giovedì 29 ottobre 2026

29.10.2026 - Ef 6,10-20 - Lc 13,31-35 - Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 6,10-20

Fratelli, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio.
In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare.

 

1. “STATE SALDI” ossia RIMANETE NEL DONO DI DIO! Condizione essenziale per il buon combattimento della fede. Dobbiamo armarci … per fare la pace!

2. Due sono i “fronti” della guerra: UNO È “DIFENSIVO”, con l’“elmo della salvezza” (comunicare il bene della salvezza), L’ALTRO È DI POTENTE CONQUISTA, con “la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio” (spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno). Buon combattimento!

3. «In ogni occasione PREGATE con ogni sorta di preghiere e suppliche nello Spirito, e a questo scopo VEGLIATE con ogni perseveranza e SUPPLICA per tutti i santi». In questa grande battaglia la preghiera è l’incontro tra la nostra assoluta povertà e la potenza del dono di Dio; Manteniamo una RELAZIONE DA FIGLI con Dio!

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 13,31-35
In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”». 

Gesù dimostra una straordinaria determinazione di fronte alla minaccia di Erode, continuando la sua missione di guarigione e liberazione senza paura. Egli risponde ai farisei chiamando Erode "volpe", sottolineando la sua astuzia e malevolenza, ma afferma chiaramente che deve proseguire il suo cammino, consapevole del suo destino a Gerusalemme. Gesù lamenta la storica resistenza di Gerusalemme ai profeti, esprimendo il suo desiderio di proteggere i suoi abitanti come una chioccia raccoglie i suoi pulcini, ma riconoscendo il loro rifiuto costante. Questo rifiuto porta alla profezia che Gerusalemme sarà abbandonata fino a quando non riconoscerà il Messia. Conclude annunciando che la città non lo vedrà più fino a quando non dirà: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore", evidenziando sia il giudizio imminente che la speranza di una futura riconciliazione. Gesù è la nostra speranza!

 

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29.10 BEATA CHIARA LUCE BADANO

 

BEATA CHIARA LUCE BADANO (1971 - 1990)

 Chiara Luce Badano, morta a soli 17 anni a causa di un osteosarcoma, è ricordata per la straordinaria testimonianza di fede e gioia cristiana. Cresciuta a Sassello, in provincia di Savona, in una famiglia profondamente cattolica, fin da piccola fu educata alla preghiera e alla dedizione a Gesù, trovando ispirazione nella Madonna e nell’amore familiare. La sua adesione al movimento dei Focolari, iniziata intorno ai nove anni, consolidò in lei i valori di unità, misericordia e servizio verso gli altri.

 Sin da bambina Chiara dimostrò sensibilità verso i più bisognosi, compiendo piccoli gesti di carità e rinunce quotidiane, vedendo in ogni povero o malato la presenza di Gesù. La sua spiritualità si affinò nel corso degli anni, affrontando le difficoltà scolastiche e le incomprensioni familiari con pazienza e disponibilità. Quando a 17 anni le fu diagnosticato il tumore, Chiara reagì con un sorriso e una fiducia incrollabile in Dio, trasformando la sofferenza in un cammino di luce e di amore verso chi le stava accanto.

 La sua malattia divenne così un calvario luminoso: pur nelle sofferenze estreme, Chiara continuò a offrire conforto agli amici e alla famiglia, vivendo ogni attimo nella pienezza di Dio e preparando il proprio funerale come un incontro nuziale con Cristo. La sua morte, il 7 ottobre 1990, non segnò una sconfitta ma un trionfo della vita spirituale, testimoniando che la morte può essere superata dalla luce della risurrezione. Beatificata a Roma il 25 settembre 2010, Chiara Luce rimane esempio per i giovani di gioia, coraggio e fede autentica, mostrando come la vita, anche breve e segnata dalla sofferenza, possa essere un dono luminoso per gli altri.

 

Per noi oggi:

 La sofferenza può essere scelta come alleata, non come nemica: Chiara trasforma il dolore in luce; ci sfida a domandarci se anche noi sappiamo vedere la croce come opportunità di amore e crescita, invece che come ostacolo da evitare.

La gioia autentica nasce dal dare, non dal ricevere: la sua felicità non dipendeva dalle circostanze, ma dalla capacità di donarsi agli altri. Ci provoca a riflettere: quanto di ciò che possediamo o siamo è realmente al servizio del prossimo?

