domenica 6 luglio 2025

Mt 5,21-24 - RITO AMBROSIANO - IV DOMENICA DOPO PENTECOSTE

RITO AMBROSIANO
IV Domenica dopo Pentecoste
Domenica 6 Luglio 2025
+ Lettura del Vangelo secondo Matteo - Mt 5,21-24

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. 

 

1. “NON UCCIDERAI” NO al potere di dare la morte come pretesa di percorrere la strada della giustizia, SI AL NUOVO POTERE DI “DARE LA VITA”. “Non uccidere” in Gesù vuole manifestare la piena vittoria della vita sulla morte. FACCIAMO VINCERE LA VITA...

2. Dire al fratello: “Stupido” o “Pazzo” NON vuole dire che ogni parola violenta sarà condannata, ma più semplicemente che ANCHE CON LE PAROLE BISOGNA DARE LA VITA E NON LA MORTE, e che anche una sola parola diventa delicatissimo elemento di relazione. FAI ATTENZIONE ALLE PAROLE...

3. Ricordati che la vera OFFERTA GRADITA A DIO È SEMPRE LA RICONCILIAZIONE E LA COMUNIONE D’AMORE, LA VITA. Nota che nell’esempio fatto è l’altro che ha qualcosa contro di lui! CHIEDIAMO NELLA PREGHIERA LA FORZA DELLA RICONCILIAZIONE...

BUONA DOMENICA...

 

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sabato 5 luglio 2025

05.07.2025 - Gen 27,1-5.15-29 - Mt 9,14-17 - Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?

Dal libro della Gènesi - Gen 27,1-5.15-29

Isacco era vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più. Chiamò il figlio maggiore, Esaù, e gli disse: «Figlio mio». Gli rispose: «Eccomi». Riprese: «Vedi, io sono vecchio e ignoro il giorno della mia morte. Ebbene, prendi le tue armi, la tua farètra e il tuo arco, va’ in campagna e caccia per me della selvaggina. Poi preparami un piatto di mio gusto e portamelo; io lo mangerò affinché possa benedirti prima di morire». Ora Rebecca ascoltava, mentre Isacco parlava al figlio Esaù. Andò dunque Esaù in campagna a caccia di selvaggina da portare a casa.
Rebecca prese i vestiti più belli del figlio maggiore, Esaù, che erano in casa presso di lei, e li fece indossare al figlio minore, Giacobbe; con le pelli dei capretti rivestì le sue braccia e la parte liscia del collo. Poi mise in mano a suo figlio Giacobbe il piatto e il pane che aveva preparato.
Così egli venne dal padre e disse: «Padre mio». Rispose: «Eccomi; chi sei tu, figlio mio?». Giacobbe rispose al padre: «Io sono Esaù, il tuo primogenito. Ho fatto come tu mi hai ordinato. Àlzati dunque, siediti e mangia la mia selvaggina, perché tu mi benedica». Isacco disse al figlio: «Come hai fatto presto a trovarla, figlio mio!». Rispose: «Il Signore tuo Dio me l’ha fatta capitare davanti». Ma Isacco gli disse: «Avvicìnati e lascia che ti tocchi, figlio mio, per sapere se tu sei proprio il mio figlio Esaù o no».
Giacobbe si avvicinò a Isacco suo padre, il quale lo toccò e disse: «La voce è la voce di Giacobbe, ma le braccia sono le braccia di Esaù». Così non lo riconobbe, perché le sue braccia erano pelose come le braccia di suo fratello Esaù, e lo benedisse. Gli disse ancora: «Tu sei proprio il mio figlio Esaù?». Rispose: «Lo sono». Allora disse: «Servimi, perché possa mangiare della selvaggina di mio figlio, e ti benedica». Gliene servì ed egli mangiò, gli portò il vino ed egli bevve.
Poi suo padre Isacco gli disse: «Avvicìnati e baciami, figlio mio!». Gli si avvicinò e lo baciò. Isacco aspirò l’odore degli abiti di lui e lo benedisse:
«Ecco, l’odore del mio figlio
come l’odore di un campo
che il Signore ha benedetto.
Dio ti conceda rugiada dal cielo,
terre grasse, frumento
e mosto in abbondanza.
Popoli ti servano
e genti si prostrino davanti a te.
Sii il signore dei tuoi fratelli
e si prostrino davanti a te i figli di tua madre.
Chi ti maledice sia maledetto
e chi ti benedice sia benedetto!».
1. Isacco sente che ormai la sua vita gli sta venendo meno. Pensa sia giunto il momento di benedire suo figlio Esaù. LA BENEDIZIONE DEL PADRE TRASMETTEVA LA BENEDIZIONE DI DIO. Essa costituiva il figlio CONTINUATORE della vocazione di Abramo e della promessa a lui fatta dal Signore.

