sabato 28 febbraio 2026

28.02 SAN ROMANO DI CONDAT

SAN ROMANO DI CONDAT

San Romano di Condat (circa 390–463) visse in un’epoca in cui il monachesimo, fiorito in Oriente con i Padri del deserto, stava mettendo radici anche in Occidente. Formato nel monastero di Ainay a Lione sotto la guida dell’abate Sabino, Romano ricevette in dono una Vita dei Padri del deserto: quelle pagine accesero in lui il desiderio di una vita eremitica, povera e totalmente orientata a Dio.

A circa 35 anni si ritirò in un luogo selvaggio del massiccio del Giura, a Condat (oggi Saint-Claude), scegliendo di vivere sotto un grande abete. Cercava tre cose essenziali: silenzio, acqua e un po’ di terra da coltivare. Lì iniziò una vita fatta di preghiera, digiuno e lavoro. Poco dopo lo raggiunse il fratello Lupicino, con cui condivise l’esperienza eremitica. I due conobbero anche momenti di scoraggiamento: provati dal freddo e dalle fatiche, tentarono di abbandonare il luogo, ma una donna che diede loro ospitalità li convinse che quella fuga era una tentazione. Tornarono sui loro passi e ripresero con rinnovata decisione.

La fama della loro santità attirò altri uomini desiderosi di seguire Cristo in quella forma radicale di vita. L’eremo divenne così un monastero a Condat, presto seguito da un secondo a Lauconne (oggi Saint-Lupicin). Romano e Lupicino governavano insieme, con uno stile complementare: Romano mite e comprensivo, Lupicino più rigoroso e attento alla disciplina. Questo equilibrio evitava sia il lassismo sia l’eccessiva durezza, mostrando che la santità ha bisogno insieme di verità e misericordia.

Anche la sorella Iole si unì a loro, e per lei fu fondato un monastero femminile, che arrivò ad accogliere oltre cento monache. Più tardi, verso il 450, Romano fondò un altro monastero sul versante orientale del Giura, in territorio oggi svizzero (Romainmôtier), contribuendo in modo decisivo alla diffusione del monachesimo in quelle regioni.

Tra gli episodi più noti della sua vita c’è l’incontro con due lebbrosi, ai quali chiese ospitalità durante un pellegrinaggio. Romano non solo non li evitò, ma li consolò e li abbracciò: al mattino, i due si scoprirono guariti. È un gesto che riassume il suo spirito: contemplativo, ma mai disincarnato; amante del silenzio, ma capace di una carità concreta e coraggiosa.

Romano morì intorno al 463, lasciando non solo monasteri, ma uno stile di vita evangelico che univa solitudine e comunione, ascesi e dolcezza, radicalità e umanità.

 

Per noi oggi

1.     Il silenzio non è fuga, è fondazione. In un mondo saturo di rumore, Romano direbbe che senza spazi veri di solitudine non costruiamo nulla di solido: né fede, né relazioni, né comunità. Il deserto non ci allontana dal mondo, ci prepara ad abitarlo meglio.

2.     Santità = equilibrio, non estremismo. Romano e Lupicino insieme mostrano che non basta essere “buoni” o “severi”: servono verità e misericordia. Le nostre comunità spesso si spaccano tra rigidità e lassismo; il Vangelo, invece, respira a due polmoni.

3.     Non puoi amare Dio e scansare i feriti. L’abbraccio ai lebbrosi smaschera una spiritualità comoda e disincarnata. Se la nostra preghiera non ci avvicina a chi è scartato, forse stiamo parlando con noi stessi più che con Dio.

Sul massiccio del Giura in Francia, deposizione di san Romano, abate, che, seguendo il modello degli antichi monaci, per primo condusse in quel luogo vita eremitica, divenendo poi padre di moltissimi monaci.

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