giovedì 15 gennaio 2026

15.01.2026 - 1Sam 4,1-11 - Mc 1,40-45 - La lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

Dal primo libro di Samuèle - 1Sam 4,1-11

In quei giorni i Filistei si radunarono per combattere contro Israele. Allora Israele scese in campo contro i Filistei. Essi si accamparono presso Eben-Ezer mentre i Filistei s’erano accampati ad Afek. I Filistei si schierarono contro Israele e la battaglia divampò, ma Israele fu sconfitto di fronte ai Filistei, e caddero sul campo, delle loro schiere, circa quattromila uomini.
Quando il popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiesero: «Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici».
Il popolo mandò subito alcuni uomini a Silo, a prelevare l’arca dell’alleanza del Signore degli eserciti, che siede sui cherubini: c’erano con l’arca dell’alleanza di Dio i due figli di Eli, Ofni e Fineès. Non appena l’arca dell’alleanza del Signore giunse all’accampamento, gli Israeliti elevarono un urlo così forte che ne tremò la terra.
Anche i Filistei udirono l’eco di quell’urlo e dissero: «Che significa quest’urlo così forte nell’accampamento degli Ebrei?». Poi vennero a sapere che era arrivata nel loro campo l’arca del Signore. I Filistei ne ebbero timore e si dicevano: «È venuto Dio nell’accampamento!», ed esclamavano: «Guai a noi, perché non è stato così né ieri né prima. Guai a noi! Chi ci libererà dalle mani di queste divinità così potenti? Queste divinità hanno colpito con ogni piaga l’Egitto nel deserto. Siate forti e siate uomini, o Filistei, altrimenti sarete schiavi degli Ebrei, come essi sono stati vostri schiavi. Siate uomini, dunque, e combattete!».
Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono.
1. Israele perde in battaglia contro i Filistei quattromila uomini. E si chiede: “COME MAI IL SIGNORE NON CI HA FATTO VINCERE?” Allora portano sul campo di battaglia l’Arca, ma i Filistei vincono di nuovo la battaglia uccidendo trentamila fanti, i figli di Eli, il sacerdote del tempio, e rubano l’Arca come trofeo di guerra. COME MAI IL SIGNORE NON CI HA FATTO VINCERE?

2. Notiamo che la domanda è giusta. Giusta non è la soluzione perché la presenza del Signore in mezzo al popolo non è data dall’arca, BENSÌ DALLA FEDELTÀ DI ISRAELE ALL’ALLEANZA. Senza obbedienza alla legge del Signore, l’arca diviene un segno magico che non salva, LA SALVEZZA DI ISRAELE VIENE DALL’OBBEDIENZA ALLA VOLONTÀ DEL SUO SIGNORE E DIO..

3. Con la presa dell’arca I FILISTEI PENSANO DI AVER DISTRUTTO PER SEMPRE ISRAELE. Lo hanno distrutto militarmente, perché lo hanno abbattuto spiritualmente. Il loro Dio è oggi loro prigioniero. Il loro Dio è uno sconfitto. MA NON SARÀ LA FINE…

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Gesù ebbe compassione del lebbroso, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito, la lebbra scomparve. Gesù lo tocca, avrebbe potuto dirgli: ‘Sii guarito!’. No: si avvicinò e lo toccò. Non si può fare il bene senza avvicinarsi. Di più! Nel momento che Gesù toccò l’impuro divenne impuro. E questo è il mistero di Gesù: prende su di sé le nostre sporcizie, le nostre cose impure e ci purifica.
Gesù è grazia e guarigione, si muove senza limitazioni e senza condizionamenti. Egli è venuto per tutti, e la sua salvezza si diffonde.  E' curioso constatare che fra tutti i malati e i bisognosi, Gesù salva solo quelli che di persona si rivolgono a lui e lo supplicano. La guarigione non è un atto magico, ma avviene dentro una relazione personale che spesso sboccia nella fede. In questo caso, esplode nella testimonianza del lebbroso che racconta a tutti quello che gli è capitato.

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Se Gesù lo tocca con compassione e tenerezza il lebbroso guarisce, se lo ammonisce severamente invece fa l'opposto di ciò che gli dice di fare. Questione di stile, che non è una posa; qual è il nostro? 

