mercoledì 4 febbraio 2026

04.02.2026 - 2Sam 24,2.9-17 - Mc 6,1-6 - Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 24,2.9-17

In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione».
Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila.
Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza».
Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!».
Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!».
L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».
1. IL PECCATO DEL RE DAVIDE È LA SUPERBIA, L’ORGOGLIO, LA VANITÀ. Davide vuole conoscere quanto grande è il suo regno.  Vuole sapere in caso di guerra su quanti soldati lui può contare. Davide si dimentica che SOLO SUL SIGNORE LUI DEVE CONTARE. È il Signore il Dio della vittoria, non i suoi soldati.

2. Dopo aver contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso per non aver avuto fiducia in Dio. Prega il Signore; “Ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, perché io ho commesso una grande stoltezza”. IL PECCATO È SEMPRE STOLTEZZA, PERCHÉ È FALSITÀ E MENZOGNA, FALSITÀ E MENZOGNA CONTRO DIO E CONTRO L’UOMO.

3. Il Signore presenta a Davide LA VIA PER LA RIPARAZIONE del suo peccato. DAVIDE SCEGLIE DI CADERE NELLE MANI DEL SIGNORE, perché sa che la misericordia di Dio è grande. E IL SIGNORE MANIFESTA A DAVIDE LA SUA MISERICORDIA fermando l’angelo devastatore: “Ora basta! Ritira la mano!” Il suo peccato ha coinvolto il suo popolo. È questo il mistero del peccato: ESSO MAI SI FERMA SULLA PERSONA CHE LO COMMETTE. Rifletti prima di peccare!

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

La sconcertata sorpresa dei concittadini offre un magnifico ritratto di Gesù. Il  ragazzo e il giovane che essi credevano di conoscere, si rivela diverso. Le categorie con le quali pensavano di definirlo, non bastano: la gente di Nazaret si scontra con una novità inaspettata. Per molti è uno scandalo. L’incontro con Gesù pone davanti a un bivio: accettare di camminare con lui per verificare nell’esperienza la novità della sua persona, oppure scivolare via per un’altra strada.
Non si può conoscere Gesù senza coinvolgersi con Lui, senza scommettere la vita per Lui. E Dio ti lascia libero di scegliere, Lui si ferma davanti alla tua incredulità mostrando la sua reale impotenza nell'onnipotenza.
Ma Tu sei disposto a seguire Gesù?

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A Nazareth nessun miracolo. Troppa vicinanza diventa complicità soffocante. L'amicizia, che è il vero miracolo, ha bisogno di quella giusta distanza chiamata libertà. Siamo capaci di questa libertà?

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04.02 SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

SAN GIUSEPPE DA LEONESSA

San Giuseppe da Leonessa nacque l’8 gennaio 1556 in una famiglia nobile e benestante. Rimasto orfano in giovane età, fu educato dallo zio Battista Desideri, umanista e maestro a Viterbo, che gli garantì una solida formazione culturale e religiosa. Dotato di intelligenza e carisma, Giuseppe aveva davanti a sé prospettive di successo e di matrimonio vantaggioso, che rifiutò con decisione, attratto da una chiamata più radicale.

Dopo una grave malattia, tornò a Leonessa e maturò la scelta di entrare tra i Cappuccini. Vestì l’abito nel 1572 ad Assisi, cambiando il nome di Eufranio in Giuseppe. Nonostante le pressioni familiari, che lo volevano fuori dal convento per sostenere le sorelle, rimase fermo nella sua vocazione, distinguendosi fin da subito per lo spirito di penitenza e per l’intensità della vita spirituale. Ordinato sacerdote, divenne predicatore molto richiesto e coltivò il desiderio missionario.

Nel 1587 fu inviato a Costantinopoli, dove si dedicò soprattutto all’assistenza dei cristiani prigionieri dei Turchi. Spinto da un ardore missionario estremo, tentò più volte di parlare direttamente al sultano Murad III. Arrestato, subì una delle torture più crudeli: la pena del gancio, restando sospeso per tre giorni sopra un fuoco acceso. Sopravvissuto miracolosamente, venne espulso.

Rientrato in Italia, Giuseppe intensificò la predicazione, unendo alla parola una vita di penitenza radicale: cibo poverissimo, sonno su pietre e paglia, ritmi di lavoro estenuanti. La sua predicazione, semplice e popolare, mirava alla riconciliazione, alla giustizia sociale e al soccorso dei poveri. Fondò Monti di Pietà e Monti Frumentari, promosse ospedali e opere di carità, accompagnando l’azione con una profonda vita mistica, segnata — secondo le fonti — da miracoli e grazie straordinarie.