2. Ora Rebecca ascoltava. Volendo far benedire Giacobbe prepara sia il piatto secondo il gusto di Isacco e sia Giacobbe. Isacco pensando che fosse proprio Esaù, LO BENEDICE. Perché Rebecca preferisce Giacobbe? Perché Dio mentre era incinta disse: «Il figlio maggiore servirà il figlio minore!».

3. Ecco la PRIMA BENEDIZIONE È SULLA SUA VITA PRESENTE. La terra lo ricolmi di ogni bene. Poi Isacco passa al LATO SPIRITUALE. Popoli e genti si prostreranno davanti a lui, chi benedirà Giacobbe sarà benedetto, chi lo maledirà sarà maledetto. ORA GIACOBBE HA IL POSTO DI ABRAMO. Giacobbe è Abramo che porta sulla terra la benedizione e la promessa di Dio. IRREVOCABILMENTE…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 9,14-17
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
“A vini nuovi, otri nuovi. La novità del Vangelo. Cosa ci porta il Vangelo? Gioia e novità. Questi dottori della legge erano rinchiusi nei loro comandamenti, nelle loro prescrizioni. Questa legge di questa gente non era cattiva: custoditi ma prigionieri, in attesa che venisse la fede. Quella fede che sarebbe stata rivelata, in Gesù stesso“.
E Cristo, lo Sposo, è ancora qui con noi. Egli è il vestito bello e il vino nuovo della festa. Non sempre tuttavia percepiamo la sua presenza in modo evidente e gioioso. Ma anche quando sopraggiungono i giorni della fatica e del digiuno, la speranza della sua venuta e la certezza del suo amore attraversano il cuore.

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Di nuovo un dialogo tra sordi: da una parte la magia del sacrificio (del digiuno) dall’altra la gioia dell’incontro (amoroso). Siamo capaci di restare in attesa del ritorno dello sposo?

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venerdì 4 luglio 2025

04.07.2025 - Gen 23,1-4.19; 24,1-8.62-67 - Mt 9,9-13 - Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Misericordia io voglio e non sacrifici.

Dal libro della Gènesi - Gen 23,1-4.19; 24,1-8.62-67

Gli anni della vita di Sara furono centoventisette: questi furono gli anni della vita di Sara. Sara morì a Kiriat Arbà, cioè Ebron, nella terra di Canaan, e Abramo venne a fare il lamento per Sara e a piangerla.
Poi Abramo si staccò dalla salma e parlò agli Ittiti: «Io sono forestiero e di passaggio in mezzo a voi. Datemi la proprietà di un sepolcro in mezzo a voi, perché io possa portar via il morto e seppellirlo». Abramo seppellì Sara, sua moglie, nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nella terra di Canaan.
Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e il Signore lo aveva benedetto in tutto. Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: «Metti la mano sotto la mia coscia e ti farò giurare per il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, ma che andrai nella mia terra, tra la mia parentela, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco».
Gli disse il servo: «Se la donna non mi vuol seguire in questa terra, dovrò forse ricondurre tuo figlio alla terra da cui tu sei uscito?». Gli rispose Abramo: «Guàrdati dal ricondurre là mio figlio! Il Signore, Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha preso dalla casa di mio padre e dalla mia terra natia, che mi ha parlato e mi ha giurato: “Alla tua discendenza darò questa terra”, egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, perché tu possa prendere di là una moglie per mio figlio. Se la donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto; ma non devi ricondurre là mio figlio».
[Dopo molto tempo] Isacco rientrava dal pozzo di Lacai Roì; abitava infatti nella regione del Negheb. Isacco uscì sul far della sera per svagarsi in campagna e, alzando gli occhi, vide venire i cammelli. Alzò gli occhi anche Rebecca, vide Isacco e scese subito dal cammello. E disse al servo: «Chi è quell’uomo che viene attraverso la campagna incontro a noi?». Il servo rispose: «È il mio padrone». Allora ella prese il velo e si coprì. Il servo raccontò a Isacco tutte le cose che aveva fatto. Isacco introdusse Rebecca nella tenda che era stata di sua madre Sara; si prese in moglie Rebecca e l’amò. Isacco trovò conforto dopo la morte della madre.
1. Muore Sara. Israele non aveva il culto dei morti, rifiutava ogni sacralità al morto ma qui l’autore pone il problema della tomba di Sara per MOSTRARE CHE LA PROMESSA DELLA TERRA FATTA AD ABRAMO COMINCIA A REALIZZARSI. 

