mercoledì 1 novembre 2023

LE BEATITUDINI AL CONTRARIO…

LE BEATITUDINI AL CONTRARIO…


Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli
• Beati i poveri in spirito=il contrario della povertà in spirito è la dipendenza dalla ricchezza.
Non è la ricchezza ad essere dannosa ma il possesso. L’uomo che dipende dalla ricchezza sostituisce l’autostima, il proprio valore, con lei. Non è la sessualità ad essere pericolosa, neanche la birra e neanche la sigaretta: è la dipendenza ad esserlo.
Tua madre non è pericolosa: ma se sei dipendente a lei, sì. Tuo padre, tua moglie, i tuoi figli, il tuo capo, non sono pericolosi, ma se tu vivi per loro (cioè in funzione loro), se non riesci a starne senza, a distaccarti, se sei dipendente da quello che pensano o vogliono da te, allora non sono solo pericolosi ma mortali.
Beati i poveri in spirito: sii libero e non dipendere da niente e nessuno. Fa’ che solo Dio sia il tuo Dio. Vuoi essere sano? Vuoi essere felice? Sii libero (povero in spirito).
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati
• Beati gli afflitti=il contrario è il non saper piangere, il non sentire il dolore che si vive. Cosa succede nel tempo se tu non piangi mai? Se tu mai ti commuovi? Succede che fai la crosta, la corazza e diventi insensibile. Tu non senti più niente. E quando non senti più nulla, ammalarsi è facile.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra
• Beati i miti=il contrario è essere duri con sé. Cosa succede se tu irrigidisci non solo il cuore ma anche i tuoi muscoli? Cosa succede se tu pretendi da te e continui a tendere i tuoi muscoli per essere qualcosa che non sei? Mal di schiena, tensioni, strappi, ecc: sei troppo duro con te.
C’è una persona che un giorno si taglia, un altro si dà il martello sulle dita, un’altra sbatte contro il mobile: perché si punisce? Perché è così dura con sé?
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati
• Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia= il contrario è vivere in superficie, senza ascoltare la “fame” di cose giuste, di passione, di “vita vera”, di profondità. Ci si trasforma in ciò che si vive. Se parli solo di materia diverrai tale.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia
• Beati i misericordiosi= il contrario è essere spietati. Sii spietato con tutti, non guardare in faccia nessuno, giudica sempre, “taglia in due” gli altri ma non ti lamentare poi il giorno in cui ti ammali. Perché ciò che facciamo agli altri prima di tutto lo facciamo a noi.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio
• Beati i puri di cuore= il contrario è vedere “cattive intenzioni dappertutto”. Vedi sempre il male; vedi sempre il lato negativo, la fregatura dietro ogni cosa; metti in luce l’unica cosa che non va invece di vedere il tanto positivo che c’è; vedi nemici e pericoli dappertutto… ma poi non ti chiedere perché vivi nell’ansia, nel controllo e nella paura. Ciò che si vede fuori è nient’altro ciò che c’è dentro.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio
• Beati gli operatori di pace= il contrario è vivere nel rancore, nella rabbia, nell’odio: tieni sempre il rancore; perdona ma non dimenticare; legatela al dito; parla sempre di lui (anche dopo anni); fanne un’ossessione, e fai girare la tua vita intorno a solo quel fatto; pensaci sempre, di giorno e di notte; non lasciar andare; fai finta di non sentire il tuo dolore; vivi nella rabbia… ma non ti lamentare se poi hai un'ulcera, una colite, una gastrite, ecc. Vivere nella rabbia è il modo più esatto per essere sempre in guerra. E la guerra fa solo morti.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.
• Beati i perseguitati per causa della giustizia…= il contrario è sentirsi perseguitati ingiustamente. “Tutti ce l’hanno con me; nessuno mi vuole; non mi ami; non mi vuoi; con tutto quello che faccio per te; tu fai tanto per gli altri e poi così sei ripagato; nessuno ti aiuta; ma cosa gli ho fatto di male!”. Vedi tutto nero, sentiti vittima del mondo, degli eventi; sentiti perseguitato ingiustamente… ma non ti chiedere poi perché sei depresso o così triste o perché le cose non cambiano mai.
Sei esattamente come quello che vedi. Le cose non cambiano mai perché tu non vuoi cambiare visione.
Ecco un semplice manuale per vivere felici: vivi così e la felicità abiterà la tua casa. Adesso, se ti va, vivile! Per amare bisogna essere felici. Per essere felici bisogna amare.

