sabato 28 febbraio 2026

28.02 SAN ROMANO DI CONDAT

SAN ROMANO DI CONDAT

San Romano di Condat (circa 390–463) visse in un’epoca in cui il monachesimo, fiorito in Oriente con i Padri del deserto, stava mettendo radici anche in Occidente. Formato nel monastero di Ainay a Lione sotto la guida dell’abate Sabino, Romano ricevette in dono una Vita dei Padri del deserto: quelle pagine accesero in lui il desiderio di una vita eremitica, povera e totalmente orientata a Dio.

A circa 35 anni si ritirò in un luogo selvaggio del massiccio del Giura, a Condat (oggi Saint-Claude), scegliendo di vivere sotto un grande abete. Cercava tre cose essenziali: silenzio, acqua e un po’ di terra da coltivare. Lì iniziò una vita fatta di preghiera, digiuno e lavoro. Poco dopo lo raggiunse il fratello Lupicino, con cui condivise l’esperienza eremitica. I due conobbero anche momenti di scoraggiamento: provati dal freddo e dalle fatiche, tentarono di abbandonare il luogo, ma una donna che diede loro ospitalità li convinse che quella fuga era una tentazione. Tornarono sui loro passi e ripresero con rinnovata decisione.

La fama della loro santità attirò altri uomini desiderosi di seguire Cristo in quella forma radicale di vita. L’eremo divenne così un monastero a Condat, presto seguito da un secondo a Lauconne (oggi Saint-Lupicin). Romano e Lupicino governavano insieme, con uno stile complementare: Romano mite e comprensivo, Lupicino più rigoroso e attento alla disciplina. Questo equilibrio evitava sia il lassismo sia l’eccessiva durezza, mostrando che la santità ha bisogno insieme di verità e misericordia.

Anche la sorella Iole si unì a loro, e per lei fu fondato un monastero femminile, che arrivò ad accogliere oltre cento monache. Più tardi, verso il 450, Romano fondò un altro monastero sul versante orientale del Giura, in territorio oggi svizzero (Romainmôtier), contribuendo in modo decisivo alla diffusione del monachesimo in quelle regioni.

Tra gli episodi più noti della sua vita c’è l’incontro con due lebbrosi, ai quali chiese ospitalità durante un pellegrinaggio. Romano non solo non li evitò, ma li consolò e li abbracciò: al mattino, i due si scoprirono guariti. È un gesto che riassume il suo spirito: contemplativo, ma mai disincarnato; amante del silenzio, ma capace di una carità concreta e coraggiosa.

Romano morì intorno al 463, lasciando non solo monasteri, ma uno stile di vita evangelico che univa solitudine e comunione, ascesi e dolcezza, radicalità e umanità.

 

Per noi oggi

1.     Il silenzio non è fuga, è fondazione. In un mondo saturo di rumore, Romano direbbe che senza spazi veri di solitudine non costruiamo nulla di solido: né fede, né relazioni, né comunità. Il deserto non ci allontana dal mondo, ci prepara ad abitarlo meglio.

2.     Santità = equilibrio, non estremismo. Romano e Lupicino insieme mostrano che non basta essere “buoni” o “severi”: servono verità e misericordia. Le nostre comunità spesso si spaccano tra rigidità e lassismo; il Vangelo, invece, respira a due polmoni.

3.     Non puoi amare Dio e scansare i feriti. L’abbraccio ai lebbrosi smaschera una spiritualità comoda e disincarnata. Se la nostra preghiera non ci avvicina a chi è scartato, forse stiamo parlando con noi stessi più che con Dio.

Sul massiccio del Giura in Francia, deposizione di san Romano, abate, che, seguendo il modello degli antichi monaci, per primo condusse in quel luogo vita eremitica, divenendo poi padre di moltissimi monaci.

venerdì 27 febbraio 2026

27.02 SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA

SAN GABRIELE DELL’ADDOLORATA

San Gabriele dell’Addolorata, al secolo Francesco Possenti (1838 - 1862), nacque ad Assisi in una famiglia benestante ed era l’undicesimo di tredici figli. Rimasto orfano di madre a soli quattro anni, crebbe con una tenera devozione alla Madonna, specialmente all’Addolorata, imparando fin da piccolo a guardare al cielo come vera patria.

Durante l’adolescenza condusse una vita simile a quella di molti giovani: brillante negli studi, amante dell’eleganza, del teatro, della caccia e della compagnia. Non abbandonò però la pratica religiosa e mostrava sensibilità verso i poveri. Le morti di due fratelli e una grave malattia lo portarono a fare un voto: se fosse guarito, si sarebbe consacrato a Dio. Guarì, ma esitò. La svolta decisiva arrivò il 22 agosto 1856, durante una processione mariana, quando avvertì interiormente una chiamata chiara a lasciare il mondo.

Entrò tra i Passionisti assumendo il nome di Gabriele di Maria Addolorata. Abbracciò con entusiasmo la vita religiosa, fondata sulla meditazione della Passione di Cristo, la preghiera, la penitenza e l’offerta dei piccoli sacrifici quotidiani. Ripeteva spesso: «Così vuol Dio, così voglio io», espressione della sua totale disponibilità alla volontà divina.

La sua spiritualità era profondamente mariana. Contemplando l’unione dei dolori di Maria con quelli di Gesù, la chiamava affettuosamente “nostra Corredentrice”, sottolineando il ruolo singolare della Vergine nell’opera della salvezza, sempre in dipendenza dal Figlio. Recitava ogni giorno la corona dei Sette Dolori e trovava nella Madonna conforto e forza.

Visse solo sei anni di vita religiosa, ma con intensità straordinaria, diventando esempio di gioia, purezza e carità fraterna. Trasferito a Isola del Gran Sasso, si ammalò di tubercolosi. Accolse la malattia con serenità, offrendo le sofferenze a Dio e mantenendo fino alla fine un sorriso che colpiva chi gli stava accanto. Morì il 27 febbraio 1862, a soli 24 anni.

È patrono della gioventù cattolica e modello di santità giovanile, capace di mostrare che la felicità vera nasce dall’amicizia profonda con Gesù e Maria.

 

Per noi oggi

1.     Divertirsi non basta a riempire il cuore. Gabriele aveva tutto ciò che molti giovani desiderano, ma ha capito che senza Dio resta un vuoto che nessun divertimento colma.

2.     La santità non è questione di età ma di decisione. È morto a 24 anni, ma ha vissuto con un’intensità che molti non raggiungono in una vita intera. Il problema non è “quanto tempo ho”, ma “per chi vivo”.

3.     Dire “sia fatta la tua volontà” cambia davvero la vita. Il suo “Così vuol Dio, così voglio io” non era una frase devota: era una scelta concreta, anche quando significava rinunce, fatica e sofferenza.

A Isola del Gran Sasso in Abruzzo, san Gabriele dell’Addolorata (Francesco) Possenti, accolito, che, rigettata ogni vanità mondana, entrò adolescente nella Congregazione della Passione, dove concluse la sua breve esistenza.

II DOMENICA DI QUARESIMA – 1 marzo 2026 - Storia di Giulia, 16 anni: "Il momento sul monte"

II DOMENICA DI QUARESIMA – 1 marzo 2026

 

Storia di Giulia, 16 anni: "Il momento sul monte"

 

Giulia sta vivendo un periodo difficile. Ha deciso di impegnarsi seriamente nella fede, di pregare, di andare a Messa anche infrasettimanale, di dedicare tempo al servizio in parrocchia. Ma la fatica si fa sentire. I compagni la prendono in giro: "Sei diventata una suora? Ma dai, vivi un po'!". Anche in famiglia non tutti capiscono: "Ma perché ti complichi la vita? A sedici anni dovresti pensare a divertirti".

 Un giorno, durante un ritiro spirituale sul monte, succede qualcosa. Durante l'adorazione eucaristica, nella cappellina illuminata solo dalle candele, Giulia sente una pace profonda che non aveva mai sperimentato. È come se per un momento tutto fosse chiaro, tutto avesse senso. La fatica scompare, le prese in giro sembrano insignificanti. Capisce che quello che sta facendo vale la pena, che questa strada la porta verso qualcosa di bello, di luminoso.

 L'esperienza dura poco, forse mezz'ora. Poi si ritorna alla vita ordinaria: lo studio, le difficoltà, le incomprensioni. Ma qualcosa è cambiato. Giulia ha visto, ha assaggiato, ha intravisto. E ora, quando la fatica si fa sentire, ripensa a quel momento. "Signore, è bello per noi essere qui" aveva pensato. Ma ha anche capito che non può restare sul monte: deve scendere a valle, portando nel cuore quella luce che ha visto.