La vita breve può lasciare un’eredità eterna: Chiara dimostra che non servono decenni per cambiare il mondo; basta coerenza, amore e coraggio. Ci sfida a chiederci se stiamo vivendo come se avessimo tempo infinito, o se ogni giorno lo trasformiamo in dono.


L’importante è fare la volontà di Dio...è stare al suo gioco...
 Visse a Sassello con il padre Ruggero, camionista, e la madre Maria Teresa, casalinga. A nove anni conosce i ‘Focolarini’ di Chiara Lubich ed entra a fare parte dei ‘Gen’. Terminate le medie a Sassello si trasferisce a Savona dove frequenta il liceo classico. A sedici anni, durante una partita a tennis, avverte i primi lancinanti dolori ad una spalla: callo osseo la prima diagnosi, osteosarcoma dopo analisi più approfondite. Inutili interventi alla spina dorsale, chemioterapia, spasmi, paralisi alle gambe. Rifiuta la morfina che le toglierebbe lucidità. Si informa di tutto, non perde mai il suo abituale sorriso. Alcuni medici, non praticanti, si riavvicinano a Dio. La sua cameretta, in ospedale prima e a casa poi, diventa una piccola chiesa, luogo di incontro e di apostolato. Negli ultimi giorni, Chiara non riesce quasi più a parlare, ma vuole prepararsi all’incontro con ‘lo Sposo’ e si sceglie l’abito bianco, molto semplice, con una fascia rosa. Spiega anche alla mamma come dovrà essere pettinata e con quali fiori dovrà essere addobbata la chiesa; suggerisce i canti e le letture della Messa. Vuole che il rito sia una festa. Le ultime sue parole: "Mamma sii felice, perché io lo sono. Ciao!". Muore all’alba del 7 ottobre 1990.

mercoledì 28 ottobre 2026

28.10.2026 - Ef 2,19-22 - Lc 6,12-19 - Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 2,19-22

Fratelli, voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù.
In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

 

1. SULLA CROCE GESÙ CI HA RICONCILIATI CON DIO E TRA DI NOI, ha portato la pace, ai lontani e ai vicini, e così ci ha resi tutti concittadini e familiari, un'unica famiglia, come un unico tempio santo, abitazione di Dio in mezzo ai popoli della terra. Fratelli tutti…
2. Ogni muro divisorio dell'ostilità, quindi, è stato abbattuto, non ci sono più né stranieri né ospiti. Né extracomunitari, naufraghi, profughi..., muraglie di cemento armato… EPPURE CI SONO ANCORI TANTI MURI E NON SOLO DI CEMENTO…
3. Noi, resi vicini a Dio, rappacificati ed edificati sulle solide fondamenta, siamo CHIAMATI A CONTINUARE QUELLA COSTRUZIONE ben ordinata del tempio del Signore in cui ogni persona possa trovare pace e calore di famiglia. Buon lavoro…. 

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 6,12-19
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.

 

Gesù passa la notte in preghiera e, solo successivamente, sceglie i dodici apostoli, che saranno le colonne del nuovo Israele. Conosci la loro vita? A quale degli apostoli ti senti di somigliare in questo momento della tua vita?
Gli Apostoli hanno seguito Gesù, hanno percorso un lungo cammino di purificazione. Lentamente si sono staccati dalle proprie idee, dalle proprie sicurezze, per seguire Gesù. Non lo hanno seguito soltanto nelle cose in cui “loro erano d’accordo con Lui e Lui con loro”, ma sono stati guidati dalla grazia, dall'amore di Dio.
Hanno accolto la salvezza annunciata e realizzata da Gesù. Hanno sperimentato la misericordia di Dio verso coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. Lo hanno riconosciuto come unico vero Salvatore. Anche noi oggi Gesù ci chiama ad essere protagonisti!

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Gesù è solo e da solo, di notte, prega Dio. E poi sceglie la squadra. Altrimenti non ce l’avrebbe fatta. Eppure la squadra è, quantomeno, scarsa. E noi giochiamo in squadra o siamo solisti?

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28.10 SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI E MARTIRI

SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI E MARTIRI

 La Chiesa celebra insieme i santi Simone e Giuda il 28 ottobre, poiché entrambi furono apostoli di Cristo, testimoni della sua risurrezione e compagni di missione e di martirio. Secondo la tradizione, predicarono il Vangelo in Egitto e in Mesopotamia, affrontando la morte per la loro fede.