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15.01 SAN MAURO

SAN MAURO

 San Mauro è ricordato come uno dei più celebri discepoli di san Benedetto da Norcia, insieme a san Placido. Le principali notizie sulla sua vita provengono dal secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno, che raccoglie le testimonianze dirette dei discepoli di Benedetto.

 Figlio di un nobile romano di nome Eutichio, Mauro fu affidato ancora adolescente a san Benedetto, che ne riconobbe subito le “sante abitudini”. Cresciuto alla scuola del grande patriarca del monachesimo occidentale, Mauro divenne un modello di obbedienza, umiltà e vita monastica.

 L’episodio più famoso della sua vita è legato al miracolo del lago. Quando san Benedetto, dalla sua cella, gli ordinò di correre in aiuto di Placido caduto in acqua, Mauro obbedì senza esitazione e, senza rendersene conto, camminò sulle acque, salvando il confratello. Alla disputa di umiltà tra maestro e discepolo su chi fosse l’autore del miracolo, fu Placido a chiarire che aveva visto il mantello dell’abate Benedetto sopra di sé: segno che l’obbedienza del discepolo aveva reso operante la grazia del maestro.

 Secondo una tradizione successiva, attestata nel nono secolo dall’abate Odone di Glanfeuil, san Mauro fu inviato da Benedetto in Gallia, dove avrebbe fondato il monastero di Glanfeuil, il primo cenobio benedettino di quelle terre. Da questa fondazione derivò una profonda devozione al santo in Francia, testimoniata anche dal villaggio che prese il nome di San Mauro sulla Loira.

 Il culto di san Mauro ebbe grande rilievo nei secoli successivi, fino alla nascita nel 1618 della Congregazione di San Mauro, i cui monaci, detti “maurini”, si distinsero per l’altissimo livello culturale e scientifico, contribuendo in modo decisivo allo studio della storia, della patristica e dell’archeologia cristiana. La congregazione fu soppressa durante la Rivoluzione francese e molti suoi membri morirono martiri.

 San Mauro è invocato contro ogni pericolo e difficoltà, ed è patrono di diverse categorie di lavoratori e dei malati colpiti da reumatismi e gotta.

 

Per noi oggi:

 1. L’obbedienza può aprire strade impossibili: Mauro cammina sulle acque perché non discute l’ordine ricevuto, ma si fida.

 2. La santità si impara da un maestro, non da soli: Alla scuola di san Benedetto, Mauro cresce nella fede e nella libertà interiore.

 3. La fedeltà genera cultura e civiltà: Dai monasteri legati a san Mauro nasce una tradizione che ha edificato l’Europa.

 

Vissuto nel VI secolo, figlio di un nobile romano, affidato bambino a S. Benedetto, ne divenne il discepolo prediletto e quindi fidato collaboratore. Mandato in Francia fondò a Granfeul un monastero. Nell’ultimo periodo della sua vita si dedicò alla preghiera e alle letture. La sua vita, oltre che di amore verso Dio, è ancora oggi esempio di obbedienza all’Ordine.

NELLO STESSO GIORNO:
SANTI NARNO, VIATORE E GIOVANNI, VESCOVI DI BERGAMO
In un’unica celebrazione la Chiesa di Bergamo venera tre dei suoi Santi vescovi. Narno, primo vescovo di Bergamo, tenne la cattedra episcopale all’inizio del IV secolo. Venne sepolto nella cripta dell’antica cattedrale alessandrina, accanto al corpo di Sant’Alessandro. Viatore è secondo nella serie dei vescovi bergomensi. Associato al suo predecessore nella venerazione e nel culto, già i più antichi calendari ne ricordano la memoria. Giovanni, eletto verso il 670, apre gloriosamente la serie dei vescovi di Bergamo del periodo longobardo. Paolo Diacono lo chiama “vir mirae sanctitatis” ed è certo che Giovanni convertì al cattolicesimo i Longobardi ariani, restituendo al culto cattolico la cattedrale di san Vincenzo. Morì, forse martire, verso il 683. Le reliquie di questi tre santi vescovi bergomensi sono venerate dal 1561 nella cattedrale di Sant’Alessandro.

 

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MARIA GUARDA TE!

MARIA GUARDA TE!

