lunedì 26 ottobre 2026

26.10.2026 - Ef 4,32-5,8 - Lc 13,10-17 Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 4,32-5,8

Fratelli, siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo.

Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.

Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro – cioè nessun idolatra – ha in eredità il regno di Cristo e di Dio.

Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono. Non abbiate quindi niente in comune con loro. Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce.

1. Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda COME DIO HA PERDONATO a voi in Cristo». L’invito è risoluto e privo di esitazioni, anche per noi oggi: di CAMMINARE RISOLUTAMENTE NELLA CARITÀ, diventando persino «imitatori di Dio, quali figli carissimi».

2. Cristo e LA CHIESA NON CONDANNAVANO E NON CONDANNANO MAI UN PECCATORE, MA RIPUDIANO IL PECCATO. San Paolo oggi dice che non coloro che sono caduti a causa della propria debolezza nella fornicazione, nell’avarizia o nell’impurità, NON entreranno in cielo, ma sottolinea il fatto che NON SARÀ AMMESSO «NESSUN IDOLATRA», cioè colui CHE VUOLE E HA DECISO di vivere in modo da dedicarsi a tali abomini. 

3. Cristo cerca chi è prigioniero del peccato, chi è caduto nelle insidie del maligno per tirarlo fuori da questa schiavitù: riconosciamoci schiavi del peccato per esserne liberati da Gesù. SIAMO NUOVE CREATURE: «Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. COMPORTATEVI PERCIÒ COME FIGLI DELLA LUCE».

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 13,10-17

In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Ipocriti! Ma cos'è l’ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L’ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l’anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità.
Gesù è un uomo vero che non si nasconde dietro a degli alibi per non fare il bene.  Il bene si può farlo sette giorni su sette, soprattutto se riconosciamo che il vero bene consiste nell’obbedienza a Dio dentro le circostanze che accadono anche in quelle impreviste.
Il comandamento dell'amore, il fare il bene passa avanti a qualsiasi precetto.  Non consideriamoci a posto o, peggio, migliori degli altri per il solo fatto di osservare delle regole. L’osservanza letterale dei precetti è qualcosa di sterile se non cambia il cuore e non si traduce in atteggiamenti concreti.

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Ennesima polemica sul formalismo dell’applicazione della legge. Il nodo però è a monte: quando non vogliamo vedere non vediamo. Non è forse vero che se siamo mal disposti ogni scusa è buona?

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26.10 BEATO BONAVENTURA DA POTENZA

