene incontro, sono gli uomini bisognosi che gli si parano davanti, soprattutto quelli emarginati e rifiutati, gli scartati dalla società. Gesù è il punto di attrattiva e di accoglienza. Il lebbroso non solo desidera essere guarito, ma “sa che Gesù può guarirlo”. Ma qual è la nostra vera lebbra?… Ne vogliamo davvero guarire?
Forse la lebbra non è così diffusa come un tempo, ma il peccato sì. Il peccato è la lebbra dello spirito. Il peccato è un male voluto. Serve solo il nostro volere, perché dall’altra parte possiamo stare sicuri che c’è Gesù con la mano tesa e la risposta pronta quanto l’Amore eterno: «Lo voglio, sii purificato».

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Uno, un lebbroso, in mezzo alla “molta folla”, sa chiedere, gentilmente ma con coraggio, e chiede la purificazione. Noi stiamo nella folla, al sicuro, o ci riconosciamo malati e ci avviciniamo a Gesù?

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26.06 - SAN JOSEMARIA ESCRIVÁ

SAN JOSEMARIA ESCRIVÁ
San Josemaría Escrivá nacque nel 1902 a Barbastro, in Spagna, in una famiglia cristiana profondamente credente. Fin da giovane sperimentò il dolore della sofferenza, vedendo morire tre sorelle e affrontando le difficoltà economiche della famiglia. Durante l’adolescenza intuì la chiamata di Dio osservando le impronte sulla neve lasciate da un carmelitano scalzo. Quel segno lo spinse verso il sacerdozio. Fu ordinato sacerdote a ventitré anni e il 2 ottobre 1928 comprese la missione affidatagli da Dio: fondare l’Opus Dei. San Josemaría insegnava che tutti gli uomini sono chiamati alla santità attraverso il lavoro quotidiano, la famiglia e le occupazioni ordinarie. Non occorre fuggire dal mondo per essere santi, perché è proprio nel mondo che il cristiano deve testimoniare Cristo. Riunì attorno a sé uomini e donne desiderosi di vivere il Vangelo nella vita comune, santificando ogni attività attraverso l’amore di Dio. Durante la guerra civile spagnola fu costretto a vivere clandestinamente a causa delle persecuzioni contro la Chiesa. Terminato il conflitto riprese la diffusione dell’Opera, convinto che la Croce di Cristo dovesse essere presente nelle fabbriche, nelle famiglie, nelle strade e nei luoghi di lavoro. Nel 1946 si trasferì a Roma, da dove guidò l’espansione mondiale dell’Opus Dei con semplicità e spirito di servizio. Fu autore del celebre libro “Cammino”, testo spirituale diffuso in milioni di copie. Nei suoi scritti invitava ogni persona a trasformare la vita ordinaria in dialogo continuo con Dio. Morì nel 1975 lasciando alla Chiesa un messaggio semplice ma profondo: Dio non si incontra lontano dalla vita, ma dentro la vita stessa. Per noi oggi: 1. Molti pensano che la santità appartenga solo ai monasteri o a vite eccezionali. San Josemaría ricordava invece che si può diventare santi davanti a una scrivania, in cucina o in fabbrica. 2. Viviamo giornate frenetiche che spesso consideriamo inutili o prive di significato spirituale. Lui insegnava che proprio il lavoro ordinario può diventare il luogo più concreto dell’incontro con Dio. 3. Oggi tanti separano fede e vita, pregando da una parte e vivendo dall’altra. San Josemaría sfidava i cristiani a portare Cristo nelle strade, nelle professioni e nelle decisioni quotidiane.
Barbastro, Spagna, 9 gennaio 1902 - Roma, 26 giugno 1975

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 10,37-42

IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 10,37-42

Il Vangelo di oggi è uno dei più esigenti di Gesù. Gesù ci chiede di metterlo al primo posto non per togliere valore agli affetti, ma per renderli più veri, liberi e profondi. Seguirlo significa prendere la propria croce ogni giorno: amare, servire, perdonare e restare fedeli anche quando costa fatica e sacrificio.

