sabato 7 marzo 2026

07.03.2026 - Mi 7,14-15.18-20 - Lc 15,1-3.11-32 - Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

Dal libro del profeta Michèa - Mi 7,14-15.18-20

Pasci il tuo popolo con la tua verga,
il gregge della tua eredità,
che sta solitario nella foresta
tra fertili campagne;
pascolino in Basan e in Gàlaad
come nei tempi antichi.
Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto,
mostraci cose prodigiose.
Quale dio è come te,
che toglie l’iniquità e perdona il peccato
al resto della sua eredità?
Egli non serba per sempre la sua ira,
ma si compiace di manifestare il suo amore.
Egli tornerà ad avere pietà di noi,
calpesterà le nostre colpe.
Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.
Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà,
ad Abramo il tuo amore,
come hai giurato ai nostri padri
fin dai tempi antichi.

1. IL RITORNO DALL’ESILIO PORTA A CONFRONTARSI CON UNA REALTÀ DURA. La terra promessa è occupata da popolazioni straniere e ostili al ritorno degli israeliti. Le mura sono state demolite, il tempio distrutto. La consapevolezza di essersi allontanati da YHWH è viva. Su questo clima pesante si leva ferma e incoraggiante la parola del profeta: DIO “AVRÀ PIETÀ”, “CALPESTERÀ LE COLPE”, “GETTERÀ NEL MARE I PECCATI”, “CONSERVERÀ LA SUA FEDELTÀ E LA SUA BENEVOLENZA”.

2. DIO SI RICORDA DELLA PROMESSA CHE CI HA FATTO DA SEMPRE: quella di cancellare i nostri peccati sacrificando una parte di sé. NON C’È ALTRA DIVINITÀ CHE RAGIONA COSÌ, che torna sui suoi passi, che DÀ SEMPRE UNA SECONDA OPPORTUNITÀ... e poi una terza e una quarta... 

3. È proprio l'amara esperienza del peccato riscattata dalla gioia del perdono a rivelare l'autentico volto di Dio. IL DIO DELLA RIVELAZIONE È RICCO DI MISERICORDIA E DI AMORE. Il perdono di Dio ci rende CREATURE NUOVE e ci rilancia nella via dell’amore…

-------------------------------------------------

+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
«Costui, accoglie i peccatori e mangia con loro!». È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa“.
Ma il suo atteggiamento viene criticato dai farisei, per questo Gesù racconta una lunga parabola.
L’esperienza del figliol prodigo ci fa constatare sia nella storia sia nella nostra vita che quando la libertà viene ricercata al di fuori di Dio il risultato è negativo: perdita della dignità personale, confusione morale e disgregazione sociale. 
E che dire del fratello maggiore? La sua incapacità di comprendere l'amore incondizionato lo rende invidioso, orgoglioso, isolato.
Abbiamo bisogno della misericordia di Dio, abbiamo bisogno di essere accolti dal Signore e mangiare il suo stesso pane!

--------------------------------- 

Il padre va incontro al figlio lontano,e gli si getta al collo. E' il senso della vita cristiana, incontrare e abbracciare. Avrebbe potuto anche strangolarlo.. avrebbe dovuto? Non sarebbe stato giusto?

--------------------------------- 


07.03 SANTE PERPETUA E FELICITA, MARTIRI

SANTE PERPETUA E FELICITA

Tra le più celebri martiri dei primi secoli, Perpetua e Felicita subirono il martirio il 7 marzo 203 a Cartagine, sotto l’imperatore Settimio Severo, insieme a Revocato, Saturnino, Secondino e Saturo. La loro vicenda è narrata nella straordinaria Passio Perpetuae et Felicitatis, uno dei documenti più antichi e toccanti della letteratura cristiana, che contiene anche pagine scritte dalla stessa Perpetua.

Perpetua era una giovane matrona di circa ventidue anni, madre di un bambino ancora lattante. Arrestata come catecumena, ricevette il Battesimo in carcere. Il padre, pagano, la supplicò più volte di rinnegare la fede per salvare la vita e non abbandonare il figlio. Ma lei rispose con parole rimaste celebri: «Non posso chiamarmi in altro modo da quello che sono: cristiana». Nel diario racconta le sue visioni: una scala stretta e irta di armi che conduceva al cielo, con un drago ai piedi – simbolo del male – che lei calpestava per salire verso un giardino luminoso; e la liberazione del fratellino Dinocrate dalle pene dopo le sue preghiere.