Dopo una grave e dolorosa malattia affrontata con serenità, morì il 4 febbraio 1612 ad Amatrice. Il suo corpo, venerato dal popolo, fu poi traslato a Leonessa. Beatificato nel 1737 e canonizzato nel 1746, san Giuseppe da Leonessa resta testimone di una fede senza compromessi, disposta a consumarsi per il Vangelo.

 

PER NOI OGGI

 1.     Che cosa siamo disposti a perdere per seguire Dio?

Giuseppe rinuncia a ricchezza, sicurezza e perfino alla protezione della famiglia. Noi che cosa sacrifichiamo davvero? 

2.     La nostra fede è prudente o ardente?
Il suo zelo appare “eccessivo” agli occhi moderni. Ma non è forse tiepida una fede che non rischia nulla?

3.     Annunciamo con le parole o con la vita?
Predicava fino allo sfinimento, ma viveva ciò che annunciava. Le nostre scelte quotidiane confermano ciò che diciamo di credere?

Nato nel 1556, si reca a Costantinopoli dove aiuta i cristiani prigionieri dei turchi. Vuole annunciare il Vangelo al sultano: viene arrestato, torturato e cacciato. In Italia, predica la Buona notizia a poveri, malati, carcerati, viaggiando a piedi, paese per paese. Muore ad Amatrice nel 1612.  

martedì 3 febbraio 2026

03.02.2026 - 2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4 - Mc 5,21-43 - Fanciulla, io ti dico: Alzati!.

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4

In quei giorni, Assalonne s’imbatté nei servi di Davide. Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. Un uomo lo vide e venne a riferire a Ioab: «Ho visto Assalonne appeso a una quercia». Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto».
Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: «Se è solo, ha in bocca una bella notizia».
Il re gli disse: «Mettiti là, da parte». Quegli si mise da parte e aspettò. Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!».
Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».
1. Il brano di oggi ci racconta la morte di Assalonne STAVA MARCIANDO CONTRO DAVIDE, PRONTO AD UCCIDERLO. Mentre sta cavalcando un mulo, rimane impigliato con la testa in una grande quercia e mentre è lì appeso penzoloni, viene finito brutalmente dal generale Ioab contro l’ordine di Davide. IOAB NON CONOSCE IL PERDONO!

2. Il dolore di Davide, alla notizia della morte di Assalonne, è drammatico, straziante; la sofferenza è profonda. DAVIDE NON RIESCE A RALLEGRARSI DELLA SUA SCONFITTA E LO PIANGE. La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

3. Evidentemente Davide aveva perdonato Assalonne, non serbava rancore. IL PERDONO RENDE IL CUORE DI DAVIDE LIBERO E LEGGERO. Questo brano ci dice cosa sia il perdono, che trova nel cuore di un genitore la manifestazione più autentica e più vicina al perdono di Dio. Chiediamo al Signore che ci aiuti a SCIOGLIERE IL RANCORE CHE TENIAMO IN CUORE contro qualcuno.

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 5,21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

Questi due racconti di guarigione sono per noi un invito a superare una visione puramente orizzontale e materialista della vita. A Dio noi chiediamo tante guarigioni da problemi, da necessità concrete, ed è giusto, ma quello che dobbiamo chiedere con insistenza è una fede sempre più salda, perché il Signore rinnovi la nostra vita, e una ferma fiducia nel suo amore, nella sua provvidenza che non ci abbandona.
Gesù chiede di avere fede. In che cosa? In lui che può svegliare (dare vita) a chi dorme (è morto). E’ questo il vangelo!
E Tu che ascolti senti il bisognoso di guarigione? Di qualche cosa, di qualche peccato, di qualche problema? E, se senti questo, hai fede in Gesù? E quali sono i tuoi atteggiamenti che esprimono la tua fede? La donna del Vangelo si gettò ai piedi di Gesù pregandolo con insistenza, con umiltà.

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Due incontri, due guarigioni: la donna “ruba” a Gesù il contatto e poi Gesù “ruba” la giovinetta alla morte. Amore e (è) furto. Come riuscire a strappare la nostra vita dalle mani della morte?