 

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martedì 31 ottobre 2023

31.10.2023 - Rm 8,18-25 - Lc 13,18-21 - Il granello crebbe e divenne un albero.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 8,18-25

Fratelli, ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Nella speranza infatti siamo stati salvati.
Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
1. GIÀ e NON ANCORA della salvezza: già salvi ma non ancora pienamente. SIAMO FIGLI DI DIO PER DONO, MA DOBBIAMO DIVENTARLO PER SCELTA; siamo figli di Dio per fede, ma un giorno lo vedremo faccia a faccia; siamo figli di Dio fragili e crocifissi, ma un giorno saremo gloriosi; amiamo il Padre in modo confuso e tentennante, ma un giorno saremo trasformati dal suo amore. NOI VIVIAMO NELL’ATTESA DI UN COMPIMENTO.

2. C’È SPROPORZIONE TRA L’OGGI DELL’UOMO E IL FUTURO DI DIO. L’uomo rischia di restare prigioniero dei suoi limiti, non cogliendo il progetto di Dio sulla storia. Bisogna ALLARGARE LO SGUARDO AL FUTURO PROMESSO, PER AVERE LA FORZA DI ESSERE FEDELI NEL PRESENTE, per resistere nelle prove, per superare le tentazioni disseminate lungo il cammino di ogni credente e di ogni Chiesa.

3. Il contrasto tra i LIMITI della realtà umana e la GRANDEZZA della promessa di Dio DÀ UN SENSO NUOVO ALLE COSE, le illumina con la luce della fede. Allora il male e la violenza presenti nella storia dell’umanità si trasformano nelle doglie del parto di un mondo nuovo; LE DEBOLEZZE UMANE DIVENTANO OCCASIONE PER FARE SPAZIO ALLA FORZA DELLO SPIRITO; i dubbi diventano invito a fidarsi di Dio e ad affidarsi nelle sue mani.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 13,18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». 

 

Il vangelo di oggi ci presenta un Dio piccolo, piccolissimo. Un seme, un pizzico di lievito, nulla più. Piccolo di dimensioni, ma con dentro una bomba di energia: la grandezza di Dio non sta nel suo ingombro, ma nelle sue potenzialità. Che, tradotto, significa che la grandezza dell’amore (quello vero, quello che vince la morte) non risiede nell’appariscenza o nella visibilità pubblica, ma nel silenzioso e tenace crescere della speranza. Così si propaga il Regno di Dio.
Credere in questo non è facile ma ci aiuta a non scoraggiarci di fronte alle avversità, ma a confidare nell'aiuto di Dio.
Ricordati che nei momenti di buio e di difficoltà non devi abbatterti, ma rimanere ancorato alla fedeltà di Dio, alla Sua presenza che sempre salva. Ricordati questo: Dio sempre salva.

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Da piccolo a grande. Questa è la logica del Regno di Dio, secondo la dinamica del seme e del lievito; realtà nascoste, quasi impercettibili, ma che “formano” tutto il resto. Qual è la nostra logica?

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AMIAMO LA VITA! MA COME LA VIVIAMO?

Amiamo la vita! Ma come la viviamo? 

Una autrice russa scriveva: «Amo la vita. Tutto il mio tormento consiste nella paura di non poterne godere abbastanza a lungo e appieno. Le giornate mi sembrano troppo brevi. Il sole tramonta troppo presto. Le estati finiscono così in fretta. La morte arriva così presto...» (Irène Némirovsky).

Amo la vita! Tutti noi l’amiamo! Ma, poi, come la viviamo? Per questo vale l’invito di Gesù a vivere la vita ad occhi aperti, con attenzione. In tensione verso qualcosa che arriverà nel momento in cui meno ce l’aspettiamo.

Amo la vita: ma devo essere sempre vigilante, sempre in piedi, sempre pronto. Scriveva san Basilio: «Che cosa è specifico del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora, ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene».

La vita non va vissuta così, come viene. Ma deve essere una continua ricerca, una corsa, in volo. In noi ci sono straordinarie possibilità. Se continuiamo ad accontentarci delle piccole cose, non saremo mai capaci di compiere quelle grandi.

Finché ne abbiamo il tempo e le possibilità, viviamo di vita! Ripetiamo anche noi la bella preghiera del Salmo: «O Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senza acqua... La tua grazia vale più della vita». Buona vita!

 

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giovedì 26 ottobre 2023

A CHI APPARTIENE LA TUA VITA?

A chi appartiene la tua vita?

«A chi appartiene la tua vita? La mia vita appartiene a me». Questo è un pensiero comune fra i giovani. 