BEATO BONAVENTURA DA POTENZA
Antonio Carlo Gerardo Lavanga nacque a Potenza il 4 gennaio 1651 e fin da giovane sentì la chiamata a vivere la povertà e l’obbedienza francescana. A quindici anni entrò tra i Frati Minori Conventuali, assumendo il nome di fra’ Bonaventura da Potenza. Dopo gli studi in vista del sacerdozio, attraversò un periodo di inquietudine, finché ad Amalfi incontrò padre Domenico Girardelli, sua guida spirituale. Grazie a lui imparò a trasformare il carattere ribelle in una profonda obbedienza alla volontà di Dio. Fu ordinato sacerdote nel 1675 e rimase ad Amalfi per otto anni, vivendo un’intensa esperienza spirituale accanto al suo maestro. In seguito fu destinato a Napoli, Ischia e Sorrento, distinguendosi per la povertà francescana, l’umiltà e l’obbedienza. Era solito ripetere: «Signore, sono un servo inutile nelle tue mani». Divenne poi maestro dei novizi a Nocera Inferiore, educandoli a una vita austera e fedele alle origini del francescanesimo. La sua vita fu accompagnata da numerosi episodi ritenuti prodigiosi e da una profonda fede. Come san Francesco, abbracciò un lebbroso che, secondo la tradizione, guarì all’istante. Ad Ischia lasciò un ricordo profondo nella popolazione, mentre a Napoli fu visto più volte in estasi durante la preghiera e stupiva i confratelli per la profondità della sua predicazione. Durante la peste assistette personalmente molti malati, mettendo a rischio la propria vita. Negli ultimi anni, ormai anziano e malato, fu trasferito a Ravello, dove continuò ad accogliere e confortare numerose persone. Morì nel convento di San Francesco a Ravello il 26 ottobre 1711, tra il pianto della popolazione. Fu dichiarato Beato da papa Pio VI il 26 novembre 1775. La sua memoria liturgica ricorre il 26 ottobre e le sue reliquie sono venerate nella chiesa di San Francesco a Ravello. La sua vita ci consegna una testimonianza di umiltà, povertà, obbedienza e totale fiducia nella volontà di Dio. per noi oggi: 1. L’obbedienza è ancora una virtù? Bonaventura imparò a trasformare la ribellione in docilità. Noi sappiamo ancora accogliere ciò che Dio ci chiede, anche quando non coincide con i nostri progetti? 2. Quanto siamo attaccati alle nostre sicurezze? Scelse una vita povera e semplice, dicendo: «Sono un servo inutile nelle tue mani». Noi riusciamo a sentirci servi oppure abbiamo sempre bisogno di essere riconosciuti e valorizzati? 3. La nostra fede consola davvero gli altri? A Ravello la gente saliva da lui per trovare conforto e speranza. Chi incontra noi trova una persona capace di ascoltare, incoraggiare e avvicinare a Dio?
Chi apre il cuore e la mente alla parola di Dio è salvo. Chi, invece, è ostinato e indurito nel cuore, ha vita breve.
 Padre Bonaventura da Potenza nacque il 4 gennaio 1651; gli fu dato, al fonte battesimale, il nome di Antonio Carlo Gerardo. Entrò all'età di 15 anni tra i Frati Minori Conventuali. Passò per vari conventi: Aversa, Maddaloni, Lapio, Amalfi, Ischia, Nocera Inferiore (qui fu maestro dei novizi), Sorrento, Napoli e infine Ravello, dove morì il 26 ottobre 1711, per le conseguenze di una cancrena a una gamba. Fu un esempio di umiltà e, pur non essendo dotto, colpiva anche per la profondità teologica della sua predicazione. La sua carità verso gli appestati fu estrema, come la sua ubbidienza verso i superiori. 

NELLO STESSO GIORNO:

 SAN FOLCO SCOTTI DI PIACENZA E PAVIA VESCOVO

1165 circa - 16 dicembre 1229

A Pavia, san Folco Scotti, vescovo, uomo di pace, colmo di zelo e di carità. Membro della famiglia Scotti di Piacenza che aveva origini irlandesi, Scotti era il nome dato agli irlandesi venuti in Italia. A vent'anni entrò presso i canonici regolari di Sant'Eufemia e andò a studiare teologia alla Sorbona. Verso i trent'anni divenne priore di Sant'Eufemia. In seguito divenne arciprete della cattedrale e poi vescovo di Piacenza dal 1210 al 1216. Rimasta vacante la sede di Pavia, papa Onorio III lo trasferì alla sede vescovile lombarda, dove rimase fino alla morte.


SAN BEANO, VESCOVO
Vissuto tra il X e l’XI secolo, Beano è un vescovo scozzese che regge la diocesi di Mortlach tra il 1015 e il 1047, probabile anno della sua morte. In seguito la sede della diocesi, che era stata eretta come ringraziamento per la vittoria sugli Scandinavi, sarà trasferita nella città di Abeerdeen.  La festa per san Beano è stata fissata nel giorno 26 ottobre.

 

SAN CEDDA, VESCOVO
† Lastingham, Inghilterra, 26 ottobre 664
Fratello di San Chad, Cedda è monaco a Lindisfarne, in Inghilterra. Dopo aver convertito al cristianesimo re Peada, viene da questi inviato a evangelizzare gli Angli delle terre centrali. In seguito fonderà il monastero di Lastingham, dove concluderà i suoi giorni nel 644. 

 

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SIAMO DAVVERO LIBERI?

