SAN FELICE I
San Felice primo, papa dal 5 gennaio 269 al 30 dicembre 274, iniziò il suo pontificato mentre la Chiesa era impegnata nella difficile controversia riguardante Paolo di Samosata, vescovo di Antiochia e principale sostenitore dell’adozionismo, una dottrina che negava la divinità di Cristo riducendolo a una creatura “adottata” dal Padre. La sua posizione, unita al sostegno politico della regina Zenobia di Palmira, creò grande confusione nella Chiesa orientale.
Nel 268 un sinodo ad Antiochia lo condannò e lo depose, nominando Domno come nuovo vescovo. I padri conciliari inviarono una lettera ai principali centri cristiani, tra cui Roma, per spiegare le motivazioni dottrinali e morali della loro decisione: Paolo era accusato non solo di eresia, ma anche di condotte immorali, arricchimento illecito, superbia e persino di aver proibito canti in onore di Cristo.
La lettera giunse a Roma nel momento di transizione tra papa Dionisio, da poco defunto, e il nuovo pontefice Felice primo, che dovette quindi affrontare la questione. La posizione di Felice, in accordo con i vescovi italiani ed egiziani, sostenne la condanna di Paolo e la legittimità della deposizione. La vicenda ebbe anche risvolti politici: quattro anni dopo, quando l’imperatore Aureliano sconfisse Zenobia, ordinò che l’edificio episcopale di Antiochia fosse riconsegnato a chi manteneva comunione con il vescovo di Roma. Questo fatto mostra l’importanza crescente della Sede Apostolica, capace di influenzare decisioni anche in ambito civile nonostante l’imperatore fosse pagano e in seguito ostile ai cristiani.
Il Liber Pontificalis attribuisce a Felice l’ordine di celebrare la Messa sulle tombe dei martiri, una testimonianza della pratica delle liturgie “ad corpus”, che si diffuse nei secoli successivi. Secondo la Depositio episcoporum del IV secolo, Felice fu sepolto nelle Catacombe di San Callisto.
Il suo breve ma significativo pontificato contribuì a consolidare l’autorità della Chiesa romana nella difesa dell’ortodossia e nella vita liturgica delle prime comunità cristiane.
Per noi oggi
Difendere la verità costa sempre qualcosa: se la fede in Cristo era contestata già nei primi secoli, non stupisce che oggi richieda coraggio andare controcorrente.
Non tutte le idee sono equivalenti: la Chiesa antica non aveva paura di chiamare “errore” ciò che metteva a rischio la fede; forse oggi abbiamo troppa paura di farlo.
La comunione non è sentimentalismo: per i cristiani delle origini l’unità si giocava sulla verità, non sulle simpatie personali. Anche oggi la comunione richiede chiarezza, non ambiguità.
Sacerdote romano, Papa dal 269 al 274, fa celebrare le Messe sopra le tombe che custodivano le reliquie dei martiri cristiani. Difende con forza la dottrina sulla Trinità di Dio e sull'Incarnazione del Verbo.
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