Ciò che unisce la domanda e la risposta è l’aggettivo possessivo: la mia vita. E qui sorge il primo dubbio: può essere la vita oggetto di un possesso? È come quando si parla dei “propri” figli: mio figlio, mia figlia... ma non ci suona forse un po’ eccessivo, fuori tono, alla fine sbagliato? Se non ci suona così ci pensano i “nostri” figli a ricordarci che non sono poi del tutto “nostri”. I figli sono vite umane, sono storie, sono quindi realtà che vivono di libertà, non assoggettabili dunque a niente e nessuno. Non si posseggono né si comprano le vite, le persone. I nostri figli non sono davvero nostri, li generiamo ma non possiamo pretendere di possederli.

Questi figli a loro volta hanno una vita, che è stata generata, a prescindere dalla loro volontà e consapevolezza; si può dire che “hanno” una vita? Cosa vuol dire qui il verbo “avere”? Vuol dire per caso “possedere”? L’aggettivo possessivo, il cui uso è inevitabile se si vuole comunicare tra noi esseri umani, può essere davvero applicato ad una “cosa” come la vita? Io posseggo molte cose (una casa, un’automobile, un telefonino, un ombrello...) ma ci sono alcune cose non “ho” ma che “sono” me: il mio corpo, la mia vita, la mia storia… qui dico “mio” per distinguerle dalle altre cose degli altri, ma non per indicare il possesso di un oggetto. Il corpo, la vita, la storia sono “soggetti”, non “oggetti”.

Ripartiamo dai nostri figli (che non sono nostri) e riflettiamo sul fatto che anche noi siamo figli, siamo tutti figli. Cioè siamo stati generati, qualcuno ci ha donato la vita. Senza il nostro aiuto o consenso: «Sono nato senza chiederlo, senza volerlo morirò» canta De Gregori.

Qui entra in campo un altro elemento, fondamentale, il dono. Se non è un oggetto da possedere la vita infatti assomiglia più a un dono, qualcosa che riceviamo a prescindere dai nostri meriti, un “di più”. La logica del dono è quella della condivisione: «chi dona non si priva di ciò che dà» canta il poeta Borges e così l’aggettivo possessivo può anche applicarsi ma solo se passa dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, dall’io al noi. Chi riceve un dono è spinto dal dono stesso a condividerlo, a “rimetterlo in circolo”, a donare anche lui. A donare innanzitutto al donatore e poi agli altri che conosce e ama. E così accade che chi è stato figlio cercherà, in diversi modi (i modi sono tanti e tanto diversi), di generare altri figli. Un figlio farà altri figli, renderà nonni i suoi genitori, così il dono della vita circola nelle generazioni. Il dono è qualcosa di totalmente libero. Se subentra la dimensione del possesso, se dall’io non si passa al noi, allora la circolazione si interrompe, la catena generazionale si spezza. La vita viene “presa”, catturata e non più donata.

Terzo elemento, anche questo fondamentale: la felicità. Uno dei motori dell’esistenza umana e del mondo. Ebbene sembra che la felicità umana sia collegata strettamente con il secondo elemento, con il dono. Fare e ricevere doni pare che sia per l’uomo fonte sicura di felicità. Se non può donare l’uomo si sente infelice. E donare vuol dire donarsi, cioè “spossessarsi”, smettere di prendere ma lasciare, smettere di appartenere a sé stessi, ma appartenere agli altri. Chi vive l’esperienza dell’amore lo sa: i due amanti si appartengono reciprocamente, hanno donato la propria vita l’uno all’altro e in quell’appartenere all’altro non pesa la mancanza di libertà perché in realtà nell’amore non c’è minore libertà.

Al contrario è proprio nell’appartenere non al proprio “io” ma all’altro che risiede il massimo della libertà e felicità. Il Vangelo in questo è molto chiaro: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,12). Ma qui stiamo parlando di fede cristiana, quella fede che è basata sul fatto che Dio è amore.

Che forse è quello che manca all’affermazione racchiusa nella risposta ai giovani da cui siamo partiti. C’è un ragazzo che risponde così: «la mia vita appartiene a me». Verrebbe la curiosità di chiedere cosa ne pensa la sua fidanzata, quella a cui lui spesso ripete: «tu sei tutta la mia vita, tu sei la vita mia!».

 

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martedì 24 ottobre 2023

A CHI TI AFFIDI?

A chi ti affidi?

Lei non sentiva l'amore a casa, lui conduceva una vita infelice. Fu allora che ho iniziato a temere davvero per il mio matrimonio. Ho pensato di iniziare a pregare e ho chiesto a Dio la fede. Mi dicevo “Se ci sei Dio aiutami” e gli ho dato fiducia. In me nasceva la fiducia in Dio e con la fede arrivò la grazia dell’amore disinteressato. 

