domenica 1 novembre 2026

Ap 7,2-4.9-14 - 1Gv 3,1-3 - Mt 5,1-12a - TUTTI I SANTI

TUTTI I SANTI
Domenica, 01 Novembre 2026
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo - Ap 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.
Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».
E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

1. Ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, prima numerabile 144.000, poi immensa che PROVIENE DA TUTTI I TEMPI E TUTTI I LUOGHI. Sono i salvati, tutti i redenti (i Santi). Tutti chiamati alla santità!
2. Sono VESTITI DI BIANCO, partecipano della vita di Dio e hanno la PALMA NELLE MANI, segno di vittoria e di fecondità di vita. AMMIRIAMOLI!
3. Provengono dalla GRANDE TRIBOLAZIONE (dalla passione di Cristo): è il sangue dell'Agnello, e il candore delle vesti è il frutto della PARTECIPAZIONE alla passione di Gesù. Questi sono i SANTI i REDENTI… Coraggio!

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Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
1. C’è una tensione tra l'oggi e il futuro dei figli di Dio. SIAMO GIÀ FIGLI MA CIÒ CHE SAREMO NON È STATO ANCORA RIVELATO. Ma quando vedremo Dio faccia a faccia, saremo simili a Lui, ricolmi di gloria e di felicità. PER ORA VIVIAMO NELLA SPERANZA, nell’attesa di una pienezza che è ancora tutta da ricevere.
2. «Chiunque ha questa speranza in lui, PURIFICA SÉ STESSO, come egli è puro» Non accontentiamoci di una vita mediocre, lasciamoci purificare da Cristo, dalla sua Parola. SIAMO CERTI DI FAR PARTE DI UNA CHIESA DI PERSONE BELLE, REDENTE DA CRISTO.
3. I Santi ci dicono che LA REDENZIONE È EFFICACIE, C’È SALVEZZA! I Santi ci dicono che il meglio deve ancora avvenire, la luce e la vita l’abbiamo davanti a noi! LA SANTITÀ È IL NOSTRO DESTINO!

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

1. I Santi sono persone concrete che abitano in vari luoghi. Santo significa "RITAGLIATO FUORI" rispetto la moltitudine delle persone. È colui che ha FATTO UNA SCELTA di vita che lo qualifica. FAI LA TUA SCELTA e CONFERMALA OGNI GIORNO...

2. I Santi sono per noi dei MODELLI da imitare. Guardando a loro, noi comprendiamo come deve essere vissuto il Vangelo. LEGGIAMO QUALCHE VITA DEI SANTI...

3. Santi NON si nasce, MA si diventa. ESSI SONO stati "POVERI IN SPIRITO", ovvero sono stati staccati dai beni terreni e hanno rivolto il loro cuore unicamente al Signore. ESSI "HANNO PIANTO E HANNO SOFFERTO" per il Regno dei cieli, sono stati "MITI DI CUORE", hanno avuto "FAME E SETE DELLA GIUSTIZIA", ovvero hanno avuto un vivo desiderio di Dio, sono stati "MISERICORDIOSI" e "PURI DI CUORE", "OPERATORI DI PACE" e "PERSEGUITATI PER LA GIUSTIZIA". In poche parole, ESSI hanno vissuto la vita di Gesù. BUON CAMMINO DI SANTITÀ'.. CON CORAGGIO...

BUONA SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI…

SANTITÀ

"La casa di Dio è una casa di uomini, non di eroi". Un eroe dà l'illusione di superare l'umanità, mentre il santo si sforza di realizzarla nel miglior modo possibile. In che modo? Vivendo le Beatitudini secondo la capacità di ognuno. Le Beatitudini sono un impegno preciso per orientare la vita verso la perfezione, sono la realizzazione di un mondo migliore. Invochiamo l'intercessione di Tutti i santi, perché sappiamo riscoprire la nostra vocazione alla santità.

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Se pensiamo ai santi come a “superuomini” o super-eroi, ci possiamo scoraggiare. Se, invece, pensiamo ai santi come persone che non sono nate perfette; che prima di raggiungere la gloria del cielo, hanno vissuto una vita normale, allora siamo incoraggiati ad imitarli. Se ci sono riusciti loro, possiamo farcela anche noi. Dio non ha bisogno delle nostre opere ma solamente del nostro amore.

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La ragione per cui non siamo felici come i santi è che non abbiamo nessuna voglia di essere santi! Per questo Martin Buber disse: «L’orrore del nostro mondo è radicato nella sua resistenza all’ingresso della santità nella vita vissuta». Se non ci accontentiamo di una vita banale; se non vivacchiamo alla giornata. Dove c’è un santo la vita diventa più viva, cioè si moltiplica perché fa maturare la propria originalità.

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LECTIO DIVINA – TUTTI I SANTI

 

OMELIA – TUTTI I SANTI  

 

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Mt 13,47-52 - RITO AMBROSIANO - II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE

RITO AMBROSIANO

II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE
Domenica 01 Novembre 2026

 ✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo - Mt 13,47-52

In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

1. “IL REGNO DEI CIELI È SIMILE…”. Che cos'è il Regno dei cieli? È GESÙ STESSO, CRISTO È IL RE, CRISTO È IL REGNO. Il Regno dei cieli si risolve dunque nel RAPPORTO PERSONALE CON CRISTO. Va cercato, va protetto, va vissuto... OGNI GIORNO…

2. La rete del Regno viene buttata in mare senza programmi: L’AMORE DI DIO NON SCEGLIE A PRIORI, MA SI RIVOLGE A TUTTI. Solo alla fine si potrà vedere la differenza tra i giusti e i malvagi e sarà un giudizio operato da Dio stesso, non dagli uomini. VIVI DELL’AMORE DI DIO… 

3. Sarai tu il DISCEPOLO del regno dei cieli. DALLA PAROLA DI DIO OGNI GIORNO POTRAI ESTRARRE “COSE NUOVE E COSE ANTICHE”. Sono le meraviglie della Parola di Dio che fa nuove e divine le nostre piccole e povere vite!  Siamo INFINITO…

BUONA DOMENICA...


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01.11 TUTTI I SANTI

TUTTI I SANTI

 La solennità di Tutti i Santi, celebrata il primo novembre, è una delle feste più antiche e universali della Chiesa, nata per onorare tutti i santi, noti e sconosciuti, «uniti in Cristo nella gloria», come ricorda il Martirologio Romano. In questo giorno, la Chiesa pellegrina sulla terra si unisce a quella trionfante del cielo in un unico canto di lode, celebrando la vittoria dei figli di Dio che hanno vissuto la fede fino in fondo e ora partecipano della gloria eterna.

 La festa mette in luce il mistero della comunione dei santi, cioè il legame profondo che unisce tutti i credenti – vivi e defunti – in Cristo. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, questa comunione fa sì che i santi, già presso Dio, continuino a intercedere per noi, sostenendo il cammino dei fedeli ancora in lotta. «La loro intercessione è il più alto servizio che rendono al disegno di Dio»: per questo la Chiesa invita a pregare i santi, perché la loro preghiera rafforzi la nostra fede e illumini il mondo.

 Le origini della festa risalgono ai primi secoli del cristianesimo, quando i fedeli commemoravano la morte dei martiri nei luoghi del loro sacrificio. Già nel quarto secolo, come testimoniato da san Basilio, le Chiese iniziarono a scambiarsi reliquie e a celebrare congiuntamente i martiri. Con il moltiplicarsi delle persecuzioni, soprattutto sotto Diocleziano, divenne impossibile dedicare un giorno a ciascun martire, e nacque così una memoria collettiva. In Oriente si celebrava la prima domenica dopo Pentecoste o il 13 maggio; in Occidente, nel 609, il Pantheon fu consacrato da papa Bonifacio IV come Santa Maria ad Martyres. Fu però Gregorio quarto, nell’835, a fissare definitivamente la data al primo novembre, dandole il significato universale che conserva ancora oggi.

 La festa di Tutti i Santi è dunque un inno alla speranza e alla vocazione universale alla santità: ci ricorda che la santità non è privilegio di pochi, ma chiamata per tutti. È anche un invito a contrapporre alla cultura superficiale di Halloween la luce della comunione, della gioia e della vita eterna che i santi testimoniano.

 In loro la Chiesa riconosce il riflesso della gloria divina e il destino a cui ogni uomo è chiamato: diventare santo per partecipare alla gioia del Cielo.

 

Per noi oggi:

 La santità non è un premio per pochi, ma un dovere per tutti. Se la festa di Tutti i Santi celebra milioni di volti sconosciuti, allora non possiamo più pensare che la santità sia “per altri”: ogni giorno in cui scegliamo la verità, la misericordia, la purezza del cuore, diventiamo parte viva di quella moltitudine. O non siamo noi stessi a rinunciare alla chiamata di Dio?

 Essere santi oggi significa andare controcorrente. In un mondo che esalta successo, apparenza e potere, i santi gridano con la loro vita che la felicità nasce solo dal dono di sé. Se non siamo disposti a “perdere” qualcosa per amore, possiamo ancora dirci cristiani?