Felicita era una giovane schiava, all’ottavo mese di gravidanza. Temeva che la legge romana, che vietava di giustiziare donne incinte, le impedisse di condividere il martirio con i compagni. Dopo intense preghiere, partorì tre giorni prima dell’esecuzione. A chi la scherniva per i dolori del parto rispose: «Ora soffro io; allora sarà un Altro che soffrirà in me e per me».

Il 7 marzo furono condotte nell’anfiteatro di Cartagine ed esposte alle belve. Colpite e ferite, si rialzarono con dignità. Alla fine furono uccise di spada. La loro fortezza impressionò persino i carcerieri, suscitando conversioni. Il loro culto si diffuse immediatamente in tutta la cristianità; i loro nomi sono inseriti nel Canone Romano della Messa. Sono patrone delle madri e delle donne in gravidanza.

Due donne, una nobile e una schiava, unite dalla stessa fede: nel sangue del martirio caddero le barriere sociali e brillò la libertà dei figli di Dio.

 

Per noi oggi

1.     L’identità cristiana non è negoziabile.
«Sono cristiana»: Perpetua non cercò compromessi. Oggi la nostra fede è un’etichetta culturale o un’appartenenza per cui saremmo disposti a perdere qualcosa?

2.     La maternità non è un ostacolo alla santità, ma una via.
Madri e martiri, non opposero l’amore per i figli all’amore per Cristo. Come viviamo le nostre responsabilità familiari: come limite o come vocazione?

3.     In Cristo cadono le differenze sociali.
Una patrizia e una schiava morirono fianco a fianco. Le nostre comunità riflettono davvero questa uguaglianza radicale?

† Cartagine, 7 marzo 203

 

📲 I MIEI SOCIAL:


venerdì 6 marzo 2026

06.03.2026 - Gen 37,3-4.12-13.17-28 - Mt 21,33-43.45 - Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!

Dal libro della Gènesi - Gen 37,3-4.12-13.17-28

Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.
I suoi fratelli erano andati a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Allora Giuseppe ripartì in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan.
Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».
Ma Ruben sentì e, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: «Non togliamogli la vita». Poi disse loro: «Non spargete il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»: egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre.
Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.
Poi sedettero per prendere cibo. Quand’ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Gàlaad, con i cammelli carichi di rèsina, balsamo e làudano, che andavano a portare in Egitto. Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è a uccidere il nostro fratello e a coprire il suo sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli gli diedero ascolto.
Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

1. La storia di Giuseppe racconta di una grave tensione familiare. COVATA NEI CUORI E DISSIMULATA. I fratelli, presi dall'invidia del ruolo di Giuseppe nella famiglia e dei suoi sogni, cercano di toglierlo di mezzo. FIN DOVE POTRÀ MAI GIUNGERE L’INVIDIA, LA GELOSIA, L’ASTIO, L’ODIO, L’AMORE NON CORRISPOSTO?

2. Ruben, il fratello maggiore di Giuseppe, convince i fratelli a NON UCCIDERLO MA A VENDERLO a dei mercanti che stavano passando in quel momento. Giuseppe dirà che doveva giungere in Egitto, che CIÒ ERA DISEGNO DI DIO PERCHÉ FOSSE SALVATO LUI CON LORO.

3. Le meraviglie di Dio sono custodite dentro al ROVESCIAMENTO DEL PECCATO IN GRAZIA. Quale anticipazione piena e trasparente di Gesù, GIUSEPPE PUÒ SANARE IL MALE RADICATO NEI FRATELLI PERCHÉ È STATO VITTIMA INNOCENTE, COME AGNELLO IMMOLATO…

-----------------------------------------------------

+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 21,33-43.45
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di sé stesso e del proprio agire. Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio Orizzonte è veramente più felice? Diventa veramente più libero? Pensiamo che uccidendo Dio tagliandolo fuori dalla nostra vita saremo più liberi, ma senza di Lui non c’è nessuna possibilità di essere liberi.
La cronaca quotidiana lo dimostra ampiamente: ovunque si estende l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione! Il punto d’arrivo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo, è la società più divisa e confusa. Ma nelle parole di Gesù vi è una promessa, la vigna non sarà distrutta“.