 

Per noi oggi:

 1. Non è vero che la fede toglie qualcosa alla vita: semmai ci toglie le illusioni. - Il mondo dice che per essere felici bisogna fare meno fatica, divertirsi di più, non prendersi troppo sul serio. Giulia scopre invece che esiste una gioia più profonda, che non nasce dallo sballo ma dall’incontro. E se stessimo confondendo la felicità con la distrazione?

 2. Le esperienze forti non servono per fuggire dalla realtà, ma per affrontarla meglio. - Il “monte” non è un rifugio permanente, è un rifornimento di senso. La tentazione è restare nelle emozioni belle; la sfida è tornare alla vita quotidiana senza dimenticarle. Forse la vera maturità spirituale non è cercare continuamente momenti straordinari, ma vivere in modo straordinario ciò che è ordinario.

 3. Oggi il coraggio più grande è andare controcorrente senza fare rumore. - Giulia non fa discorsi, non impone niente a nessuno: semplicemente sceglie di essere fedele a ciò che ha incontrato. In un tempo in cui tutti cercano approvazione, like e applausi, la testimonianza più provocatoria è una ragazza di sedici anni che continua a credere anche quando nessuno capisce. E noi, di fronte alle prese in giro del mondo, quanto siamo disposti a restare fedeli a ciò che abbiamo visto?

 

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giovedì 26 febbraio 2026

26.02 SANT' ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

SANT’ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

Sant’Alessandro di Alessandria (circa 250 – 326 / 328) fu patriarca di una delle sedi più importanti del cristianesimo antico e protagonista decisivo nella lotta contro l’arianesimo. Eletto vescovo nel 313, si trovò subito ad affrontare una grave crisi dottrinale causata da Ario, sacerdote molto influente ad Alessandria, che negava la piena divinità di Cristo sostenendo che il Figlio fosse una creatura, seppur eccelsa.

Il contrasto esplose quando Alessandro predicò chiaramente la fede nella Trinità, affermando che il Figlio è eterno e consustanziale al Padre. Ario reagì accusandolo di eresia e riuscì a trascinare dalla sua parte vari membri del clero. Alessandro cercò inizialmente il dialogo, convocando assemblee di sacerdoti e diaconi, ma di fronte alla diffusione dell’errore intervenne con decisione: nel 320 riunì un sinodo che condannò ufficialmente le dottrine ariane. Tra i firmatari vi era il giovane Atanasio, suo stretto collaboratore e futuro grande difensore dell’ortodossia.

Poiché Ario continuava a diffondere le sue idee, sostenuto da potenti appoggi ecclesiastici e politici, Alessandro scrisse ai vescovi di tutto il mondo cristiano per metterli in guardia dal pericolo. Preparò anche una professione di fede sottoscritta da numerosi pastori orientali, rafforzando la comunione nella retta dottrina. Rimase in contatto con il papa e con altri vescovi influenti, mostrando che la difesa della fede non era una questione locale ma universale.

La controversia divenne così grave da coinvolgere l’imperatore Costantino, che convocò nel 325 il Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico. Alessandro vi partecipò accompagnato da Atanasio, che ne fu il portavoce. Il concilio condannò l’arianesimo e formulò il Simbolo niceno, proclamando che il Figlio è “della stessa sostanza” (homoousios) del Padre: una definizione fondamentale per la fede cristiana.

Alessandro affrontò anche altri problemi disciplinari, come lo scisma meleziano, cercando sempre di custodire insieme verità e unità. Morì poco dopo il concilio, lasciando come successore Atanasio, che avrebbe continuato con eroico coraggio la stessa battaglia dottrinale.

La sua eredità è quella di un pastore che seppe unire carità e fermezza, pazienza e chiarezza, diventando una colonna nella difesa della fede trinitaria.

 

Per noi oggi

1.     Non tutte le opinioni su Gesù si equivalgono. Alessandro ricorda che ridurre Cristo a “grande uomo” o “maestro spirituale” svuota il cristianesimo alla radice.

2.     La divisione nasce spesso quando si vuole rendere la fede più “ragionevole”. Ario cercava una dottrina più facile da capire. Ma una fede addomesticata finisce per tradire il mistero.

