SAN FAUSTINO E GIOVITA
Faustino e Giovita, giovani nobili bresciani del II secolo, intraprendono inizialmente la carriera militare entrando nell’ordine equestre. L’incontro con il vescovo sant’Apollonio cambia però radicalmente la loro vita: dopo un cammino di ascolto e discernimento ricevono il battesimo e si dedicano con entusiasmo all’annuncio del Vangelo. Il loro zelo missionario è tale che Faustino viene ordinato presbitero e Giovita diacono.
La loro predicazione ha grande successo, ma suscita anche ostilità tra le autorità pagane locali. Approfittando del clima di persecuzione contro i cristiani, i potenti di Brescia li denunciano come sovversivi. Inizia così una lunga serie di arresti, torture e trasferimenti che li porterà da Brescia a Milano, da Roma a Napoli, fino al ritorno definitivo nella loro città.
Secondo la tradizione agiografica (la Leggenda maior, redatta secoli dopo), durante le persecuzioni avvengono numerosi eventi prodigiosi: le belve del circo si ammansiscono ai loro piedi, il fuoco non li brucia, le tempeste si placano, e perfino carcerieri e funzionari imperiali si convertono. La loro fermezza nella fede diventa così una potente forma di evangelizzazione. Tra le figure colpite dalla loro testimonianza c’è anche sant’Afra, moglie del governatore, che andrà incontro a sua volta al martirio.
Storicamente è ritenuta credibile l’esistenza di due giovani cristiani bresciani, attivi tra i primi evangelizzatori della zona e martirizzati sotto l’impero di Adriano (tra il 120 e il 134). Molti particolari miracolosi appartengono al linguaggio simbolico tipico delle passioni dei martiri, nate per edificare la fede dei credenti più che per fornire una cronaca precisa.
Il loro culto si diffonde dall’VIII secolo, prima a Brescia e poi in altre zone d’Italia. Diventano patroni della città e della diocesi di Brescia. La devozione popolare li vede anche come protettori civili: una tradizione racconta che apparvero in difesa della città durante l’assedio milanese del 1438. Iconograficamente sono raffigurati come giovani soldati romani con la palma del martirio, segno della vittoria della fede sulla violenza.
La loro storia unisce due dimensioni forti: il coraggio pubblico della testimonianza cristiana e la convinzione che la vera forza non sia nelle armi, ma nella fedeltà a Cristo.
Per noi oggi
1. Forse non siamo perseguitati… ma siamo troppo silenziosi.
Faustino e Giovita rischiano tutto per annunciare ciò in cui credono. Noi spesso abbiamo libertà di parola, ma evitiamo di esporci per non essere giudicati, esclusi o presi in giro. La loro vita ci chiede: il Vangelo è ancora una verità da testimoniare o solo un fatto privato?2. La coerenza converte più delle discussioni.
Non sono le argomentazioni a cambiare i cuori nei racconti su di loro, ma la loro fermezza davanti alla sofferenza. Anche oggi, in un mondo scettico, ciò che colpisce davvero è una fede vissuta con mitezza, coraggio e costanza, soprattutto quando costa.3. Le “armi spirituali” sembrano deboli… finché non servono davvero.
Preghiera, perdono, fedeltà, verità: sembrano strumenti inutili rispetto al potere, all’immagine o alla forza. Eppure è con queste “armi” che i martiri hanno attraversato la storia. La domanda scomoda è: su cosa contiamo noi quando arriva la prova?
Rampolli di una famiglia pagana di Brescia, cavalieri, si convertirono al cristianesimo grazie al vescovo Apollonio, che nominò Faustino presbitero e Giovita diacono. Decapitati durante la persecuzione di Adriano tra il 120 e il 134, spesso sono raffigurati con la spada e la palma del martirio.
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