-------------------------------------

Due movimenti opposti: l'amore di Dio creatore e Padre che manda il Figlio e la risposta dell'uomo che spreca e calpesta tutto questo amore. Siamo consapevoli che l'amore è questa cosa qui?

-------------------------------------

 

📲 I MIEI SOCIAL:

06.03 SANTA ROSA DA VITERBO, VERGINE FRANCESCANA

SANTA ROSA DA VITERBO

Nata nel 1233 a Viterbo da una povera famiglia contadina, Rosa mostrò fin da piccolissima una fede ardente e straordinaria. La tradizione racconta che a tre anni riportò in vita una zia appena morta e che, guarita da una grave malattia per intercessione della Madonna, consacrò la sua giovane vita a Dio. In un celebre episodio, mentre portava pane ai poveri, il cibo nascosto nel grembiule si trasformò in rose davanti al padre incredulo: segno della sua carità nascosta.

Il contesto storico era drammatico: Viterbo era lacerata dallo scontro tra Guelfi, sostenitori di Innocenzo IV, e Ghibellini, alleati dell’imperatore Federico II. A soli diciassette anni, Rosa, divenuta terziaria francescana, percorreva scalza le strade della città con un crocifisso in mano, esortando alla pace e alla fedeltà alla Chiesa. La sua franchezza le costò cara: nel 1250 la famiglia fu esiliata e costretta a rifugiarsi sui monti in pieno inverno. Poco dopo, come da lei predetto, Federico II morì (13 dicembre 1250) e i Guelfi ripresero il controllo della città, permettendo il ritorno della famiglia.

Rosa continuò la sua missione con segni e prodigi: si racconta che ridonò la vista a una giovane cieca dalla nascita, Delicata. Desiderava entrare in convento, ma fu rifiutata. Accettò l’umiliazione con serenità, annunciando che quel monastero l’avrebbe accolta dopo la morte. Morì nel 1251, appena diciottenne. Come aveva previsto, le sue spoglie furono accolte proprio nel monastero che l’aveva respinta, oggi Santuario di Santa Rosa a Viterbo.

È patrona di Viterbo, del Terz’Ordine francescano femminile, della gioventù femminile cattolica e della Gioventù Francescana. Ogni 3 settembre la città la onora con il celebre “Trasporto della Macchina”, un’imponente torre luminosa portata a spalla dai “Facchini”: segno di una devozione che attraversa i secoli.

Giovanissima, povera e senza potere, Rosa mostrò che la santità non ha età e che il coraggio evangelico può sfidare perfino un imperatore.

 

Per noi oggi

1.     I giovani non sono il futuro: sono il presente della Chiesa.
A diciassette anni Rosa parlava alla città e sfidava il potere. Oggi diamo davvero spazio al coraggio dei giovani o li consideriamo solo “in formazione”?

2.     La fede autentica disturba.
La sua predicazione le costò l’esilio. Se la nostra fede non crea mai tensione con il mondo, è ancora profetica?

3.     Il rifiuto non è la fine della vocazione.
Respinta dal convento, non smise di amare la Chiesa. Sappiamo trasformare le porte chiuse in occasioni di maturazione?

Viterbo, 1233/34 - Viterbo, 6 marzo 1251/52


📲 I MIEI SOCIAL:


 

III DOMENICA DI QUARESIMA – 8 marzo 2026 - Storia di Sofia, 18 anni: "Il pozzo vuoto"

 

III DOMENICA DI QUARESIMA – 8 marzo 2026

 

Storia di Sofia, 18 anni: "Il pozzo vuoto"

 

Sofia ha tutto quello che una ragazza della sua età potrebbe desiderare. Una famiglia benestante, una bella casa, vestiti alla moda, l'ultimo modello di smartphone. Ha anche molti amici, o almeno così sembrano sui social dove i suoi post raccolgono sempre centinaia di like. Eppure, quando torna a casa la sera e si chiude nella sua stanza, sente un vuoto che non riesce a colmare.