2. Dopo la morte della moglie Sara, Abramo cominciò a pensare al futuro di Isacco e, visto che le donne Cananee erano perverse, inviò il servo Eliezer in Mesopotamia, sua terra d’origine. Abramo sapeva che LA TERRA DI CANAAN ERA LA TERRA ASSEGNATA DA DIO ALLA SUA DISCENDENZA. Abramo CONFIDÒ PIENAMENTE NELL’INTERVENTO DI DIO E NELLA SUA PROVVIDENZA, E NON FU DELUSO.

3. ISACCO PRESE IN MOGLIE REBECCA E L’AMÒ. Tutto iniziò da uno SGUARDO reciproco, seguito dall’INIZIATIVA di Rebecca, mentre Isacco attendeva, vedeva, ascoltava, ACCONSENTIVA a quanto il padre Abramo decise per lui. Prese in sposa Rebecca, che diventò sua moglie. LA STORIA DELLA SALVEZZA CONTINUA SECONDO UN PRESTABILITO PIANO DI DIO, CHE DONA AD ISACCO UNA MOGLIE.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 9,9-13
In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: "Misericordia io voglio e non sacrifici". Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Gesù mangia con i peccatori e con gente che non gode di buona fama; questo significa che anche loro possono diventare suoi discepoli. Chiamando Matteo, Gesù mostra a tutti che Lui non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo. 
Cosa ha visto Gesù in Matteo? Ha visto il desiderio di una vita diversa e più umana. E Matteo che cosa ha visto in Gesù? Ha visto uno sguardo diverso, un volto pieno di misericordia.
È Gesù stesso che rispondendo ai farisei spiega il suo agire: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Uno smacco per quei farisei che non mettevano al primo posto la misericordia ma la fedeltà alla Legge, dimostrando di non conoscere il cuore di Dio! Ma Tu ti lasci guardare da Gesù? o scappi dal suo sguardo?

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Cosa spinge Matteo a seguire questo “sconosciuto” chiamato Gesù? Forse qualcosa che è legato alla consapevolezza del proprio peccato e del bisogno di perdono. Di smettere di fare i sacrifici e di aprirsi alla misericordia. E noi cosa aspettiamo?

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giovedì 3 luglio 2025

IO CI STO

IO CI STO

A soli 14 anni, Colombe si è lasciata conquistare dal fascino irresistibile di un ragazzo come Carlo Acutis, il “secchione di Dio” che, con un paio di jeans e un sorriso disarmante, ha mostrato al mondo che la santità non è roba da suore in clausura o da preti con il colletto, ma da giovani svegli e ribelli che sanno usare internet e fare mostre digitali sui miracoli eucaristici.

 Sì, hai capito bene: Carlo Acutis è un santo con le sneakers, un ragazzo che ti prende per mano e ti dice: “Ehi, la vita non è stare lì a guardare TikTok tutto il giorno o a lamentarsi perché non si è abbastanza cool. La vita vera è amare, servire, dare, senza aspettarsi nulla in cambio. È dire: ‘Io non ci sto’ al cinismo, all’indifferenza, al vuoto di senso che ci circonda.”

 Colombe, come tanti ragazzi di oggi, si era persa nel mare delle abitudini e delle insicurezze: “Non ce la farò mai, non sono capace, non posso fare la differenza”. Ma poi, incontrando la storia di Carlo in un libro, ha sentito un fuoco accendersi dentro. Ha capito che la santità non è roba per eroi lontani, ma per quelli che hanno il coraggio di essere semplici, autentici, veri.

 E così, ispirata da Carlo, si è buttata: ha scritto e diretto uno spettacolo su Padre Pio, ha coinvolto compagni e amici, ha osato, ha rischiato, ha detto: “Io ci sto!”. E non solo: ha proposto alla sua scuola una mostra sui miracoli eucaristici, ha smosso le acque, ha portato Gesù nei corridoi dove regna il silenzio e la noia. E chi l’avrebbe mai detto che una ragazzina come lei avrebbe acceso una miccia?

 Sì, perché non è “normale” restare fermi. Non è “normale” accontentarsi di una vita piatta, anestetizzata, dove la paura ti spegne e il conformismo ti chiude in gabbia. Non è “normale” pensare che la fede sia roba da vecchi, o che il coraggio sia solo per quelli in tv. Colombe ci insegna che la santità è per i pazzi, per i ribelli, per quelli che hanno il coraggio di dire: “Datemi la libertà o datemi la morte”.

 Carlo Acutis non era un genio, non era un supereroe. Era un ragazzo normale. E proprio per questo è diventato straordinario: perché ha fatto cose semplici con un amore immenso. Perché ha detto no alle piccolezze, ai compromessi, ai “lo fanno tutti”.

 E tu? Vuoi restare lì a guardare? O vuoi alzarti e dire: “Io non ci sto! Io voglio di più!”.

 La storia di Colombe e Carlo è un grido contro la mediocrità, contro la paura che paralizza, contro la superficialità che ci ingabbia. È un invito a scegliere la Vita, quella vera, quella che fa battere forte il cuore.

 Non aspettare che sia troppo tardi. Non aspettare che qualcun altro faccia quello che puoi fare tu. La santità non è per pochi: è per chi ha il coraggio di amare. Tu puoi essere uno di loro.

 Vivi. Osa. Sii santo

 

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mercoledì 2 luglio 2025

02.07.2025 - Gen 21,5.8-20 - Mt 8,28-34 - Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?

Dal libro della Gènesi - Gen 21,5.8-20

Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco. Il bambino crebbe e fu svezzato e Abramo fece un grande banchetto quando Isacco fu svezzato.
Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che lei aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: «Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco». La cosa sembrò un gran male agli occhi di Abramo a motivo di suo figlio.
Ma Dio disse ad Abramo: «Non sembri male ai tuoi occhi questo, riguardo al fanciullo e alla tua schiava: ascolta la voce di Sara in tutto quello che ti dice, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza».
Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre d’acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Ella se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Sedutasi di fronte, alzò la voce e pianse.
Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: «Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove si trova. Àlzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione». Dio le aprì gli occhi ed ella vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e diede da bere al fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.
1. Sarai finalmente ha un figlio dal marito, è gelosissima del suo bimbo, non vuole che giochi con il fratellino (figlio della schiava), ma soprattutto C’È UNA QUESTIONE PATRIMONIALE, DI EREDITÀ, tutto deve essere per il SUO bimbo.

2. A queste parole Abramo sente dispiacere. LUI AMA AMBEDUE I SUOI FIGLI, ma Sara non deflette, e DIO GLI RIVELA CHE DOVE LA DUREZZA SEMINA INGIUSTIZIA, EGLI SAPRÀ SEMINARE IL RISCATTO E LA CONSOLAZIONE. Allora Abramo si piega a cuore stretto.

3. Ecco Agar di nuovo nel deserto, sola con il suo ragazzo. Il pane e l’acqua dell’otre finiscono presto. Il bambino ha fame e sete, forse morirà. AGAR SI DISPERA, PERÒ DIO NON SI DIMENTICA DI LEI E INTERVIENE: nonostante Sarai, quel figlio scacciato, dalla visione del padre Abramo, diventerà una nazione, perché è discendenza di Abramo. È UNA PROMESSA…

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 8,28-34
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque.
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.

 

Due uomini posseduti da satana. Oggi si tende a pensare che tutti questi indemoniati siano malati psichici’. No! La presenza del demonio è nella prima pagina della Bibbia e la Bibbia finisce anche con la presenza del demonio, con la vittoria di Dio sul demonio. I due indemoniati vanno incontro a Gesù per impedirgli di passare/agire; e gli abitanti della città gli vanno incontro per dirgli di passare oltre, allontanarsi da loro. Ma Gesù entra nel suo territorio, sgomina il potente 'padrone del mondo,  e lo confina negli animali impuri. La gente prende le distanze dal Signore e non si rende conto dell’occasione perduta. Forse perché Gesù ha scombinato i loro interessi, la loro vita. E se accadesse a Te?

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Può succedere che Gesù diventi il nostro tormento? Al punto che «lo preghiamo di allontanarsi dal nostro territorio»? Questi indemoniati usciti dai sepolcri non sono alieni, sono umani, e forse ci assomigliano (e anche a loro/noi, Gesù ci viene incontro e fa quello che gli chiediamo).

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martedì 1 luglio 2025

01.07.2025 - Gen 19,15-29 - Mt 8,23-27 - Si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.

Dal libro della Gènesi - Gen 19,15-29

In quei giorni, quando apparve l’alba, gli angeli fecero premura a Lot, dicendo: «Su, prendi tua moglie e le tue due figlie che hai qui, per non essere travolto nel castigo della città di Sòdoma». Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città.
Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!». Ma Lot gli disse: «No, mio signore! Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato grande bontà verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. Ecco quella città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù – non è una piccola cosa? – e così la mia vita sarà salva». Gli rispose: «Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato. Presto, fuggi là, perché io non posso far nulla finché tu non vi sia arrivato». Perciò quella città si chiamò Soar.
Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Soar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco provenienti dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale.
Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato alla presenza del Signore; contemplò dall’alto Sòdoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.
Così, quando distrusse le città della valle, Dio si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato. 

1. È l’alba. La città dovrà essere distrutta e ancora Lot tergiversa. Non si muove. NON AVVERTE LA GRAVITÀ DEL PERICOLO. Vive nell’insensatezza. Si comporta da vero irresponsabile. SOLO UN GRANDE ATTO DI MISERICORDIA DEL SIGNORE VERSO LOT, lo fanno uscire e lo conducono fuori della città. È salvo!
2. Non basta però uscire dalla città per non essere travolti nella sua catastrofe. BISOGNA FUGGIRE IL PIÙ LONTANO POSSIBILE. In questa fuga non ci si deve voltare indietro. Lot ha poca fede nel Signore, PENSA DI NON FARCELA A FUGGIRE e si ostina a non obbedire. Per amore di Abramo, il Signore accolse tutte le richieste di Lot.
3. In pochi istanti la valle di Sodoma e Gomorra diviene una landa riarsa, bruciata, ricoperta di cenere bollente LA MOGLIE DI LOT GUARDA INDIETRO E DIVIENE UNA STATUA DI SALE. La moglie di Lot ci insegna che LA SALVEZZA È PER DONO E PER FEDE, è insieme GRAZIA di Dio e OBBEDIENZA della creatura.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 8,23-27
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».
“È la paura. Quando viene nel mare un grande sconvolgimento, la barca era coperta dalle onde. ‘Salvaci, Signore, siamo perduti!’ Dicono loro. La paura ti assale! E Gesù rispose: "Perché avete paura, gente di poca fede?" Di fronte alle tempeste della vita, il cristiano può avere l’atteggiamento di chi si aspetta un intervento continuo, costante e invasivo di Dio. Oppure può avere un atteggiamento di fede. Impariamo ad affidare noi e la Chiesa all'unico salvatore Gesù Cristo. Colui che ti chiama a seguirlo è più forte di ogni avversità. A te sembra che dorma (di fatto dorme!) e che tu debba fare da solo, ma egli c’è ed è potente con la sua parola. Infatti: “si alzò, minacciò (con la sua parola) i venti e il mare e ci fu grande bonaccia”. Allora non avere paura, ma abbi fede/fiducia in Lui che ti guida con la sua parola.

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A volte sembra che Gesù stia dormendo. È quando nella nostra vita “avviene un grande sconvolgimento”, cioè quasi ogni giorno. E allora gridiamo per la paura, per farci notare dal Signore addormentato. Abbiamo mai gridato a Gesù per la gioia?

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IMPARARE DA CHI SA SOLO DOMANDARE

IMPARARE DA CHI SA SOLO DOMANDARE

Chi ha detto che insegnare la fede ai bambini sia un percorso a senso unico? Quando abbiamo deciso di battezzare i nostri figli, credevamo – con una certa innocenza – che il nostro compito sarebbe stato quello di "trasmettere" la fede, come si tramanda una storia di famiglia o una ricetta segreta. Ma non avevamo messo in conto che, prima ancora di "insegnare", saremmo stati chiamati a reimparare. E non dai libri o dai catechismi, ma dai nostri stessi figli.

 Le domande che pongono sono piccole bombe a orologeria che scardinano le formule imparate a memoria. Non tanto per la loro complessità teologica, ma per la loro limpida semplicità. Non hanno filtri. Non hanno paura di chiedere. E soprattutto non si accontentano di risposte vaghe. Vogliono capire davvero. Vogliono sentire il senso delle parole.

 

"Mamma, cos'è lo Spirito Santo?"

 

Quante volte l’ho detto senza pensarci: “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Ma se il Padre e il Figlio hanno un volto, uno spazio narrativo nei Vangeli, lo Spirito Santo rimane il più sfuggente. E allora provi a semplificare: "è come una voce calma nel cuore". Ma i bambini si danno un colpetto sul petto e dicono: "Io non la sento." E tu? La senti davvero?

 Sono interrogativi che ti tolgono il fiato e ti mettono davanti al tuo stesso vuoto, o alla tua fede non ancora abitata pienamente. C’è qualcosa di meravigliosamente scomodo in tutto questo. Una santa inquietudine.

 

Paradisi e razzi

 

Quando un bambino ti chiede se si può andare in paradiso con un aereo, tu ridi. Ma poi ti fermi. Perché il problema non è solo tecnico – no, gli aerei non arrivano fin là – ma concettuale. Che cos’è davvero il paradiso? E dove si trova? E perché mai pensiamo sempre di poterlo "raggiungere", come se fosse un posto fisico e non uno stato dell’anima?

 In fondo, anche noi adulti usiamo le stesse immagini spaziali per descrivere l’aldilà: in alto il paradiso, in basso l’inferno. E i bambini, fedeli al linguaggio che imparano, si chiedono se il diavolo viva sottoterra, e se sia il caso o meno di battere i piedi sulla neve per non disturbarlo. Un'immagine poetica, assurda e, paradossalmente, coerente. Più coerente forse delle nostre spiegazioni raffinate.

 

La lingua del cielo

 

"Ma in che lingua si parla in paradiso?" Sembra una battuta, ma è una domanda teologicamente serissima. Presuppone il desiderio di comunicazione universale, di comprensione reciproca, di unità oltre le barriere umane. È il sogno di Pentecoste visto con gli occhi di un bambino. E forse anche la nostra nostalgia di una lingua che non abbia bisogno di traduzioni, perché parla direttamente al cuore.

 

Educare è essere educati

 

Queste domande ci mettono in crisi, ma non in senso negativo. È una crisi salutare, generativa, che ci costringe ad abbandonare i cliché per cercare parole vere. Non risposte prefabbricate, ma riflessioni sincere. Perché, se non riesco a spiegare a un bambino dove vive Gesù risorto, forse non l’ho capito nemmeno io. E allora smetto di fingere e comincio a cercare.

 L’educazione alla fede, in questo senso, diventa un cammino condiviso. Non siamo noi a portare i bambini verso Dio, ma siamo insieme in cammino verso qualcosa che ci supera, e che ci chiama ad andare sempre più in profondità.

 

Una fede viva, non addomesticata

 

I bambini non hanno ancora assimilato le formule, non hanno paura di dire “non capisco”. Non danno per scontato nulla, e proprio per questo vedono con una limpidezza che noi abbiamo perso. Il loro modo di pensare è sorprendente perché è ancora libero. Libero da strutture dottrinali troppo strette, libero da paura del giudizio, libero persino dalla pretesa di avere risposte definitive. Loro cercano. E nel cercare, ci insegnano a cercare con loro.

 E allora forse la vera teologia nasce proprio lì, tra il seggiolino dell’auto e il tappeto della cameretta. Nasce da un “perché?” detto con gli occhi spalancati. E forse il nostro compito non è tanto rispondere, ma restare presenti. Restare fedeli. Continuare a cercare insieme.

 Perché a volte, anche solo dire con sincerità “non lo so, ma proviamo a capirlo insieme” è già una forma altissima di fede.

 

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