C’è una storia vera che illumina il Vangelo di questa domenica. È quella di madre Teresa di Calcutta. Un giorno raccolse dalla strada un uomo consumato dai vermi, abbandonato da tutti. Lo prese tra le braccia, lo lavò, lo curò con infinita dolcezza. Un giornalista che osservava la scena le disse: “Io non lo farei nemmeno per un milione di dollari”. E lei rispose: “Nemmeno io. Lo faccio per amore di Cristo”.

Ecco la croce cristiana: amare quando non conviene. Servire senza calcolare. Dare senza aspettarsi nulla. Madre Teresa non vedeva solo un malato: vedeva Gesù.

Il Vangelo continua con parole bellissime: anche un semplice bicchiere d’acqua dato con amore non andrà perduto. Questo significa che agli occhi di Dio nulla è piccolo quando nasce dall’amore. Noi spesso pensiamo che contino solo i grandi gesti. Invece il Regno di Dio cresce nelle cose semplici: una visita, una telefonata, un ascolto sincero, una mano tesa, un perdono dato quando sarebbe più facile chiudere il cuore.

Gesù non cerca cristiani a metà. Non cerca persone che lo seguano finché tutto va bene. Cerca uomini e donne capaci di fidarsi fino in fondo.

Perdere la vita per Cristo non significa rovinarla. Significa smettere di trattenerla egoisticamente. Perché chi vive solo per sé stesso, alla fine si svuota. Chi invece dona la vita, la ritrova piena, vera, luminosa.

La croce fa paura solo da lontano. Quando la si abbraccia con amore, diventa la strada che conduce alla gioia vera.

Buona domenica.

 

Per noi oggi

1.     Molti vogliono un Gesù che consoli, ma non un Gesù che chieda tutto. Però Cristo non salva a metà: o entra davvero nella vita, oppure resta un’aggiunta superficiale.

2.     Abbiamo trasformato l’amore in possesso. Quando una persona diventa “mia”, smetto di amarla davvero e inizio a trattenerla per paura.

3.     La croce più difficile oggi non è soffrire, ma servire senza essere applauditi. Eppure è proprio lì che il Vangelo diventa credibile.

 

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giovedì 25 giugno 2026

25.06.2026 - 2Re 24,8-17 - Mt 7,21-29 - La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.

Dal secondo libro dei Re - 2Re 24,8-17

Quando divenne re, Ioiachìn aveva diciotto anni; regnò tre mesi a Gerusalemme. Sua madre era di Gerusalemme e si chiamava Necustà, figlia di Elnatàn. Fece ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto suo padre.
In quel tempo gli ufficiali di Nabucodònosor, re di Babilonia, salirono a Gerusalemme e la città fu assediata. Nabucodònosor, re di Babilonia, giunse presso la città mentre i suoi ufficiali l’assediavano. Ioiachìn, re di Giuda, uscì incontro al re di Babilonia, con sua madre, i suoi ministri, i suoi comandanti e i suoi cortigiani; il re di Babilonia lo fece prigioniero nell’anno ottavo del suo regno.
Asportò di là tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia; fece a pezzi tutti gli oggetti d’oro che Salomone, re d’Israele, aveva fatto nel tempio del Signore, come aveva detto il Signore. Deportò tutta Gerusalemme, cioè tutti i comandanti, tutti i combattenti, in numero di diecimila esuli, tutti i falegnami e i fabbri; non rimase che la gente povera della terra.
Deportò a Babilonia Ioiachìn; inoltre portò in esilio da Gerusalemme a Babilonia la madre del re, le mogli del re, i suoi cortigiani e i nobili del paese. Inoltre tutti gli uomini di valore, in numero di settemila, i falegnami e i fabbri, in numero di mille, e tutti gli uomini validi alla guerra, il re di Babilonia li condusse in esilio a Babilonia.
Il re di Babilonia nominò re, al posto di Ioiachìn, Mattanìa suo zio, cambiandogli il nome in Sedecìa.