 Ha provato a riempirlo in tanti modi. Ha avuto diverse relazioni, tutte finite male, lasciandola ogni volta più delusa. Ha provato a riempirlo con lo shopping compulsivo, ma la gioia durava solo fino alla prima volta che indossava il vestito nuovo. Ha provato a riempirlo con le feste, l'alcol, il rincorrere emozioni sempre più forti. Ma il vuoto resta. Anzi, sembra diventare più grande.

 Una sera, dopo l'ennesima delusione, si trova per caso in una chiesa. È vuota, silenziosa. Si siede. E per la prima volta in mesi piange. Non sa bene perché, ma piange. Poi, nel silenzio, sente come una voce interiore: "Quello che stai cercando non è fuori, è dentro. E io posso darlo". Sofia non sa bene cosa significhi, ma qualcosa cambia. Inizia a chiedersi: cosa sto davvero cercando?

 Di cosa ho davvero sete? E se tutto quello che ho inseguito finora fossero solo cisterne screpolate che non tengono acqua?

 

Per noi oggi:

 1.     Possiamo avere tutto e non avere niente. - La nostra epoca ci ha convinti che il vuoto si riempie con cose, esperienze, relazioni veloci. Sofia scopre invece una verità scomoda: non è la mancanza di possibilità a renderci infelici, ma la mancanza di senso. E se il vero problema non fosse ciò che ci manca, ma ciò che stiamo cercando nel posto sbagliato?

 2.     Siamo pieni di connessioni e poveri di interiorità. - Like, messaggi, follower, appuntamenti: tutto ci tiene occupati, ma pochi ci tengono davvero compagnia. Forse il silenzio ci spaventa perché è l’unico luogo in cui emerge la domanda più seria: “chi sono davvero?”. E se la più grande rivoluzione oggi fosse spegnere il rumore per ascoltare il cuore?

 3.     Non ogni sete si placa con ciò che brilla. - Continuiamo a scavare pozzi che si svuotano in fretta: successo, piacere, apparenza. Ma prima o poi arriva il momento in cui capiamo che esiste una sete più profonda, che nessun acquisto e nessuna emozione possono saziare. La provocazione è semplice e radicale: e se Dio non fosse un’aggiunta alla vita, ma l’unica acqua capace di riempirla davvero?

 

📲 I MIEI SOCIAL:

giovedì 5 marzo 2026

05.03.2026 - Ger 17,5-10 - Lc 16,19-31 - Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali;

Dal libro del profeta Geremìa - Ger 17,5-10

Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.
Niente è più infido del cuore
e difficilmente guarisce!
Chi lo può conoscere?
Io, il Signore, scruto la mente
e saggio i cuori,
per dare a ciascuno secondo la sua condotta,
secondo il frutto delle sue azioni».

1. Il profeta Geremia è TESTIMONE DRAMMATICO DEL CROLLO DEL REGNO DI GIUDA E DELLA ROVINA DI GERUSALEMME. La fedeltà a Dio e alla sua legge è principio di vita, di fecondità, di freschezza interiore. GEREMIA CI INVITA A CONFIDARE SEMPRE NEL SIGNORE

2. “MALEDETTO L’UOMO CHE CONFIDA NELL’UOMO”. Sempre viene definita «maledetta la persona» che CONFIDA SOLO NELLE PROPRIE FORZE, «perché porta dentro di sé una maledizione». Quell’uomo finirà per essere «chiuso in sé stesso» e «non avrà salvezza», perché «non può salvare sé stesso».

3. «BENEDETTO L’UOMO CHE CONFIDA NEL SIGNORE», perché «è come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; NON TEME quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti». È FELICE L’UOMO CHE EDIFICA LA SUA CASA SULLA ROCCIA, SUL SICURO. 