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03.02 SAN BIAGIO

SAN BIAGIO

San Biagio, vescovo di Sebaste nell’antica Armenia Minore, visse tra il III e il IV secolo e subì il martirio nel 316 sotto l’imperatore Licinio, che dopo aver garantito la libertà di culto con l’Editto di Milano tornò a perseguitare i cristiani. La sua figura emerge in un tempo segnato da ambiguità politiche, violenze e tradimenti, ma anche da una fede vissuta senza compromessi.

Biagio era vescovo e medico. Le fonti lo ricordano come uomo di preghiera e di profonda carità, capace di guarire non tanto con rimedi materiali quanto «nel nome di Cristo». Durante la persecuzione si rifugiò su un monte, dove viveva in armonia con gli animali e continuava a curare gli ammalati che lo cercavano. Questo ritiro non fu una fuga dalla responsabilità, ma una forma diversa di testimonianza.

Il miracolo più noto avvenne durante il suo arresto: salvò un bambino che stava soffocando per una lisca di pesce, gesto che lo rese nel tempo il santo invocato contro le malattie della gola. Catturato per ordine del governatore Agricola, Biagio fu imprigionato, torturato con violenza — bastonato e straziato con pettini di ferro — e infine decapitato. La sua morte sigilla una vita interamente consegnata a Cristo.

San Biagio è annoverato tra i 14 Santi Ausiliatori, figure particolarmente invocate nel Medioevo per bisogni concreti della vita quotidiana. Ancora oggi, nel giorno della sua memoria liturgica, è diffusa la benedizione della gola con due candele incrociate, segno di protezione e di affidamento a Dio per intercessione del santo. Le parole della benedizione ricordano che la guarigione, per il cristiano, non è solo assenza di malattia ma libertà dal male in tutte le sue forme.

Patrono di agricoltori, cardatori, laringoiatri, pastori e altri mestieri legati alla cura e alla voce, san Biagio continua a parlare a una Chiesa chiamata a custodire la vita concreta delle persone, senza separare fede, corpo e testimonianza.

 

PER NOI OGGI

1.     Cerchiamo la benedizione o la conversione?
La gola benedetta non serve a proteggerci da ogni fastidio, ma a ricordarci che anche la nostra voce e le nostre parole devono passare per il Vangelo.

2.     Crediamo ancora a una fede che guarisce?
Biagio cura “nel nome di Cristo”. Noi confidiamo prima di tutto nella tecnica — legittima — o siamo capaci di affidarci davvero?

3. Quanto ci costa essere coerenti? - Licinio promette libertà e poi perseguita. Biagio, invece, resta fedele fino alla morte. Da che parte stiamo quando la fede diventa scomoda?

Il martire Biagio è ritenuto dalla tradizione vescovo della comunità di Sebaste in Armenia al tempo della “pax” costantiniana. Il suo martirio, avvenuto intorno al 316, è perciò spiegato dagli storici con una persecuzione locale dovuta ai contrasti tra l’occidentale Costantino e l’orientale Licinio. Nell’VIII secolo alcuni armeni portarono le reliquie a Maratea (Potenza), di cui è patrono e dove è sorta una basilica sul Monte San Biagio. Avendo guarito miracolosamente un bimbo cui si era conficcata una lisca in gola, è invocato come protettore per i mali di quella parte del corpo. A quell’atto risale il rito della “benedizione della gola”, compiuto con due candele incrociate. 


NELLO STESSO GIORNO:
SANT' OSCAR (ANSGARIO) Vescovo
Corbie (Francia), ca. 800 - Brema (Germania), 2 febbraio 865
Sant’Oscar, vescovo di Amburgo e poi insieme di Brema in Sassonia: dapprima monaco di Corbie, fu nominato da papa Gregorio IV suo legato in tutto il Settentrione; in Danimarca e Svezia annunciò il Vangelo a una moltitudine di popoli e vi fondò la Chiesa di Cristo, superando con forza d’animo molte difficoltà, finché, sfinito dalle fatiche, a Brema trovò riposo.

 

UN DONO PIÙ DI MILLE PROTOCOLLI.

UN DONO PIÙ DI MILLE PROTOCOLLI.

La storia racconta l’incontro sorprendente tra un allevatore polacco di cavalli arabi e il Papa, noto per la sua familiarità con l’equitazione. L’idea di regalare un cavallo al Pontefice nasce dall’immagine del Papa a cavallo, che rivela non solo un uomo capace di cavalcare con naturalezza, ma soprattutto un’anima che comprende la bellezza e la nobiltà degli animali. L’allevatore, convinto che il suo cavallo fosse perfetto per lui, intraprende un lungo viaggio fino a Roma.