Marco, storico dell’arte, vola a Barcellona per tenere una conferenza sulla decostruzione dei simboli teologici nella pittura contemporanea, ma si sente svuotato, scoraggiato, convinto che il mondo non abbia più spazio per la bellezza e per un linguaggio simbolico che richiede silenzio e profondità. Entra nel Museu Nacional d'Art de Catalunya quasi per inerzia, senza aspettative. Tutto gli appare ordinario, prevedibile, finché non si imbatte nella Immacolata Concezione di Francisco de Zurbarán.

 Quel dipinto, apparentemente semplice e meno appariscente di altri, lo arresta. Mentre lo guarda, inizia a notare sotto la superficie del quadro l’intera architettura simbolica della tradizione cristiana: la Porta Chiusa di Ezechiele, la Scala di Giacobbe, lo Specchio senza macchia, il Tempio, la Città, la Torre di Davide, le dodici stelle, alcune visibili, altre nascoste. Simboli che aveva spiegato mille volte agli studenti, ma che ora gli parlano in modo nuovo, come se improvvisamente ridessero vita alla fede che lui stesso aveva svuotato di passione.

 Poi accade qualcosa di più profondo: Maria, a differenza di altre Immacolate, non guarda verso il cielo ma verso la terra. Verso di lui. Lo sguardo lo colpisce con una forza interiore che disarma, come se il suo caos venisse abbracciato e raccolto. Non è più analisi intellettuale: è grazia. La teologia del dipinto diventa preghiera, e Marco si ritrova commosso, incapace di trattenere le lacrime.

 Il giorno successivo tiene la conferenza, ma in modo diverso: non come uno studioso distaccato, ma come un testimone. Spiega che l’arte sacra non è estetica fine a se stessa, ma preghiera incarnata, una lode che attraversa i secoli. Alla fine, una studentessa gli confida di aver compreso per la prima volta che un dipinto religioso può essere un inno di lode, una preghiera fatta immagine. Quella sola reazione gli fa comprendere lo scopo del suo lavoro: non convertire il mondo, ma permettere a qualcuno di incontrare ciò che da sempre lo attende.

 Da quell’esperienza, Marco porta con sé una certezza: l’arte sacra continua a comunicare misteri profondi, ma solo un cuore aperto può lasciarsi trasformare. L’Immacolata di Zurbarán gli ricorda che Maria guarda verso la terra per avvicinarsi al nostro dolore, come Consolatrice degli afflitti, verso le nostre stanchezze e domande. E che l’arte, quando è libera di essere ciò che è, conduce alla preghiera e alla presenza di Dio.

 

PER NOI OGGI

1. Non è la fede a non comunicare più: siamo noi a osservare senza cuore ciò che vorrebbe salvarci.

2. Forse il problema non è che il mondo non ascolta, ma che abbiamo smesso di parlare con voce di testimoni.

3. La vera modernità non è distruggere i simboli antichi, ma riscoprirli come linguaggio vivo che ancora converte.

 

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mercoledì 14 gennaio 2026

14.01.2026 - 1Sam 3,1-10.19-20 - Mc 1,29-39 - Gesù guarì molti che erano afflitti da varie malattie.

Dal primo libro di Samuèle - 1Sam 3,1-10.19-20

In quei giorni, il giovane Samuèle serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti.
E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio.
Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire.
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.
Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane.
Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».
Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuèle era stato costituito profeta del Signore.
1. Il vecchio Eli sa di non aver chiamato Samuele e, dato che la cosa si ripete più volte, alla fine L'ANZIANO SA SPIEGARE AL GIOVANE: Non sono io che ti chiamo, È IL SIGNORE CHE TI STA CHIAMANDO. Se chiama di nuovo rispondigli: “Eccomi sono disponibile, parla, il tuo servo ti ascolta” ABBIAMO BISOGNO DI MEDIAZIONI…
2. Eli gli dona un grande insegnamento per capire il Signore: «parla, il tuo servo ti ascolta», NON BASTA UN «ECCOMI», DIO VUOLE CHE CI METTIAMO IN ASCOLTO, IN SILENZIO, FERMI DI FRONTE A LUI. Noi riusciamo a metterci in ascolto della Parola? A fermarci in silenzio?
3. “Samuele crebbe e IL SIGNORE FU CON LUI, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. DIO È DALLA SUA PARTE. Solo la fedeltà nei confronti di Dio (lo «stare» con lui) consente a Samuele, di COMPIERE FINO IN FONDO il proprio cammino e RISPONDERE ALLA CHIAMATA, con tutte le conseguenze che essa comporta rispetto al tran tran quotidiano. STARE CON LUI…