3.     Difendere la verità può renderti scomodo anche nella Chiesa. Alessandro fu accusato, contrastato e isolato. L’unità vera non si costruisce evitando i conflitti, ma affrontandoli nella verità.

Commemorazione di sant’Alessandro, vescovo: anziano glorioso e dal fervido zelo per la fede, divenuto dopo san Pietro capo della Chiesa di Alessandria, separò dalla comunione ecclesiale il suo sacerdote Ario, pervertito dalla sua insana eresia e confutato dalla verità divina, che egli poi condannò quando entrò a far parte dei trecentodiciotto Padri del Concilio di Nicea I.

mercoledì 25 febbraio 2026

25.02 SANTI LUIGI VERSIGLIA E CALLISTO CARAVARIO

SAN LUIGI VERSIGLIA E SAN CALLISTO CARAVARIO

San Luigi Versiglia (1873 - 1930) e san Callisto Caravario (1903 - 1930), salesiani di don Bosco, sono martiri della missione in Cina. Si incontrarono a Torino nel 1921: Versiglia era già missionario esperto con 15 anni di apostolato in Oriente, mentre Callisto era un giovane aspirante sacerdote, ardente di zelo, che gli promise: «La raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo».

Versiglia aveva conosciuto personalmente don Bosco da ragazzo. Ordinato sacerdote nel 1895, partì missionario nel 1906. A Macao fondò la casa madre salesiana e si dedicò agli orfani e ai poveri, tanto da essere chiamato “padre degli orfani”. Nominato vescovo di Shaoguan nel 1920, fondò seminari, scuole, orfanotrofi e promosse la catechesi, portando migliaia di persone al Battesimo.

Operava in un periodo drammatico per la Cina, segnata dalla caduta dell’impero, dalla guerra civile e dalla violenza di briganti e milizie. Versiglia era consapevole del rischio e ricordava una profezia attribuita a don Bosco: il calice dell’opera salesiana in Cina si sarebbe riempito di sangue prima di fiorire.

Callisto mantenne la promessa fatta da giovane: partì missionario e fu ordinato sacerdote dallo stesso Versiglia nel 1929. Nelle sue lettere alla madre esprimeva una totale appartenenza a Cristo: desiderava solo essere fedele alla sua vocazione, qualunque fosse la durata della sua vita sacerdotale.

Il martirio avvenne il 25 febbraio 1930. I due salesiani stavano viaggiando verso una comunità cristiana insieme ad alcune catechiste e giovani donne, quando furono assaliti da banditi armati. Non avendo denaro da consegnare, i briganti decisero di rapire le ragazze. Versiglia e Caravario si opposero con coraggio, offrendo se stessi pur di difenderle: «Prendete noi, ma salvate queste giovani».

Furono picchiati, legati e condotti in un bosco. Lì, mentre pregavano ad alta voce, furono fucilati. Le ragazze furono poi liberate e testimoniarono la serenità e la fede con cui i due missionari affrontarono la morte. Perfino alcuni carnefici rimasero colpiti dalla loro pace: morirono non con paura, ma con fede.

Il loro sangue sigillò una vita interamente donata a Dio e al popolo cinese, secondo il carisma salesiano di educazione, missione e amore per i giovani.

 

Per noi oggi

1. L’amore cristiano protegge, non scappa. Hanno dato la vita per difendere delle ragazze indifese. La carità vera non resta neutrale davanti all’ingiustizia.

2. La missione non è “fare cose”, ma appartenere a Cristo. Callisto era sacerdote da poco, ma già pronto a morire: la fecondità non dipende dalla durata, ma dalla totalità del dono.

3. Il Vangelo è credibile quando qualcuno è disposto a perdere tutto. In un mondo che misura tutto in sicurezza e vantaggi, il martirio ricorda che la fede vale più della vita stessa.

Quando questi due salesiani innamorati di Cristo si incontrarono nel 1921, monsignor Luigi Versiglia era di passaggio a Torino, con alle spalle già 15 anni di missione in Cina, mentre Callisto Caravario era un diciottenne ardente dal desiderio di farsi sacerdote e dedicarsi alla vita missionaria: «Io la raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo», aveva detto Callisto nell'occasione. Entrambi erano legatissimi al carisma di san Giovanni Bosco. Sulle rive del fiume Beijang vicino alla città di Shaoguan nella provincia del Guandong in Cina, i santi martiri subirono il martirio per aver dato assistenza cristiana alle anime loro affidate.