-------------------------------------------------

+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
Il grande male della nostra società non è la povertà di chi non ha, ma l'incoscienza di chi ha. Nella parabola la ricchezza ha chiuso il cuore del ricco, lo ha chiuso nell'egoismo. Non vede il povero che staziona alla sua porta. Pensa a godersi la vita, e si dimentica di vivere. La ricchezza arriva al punto di cancellare il proprio nome, e persino un cane si mostra più misericordioso del ricco.
Lasciamoci provocare dalla verità della parabola, apriamo gli occhi, perché in questa vita ci prepariamo l'altra vita. Noi non siamo ricchi, ma ragioniamo tutti come fanno i ricchi. La vita invece è fatta per dare, per amare, per condividere. Agiamo prima che sia troppo tardi!
Chi è dimenticato da tutti, Dio non lo dimentica: chi non vale nulla agli occhi degli uomini, è prezioso a quelli del Signore.

--------------------------------

«...Neanche se uno risorgesse dai morti». Gesù sta parlando di sé e si rivolge a noi: lui è risorto e noi ancora viviamo come il ricco della parabola. Cosa ci può “persuadere” se non la resurrezione?

--------------------------------

 

📲 I MIEI SOCIAL:

05.03 SAN LUCIO I, PAPA

SAN LUCIO I

Eletto papa nel giugno del 253, succedette a San Cornelio, morto in esilio durante le persecuzioni. La Chiesa viveva uno dei suoi momenti più duri: dopo il martirio di San Fabiano sotto l’imperatore Decio, anche Cornelio era stato bandito da Treboniano Gallo. Lucio stesso, appena eletto, fu esiliato. Poco dopo, probabilmente con l’ascesa di Valeriano (inizialmente non ostile ai cristiani), poté rientrare a Roma.

Il suo ritorno fu accolto con gioia da San Cipriano di Cartagine, che gli scrisse una lettera di grande valore ecclesiale. Cipriano interpretava l’esilio non come una sconfitta, ma come una prova che aveva manifestato dove fosse la vera Chiesa: quella che soffre per Cristo. La persecuzione, affermava, aveva colpito i veri cristiani, distinguendoli dagli eretici e confermando l’autorità del vescovo legittimo.

In quel tempo era ancora vivo lo scisma di Novaziano, che negava la possibilità di perdono ai lapsi, cioè ai cristiani che durante le persecuzioni avevano ceduto sacrificando agli dei pagani. Cornelio e Cipriano avevano invece sostenuto la riammissione dei penitenti sinceri, dopo un cammino di conversione. Lucio proseguì su questa linea: fermezza nella fede, ma apertura alla misericordia.

Morì all’inizio di marzo del 254, dopo appena otto mesi di pontificato. Secondo la testimonianza di Cipriano, condivise la gloria del martirio con il suo predecessore. Fu sepolto nelle Catacombe di San Callisto. Il suo breve pontificato lasciò un segno chiaro: l’unità della Chiesa si custodisce nella verità, ma anche nella capacità di perdonare.

 

Per noi oggi

1.     La persecuzione rivela l’autenticità.
Cipriano affermava che era stata colpita la vera Chiesa. Quando la fede diventa scomoda, restiamo o ci adattiamo?

2.     Misericordia non è debolezza.
Lucio difese la possibilità di perdono per i lapsi. Siamo capaci di unire verità e perdono senza cadere né nel rigorismo né nel relativismo?

3.     L’autorità si rafforza nella prova.
L’esilio non tolse credibilità a Lucio, la aumentò. Oggi cerchiamo riconoscimento o fedeltà?

† 254
(Papa dal 25/06/253 al 05/03/254)

 

NELLO STESSO GIORNO:
BEATO CRISTOFORO MACCASOLIO  Sacerdote - VIGEVANO
Milano 1400 ? oppure 1415? - 5 marzo 1485
Nasce a Milano verso il 1415 da una nobile famiglia dei Macassoli. In giovane età maturò una solida fede, dimostrata nei fatti attraverso opere di benevolenza quotidiane. Intorno ai vent’anni divenne francescano entrando nell’Ordine dei Frati Minori Francescani Osservanti, ordine che a quel tempo cercava di tornare a rispettare rigorosamente la Regola di San Francesco d’Assisi. Dopo anni di formazione e preghiera, Fra Cristoforo fu ordinato sacerdote, e si distinse da subito come valente predicatore, faro di santità e per la grande generosità nel ministero apostolico.

 

📲 I MIEI SOCIAL: