martedì 9 giugno 2026

DATEMI IL CORAGGIO DI VIVERE, NON IL PERMESSO DI MORIRE.

 

DATEMI IL CORAGGIO DI VIVERE, NON IL PERMESSO DI MORIRE.


“Datemi il coraggio di vivere”. È questo il grido accorato di Louis-Benoît Barth, un uomo di 66 anni affetto da SLA, che ha scritto una lettera aperta al presidente Emmanuel Macron. Mentre in Francia continua il dibattito sulla legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito, la sua voce si distingue da molte altre. Non domanda una scorciatoia verso la morte, ma un sostegno concreto per affrontare la vita fino al suo termine naturale. Pur convivendo con una malattia grave, dolorosa e progressivamente invalidante, Barth afferma che la morte programmata non rappresenta la soluzione. Egli invita la politica ad ascoltare anche quei malati che desiderano essere accompagnati, curati e sostenuti senza accanimenti terapeutici. Nella sua lettera sottolinea che questa proposta di legge non è una semplice riforma, ma un cambiamento culturale ed etico destinato a modificare il modo in cui la società considera la vita umana. Secondo Barth, il vero bisogno dei pazienti fragili è rappresentato da cure palliative accessibili, dal sollievo dal dolore e da una presenza umana capace di sostenere la speranza. Egli teme che una normativa di questo tipo possa trasmettere ai più vulnerabili il messaggio che andarsene sia una soluzione accettabile. Per questo chiede che la società continui a riconoscere il valore di ogni persona, anche quando è dipendente, fragile o limitata dalla malattia. La sua testimonianza richiama l’attenzione sul ruolo della medicina, della famiglia e delle istituzioni nel custodire la dignità della persona fino all’ultimo istante. In un contesto segnato dalla sofferenza, Barth non rivendica il diritto di morire, ma il diritto di essere accompagnato e amato. La sua lettera diventa così un appello alla responsabilità collettiva e alla difesa dei più deboli. Per noi oggi: 1. Se una società offre la morte più facilmente delle cure, sta davvero difendendo la dignità della persona? O sta semplicemente rinunciando alla sfida della solidarietà? 2. Quando la fragilità diventa un motivo per anticipare la fine, quale messaggio arriva a disabili, anziani e malati? Il loro valore dipende forse dall’autonomia e dall’efficienza? 3. La vera compassione consiste nel porre fine alla vita o nel restare accanto a chi soffre?
Forse la domanda decisiva del nostro tempo non riguarda come morire, ma come accompagnare chi vive.

 

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