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martedì 24 febbraio 2026

24.02 BEATO TOMMASO MARIA FUSCO

TOMMASO MARIA FUSCO

Tommaso Maria Fusco nacque a Pagani (Salerno) il 1° dicembre 1831, settimo di otto figli, in una famiglia profondamente cristiana. Rimase presto orfano di entrambi i genitori e fu educato dallo zio sacerdote. Fin da piccolo sentì la vocazione al sacerdozio e, dopo la formazione nel seminario di Nocera, fu ordinato prete nel 1855.

Le prove della vita – lutti familiari e difficoltà – alimentarono in lui una profonda devozione al Cristo Crocifisso e alla Madonna Addolorata. Fin dall’inizio del ministero si dedicò con passione alla formazione cristiana dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, aprendo scuole di catechesi e luoghi di preghiera che divennero centri di conversione.

Entrò tra i Missionari Nocerini e svolse un’intensa attività di predicazione popolare, specialmente nel Sud Italia. Nominato cappellano del Santuario della Madonna del Carmine a Pagani, promosse associazioni cattoliche e diffuse il culto al Preziosissimo Sangue di Gesù, centro della sua spiritualità.

Per aiutare i sacerdoti nel ministero della confessione, aprì una scuola di teologia morale e fondò una compagnia sacerdotale per le missioni popolari, approvata da Pio IX. Ma l’opera più grande nacque nel 1873, quando, colpito dalla tragedia di un’orfana abbandonata, fondò le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, dedicate all’accoglienza e all’educazione delle bambine povere. Da questa prima casa sorsero numerosi orfanotrofi e opere caritative.

Accanto alla fondazione e alle missioni, fu anche parroco, confessore e guida spirituale. La sua fecondità apostolica suscitò però invidie e persecuzioni: subì calunnie e umiliazioni, accettandole con spirito evangelico. Ripeteva:
«L’operare e il patire per Dio sia sempre la vostra gloria… La pazienza è come la salvaguardia e il sostegno di tutte le virtù».

Consumò la vita tra predicazione, carità verso i poveri e unione con Gesù Crocifisso ed Eucaristico. Morì il 24 febbraio 1891, pregando il Nunc dimittis. Di lui si disse: “Visse amando i poveri, morì perdonando i nemici.”

Beatificato da san Giovanni Paolo II, è modello di sacerdote, missionario e fondatore che ha fatto della carità del Sangue di Cristo il cuore della propria esistenza.

 

Per noi oggi

1. La carità vera nasce dalla croce, non dal sentimentalismo. Fusco non aiutava i poveri per filantropia, ma perché vedeva in loro il volto di Cristo sofferente. Senza radici spirituali, la solidarietà si svuota.

2. Fare il bene non ti risparmia le persecuzioni. La sua vita smonta l’illusione che, se operi per Dio, tutti ti applaudiranno. La santità passa anche attraverso incomprensioni e calunnie.

3. Perdonare i nemici è il segno che il Vangelo è diventato vita. Non basta pregare o fare opere: la prova del nove è amare quando si è feriti. Fusco morì perdonando — ed è lì che il cristianesimo diventa credibile.

A Nocera Inferiore in Campania, beato Tommaso Maria Fusco, sacerdote, che con speciale amore si prese cura dei poveri e degli ammalati e istituì le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che destinò alla promozione di varie opere di impegno sociale, soprattutto tra i giovani e i malati.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATO MARCO DE' MARCONI Sacerdote
Mantova, 1480 - Mantova, 24 febbraio 1510
Il beato Marco de' Marconi visse solo 30 anni, dal 1480 al 1510, e rimase sempre nella natia terra mantovana. A 16 anni entrò nel convento di Migliarino, tenuto dall'Ordine di San Girolamo, famiglia eremitica nata in Spagna a fine Trecento. I suoi 15 anni di vita religiosa trascorsero nel nascondimento e nella preghiera.

 

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DONARSI CAMBIA LA VITA.

 

DONARSI CAMBIA LA VITA.

A 24 anni, Clotilde ha vissuto un’esperienza che ha segnato un prima e un dopo nella sua vita: un anno di missione in Togo con l’associazione Noé Mission, presso il priorato delle Suore di San Giovanni. Dopo aver concluso gli studi in Scienze Motorie e management sportivo, sentiva il desiderio profondo di non limitarsi a “fare qualcosa di buono”, ma di donarsi interamente, lasciando tutto per servire.