SIAMO DAVVERO LIBERI?

David Foster Wallace affronta fin da giovanissimo una domanda decisiva: siamo davvero liberi? La sua tesi di filosofia, Contro il fatalismo, nasce dal confronto con il pensiero di Richard Taylor, secondo il quale lo spazio per il libero arbitrio sarebbe praticamente nullo. Wallace non accetta questa conclusione e decide di mettere alla prova l’argomentazione con grande rigore, cercando una confutazione originale e convincente. Il suo relatore racconta di uno studente appassionato, esigente e instancabile, capace di continuare le discussioni anche dopo le lezioni pur di arrivare al cuore del problema. Il tema del fatalismo, però, non rimane per Wallace una questione puramente accademica: dietro la logica c’è una domanda profondamente umana, cioè che cosa significhi poter scegliere. Se ciò che accadrà domani fosse già inevitabilmente determinato, quale spazio rimarrebbe alla nostra libertà? Wallace si concentra così sul rapporto tra tempo, possibilità, verità e azione, anticipando alcuni dei grandi temi della sua futura produzione letteraria. Nei suoi personaggi ritorna la lotta contro meccanismi capaci di limitare la libertà: dipendenze, ossessioni, consumismo e desideri compulsivi possono trasformare una scelta in una prigione. In Infinite Jest, persino il divertimento può diventare uno strumento di schiavitù. La domanda filosofica diventa allora quotidiana: quanto siamo veramente liberi? Quante delle nostre scelte nascono da una decisione consapevole e quante sono condizionate dalle nostre abitudini, paure, desideri o dall’ambiente in cui viviamo? Wallace ci invita a non confondere ciò che appare inevitabile con ciò che realmente lo è. La libertà forse non significa poter controllare tutto ciò che accade, ma avere la possibilità di fermarsi, pensare e scegliere una direzione diversa. È proprio nello spazio tra ciò che ci condiziona e ciò che possiamo ancora scegliere che la filosofia diventa una questione concreta della nostra vita.
Per noi oggi: 1. Siamo davvero liberi o siamo diventati prigionieri delle nostre abitudini? Quante delle nostre scelte sono veramente nostre e quante sono dettate dal bisogno di approvazione, dal consumismo, dalla paura o dalla comodità? 2. Diamo la colpa al destino quando non vogliamo assumerci la responsabilità? È più facile dire “non potevo fare diversamente” che riconoscere che, almeno qualche volta, una scelta diversa era possibile.
3. La libertà senza verità è davvero libertà? Possiamo scegliere continuamente, ma se non sappiamo ciò che vale davvero, rischiamo di diventare schiavi proprio delle nostre scelte. La vera libertà non è fare tutto ciò che voglio, ma diventare capaci di scegliere ciò che costruisce la mia vita.

 

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domenica 25 ottobre 2026

Es 22,20-26 - 1Ts 1,5-10 - Mt 22,34-40 - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

XXX  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Domenica 25 Ottobre 2026
Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Così dice il Signore:  «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.
Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

1. La lettura dell’Esodo offre un chiaro esempio di alcuni precetti sociali profondamente MOTIVATI DALLA OPZIONE FONDAMENTALE DELL’AMORE DI DIO E DEL PROSSIMO. Sono i comportamenti verso le persone emarginate di allora; il forestiero, la vedova e l’orfano. 

2. Si proibiscono le molestie e le oppressioni verso il FORESTIERO. Si proibiscono i maltrattamenti verso la VEDOVA E L’ORFANO. Si proibisce l’usura, in modo assoluto, verso il POVERO. Si legifera sul pegno preso a garanzia della restituzione di un prestito. il pegno non deve mai compromettere la vita o la salute del debitore. IL POPOLO È CHIAMATO AD AVERE LA STESSA MENTALITÀ DI DIO E I SUOI STESSI SENTIMENTI.