 

1. Il re Ioiachìn fa ciò che è male agli occhi del Signore, come aveva fatto suo padre. Vi è una grande ostinazione nell’idolatria e nell’empietà. L’ostinazione è sempre il frutto del peccato. PIÙ SI PECCA E PIÙ IL CUORE DIVIENE OSTINATO, RIBELLE, OSTILE A DIO E ALLA SUA LEGGE.  

2. Gerusalemme viene assediata.  Ioiachìn decide di arrendersi al re di Babilonia. Il re di Babilonia asporta tutti i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia.  LA PAROLA DI DIO PUNTUALMENTE SI COMPIE. Passano i giorni, i mesi, gli anni, ma la Parola del Signore rimane stabile come i cieli.

3. DEPORTA TUTTA GERUSALEMME, rimangono solo i poveri della terra. Il re di Babilonia nomina re, al posto di Ioiachìn, Mattania suo zio, cambiandogli il nome in Sedecia. Con quest’ultima nomina FINISCE LA MONARCHIA IN GIUDA. La discendenza di Davide vive nel più grande nascondimento. Il disegno di Dio continua…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 7,21-29
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

L’impressione che il brano del Vangelo suscita oggi è che il Signore voglia gente con i piedi per terra. Se la Parola è la roccia, sembra ci sia bisogno poi di pensieri, azioni, scelte, comportamenti quotidiani che si fondano e si sviluppano da lì e lì vogliono tornare.
Vedo da una parte la stabilità della roccia sicura a cui aggrapparsi e a cui poter dedicare l’esistenza e dall’altra la responsabilità di una certa coerenza con il Dono ricevuto. Ma confidiamo sempre sul fatto che sia soprattutto il Signore a costruire la casa. «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (salmo 127).

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A volte ci rendiamo conto dei falsi profeti, come quella gente che ascolta Gesù e lo segue perchè capisce che è «uno che ha autorità, e non come i loro scribi». Come fare? Seguendo il proprio cuore?

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25.06 - SAN MASSIMO DI TORINO

SAN MASSIMO DI TORINO
San Massimo di Torino è considerato il primo vescovo storicamente certo della Chiesa torinese. Nato nell’Italia settentrionale nella seconda metà del IV secolo, fu scelto da Sant'Eusebio di Vercelli per guidare la nuova diocesi di Julia Augusta Taurinorum, l’antica Torino romana. Fu uomo di vasta cultura, profondo conoscitore delle Sacre Scritture e straordinario predicatore. Lo storico cristiano Gennaio lo descrisse come autore di numerose opere teologiche che gli valsero il titolo di padre minore della Chiesa. Visse negli anni difficili delle invasioni gotiche e della crisi dell’Impero Romano d’Occidente, accompagnando il popolo con fede e coraggio. Partecipò al Sinodo di Milano del 451 e al Concilio di Roma del 465, accanto ai grandi vescovi del suo tempo. La sua produzione letteraria fu immensa: sermoni, omelie e trattati che ancora oggi aiutano a comprendere la vita spirituale e sociale dell’antichità cristiana. Nei suoi scritti emerge il volto di un pastore vicino alla gente, attento ai poveri e fermo nella difesa della verità evangelica. Fu testimone del martirio dei santi missionari Alessandro, Sisinnio e Martirio e tramandò la memoria dei primi martiri torinesi Ottavio, Avventore e Solutore. Insegnava ai fedeli a lodare Dio ogni giorno attraverso i Salmi, nella preghiera del mattino e della sera. Raccomandava inoltre di fare il segno della croce prima di ogni azione, per vivere sempre sotto la benedizione di Dio. Condannò con forza chi vendeva il perdono dei peccati in cambio di denaro, richiamando tutti alla sincerità della conversione. La sua predicazione univa profondità teologica e attenzione concreta alla vita quotidiana dei cristiani. Anche senza possedere con certezza le sue reliquie, il popolo continuò nei secoli a venerarlo come santo pastore della Chiesa torinese. A lui furono dedicate chiese, strade e recentemente anche una comunità ortodossa russa di Torino. Dal 2004 la sua immagine compare sulla nuova cattedra episcopale del Duomo di Torino, quasi a ricordare che il suo insegnamento continua ancora oggi. San Massimo rimane esempio di vescovo che guida il popolo non con il potere, ma con la santità, la parola e la testimonianza. Per noi oggi: 1. Oggi molti parlano continuamente, ma pochi annunciano parole che aiutano davvero a vivere. San Massimo insegnava che la predicazione vale solo quando nasce dalla verità e dalla santità. 2. Viviamo in un tempo che cerca scorciatoie spirituali senza conversione autentica del cuore. Massimo condannava chi vendeva il perdono perché la fede non può diventare commercio religioso. 3. Molti cristiani ricordano Dio solo nei momenti difficili o nelle grandi feste. San Massimo invitava invece a pregare ogni giorno, trasformando la vita ordinaria in incontro con Dio.
Metà IV secolo - 423 circa