Quello che doveva essere un breve momento formale diventa una lunga e gioiosa conversazione, durante la quale il Papa dimostra un’autentica passione per i cavalli, prendendo subito le redini con sicurezza e grazia. Il donatore racconta il legame immediato tra l’animale e il Santo Padre, come se entrambi si fossero riconosciuti. Il cavallo, scelto per temperamento, bellezza ed equilibrio, viene accolto a Castel Gandolfo, dove potrà essere per il Papa non solo un dono simbolico, ma anche un’occasione di pace e riposo.

Il gesto non rimane isolato: la notizia risuona in tutto il mondo, suscitando orgoglio nel mondo equestre polacco e richiamando l’attenzione internazionale. Per l’allevatore, donare quel cavallo è stato più di un omaggio: è stato un’offerta di gioia, un ponte tra la sua terra e il cuore della Chiesa. E, soprattutto, la prova che un piccolo gesto compiuto con amore può diventare un segno che tocca milioni di persone.

 

PER NOI OGGI

 1.     Forse non è la grandezza dei doni a cambiare il mondo, ma la sincerità con cui li offriamo.

 2.     La vera autorità non si dimostra con il potere, ma con la capacità di lasciarsi sorprendere.

 3. Un gesto audace può parlare più forte di mille discorsi religiosi: quando è autentico, evangelizza da solo.

 

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lunedì 2 febbraio 2026

Ml 3,1-4 - Eb 2,14-18 - Lc 2,22-40 - PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
Lunedì 02 Febbraio 2026
Dal libro del profeta Malachìa - Ml 3,1-4

Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti.
Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai.
Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia.
Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».

1. Dal tempo dell'esilio egli ANNUNCIA UN DIO CHE ASCOLTA, CHE NON SI DIMENTICA DEL SUO POPOLO. Prevede la prossimità di Dio al suo popolo, espressa in modo così forte che diventerà una persona tra loro: Gesù.

2. Dio manderà presto il suo "messaggero" sotto forma di "angelo del Signore" che entrerà nel tempio santo, e chiede se i popoli siano pronti ad accoglierlo. MALACHIA OBBLIGA I TIMORATI DI DIO A NON RIMANERE INDIFFERENTI e a dichiarare cosa sta loro a cuore, cosa va e cosa non va.

3. Il messaggero li aiuterà, li purificherà, sarà come "fuoco e lisciva" che forgiano e purificano, e così LE POPOLAZIONI DI GIUDA E DI GERUSALEMME TROVATO IL DIO CHE ATTENDEVANO, potranno fare offerte al Signore secondo giustizia ed esse stesse potranno ritornare agli antichi splendori…

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Dalla lettera agli Ebrei - Eb 2,14-18

Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.
Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

1. La morte di croce, sostenuta da Cristo nell'amore, HA RESO IMPOTENTE IL DIAVOLO, cioè gli ha spuntato tutte le armi che può mettere in campo per portare gli uomini a DUBITARE dell'amore di Dio. L'UOMO È COSÌ LIBERATO IN CRISTO DAL TIMORE DELLA MORTE, dal timore di vedere la morte come il fallimento, la separazione dai propri cari e da Dio...

2. Gesù vincendo la morte È SOMMO SACERDOTE IL CUI SACRIFICIO È EFFICACE. È un sacerdote MISERICORDIOSO, cioè prova compassione per tutti ed è DEGNO DI FEDE poiché ha pagato di persona l'espiazione dei peccati di tutto il popolo…

3. Gesù essendo passato attraverso la sofferenza PUÒ CAPIRE MEGLIO di chiunque altro coloro che sono nella sofferenza e nella morte e grazie alla sua vittoria sulla morte PUÒ ESSERE DI AIUTO a coloro che subiscono le stesse prove.

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✠ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 2,22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.
1. Primo modello di fede in Dio: Maria e Giuseppe che portano Gesù al Tempio, per presentarlo al Signore. MARIA E GIUSEPPE SANNO BENE A CHI APPARTIENE QUEL BIMBO CHE È STATO LORO AFFIDATO. A loro basta fare la sua volontà. NELLA SUA VOLONTÀ, È LA NOSTRA PACE...

2. Secondo modello di fede in Dio: Simeone, «un uomo giusto e pio». Aspettava di vedere «il Messia del Signore»! LO AVEVA ASPETTATO PER TUTTA LA VITA, PERCHÉ SI ERA FIDATO della voce dello Spirito che glielo aveva promesso. NON TUTTO E SUBITO MA ATTESA FIDUCIOSA...