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,29-39
In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Gesù si avvicina. Attraverso Gesù, Dio (il suo regno) si avvicina a chi soffre. Non solo, ma “prende per mano” e “alza la donna che è stesa”. La donna (suocera di Pietro) sperimenta la vera guarigione che è … servire gli altri.
In più Gesù guarisce molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.”
Perché il silenzio imposto ai demoni? La loro urlata proclamazione della “santità” di Gesù non viene da fede/affidamento” , ma da invidia e voglia di distruzione.
Al mattino presto Gesù si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. La vita attiva, con gli ostacoli, le sofferenze e le fatiche che comporta si basa sempre, spiritualmente, sulla preghiera e in essa trova ristoro. È necessario che tutti coloro che desiderano seguire Gesù non dimentichino mai in ogni giornata il giusto tempo dedicato specificatamente alla preghiera. 
E poi si riparte nel donare la buona novella: il vangelo a tutti. “E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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«Andiamo altrove» dice Gesù. Seguirlo è andare altrove, in posti nuovi, inediti. Non si siede sugli allori del successo, cambia posto e ci “sposta” continuamente. Ecco l'alternativa: seduti o in piedi?

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14.01 SAN FELICE DI NOLA

SAN FELICE DI NOLA

 San Felice di Nola (morto il 14 gennaio, dopo il 250) è uno dei santi più venerati dell’Italia meridionale e un modello luminoso di sacerdote fedele e confessore della fede nei tempi delle persecuzioni. La sua figura ci è giunta soprattutto attraverso gli scritti di san Paolino di Nola, che attribuì all’intercessione di Felice l’inizio della propria conversione.

 Nato a Nola da un ricco siriano, Felice, alla morte del padre, vendette gran parte dei beni e li distribuì ai poveri, consacrandosi a Cristo come sacerdote e diventando stretto collaboratore del vescovo Massimo. Durante le persecuzioni del terzo secolo, Massimo, anziano e malato, si rifugiò su una montagna e affidò a Felice la cura della diocesi, indicandolo come suo possibile successore.

 Felice fu arrestato e torturato, ma rifiutò di rinnegare la fede cristiana. Liberato miracolosamente da un angelo, raggiunse il vescovo Massimo ormai stremato, lo nutrì con il succo di un’uva maturata prodigiosamente fuori stagione e lo riportò in città, salvandogli la vita. In seguito, per sfuggire a un nuovo arresto, visse nascosto per sei mesi in una cisterna abbandonata, sostenuto dall’aiuto discreto di una donna.

 Terminata la persecuzione, il popolo avrebbe voluto Felice come vescovo, ma egli rifiutò l’episcopato, preferendo una vita di umiltà. Rinunciò anche alla restituzione dei beni confiscati e trascorse gli ultimi anni in povertà, preghiera e carità. Morì in fama di santità e fu venerato come martire, non per una morte violenta, ma per la fermezza con cui aveva sopportato le sofferenze per Cristo.

 La sua tomba, situata a Cimitile, divenne meta di pellegrinaggi e fu chiamata Ara Veritatis, per i miracoli legati al trionfo della verità contro la falsa testimonianza. Nei secoli sorsero attorno al sepolcro diverse basiliche, rendendo Cimitile uno dei più importanti complessi paleocristiani d’Italia.

 

Per noi oggi:

 1. Si può essere martiri anche senza morire uccisi: Felice mostra che la testimonianza fedele e perseverante può essere un vero martirio quotidiano.

 2. Il potere rifiutato vale più del potere conquistato: Rinunciando all’episcopato, Felice insegna che l’autorità cristiana nasce dall’umiltà.

 3. La verità lascia tracce durature: L’“Ara Veritatis” ricorda che una vita vissuta nella verità continua a parlare dopo la morte.