3. Al motivo umanitario il Codice dell’alleanza aggiunge ancora quello teologico di DIO CHE ASCOLTA IL LAMENTO DELL’OPPRESSO, perché è misericordioso, come ha già fatto con Israele in Egitto. QUANTA BELLA UMANITÀ da accogliere e da vivere!

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Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési - 1Ts 1,5-10
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.
E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia.
Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acàia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne.  Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.
1. A causa della persecuzione, Paolo era dovuto fuggire da Tessalonica, poche settimane dopo la fondazione di quella chiesa, ed era rimasto in ansia per i riflessi negativi che il fatto poteva avere. Ma TIMOTEO, INVIATO A SUPPLIRLO, GLI HA PORTATO OTTIME NOTIZIE. Il seme porta frutto!
2. Paolo ELOGIA LA COMUNITÀ PERCHÉ HANNO ADERITO A CRISTO E VIVONO IN MODO COERENTE. Sono diventati "famosi", le altre città sono ammirate. Si sono convertiti dagli idoli al Dio vivo e vero lasciando perdere una loro “idea” di divinità. La loro conversione li ha posti nell’attesa fattiva del Cristo risorto, che libera il mondo dall’ira divina.
3.La conversione ha implicato una OPZIONE FONDAMENTALE (lasciare gli idoli), in risposta all’iniziativa di Dio che li ha eletti: questa opzione VA CONTINUAMENTE RINNOVATA E COLTIVATA NELLA PREGHIERA.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 22,34-40

In quel tempo. I farisei, avendo udito che il Signore Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

  

1. L'AMORE DA SENSO E SIGNIFICATO ALLA NOSTRA VITA. Una creatura umana si REALIZZA nella misura del suo amore al Creatore e ai fratelli (vedi Santi). Diversamente, se si lascia vincere dall'egoismo, si incammina a rapidi passi verso la sua infelicità. VINCE IN ME DIO O L'IO?
2. L'AMORE È LA MISURA DEL CRISTIANO. Saremo riconosciuti come discepoli di Gesù se avremo carità gli uni per gli altri. E la carità deve essere esercitata con la MENTE, con le PAROLE e con le OPERE. Saremo veramente cristiani nella misura di questo amore. IL CRISTIANO AMA E BASTA CON LA MENTE, LE PAROLE E LE OPERE... SENZA SE, MA, FORSE, PERCHE'?
3. L'AMORE CI SPINGE A DONARCI. L'amore richiede sforzo, impegno personale e sacrificio. L'AMORE CI AVVICINA SEMPRE DI PIÙ A DIO. L'amore ci fa uscire da noi stessi, in modo tale che ci prendiamo cura degli interessi del prossimo come se fossero i nostri. SI DICE CHE "CHI AMA NON CALCOLA, MENTRE CHI CALCOLA NON AMA"... E TU?

BUONA DOMENICA. 

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RACCONTO

Una sera in cui due amici erano insieme in una taverna, quando il vino rese allegri e veritieri i loro cuori, uno chiese all’altro: «Tu mi ami?». Così per tre volte, ricevendo sempre risposta affermativa. Alla fine gli chiese: «Tu sai ciò che mi fa soffrire?». «No», rispose l’amico. E il primo concluse: «Se non sai ciò che mi fa soffrire, come puoi dire di amarmi?». E Tu come ami?

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LECTIO DIVINA - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

OMELIA – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Lc 24,44-49a - RITO AMBROSIANO - I DOPO LA DEDICAZIONE - ‘IL MANDATO MISSIONARIO’

RITO AMBROSIANO

I DOPO LA DEDICAZIONE - ‘IL MANDATO MISSIONARIO’
Domenica 25 Ottobre 2026

 ✠ Lettura del Vangelo secondo Luca- Lc 24,44-49a

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso».