3. Terzo modello di fede in Dio: Anna, una donna cui la vita aveva riservato dolore e delusione. NON SE L’ ERA PRESA CON DIO, ANZI AVEVA AFFIDATO A LUI TUTTA LA SUA VITA. Anche a lei Dio fece il dono di vedere quel Messia atteso da secoli. IMPARIAMO AD AVERE LA STESSA FIDUCIA E ALLORA TUTTO CAMBIA!

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Gesù, segno di contraddizione. Mettiamoci l’animo in pace, anzi: lasciamolo nell’inquietudine, perché questo è l’effetto di Gesù, rivelativo. Siamo disposti a svelare i pensieri del nostro cuore?

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 RICONOSCERE

Il vecchio Simeone e Anna sono fortunati: al termine della vita riconoscono Cristo e trovano la pace eterna. Anche noi dovremmo essere attenti a riconoscere Gesù nelle persone e negli eventi quotidiani. Vivere da cristiani significa accettare di essere segni di contraddizione, andando controcorrente con coraggio e fede. Cristo è dalla nostra parte, e con Lui possiamo onorare la nostra vocazione.

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LECTIO DIVINA - PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

OMELIA - PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

 

 

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02.02 PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

La Presentazione del Signore, celebrata quaranta giorni dopo il Natale, conclude il ciclo natalizio e apre simbolicamente lo sguardo sul destino pasquale di Gesù. Maria e Giuseppe conducono il Bambino al tempio per adempiere la Legge di Mosè, ma soprattutto per l’incontro con il popolo credente, rappresentato da Simeone e Anna, figure dell’attesa perseverante e fiduciosa della salvezza.

Il brano evangelico di Luca (2,22-39) mostra come la salvezza, già annunciata ai pastori e ai Magi, venga ora riconosciuta nel cuore stesso di Israele. Tuttavia, questo riconoscimento non è trionfale: Simeone profetizza che Gesù sarà segno di contraddizione e annuncia a Maria una sofferenza che la coinvolgerà profondamente: una spada le trafiggerà l’anima. Fin dall’inizio, dunque, la luce portata da Cristo è inseparabile dalla croce.

Gesù appare come il vero Primogenito: mentre nella tradizione d’Israele i primogeniti venivano riscattati con un sacrificio simbolico, Lui sarà l’unico a non essere risparmiato. Obbediente alla volontà del Padre, offrirà se stesso per la liberazione definitiva dal peccato e dalla morte, realizzando pienamente l’antica promessa.

La profezia di Simeone fonda anche il legame profondo tra Maria e la missione redentrice del Figlio. La Madre partecipa al mistero della salvezza non come protagonista autonoma, ma in comunione totale con Cristo. Da qui nasce la riflessione teologica sul titolo di Corredentrice, che sottolinea la sua cooperazione unica e subordinata all’unico Redentore.

La festa, nata in Oriente come Hypapante (“Incontro”), mette al centro l’abbraccio tra Simeone e Gesù: l’uomo anziano può finalmente morire in pace perché ha visto la salvezza. In Occidente, la celebrazione si arricchisce della processione e della benedizione delle candele, segno di Cristo luce delle genti. Una luce che non elimina il dolore, ma lo attraversa e lo trasforma in speranza.

 

PER NOI OGGI

1.     Siamo ancora capaci di attendere?
Simeone e Anna riconoscono il Messia perché hanno consumato la vita nell’attesa. Noi, abituati all’immediato, sapremmo riconoscere Dio se si presentasse senza clamore?

2.     Vogliamo un Dio che illumina o un Dio che disturba?
Cristo è luce, ma anche segno di contraddizione. Accoglierlo significa accettare che metta in crisi le nostre sicurezze, non solo che consoli.

3.     Che cosa siamo disposti a offrire davvero?
Maria offre il Figlio, sapendo che non le verrà restituito. La fede non è trattenere Dio, ma consegnarlo — e consegnarsi — senza garanzie.

La festa odierna, chiamata popolarmente Candelora, ebbe origine in Oriente con il nome greco di Hypapante, che significa «Incontro», volendo qui rimarcare l’incontro nel tempio tra Simeone e Gesù Bambino, che il vecchio profeta prenderà tra le braccia e con la grazia dello Spirito Santo riconoscerà come il Messia atteso, elevando il suo bellissimo cantico.