 Giuda, chiamato anche Taddeo (“magnanimo”) o Lebbeo (“coraggioso”), era fratello di Giacomo il Minore e parente di Gesù. È ricordato nei Vangeli e, nell’Ultima Cena domandò a Gesù come si sarebbe manifestato ai suoi discepoli. La tradizione narra che evangelizzò la Giudea, la Samaria, la Siria e la Mesopotamia, trovando infine il martirio a Emessa. È venerato come patrono delle cause impossibili e dei casi disperati.

 San Simone, detto Cananeo o Zelota — termini che significano rispettivamente “fervente” o “osservante della Legge” — fu anch’egli tra i Dodici. La tradizione lo vuole vescovo di Gerusalemme o di Pella e annunciatore del Vangelo fino in Persia, dove avrebbe subito il martirio. È venerato come patrono dei pescatori e dei taglialegna, poiché secondo il racconto agiografico fu segato in due.

 Nell’iconografia cristiana, Giuda Taddeo è spesso rappresentato con un libro — simbolo della Parola di Dio che proclamò — e un’alabarda, strumento del suo martirio; Simone con la sega, che ricorda la sua morte cruenta. Le loro reliquie si trovano oggi nella Basilica di San Pietro a Roma.

 L’unione nella loro festa liturgica ricorda la comunione nella missione e nel sacrificio. Entrambi, pur poco citati nei Vangeli, rappresentano l’umiltà e la fedeltà degli apostoli che, nel silenzio, annunciarono Cristo fino al dono estremo della vita.

 

Per noi oggi:

I Santi Simone e Giuda non hanno lasciato molte parole, ma la loro fedeltà silenziosa parla più forte di mille discorsi. Oggi, in un mondo che misura tutto in visibilità e successo, la loro vita ci provoca:

-         siamo ancora capaci di essere apostoli nascosti, servitori senza applausi, testimoni senza scena?

 Essi hanno creduto fino alla fine, pur senza certezze, e hanno annunciato Cristo in terre ostili.

-         Noi invece, che abbiamo libertà, fede, mezzi e parola, quanto rischiamo per il Vangelo?

 Simone lo Zelota e Giuda il Magnanimo ci ricordano che la vera forza cristiana non sta nel potere, ma nella passione e nel coraggio di credere fino alla croce.

-         Non basta “seguire” Gesù: bisogna lasciarsi spingere dallo Spirito fino ai confini scomodi della fede, dove si ama senza tornaconto e si perdona senza misura.

 Il loro martirio non è un ricordo antico, ma una domanda viva:

-         quanto vale davvero per noi la fede che diciamo di avere? Siamo disposti a perdere qualcosa per non perdere Cristo?

 Solo chi, come loro, si lascia consumare dall’amore di Dio, può diventare segno di resurrezione nel mondo dell’indifferenza.

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SAN GIUDA TADDEO
Il Signore ha affidato a San Giuda Taddeo l’importantissimo compito di proteggerci nei momenti di disperazione estrema per evitare, da parte nostra, atti irreparabili". Mons. Giulio Penitenti

martedì 27 ottobre 2026

27.10.2026 - Ef 5,21-33 - Lc 13,18-21 - Il granello crebbe e divenne un albero.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 5,21-33

Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo.
Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.

1. Cristo (sposo) ha amato la Chiesa (sposa) e HA DATO SÉ STESSO PER LEI, per amore. SUL MODELLO DI CRISTO E DELLA CHIESA VIENE PROPOSTO IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO, come un effetto e una conseguenza di quella grazia redentrice di Cristo che ha amato la Chiesa dando sé stesso.

2. Per le indicazioni matrimoniali, il versetto cardine è il primo: “SIATE SOTTOMESSI GLI UNI AGLI ALTRI NEL TIMORE DI CRISTO”. Ci parla della mutua sottomissione, cioè nell’autentica relazione di amore ognuno dona tutto sé stesso all’altro.

3. IL MODELLO DA IMITARE È CRISTO. È Lui che ha realizzato questa unione. Da Lui nasce la possibilità di un amore così grande che sottomette sé stesso ad un altro. Noi crediamo che questo amore è efficacie ed eterno.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 13,18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». 

