Chi ha detto che insegnare la fede ai bambini sia un
percorso a senso unico? Quando abbiamo deciso di battezzare i nostri figli,
credevamo – con una certa innocenza – che il nostro compito sarebbe stato
quello di "trasmettere" la fede, come si tramanda una storia di
famiglia o una ricetta segreta. Ma non avevamo messo in conto che, prima
ancora di "insegnare", saremmo stati chiamati a reimparare. E non
dai libri o dai catechismi, ma dai nostri stessi figli.
Le domande che pongono sono piccole bombe a orologeria
che scardinano le formule imparate a memoria. Non tanto per la loro complessità
teologica, ma per la loro limpida semplicità. Non hanno filtri. Non hanno paura
di chiedere. E soprattutto non si accontentano di risposte vaghe. Vogliono
capire davvero. Vogliono sentire il senso delle parole.
"Mamma, cos'è lo Spirito Santo?"
Quante volte l’ho detto senza pensarci: “nel nome del
Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Ma se il Padre e il Figlio hanno un
volto, uno spazio narrativo nei Vangeli, lo Spirito Santo rimane il più
sfuggente. E allora provi a semplificare: "è come una voce calma nel
cuore". Ma i bambini si danno un colpetto sul petto e dicono: "Io non
la sento." E tu? La senti davvero?
Sono interrogativi che ti tolgono il fiato e ti
mettono davanti al tuo stesso vuoto, o alla tua fede non ancora abitata
pienamente. C’è qualcosa di meravigliosamente scomodo in tutto questo. Una
santa inquietudine.
Paradisi e razzi
Quando un bambino ti chiede se si può andare in
paradiso con un aereo, tu ridi. Ma poi ti fermi. Perché il problema non è solo
tecnico – no, gli aerei non arrivano fin là – ma concettuale. Che cos’è davvero
il paradiso? E dove si trova? E perché mai pensiamo sempre di poterlo
"raggiungere", come se fosse un posto fisico e non uno stato
dell’anima?
In fondo, anche noi adulti usiamo le stesse immagini
spaziali per descrivere l’aldilà: in alto il paradiso, in basso l’inferno. E i
bambini, fedeli al linguaggio che imparano, si chiedono se il diavolo viva
sottoterra, e se sia il caso o meno di battere i piedi sulla neve per non
disturbarlo. Un'immagine poetica, assurda e, paradossalmente, coerente. Più
coerente forse delle nostre spiegazioni raffinate.
La lingua del cielo
"Ma in che lingua si parla in paradiso?" Sembra una battuta, ma è una domanda teologicamente
serissima. Presuppone il desiderio di comunicazione universale, di comprensione
reciproca, di unità oltre le barriere umane. È il sogno di Pentecoste visto con
gli occhi di un bambino. E forse anche la nostra nostalgia di una lingua che
non abbia bisogno di traduzioni, perché parla direttamente al cuore.
Educare è essere educati
Queste domande ci mettono in crisi, ma non in senso
negativo. È una crisi salutare, generativa, che ci costringe ad abbandonare i
cliché per cercare parole vere. Non risposte prefabbricate, ma riflessioni
sincere. Perché, se non riesco a spiegare a un bambino dove vive Gesù risorto,
forse non l’ho capito nemmeno io. E allora smetto di fingere e comincio a
cercare.
L’educazione alla fede, in questo senso, diventa un
cammino condiviso. Non siamo noi a portare i bambini verso Dio, ma siamo
insieme in cammino verso qualcosa che ci supera, e che ci chiama ad andare
sempre più in profondità.
Una fede viva, non addomesticata
I bambini non hanno ancora assimilato le formule, non
hanno paura di dire “non capisco”. Non danno per scontato nulla, e proprio per
questo vedono con una limpidezza che noi abbiamo perso. Il loro modo di pensare
è sorprendente perché è ancora libero. Libero da strutture dottrinali troppo
strette, libero da paura del giudizio, libero persino dalla pretesa di avere
risposte definitive. Loro cercano. E nel cercare, ci insegnano a cercare con
loro.
E allora forse la vera teologia nasce proprio lì, tra
il seggiolino dell’auto e il tappeto della cameretta. Nasce da un “perché?”
detto con gli occhi spalancati. E forse il nostro compito non è tanto
rispondere, ma restare presenti. Restare fedeli. Continuare a cercare insieme.
Perché a volte, anche solo dire con sincerità “non lo
so, ma proviamo a capirlo insieme” è già una forma altissima di fede.