Attratta da un’associazione a misura umana, fondata sulla fraternità e sulla vita comunitaria, Clotilde ha trovato in Noé Mission il luogo giusto per il suo discernimento. Nel settembre 2024 è partita per il Togo, dove ha trascorso undici mesi dedicandosi soprattutto agli adolescenti di un centro doposcuola. Le sue giornate erano scandite da lezioni, attività educative, giochi, sport, laboratori creativi e momenti di riflessione.

Attraverso il teatro, la musica, lo sport e persino un escape game, Clotilde ha costruito relazioni di fiducia con giovani provenienti da contesti di grande povertà. Appassionata di nuoto, ha introdotto molti ragazzi all’acqua per la prima volta e, in modo del tutto inatteso, è arrivata persino a gareggiare con la squadra nazionale di nuoto del Togo.

Ma il vero cuore della missione non è stato ciò che faceva, bensì le relazioni vissute: con i giovani, con le famiglie del quartiere, con le suore del priorato. In una vita fraterna fatta di semplicità, risate, preghiera e condivisione, Clotilde si è sentita sostenuta e pienamente inserita. Ha visto giovani aprirsi poco a poco, crescere, superare difficoltà scolastiche e personali, fino a raggiungere traguardi insperati.

Ogni giornata si concludeva con un momento di preghiera comunitaria, a cui partecipavano anche giovani musulmani, in un clima di rispetto e fraternità. In tutto questo, Clotilde afferma di aver riscoperto Cristo, presente nella fede semplice di chi vive l’incertezza del domani affidandosi a Dio.

Rientrata in Francia nell’agosto 2025, la missione ha continuato a parlare dentro di lei. Ha scelto uno stile di vita più essenziale e oggi lavora come event project manager per Holy Games, con il desiderio di continuare a servire: dalla sensibilizzazione sociale alla visita ai detenuti. La missione non è stata una parentesi, ma una sorgente che continua a generare vita.


PER NOI OGGI

1.     E se la vera ricchezza fosse spogliarsi dell’inutile?
Clotilde ha scoperto che l’essenziale non sono le cose, ma le relazioni.

2.     Il servizio cambia più chi dona che chi riceve
Andare per “aiutare” può diventare un cammino di conversione personale.

3.     Cristo si incontra dove non pensavamo di cercarlo
Nei volti, nella povertà, nella gioia semplice, nella fraternità quotidiana.

 

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lunedì 23 febbraio 2026

23.02 SAN POLICARPO

 

SAN POLICARPO

San Policarpo di Smirne (circa 69–155) è uno dei più importanti Padri apostolici, ponte vivente tra la generazione degli apostoli e la Chiesa dei secoli successivi. Fu discepolo di san Giovanni Evangelista, che lo convertì da ragazzo e lo consacrò vescovo di Smirne. La sua autorità spirituale era grande in tutto l’Oriente cristiano, e tra i suoi discepoli ci fu sant’Ireneo di Lione, che testimonia come Policarpo avesse conosciuto personalmente diversi testimoni del Signore.

Della sua produzione scritta resta soprattutto la Lettera ai Filippesi, prezioso documento della Chiesa primitiva, ricco di riferimenti biblici ed esortazioni alla perseveranza, all’umiltà, alla purezza della fede e alla fedeltà alla Tradizione apostolica. Policarpo fu amico di sant’Ignazio di Antiochia e condivise con lui la sollecitudine per l’unità della Chiesa.

Negli ultimi anni si recò a Roma per incontrare papa sant’Aniceto e discutere la data della Pasqua. Pur non raggiungendo un accordo, rimasero in piena comunione, mostrando che l’unità ecclesiale è più profonda delle divergenze disciplinari.

A Roma Policarpo contrastò anche le eresie diffuse da Marcione, che rifiutava l’Antico Testamento e mutilava il Nuovo secondo le proprie idee, negando la vera umanità sofferente di Cristo (docetismo). Alla sua richiesta di riconoscimento, Policarpo rispose con durezza profetica: «Riconosco che sei il primogenito di Satana», difendendo con forza la verità dell’incarnazione.