 

Il vangelo di oggi ci presenta un Dio piccolo, piccolissimo. Un seme, un pizzico di lievito, nulla più. Piccolo di dimensioni, ma con dentro una bomba di energia: la grandezza di Dio non sta nel suo ingombro, ma nelle sue potenzialità. Che, tradotto, significa che la grandezza dell’amore (quello vero, quello che vince la morte) non risiede nell’appariscenza o nella visibilità pubblica, ma nel silenzioso e tenace crescere della speranza. Così si propaga il Regno di Dio.
Credere in questo non è facile ma ci aiuta a non scoraggiarci di fronte alle avversità, ma a confidare nell'aiuto di Dio.
Ricordati che nei momenti di buio e di difficoltà non devi abbatterti, ma rimanere ancorato alla fedeltà di Dio, alla Sua presenza che sempre salva. Ricordati questo: Dio sempre salva.

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Da piccolo a grande. Questa è la logica del Regno di Dio, secondo la dinamica del seme e del lievito; realtà nascoste, quasi impercettibili, ma che “formano” tutto il resto. Qual è la nostra logica?

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27.10 SANT'EVARISTO

SANT'EVARISTO
Sant’Evaristo, quarto successore di san Pietro, visse tra la fine del I e l’inizio del II secolo, in un periodo di difficoltà e persecuzioni per i cristiani. Le informazioni sulla sua vita sono poche e provengono soprattutto da sant’Ireneo, Eusebio di Cesarea e dal Liber Pontificalis. Eusebio racconta che, dopo l’esilio di san Clemente sotto l’imperatore Traiano, Evaristo gli succedette alla guida della Chiesa di Roma. Secondo il Liber Pontificalis, era di origine greca e suo padre proveniva da Betlemme. Lo stesso testo gli attribuisce l’ordinazione di sette diaconi e l’organizzazione dei tituli, luoghi di riferimento per le comunità cristiane di Roma. La tradizione antica gli attribuì anche il martirio, ma questa notizia non è riportata nel Martirologio Romano nella revisione attuale perché ritenuta incerta. Certamente Evaristo esercitò il suo ministero durante una fase di persecuzione, quando i cristiani erano considerati colpevoli soprattutto perché rifiutavano di partecipare al culto pagano. La testimonianza della Chiesa nascente era dunque chiamata a vivere con coraggio la fedeltà a Cristo, anche in un ambiente ostile. Sant’Evaristo rimane così una figura discreta ma significativa della prima Chiesa: un pastore chiamato a custodire la fede ricevuta dagli Apostoli e a guidare la comunità cristiana in tempi difficili. Il suo ministero si svolse in una Chiesa ancora giovane, chiamata a consolidare la propria identità e la propria organizzazione. La sua testimonianza mostra quanto fosse importante mantenere salda la comunione tra i cristiani e la fedeltà alla tradizione apostolica. In mezzo alle difficoltà, la Chiesa continuava a crescere grazie alla fede e alla testimonianza dei suoi pastori. La sua memoria ci ricorda che la fede non si costruisce soltanto con grandi opere, ma anche con la fedeltà quotidiana, la responsabilità e il coraggio di rimanere saldi nel Vangelo. per noi oggi: 1. Siamo cristiani solo quando è facile? Evaristo guidò la Chiesa in un tempo di persecuzione. Noi rimaniamo fedeli a Cristo anche quando la nostra fede costa, espone o va controcorrente? 2. Abbiamo il coraggio di essere diversi? I primi cristiani rifiutavano il culto pagano e per questo erano guardati con sospetto. Oggi abbiamo ancora il coraggio di non adeguarci a ciò che contraddice il Vangelo? 3. Che cosa stiamo custodendo per chi verrà dopo di noi? Evaristo ricevette la fede dagli Apostoli e la trasmise alla Chiesa. Noi siamo davvero custodi e testimoni della fede, oppure rischiamo di consegnare alle nuove generazioni una fede indebolita?
"E' di chi ama il cantare, lodare Dio con tutto il suo essere: con la voce, con la vita, con le opere". Sant'Agostino
A Roma, sant’Evaristo, papa, che resse la Chiesa di Roma per quarto dopo il beato Pietro, sotto l’imperatore Traiano.