mercoledì 24 giugno 2026

24.06.2026 - Is 49,1-6 - At 13,22-26 - Lc 1,57-66.80 - Giovanni è il suo nome.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 49,1-6

Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Io ho risposto: «Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».
1. Il Servo del Signore è stato chiamato per nome, non alla nascita, ma già da quando era un piccolo "seme" nell'utero della madre. Anche noi SIAMO CUSTODITI E CHIAMATI PER NOME ben prima che aprissimo gli occhi alla vita, PRENDIAMO COSCIENZA DI QUALE VALORE E DIGNITÀ E GRANDEZZA È IL NOSTRO ESSERE UOMO O DONNA E CRISTIANI.

2. Chiamato per una MISSIONE: PORTARE LA SALVEZZA FINO ALL'ESTREMITÀ DELLA TERRA. È una meta luminosa che espone tutta l'umanità al sole più terapeutico che esiste: appunto quello della Salvezza.

3. È TROPPO POCO CHE TU SIA MIO SERVO (=uno che esegue perfettamente i compiti assegnati) ... IO TI RENDERÒ LUCE DELLE NAZIONI. In che modo? ACCOGLIENDO il Signore nella tua vita ACCETTANDO il suo compito e il suo modo di essere luce di salvezza per tutti i popoli. TU SARAI IL SUO RIFLESSO!

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Dagli Atti degli Apostoli - At 13,22-26

In quei giorni, [nella sinagoga di Antiochia di Pisìdia,] Paolo diceva:
«Dio suscitò per i nostri padri Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”.
Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele.
Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”.
Fratelli, figli della stirpe di Abramo, e quanti fra voi siete timorati di Dio, a noi è stata mandata la parola di questa salvezza».
1. Paolo trovandosi nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, e rivolgendosi ad un uditorio per lo più giudeo, nell’annunciare il Vangelo, non dimentica la FUNZIONE INTRODUTTIVA NECESSARIA di Giovanni Battista, IL BATTESIMO DI CONVERSIONE PER PREPARARE ISRAELE ALLA VENUTA DEL CRISTO.

2. Anche Paolo mette dei LIMITI PRECISI ALLA FUNZIONE DI GIOVANNI. Sul finire della sua missione, letteralmente la sua corsa, dice che DOPO DI LUI SAREBBE VENUTO UNO PIÙ GRANDE DI LUI PER DIGNITÀ. Afferma di non essere Lui il Messia. 

3. Paolo dichiara che il suo messaggio è il messaggio di salvezza. In altre parole, ABBIAMO BISOGNO DELLA SALVEZZA. E quindi, ABBIAMO BISOGNO DI UN SALVATORE. Questo è il messaggio che Paolo annunciava, ed è il messaggio che noi dobbiamo annunciare. IL MESSAGGIO È PER TUTTI, GIUDEI E NON GIUDEI.