Il suo martirio, narrato nel Martyrium Polycarpi (uno dei più antichi racconti di martirio cristiano), avvenne verso il 155. Pur esortato a fuggire, accettò la persecuzione con pace. Quando fu arrestato, accolse i soldati con ospitalità e chiese solo tempo per pregare. Condotto allo stadio, rifiutò di abiurare e di maledire Cristo: «Da 86 anni lo servo e non mi ha fatto alcun male. Come potrei insultare il mio Re che mi ha salvato?».

Condannato al rogo, pregò ringraziando Dio di renderlo degno del martirio. Secondo i testimoni, le fiamme non lo toccarono, così fu ucciso con un colpo di pugnale. La sua morte fu vista come partecipazione al sacrificio di Cristo e sigillo supremo di una vita spesa per custodire la fede apostolica.

 

Per noi oggi

1. La verità cristiana non si adatta alle mode culturali. Policarpo rifiutò un “Vangelo su misura” come quello di Marcione. Anche oggi la tentazione è tagliare via le parti scomode della fede. 

2. Unità non significa uniformità. Con il papa non era d’accordo sulla data della Pasqua, ma rimase in comunione. Oggi spesso ci si divide per molto meno.

3. La fede vale più della vita… ma noi quanto siamo disposti a perdere? Per Policarpo Cristo non era un’idea, ma una relazione concreta e fedele. La sua domanda silenziosa a noi è: la mia fede reggerebbe davanti a una vera prova?

Memoria di san Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’anfiteatro al cospetto del proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATA GIOVANNINA FRANCHI Fondatrice - COMO
Como, 24 giugno 1807 - 23 febbraio 1872

Giovanna Franchi, detta Giovannina, fu una delle figlie di Giuseppe Franchi e Giuseppa Mazza. A sette anni, venne affidata al prestigioso educandato della Visitazione. Nel 1840, ormai trentatreenne, ricevette una proposta di matrimonio da un uomo più anziano di lei ma, a causa di una malattia, l'uomo morirà prima di sposarla. Nel 1853, morirono entrambi i genitori. Rimasta sola la donna decise di dedicarsi alla cura dei poveri. In seguito acquistò un edificio nella città di Como, nel povero quartiere di Cortesella dove fonda la congregazione delle Suore Infermiere dell'Addolorata. L'istituto assumerà sempre più la fisionomia di un ospizio di carità. Morì il 26 febbraio 1873 durante un'epidemia di Vaiolo forse infettata proprio da uno dei suoi assistiti. 

 

domenica 22 febbraio 2026

Gen 2,7-9; 3,1-7 - Rm 5,12-19 - Mt 4, 1-11 - I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Domenica 22 Febbraio 2026

Dal libro della Gènesi - Gen 2,7-9; 3,1-7

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
    1. Il Signore Dio dà all'uomo la legge MA PONE UN LIMITE: l'albero della conoscenza del bene e del male non deve essere dominato dall’uomo. Questo limite fa sì che l'uomo riconosca di non essere la fonte del bene e del male, il principio della morale. L'UOMO ACCETTA QUESTA ALLEANZA MA NON MANTIENE L'IMPEGNO, e tentato dal serpente cioè dalla sua stessa ragione, dal suo modo di pensare polemico nei confronti di Dio, vede che l'albero proibito è bello.
    2. L'uomo e la donna PENSANO IN MODO AUTONOMO NON SECONDO IL PROGETTO DI DIO e si ribellano, fanno di testa loro, non si fidano di Dio. Pensano che Dio menta, che abbia proibito quell'albero per invidia: È L'ORIGINE DEL PECCATO, il pensiero di un Dio avversario, inaffidabile. Mancando di fiducia si aprirono i loro occhi e si accorsero di essere nudi. MANGIANDO NON HANNO OTTENUTO UNA CONOSCENZA DIVINA, ma hanno ricevuto una consapevolezza della propria nudità del proprio limite. 
    3. Il testo è altamente simbolico non è un quadretto di storia primitiva ma è una sintesi teologica, QUALCOSA CHE AVVIENE SEMPRE, è l'archetipo del peccato. La SFIDUCIA, L'ORGOGLIO dell'uomo che con la sua SUPERBIA vuole fare di testa propria e fallisce. Gesù invece obbediente al Padre porta la Vittoria e la salvezza all'umanità. 