Ho iniziato a non preoccuparmi più di me stesso, delle mie paure, ho iniziato a vivere mettendo al centro mia moglie e le persone che frequentavo. Anche se sono piuttosto riservato e riservato per natura e ho spesso avuto problemi con le relazioni interpersonali, la mia conversione ha portato al desiderio di interagire con le persone. Ho iniziato a costruire relazioni e a creare amicizie.

Alla fine ho trovato la “liberazione”. Ho notato che le persone possono essere disarmate dall'amore e dall'altruismo. Anche coloro che avevano qualcosa contro di me o che mi facevano del male hanno reagito diversamente quando hanno visto che non li stavo combattendo, ma tendendo loro la mano tesa...

In me cresceva l’amore per Dio e compresi che non potevo far nulla senza l’aiuto di Dio. Ma purtroppo quando ti senti forte, sei più debole. Ho iniziato a godermi la vita negli svaghi, ho iniziato a perdere qualche Messa. La sera mi sentivo troppo stanco per pregare e la fiammella della fede iniziava a spegnersi. Sono arrivato al punto di non trovare tempo per andare a Messa convinto di vivere una vita piena.

Iniziai a far uso di sostanze, cercavo emozioni, sballo, tutto mi attirava e mi reprimeva, proprio come gli stati d'animo depressivi. Un incidente in auto mi fece ritornare in senno, ho rischiato di morire. Tornai in me, non potevo crederci: "Signore, cosa è successo?" C'era così tanto di buono, e all'improvviso era pari a zero, un declino totale.

Col senno di poi, posso valutare che, vedendo il mio orgoglio e riponendo speranza in me stesso, forse il Signore ha permesso che accadesse una cosa del genere. Dopo qualche tempo ho potuto riprendere il cammino dell'intimità con Lui.

Al Signore chiedevo: “Cosa vuoi che faccia? E mi ripetevo che volevo fare qualcosa di buono nella mia vita, offrire qualcosa a Dio. Ho sentito da un mio amico che qualcun altro che si trovava nella mia stessa situazione ha trovato aiuto nell'affidarsi a Gesù attraverso Maria. 

Mi sono affidato a Gesù attraverso Maria per proteggere la mia vita spirituale. Con Maria sento un rapporto speciale, il rapporto con una Madre. Ogni giorno recito il rosario meditando i misteri di Gesù. E questo lo condivido con mia moglie. Il rosario ha per noi un potere curativo, mi sembrava come se uscissi da una fossa, da una valle oscura, verso l'alto.

Eucarestia e preghiera sono diventati il collante nella nostra famiglia, in più ogni giorno leggo e medito il Vangelo del giorno. È tornata la gioia! Maria ci sta insegnando a trattare sempre Dio come un buon Padre e ad avere fiducia in Lui.

Quando ancora ero in crisi e non sapevo se seguire la via dell'affidamento, mi è venuto in mente che S. Giovanni Paolo II ha vissuto questo, dicendo a Maria: "Totus Tuus" ("Tutto tuo"). Il Papa polacco mi ha sempre parlato e mi è stato vicino. Quindi se vuoi seguire l’esempio di un uomo che aveva tanti carismi, vai avanti affidati al Gesù per mezzo di Maria. È la strada che conduce al cielo!

 

sabato 21 ottobre 2023

21.10.2023 - Rm 4,13.16-18 - Lc 12,8-12 - Lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani - Rm 4,13.16-18

Fratelli, non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede.
Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: «Ti ho costituito padre di molti popoli» – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono.
Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza».
1. ABRAMO È EREDE IN VIRTÙ DELLA GIUSTIZIA CHE VIENE DALLA FEDE. Non è un merito di Abramo l’essersi fidato. DIO LO HA GIUSTIFICATO, LO HA MESSO IN BUONA RELAZIONE con sé e ABRAMO SI È FIDATO, ha accolto la promessa e proprio perché l’ha accolta ha ricevuto la promessa. 

2. Se la promessa è dono gratuito di Dio e la fede è l’accoglienza di questo dono, la promessa diventa sicura per tutti, perché CHI SI È IMPEGNATO È DIO E LUI MANTIENE IL SUO IMPEGNO. Dunque Abramo è padre, non solo di quelli secondo la carne, ma di tutti quelli che, come lui, si sono fidati di Dio.  