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Tutto l’avvenimento della nascita di Giovanni Battista è circondato da un gioioso senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Il popolo credente intuisce che è accaduto qualcosa di grande, anche se umile e nascosto, e si domanda: «Che sarà mai questo bambino?» . Il popolo fedele di Dio è capace di vivere la fede con gioia, con senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. 
E guardando questo domandiamoci: come è la mia fede? E’ una fede gioiosa, o è una fede sempre uguale, una fede “piatta”? Ho senso dello stupore, quando vedo le opere del Signore, o niente si muove nel mio cuore? Come è la mia fede? E’ aperta alle sorprese di Dio? Perché Dio è il Dio delle sorprese.
Il Signore ci aiuti a comprendere che in ogni persona umana c’è l’impronta di Dio, sorgente della vita. I genitori agiscano come collaboratori di Dio. Ogni figlio è un mistero che suscita gioia, stupore e gratitudine.

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Giovanni sceglie di andare a vivere nel deserto. E' lì che parla, proclama, battezza. Il disegno di Dio sembra piccolo, nascosto, seguire una via senza riflettori. E qual è la via che scegliamo per noi?

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24.06 - NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA

NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA
La Chiesa celebra con grande solennità la nascita di San Giovanni Battista, l’unico santo insieme a Maria Santissima di cui si festeggia la natività terrena. La sua nascita, fissata dalla tradizione ad Ain Karem, avviene sei mesi prima di quella di Gesù e segna l’inizio dei tempi messianici. Figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, donna sterile e ormai anziana, Giovanni nasce per intervento miracoloso di Dio. Il suo nome significa “Dio ha avuto misericordia” e racchiude già la sua missione: preparare il popolo all’incontro con il Signore. L’arcangelo Gabriele annunciò a Zaccaria che quel bambino sarebbe stato pieno di Spirito Santo fin dal grembo materno. Infatti Giovanni venne santificato durante la Visitazione di Maria a Elisabetta, sussultando di gioia davanti alla presenza di Gesù ancora nascosto nel grembo della Vergine. Cresciuto nel silenzio e nella penitenza del deserto, fortificò lo spirito attraverso la preghiera e una vita austera. Divenne così il grande profeta che invitava alla conversione e al perdono dei peccati attraverso il battesimo nel Giordano. Giovanni fu il ponte tra Antico e Nuovo Testamento, l’ultimo e il più grande dei profeti. Fu l’unico a indicare pubblicamente il Messia dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Durante il battesimo di Gesù vide lo Spirito Santo scendere su di Lui e riconobbe apertamente il Figlio di Dio. Pur avendo folle immense attorno a sé, non cercò gloria personale ma indicò sempre Cristo. Con profonda umiltà dichiarò: “Egli deve crescere e io invece diminuire”. Gesù stesso lo definì “più che un profeta” e proclamò che tra i nati di donna nessuno era più grande di lui. Giovanni fu davvero la voce che prepara la strada al Verbo eterno. La sua vita fu totalmente orientata a Cristo, fino al martirio per difendere la verità. Ancora oggi la sua figura richiama ogni uomo alla conversione sincera, al coraggio e alla fedeltà al Vangelo. Per noi oggi: 1. Viviamo nell’epoca dell’apparire, dove tutti vogliono essere ascoltati e seguiti. Giovanni invece insegnò che la vera grandezza è scomparire perché Cristo possa emergere. 2. Molti cercano una fede comoda che non disturbi la coscienza e non cambi la vita. Il Battista gridava nel deserto parole dure perché senza conversione non nasce nessun uomo nuovo. 3. Oggi la verità viene spesso taciuta per paura di perdere consenso o approvazione. Giovanni Battista preferì perdere la testa piuttosto che tradire la verità di Dio.
Ain Karem, Giudea – † Macheronte? Transgiordania, I secolo