 

Nato a Nola nel III secolo da un ricco padre siro, si fa sacerdote. Subisce atroci torture durante le persecuzioni scatenate dall’Impero Romano, dando una coraggiosa testimonianza di fedeltà a Cristo. Liberato, rifiuta l’elezione a vescovo. Vive in povertà, guadagnandosi da mangiare lavorando.  

NELLO STESSO GIORNO:
ANNIVERSARIO DELLA DEDICAZIONE DELLA CHIESA CATTEDRALE DI BERGAMO (1689)
La cattedrale di Sant'Alessandro è il principale luogo di culto cattolico della città di Bergamo, chiesa madre dell'omonima diocesi. È dedicata a sant'Alessandro patrono di Bergamo ed è situata nella città alta, in piazza del Duomo, di fianco al palazzo della Ragione e alla basilica di Santa Maria Maggiore.

 

martedì 13 gennaio 2026

13.01.2026 - 1Sam 1,9-20 - Mc 1,21-28 Gesù insegnava come uno che ha autorità

Dal primo libro di Samuèle - 1Sam 1,9-20

In quei giorni Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».
Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!». Anna rispose: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».
Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima.
Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».
1. ANNA È DISPERATA, sembra quasi ubriaca, il suo sguardo è sconvolto dal dolore. LA SUA NATURALE FRAGILITÀ È VINTA CON LA PREGHIERA. Anna CHIEDE A DIO IL DONO DI UN FIGLIO MASCHIO e fa una promessa: «Se avrò un figlio maschio lo donerò al Tempio». ANNA PREGA, AVVALORANDO LA SUA RICHIESTA CON UN VOTO. I figli sono un dono del Signore…

2. Anna sa che SOLO IL SIGNORE SA ASCOLTARE i cuori affranti, tristi, addolorati, disprezzati dall’uomo. E dopo che Anna ha chiesto a Dio il dono di un figlio, il sacerdote Eli la licenzia augurandole che DIO ASCOLTI LA SUA RICHIESTA, E QUESTO BASTA PER CAMBIARE IL VOLTO DI ANNA, PER RASSERENARLA. Sente che comunque la sua domanda è stata ascoltata, non sa la risposta. Questo le basta, DIO NON È RIMASTO INDIFFERENTE ALLA SUA PREGHIERA COME IL SACERDOTE. 

3. E Anna concepisce e PARTORISCE UN FIGLIO, FRUTTO DI UNA DOMANDA, UNA PREGHIERA, UNA SUPPLICA. Veramente Dio le ha asciugato le lacrime versate davanti al suo santuario. Il nostro DIO È COLUI CHE SEMPRE ASCIUGA LE LACRIME DEI CUORI AFFRANTI E NEL PROFONDO ABISSO DEL DOLORE. NON SIAMO SOLI….

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+ Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,21b-28
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

La potenza di Gesù conferma l’autorevolezza del suo insegnamento. Egli non pronuncia solo parole, ma agisce. Così manifesta il progetto di Dio con le parole e con la potenza delle opere. Gesù affascina e conquista, attraverso parole e opere; libera l’uomo dal male: Gesù libera un indemoniato. La sua autorità si impone. Nel mondo entra una presenza nuova, che ora è possibile guardare e seguire come parola e potenza di salvezza. Non siamo più soli nel desiderio e nel tentativo di vincere il male. 
In più Egli ci comunica tutta la luce che illumina le strade, a volte buie, della nostra esistenza; ci comunica anche la forza necessaria per superare le difficoltà, le prove, le tentazioni. Pensiamo a quale grande grazia è per noi aver conosciuto questo Dio così potente e così buono! Un maestro e un amico, che ci indica la strada e si prende cura di noi, specialmente quando siamo nel bisogno.

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Lo spirito impuro riconosce Gesù, gli altri, i “puri”, no. Perchè è in lotta con Gesù. Non si sente “a posto” e cerca, selvaggiamente, un aiuto, anche “rovinoso”, trasformante. Noi chi siamo in questa scena? 

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13.01 SANT' ILARIO DI POITIERS

SANT’ILARIO DI POITIERS

 Sant’Ilario di Poitiers (circa. 310 - 367), chiamato “l’Atanasio dell’Occidente”, fu uno dei più grandi difensori della fede cristologica nel quarto secolo. La sua vita fu interamente dedicata a proclamare che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, contro l’arianesimo, eresia che negava la divinità del Figlio e che godeva del sostegno dell’imperatore Costanzo secondo.

 Nato in una famiglia probabilmente pagana e benestante, Ilario ricevette una solida formazione retorica, si sposò e ebbe una figlia. La sua conversione al cristianesimo fu il frutto di una lunga ricerca della verità: deluso dalle filosofie del tempo, trovò risposta alle domande sul senso della vita leggendo la Sacra Scrittura, in particolare il prologo del Vangelo di Giovanni, dove scoprì il mistero del Verbo fatto carne.

 Ricevette il Battesimo intorno al 345 e, circa otto anni dopo, fu eletto vescovo di Poitiers. La sua predicazione e la sua santità attrassero numerosi fedeli, tra cui san Martino di Tours, che si mise sotto la sua guida. Ilario difese con fermezza il Credo di Nicea e si oppose apertamente ai vescovi ariani, arrivando a scomunicarne alcuni.

 Per questo motivo fu accusato e, nel 356, esiliato in Frigia, in Oriente. Lontano dalla sua diocesi, non si scoraggiò: constatando la diffusione dell’eresia, compose la sua opera più importante, il De Trinitate, in cui offrì una profonda e sistematica esposizione della dottrina trinitaria, mostrando la consustanzialità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 La solidità della sua teologia mise in difficoltà gli stessi ariani orientali, che finirono per chiedere all’imperatore il suo rientro in Occidente. Tornò a Poitiers intorno al 360, accolto con grande gioia dal popolo. Il suo influsso fu decisivo nel rafforzare l’ortodossia: il sinodo di Parigi depose diversi vescovi ariani e segnò una svolta nella Chiesa gallica. Ilario mostrò anche grande misericordia verso chi aveva ceduto per paura o ignoranza.

 Oltre a essere un grande teologo, Ilario fu il primo autore cristiano latino di inni, composti per educare il popolo nella fede. Morì nel 367. Nel 1851 papa Pio IX lo proclamò Dottore della Chiesa.

 

Per noi oggi:

 1. La fede autentica nasce da una ricerca sincera della verità: Ilario non ha ereditato la fede: l’ha conquistata con lo studio, la preghiera e il confronto con la Parola di Dio.

 2. Difendere la verità può costare isolamento e persecuzione: L’esilio di Ilario ricorda che l’ortodossia non è mai garantita dal potere politico.

 3. La fermezza dottrinale non esclude la misericordia: Ilario fu inflessibile contro l’errore, ma accogliente verso le persone che si erano sbagliate.

 

Sant’Ilario, vescovo e dottore della Chiesa: elevato alla sede di Poitiers in Aquitania, in Francia, sotto l’imperatore Costanzo seguace dell’eresia ariana, difese strenuamente con i suoi scritti la fede nicena sulla Trinità e sulla divinità di Cristo e fu per questo relegato per quattro anni in Frigia; compose anche celeberrimi Commenti ai Salmi e al Vangelo di Matteo.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATA VERONICA da Binasco Vergine
Binasco, Milano, 1445 - 13 gennaio 1497
Nasce a Binasco (Mi) nel 1445 da famiglia di contadini. A 22 anni prende l'abito di Sant'Agostino, come sorella laica, nel monastero di Santa Marta di Milano. Qui rimarrà per tutta la vita dedita alle faccende domestiche e alla questua. Fedele allo spirito dell'epoca, si sottopose ad una dura disciplina ascetica, pur essendo cagionevole di salute. Anima mistica, ebbe delle visioni frequenti. Sembra che proprio in seguito ad una rivelazione si sia recata a Roma, dove fu ricevuta con affetto paterno dal pontefice Alessandro VI. L'intensa vita contemplativa non le impedì però di vivere a pieno la sua condizione di questuante a Milano e nel circondario, sia per le necessità materiali del convento, sia per il soccorso ai poveri e agli ammalati. Muore il 13 gennaio 1497 dopo aver ricevuto per cinque giorni un riconoscente ed esultante saluto di addio da parte della popolazione tutta. Nel 1517, Leone X concesse al monastero di Santa Marta la facoltà di celebrarne la festa liturgica di questa beata.