1. "ALLORA APRÌ LORO LA MENTE PER COMPRENDERE LE SCRITTURE" La Parola di Dio non dà una comprensione automatica: occorre un'apertura. È GESÙ, CON IL SUO SPIRITO, che apre la mente a questa intelligenza delle Scritture. INVOCHIAMOLO SEMPRE!
2. IL CONTENUTO DELLA TESTIMONIANZA È LA MISERICORDIA E IL PERDONO. Gesù non è entrato nella storia e nell'umanità per condannare, ma PER SALVARE, CIOÈ PER DARE VITA E VITALITÀ. È questo che VA ANNUNCIATO E PROCLAMATO… CORAGGIO…
3. GESÙ COINVOLGE DIRETTAMENTE OGNI UOMO CHE IN LUI CREDE affinché testimoni l’amore di Dio e il suo perdono, offerti a tutto il mondo, a tutti i tempi, a tutti gli uomini... COINVOLGE TE…
BUONA DOMENICA...
 
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25.10 BEATO CARLO GNOCCHI

BEATO CARLO GNOCCHI
Don Carlo Gnocchi nacque il 25 ottobre 1902 a San Colombano al Lambro, da una famiglia umile. Conobbe presto il dolore per la morte del padre e dei due fratelli, Mario e Andrea. Grazie ai sacrifici della mamma, fu ordinato sacerdote il 5 giugno 1925. Fin dagli inizi del ministero si dedicò con passione ai ragazzi, ai poveri e alla formazione cristiana. Fu sacerdote, educatore, confessore e scrittore, desideroso di portare molti alla pienezza della vita in Cristo. Nel 1935 divenne direttore spirituale dell’Istituto Gonzaga di Milano, affidando ogni ragazzo alla Madonna perché lo guidasse verso Gesù. Quando nel 1940 iniziò la guerra, chiese di partire come cappellano militare per rimanere vicino ai suoi giovani. Fu accanto agli alpini in Albania, Grecia, Croazia e nella tragica campagna di Russia, raccogliendo le ultime parole dei soldati per le loro famiglie. Tornato in Italia, incontrò bambini feriti, affamati e orfani a causa della guerra e decise di dedicare la propria vita ai piccoli più poveri e sofferenti. Nel 1948 fondò la Pro Infanzia Mutilata e nel 1953 nacque la Pro Juventute, con istituti per la cura e la riabilitazione. Don Carlo insegnava ai suoi mutilatini a vivere il dolore unendolo a Gesù Crocifisso: «Queste vostre lacrime devono diventare perle». Nel 1950 i bambini offrirono a Pio XII una spilla realizzata simbolicamente con le “perle” delle loro sofferenze. Per Don Carlo il dolore innocente, unito alla Croce, poteva diventare offerta e partecipazione all’amore redentivo di Cristo. La sua spiritualità nasceva dall’Eucaristia, dalla Croce e dalla carità verso ogni persona fragile. Negli ultimi anni si dedicò anche ai bambini colpiti dalla poliomielite, nonostante la malattia che lo consumava. Morì il 28 febbraio 1956 e lasciò come testamento la «Pedagogia del dolore innocente». Beatificato dalla Chiesa, continua a ricordarci che il dolore vissuto con Cristo può diventare speranza e amore capace di trasformare la vita. Per noi oggi: 1. Sappiamo trasformare il dolore in amore? Davanti alla sofferenza, ci chiudiamo nella lamentela oppure sappiamo offrirla a Cristo e trasformarla in occasione di bene? 2. Quanto vale per noi ogni persona fragile? Don Gnocchi non vedeva nei mutilatini dei poveri da compatire, ma persone da amare e accompagnare con dignità: è così anche il nostro sguardo? 3. La Croce è ancora al centro della nostra fede? Quando il dolore non trova spiegazioni, abbiamo il coraggio di rimanere accanto a Cristo Crocifisso senza perdere la speranza?
La carità fa più bene a chi la fa che a chi la riceve.
 Carlo Gnocchi, nacque da una povera famiglia in provincia di Milano e diocesi di Lodi nel 1902. Alla morte del padre si trasferì a Milano. Entrato nel Seminario della diocesi di Milano, venne ordinato prete nel 1925. Dopo alcuni anni come assistente di oratorio, venne nominato assistente spirituale dell’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane, a Milano. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, partì come cappellano militare volontario per il fronte greco-albanese, per condividere la sorte dei suoi giovani. Ritornò nel 1942 ma, nello stesso anno, partì per la Russia con gli alpini della Tridentina. La drammatica esperienza della guerra e della ritirata dei soldati italiani lo spinse a riflettere e a considerare il mistero del dolore, specie negli innocenti e nei bambini. Si dedicò quindi a una grandiosa opera di carità nei confronti degli orfani di guerra e dei mutilatini. Malato di tumore, morì il 28 febbraio 1956, dopo aver donato le proprie cornee a due ragazzi ciechi, in un’epoca dove i trapianti d’organi non erano ancora regolamentati dalla legge italiana.