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    Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 5,12-19

    IFratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
    Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
    Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
    Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
      1. L'apostolo dice che il peccato è entrato nel mondo a causa di un solo uomo, e tutti fanno esperienza del peccato perché TUTTI HANNO PECCATO, ognuno a proprio modo ha fatto quella scelta sbagliata di Adamo. Ci siamo anche noi!
      2. Ma l'apostolo annuncia l'intervento di Cristo che ha cambiato la situazione: IL DONO DI GRAZIA PORTATO DA GESÙ CAPOVOLGE LA SITUAZIONE DI CONDANNA E DI MORTE determinata da Adamo. LA GRAZIA DI CRISTO GESÙ È COSÌ POTENTE, ONNIPOTENTE DA CONDURRE NELLA VITA L’INTERA UMANITÀ. Il nostro destino è la vita non la morte!
      3. L'apostolo ci tiene a sottolineare che il passaggio non è da uno a uno, IL DONO DI GRAZIA CHE VINCE IL PECCATO ORIGINALE È ENORMEMENTE PIÙ GRANDE DELLA COLPA. Questo mondo non è condannato al peccato e alla morte. IN CRISTO, QUESTO MONDO PUÒ RISORGERE A VITA NUOVA ED ETERNA. 

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      + Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 4, 1-11
      In quel tempo. Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: / “Non di solo pane vivrà l’uomo, / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
      Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: / “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo / ed essi ti porteranno sulle loro mani / perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
      Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: / “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
      Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: / “Il Signore, Dio tuo, adorerai: / a lui solo renderai culto”».
      Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

      1. Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto, per essere messo alla prova. Il diavolo gli propone LA "VIA ALLETTANTE" del successo mondano, della supremazia sugli altri. La vita è una lotta continua contro il demonio... TU STAI LOTTANDO CONTRO IL MALE? SENTI QUESTA LOTTA NEL TUO CUORE?

      2. Gesù non risponde al demonio con parole sue ma SI APPOGGIA ALLA SCRITTURA: "È andato, per la sua risposta, a trovare le Parole di Dio e ha risposto con la Parola di Dio"... HA SEGUITO LA LOGICA DI DIO NON IL BUONSENSO... LEGGIAMO, IMPARIAMO LE PAROLE DI DIO...

      3. Gesù “è venuto per DISTRUGGERE SATANA! Per distruggere il suo influsso sui nostri cuori” CON LUI SIAMO "VITTORIOSI" CON LUI riconosciamo che la vera grandezza dell’uomo è di adorare Dio, l’unico vero Bene. CON LUI SEMPRE...

      BUONA DOMENICA...

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      IL BENE

      Se non combatti il male dentro di te, lo servi senza accorgertene. Le tue parole non bastano: lascia parlare la Parola di Dio. La logica del mondo ti illude, quella di Dio ti libera. Vuoi essere grande? Adora, non dominare. Qual è il tuo vero bene?

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      LECTIO DIVINA - I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

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      DOMENICA 22 febbraio 2026

      + Lettura del Vangelo secondo Matteo - Mt 4,1-11
      In quel tempo. Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: / “Non di solo pane vivrà l’uomo, / ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
      Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: / “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo / ed essi ti porteranno sulle loro mani / perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
      Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: / “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
      Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti: / “Il Signore, Dio tuo, adorerai: / a lui solo renderai culto”».
      Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. 

       

      1. Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto, per essere messo alla prova. Il diavolo gli propone LA "VIA ALLETTANTE" del successo mondano, della supremazia sugli altri. La vita è una lotta continua contro il demonio... TU STAI LOTTANDO CONTRO IL MALE? SENTI QUESTA LOTTA NEL TUO CUORE?

      2. Gesù non risponde al demonio con parole sue ma SI APPOGGIA ALLA SCRITTURA: "È andato, per la sua risposta, a trovare le Parole di Dio e ha risposto con la Parola di Dio"... HA SEGUITO LA LOGICA DI DIO NON IL BUONSENSO... LEGGIAMO, IMPARIAMO LE PAROLE DI DIO...

      3. Gesù “è venuto per DISTRUGGERE SATANA! Per distruggere il suo influsso sui nostri cuori” CON LUI SIAMO "VITTORIOSI" CON LUI riconosciamo che la vera grandezza dell’uomo è di adorare Dio, l’unico vero Bene. CON LUI SEMPRE...

      BUONA DOMENICA...

       

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