3. Abramo è padre di tutti i popoli. La sua paternità è spirituale in quanto trasmette la fede, trasmette una vita, una educazione, SA TRASMETTERE QUELLA BUONA RELAZIONE CON DIO. Da Abramo deriva quella fede nel Dio che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 12,8-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.
Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato.
Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire». 

 

Gesù ci conosce e noi e noi Lo riconosciamo, cioè lo accogliamo e lo manifestiamo come Dio e Salvatore. Questo rende liete e forti le nostre giornate e tutta la vita, anche davanti a difficoltà e persecuzioni. 
Dio ci ha donato un un potere enorme che posso esercitare in ogni istante: il potere dell’amore. Ci ha donato il suo stesso Spirito. Chi bestemmia lo Spirito bestemmia l’Amore che ama.
Lo Spirito di Dio passa attraverso di me, umanizza me. Nel lasciarmi attraversare, divento capace di amare, capace di trascendere le mie ferite, i miei traumi, le vicende dolorose che ho vissuto e mi insegna in qualsiasi momento ciò che è conforme all'amore, ciò che devo dire e fare. Invece ogni volta che mi chiudo al bene che posso fare all’altro, impedisco allo Spirito di scegliere proprio me per vivificare l’universo e perdo l’occasione di essere sanato. E Gesù esclama: che peccato!

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Spesso ci preoccupiamo per cosa dobbiamo dire e come discolparci, ma è fatica inutile. Gesù ci dice di affidarci allo Spirito. Prima va però svuotato il nostro ego ... io non ce la posso fare, io. Giusto?

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giovedì 19 ottobre 2023

MIO FIGLIO, CHE FARE?

Mio figlio, che fare? …

“Si ammala sempre. Mi fa impazzire! Devo sempre occuparmi di Lui? Questo bambino mi fa sempre arrabbiare", sono solo alcune delle cose che i genitori si dicono tra di loro, magari senza sapere che i figli li stanno ascoltando e se ne potrebbero risentirne.
I bambini vedono e sentono, sono furbi! Però a differenza degli adulti, i bambini non hanno ancora gli strumenti per ignorare i commenti sprezzanti, per prendere le distanze. Se poi i genitori dicono cose sprezzanti in loro presenza, queste si imprimono immediatamente nella loro mente e influenza notevolmente il loro modo di percepirsi.
Se poi i bambini sentono costantemente rimproveri dai loro genitori, cominciano a vedere sé stessi come un peso. I commenti negativi dei genitori possono danneggiare la fiducia in sé stessi. Molto probabilmente lasceranno una ferita psicologica legata ad un bisogno insoddisfatto di sentirsi amati e rispettati.
Pertanto, anche quando i vostri figli vi fanno arrabbiare, è bene non esagerare con reazioni istintive. È meglio allontanarsi un momento, magari dicendo «adesso vado di là perché mi sto arrabbiando». Per il bambino anche questo è un insegnamento: imparerà che arrabbiarsi è normale, che è possibile accorgersene subito e perfino parlarne. 
  • È bene evitare anche minacce e punizioni: quando si è arrabbiati si rischia di esagerare e di perdere di vista l’oggetto iniziale del conflitto per concentrarsi sulla minaccia di punizione. 
  • È bene trovare sempre del tempo per parlare, magari dopo essersi fermati a pregare. Parlare fa sempre bene, parlare di ciò che vi ha fatto arrabbiare e non di “com’è” in generale vostro figlio: i giudizi negativi portano a difendersi o a chiudersi, e non facilitano i cambiamenti. 
  • È bene chiedersi se davvero sei arrabbiato perché tuo figlio ha lasciato le scarpe da ginnastica in mezzo al corridoio, o se tu sei stanco e stressato per altri motivi. Può essere molto costruttivo riuscire a interrompere una scenata dicendo: «Scusa, oggi non ce la faccio più, è una giornata difficile. Aiutami, dai, mettiamo a posto le scarpe e facciamo merenda». Dimostreremo a nostro figlio che è possibile gestire le proprie emozioni e gli insegneremo che anche quelle più tumultuose lasciano sempre un po’ di spazio per fare marcia indietro.
  • È bene anche saper chiedere scusa, dimostrandoti umile nei suoi confronti, soprattutto se hai valutato di aver esagerato. Il perdono è vita, il perdono è ricucire il rapporto di fiducia, il perdono ci rende umani. Non lasciar finire la giornata senza chiedere scusa, senza fare la pace col tuo bambino … 
Se la casa è solida il bambino non cercherà un altro adulto a cui confidare la sua frustrazione. Ricordagli sempre che è e sarà sempre amato, qualunque cosa accada. 

 

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