NELLO STESSO GIORNO:

SANTA TERESA EUSTOCHIO VERZERI VERGINE, FONDATRICE

Bergamo, 31 luglio 1801 - Brescia, 3 marzo 1852

Nasce il 31 luglio 1801 a Bergamo. Primogenita dei sette figli di Antonio Verzeri e della contessa Elena Pedrocca-Grumelli, Teresa fa i primi studi in casa, guidata dal canonico Giuseppe Benaglio. Più tardi la troviamo con le monache benedettine di Santa Grata, a Bergamo. Sono periodi di grande travaglio interiore e di ricerca. Teresa lascia il monastero, per dedicare la sua vita e il suo impegno nel mondo. L'8 febbraio 1831, insieme al canonico Benaglio, fonda la Congregazione delle Figlie del Sacro Cuore di Gesù. Saranno educatrici e guide delle ragazze povere, orfane e abbandonate. Morto il canonico Benaglio nel 1836, gravano su di lei le fatiche per la formazione delle religiose, per le costituzioni, per i rapporti con Roma. Un lavoro imponente, testimoniato da volumi sui doveri delle religiose, dalle costituzioni, dalle oltre 3.500 lettere che scrive di persona. Muore a Brescia il 3 marzo 1852. Nelle diocesi di Bergamo e di Brescia la sua memoria si celebra il 27 ottobre.


SAN FRUMENZIO, VESCOVO, APOSTOLO DELL'ETIOPIA
Tiro, IV secolo; † Axum, 383 ca.
Non è un missionario, ma un giovane del IV secolo di nome Frumenzio, finito in schiavitù, il primo a portare il cristianesimo in Etiopia. Una volta libero, viene consacrato vescovo da Atanasio e si stabilisce ad Axum, dove fa fiorire la comunità dei cristiani fino alla sua morte, nel 383. 

 

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QUANDO IL GREGARIO VINCE

QUANDO IL GREGARIO VINCE

Brandon McNulty, 28 anni, statunitense, ha conquistato a Montréal il titolo mondiale di ciclismo su strada. Dopo il traguardo, in lacrime, ha detto: «Mi piace credere nei miracoli: essere campione del mondo è un miracolo sportivo». Abituato al ruolo di gregario al servizio di Tadej Pogačar, McNulty non si aspettava di vincere. A 300 metri dall’arrivo era convinto che gli avversari lo avrebbero raggiunto, ma quando hanno rallentato per controllarsi a vicenda lui ha dato tutto fino al traguardo. «Sono senza parole, è davvero un miracolo!». La sua forza è sempre stata anche quella di lavorare per gli altri: «Sono bravo a far vincere il mio capitano». Aveva confidato alla moglie Summer, anche lei ciclista, il sogno di diventare campione del mondo, scherzando proprio sulla parola «miracolo». Il successo è stato possibile anche grazie al lavoro della nazionale statunitense, con Jorgenson e Simmons impegnati a sostenerlo. Il ciclismo dimostra così che, pur essendo uno sport individuale, nessuno vince davvero da solo. Saronni ricordava infatti che dietro una vittoria individuale c’è sempre una squadra. Nato in Arizona e cresciuto a Phoenix, McNulty iniziò con la mountain bike e a 11 anni già vinceva gare. Passato alla strada, nel 2016 conquistò l’oro mondiale juniores a cronometro e l’anno seguente diventò professionista. Ha poi vinto una tappa al Giro d’Italia e oggi vive a Girona. La sua storia ricorda che anche chi lavora nell’ombra può, un giorno, trovarsi sotto i riflettori. E forse il vero miracolo è proprio questo: continuare a dare tutto quando nessuno pensa che tu possa vincere. A volte la vittoria arriva proprio quando smettiamo di pensare a noi stessi e continuiamo semplicemente a fare bene la nostra parte. È una lezione che vale nello sport, nel lavoro e nella vita.
Per noi oggi: 1. Quante volte pensiamo di essere soltanto “gregari” e ci convinciamo che il nostro lavoro non conti? Forse Dio sta preparando proprio nell’ombra qualcosa che ancora non riusciamo a vedere. 2. McNulty ha vinto quando gli altri si sono fermati a controllarsi e lui ha continuato a dare tutto.  E noi, quante occasioni perdiamo perché aspettiamo troppo di sapere cosa faranno gli altri? 
3. Il campione del mondo non ha vinto da solo: dietro la sua vittoria c’era una squadra.  Anche nella vita nessuno si salva da solo: abbiamo bisogno gli uni degli altri.

 

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