NELLO STESSO GIORNO:
SS. CRISANTO E DARIA, MARTIRI, SULLA VIA SALARIA NUOVA
Roma, † 283 ca.
Crisanto, pagano di origini alessandrine, viene a Roma per studiare e si converte al cristianesimo. Il padre cerca di riportarlo al paganesimo in tutti modi, anche offrendogli la vestale Daria, col risultato che si converte anche lei. Entrambi muoiono martiri nel 283 e sono patroni di Reggio Emilia. 

SANTI CRISPINO E CRISPINIANO, MARTIRI
m. circa 285
Al tempo di Diocleziano, Crispino e Crispiniano si stabiliscono a Soissons, nella Gallia belgica, oggi Francia, dove esercitano il mestiere di calzolai, trasmettono la fede cristiana ed evangelizzano il popolo. Vengono perciò arrestati dall’imperatore Massimiano e martirizzati nel 285.

 

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sabato 24 ottobre 2026

24.10.2026 - Ef 4,7-16 - Lc 13,1-9 - Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni - Ef 4,7-16

Fratelli, a ciascuno di noi, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto:
«Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri,
ha distribuito doni agli uomini».
Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.
Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.
Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore. Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo. Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare sé stesso nella carità.

1. Dopo il forte richiamo all'unità, Paolo nella Lettera agli Efesini prosegue dicendo che Cristo, asceso in cielo, HA EFFUSO UNA VARIETÀ DI DONI per rendere idonei i cristiani a edificare il corpo di Cristo: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. I doni aiutano i ‘santi' a conseguire l'unità della fede, nella misura della pienezza di Cristo, crescendo così verso di Lui, capo del corpo.

2. CIASCUNO DI NOI È IL DESTINATARIO PRIVILEGIATO DELLA GRAZIA, DEL DONO DI CRISTO: un dono personalizzato, da accogliere con fiducia e consapevolezza, da mettere in atto con responsabilità, e non da fanciulli in balia delle onde; un dono reso continuamente condivisibile. Che AVRÀ SEMPRE UN'UNICA SORGENTE E MÈTA: CRISTO, FIGLIO DI DIO e capo del corpo mistico, il quale è in crescita e maturazione continua, con la collaborazione di ogni sua giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, nella carità!

3. CI GUIDI I SIGNORE, OGGI, A RISCOPRIRE LA GRAZIA DONATA A CIASCUNO DI NOI, IL MINISTERO al quale sono stato chiamato, L'ENERGIA effusa in me, la portata della mia collaborazione responsabile... per edificare il corpo di Cristo, la Chiesa.

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 13,1-9
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». 

Gesù, riferendosi a fatti di cronaca in cui degli innocenti erano morti, afferma che non è il castigo di Dio, ma un invito alla conversione, ricordando la precarietà della vita. Oggi è il tempo favorevole per convertirsi. Oggi e non domani! Gesù racconta la parabola del fico sterile, illustrando come il Padre e il Figlio si prendano cura dell'uomo, aspettandosi che risponda al loro amore. Dio è paziente e attende che l'albero maturi e che ci convertiamo, iniziando il cammino con il primo passo. Nulla dovrebbe impedire la nostra conversione. E Tu cosa aspetti?

 

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