 Halloween o Ognissanti: quale festa scegliamo davvero? Mentre la cultura celebra il macabro e la paura, la Chiesa propone la luce della vita eterna. Non è forse arrivato il momento di smettere di imitare la notte e tornare a testimoniare la luce? La vera rivoluzione cristiana oggi è credere che la gioia dei santi è anche possibile per noi.


Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria: oggi, in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.



sabato 31 ottobre 2026

31.10.2026 - Fil 1,18-26 - Lc 14,1.7-11 - Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 1,18-26

Fratelli, purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.
1. Paolo è in prigione probabilmente a Efeso, dove ha ricevuto la condanna a morte. Scrive ai cristiani di Filippi che la sua PRIGIONIA È DIVENUTA UNA OCCASIONE per predicare il Vangelo. Mette in secondo piano il suo stesso destino personale, la sua stessa vita e la sua morte: QUEL CHE CONTA È LA PREDICAZIONE DEL VANGELO. 
2. Paolo vuole che i cristiani di Filippi comprendano che il compito dei discepoli di Gesù è di TESTIMONIARE IL VANGELO, SEMPRE. Comunicare il Vangelo è far conoscere CON LE PAROLE E CON LA VITA quanto sia grande l'amore di Dio che si è rivelato nel Signore Gesù. Vale per noi OGGI…
3. Paolo sta vivendo un momento di angoscia e di bivio: vivere o morire? “PER ME IL VIVERE È CRISTO E IL MORIRE UN GUADAGNO” Ha il desiderio profondo di ESSERE CON CRISTO e di sciogliere l’esistenza terrena, TUTTAVIA si rende conto che la sua presenza potrebbe essere utile PER GLI ALTRI, non tanto per sé. CHE GRANDEZZA D’ANIMO! Paolo NON sa cosa scegliere, NON deve scegliere, NON decide Lui. E per TE, il vivere è Cristo?

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+ Dal vangelo secondo Luca - Lc 14,1.7-11
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

 

"Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato". La storia insegna che l’orgoglio, l’arrivismo, la vanità, l’ostentazione sono la causa di molti mali. E Gesù ci fa capire la necessità di scegliere l’ultimo posto, cioè di cercare la piccolezza e il nascondimento: l’umiltà.
Non dobbiamo cercare di nostra iniziativa l’attenzione e la considerazione altrui, ma semmai lasciare che siano gli altri a darcele. Gesù ci mostra sempre la via dell’umiltà perché è quella più autentica, che permette anche di avere relazioni autentiche.
Ma facciamo attenzione alla falsa umiltà, quella che ci porta a non riconoscere le nostre capacità, i nostri risultati. Ci fa credere di "non essere capace", di "essere un buono a nulla". Impariamo l'umiltà da Maria che riconosce le grandi cose che avvengono in lei, non nascondendole, ma attribuendo il merito a Colui che veramente lo ha, cioè Dio onnipotente.

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La strada di Gesù è la via dell’umiltà, cioè dell’umiliazione. È la via della croce. La proposta di Gesù è per la nostra felicità, per la nostra “esaltazione”. E chi di noi non vuole essere esaltato?

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31.10 SANT'ALFONSO RODRIGUEZ

SAN ALFONSO RODRÍGUEZ (1531–1617)

 Nato a Segovia in Spagna da una famiglia di mercanti di lana, Alfonso Rodríguez mostrò fin da giovane un forte desiderio di consacrarsi a Dio. Studiò presso i gesuiti di Alcalá, ma la morte del padre lo costrinse a tornare a casa per occuparsi della bottega di famiglia. Sposato e padre di due figli, conobbe presto il dolore più profondo: la morte della moglie e dei bambini. Questo susseguirsi di prove lo spinse a cercare rifugio solo in Dio. Ceduti tutti i beni al fratello, tentò di entrare nella Compagnia di Gesù, ma la salute fragile e la scarsa preparazione lo resero inadatto al sacerdozio. Tuttavia, i gesuiti ne riconobbero l’umiltà e la profondità spirituale, accogliendolo come fratello coadiutore.

 Fu mandato a Palma di Maiorca, nel collegio di Monte Sion, dove per oltre trent’anni svolse con fedeltà il semplice incarico di portinaio. In quel ruolo, apparentemente umile, Alfonso trovò la sua strada verso la santità. Ogni persona che bussava alla porta trovava in lui accoglienza, consiglio, preghiera e conforto. La sua bontà semplice, unita a una severa disciplina interiore, trasformò la portineria in un luogo di grazia.

 Dio gli concesse doni straordinari: visioni, preveggenza, miracoli e una profonda vita mistica. Alfonso fu anche guida spirituale dei novizi gesuiti, tra cui san Pietro Claver, futuro apostolo degli schiavi, al quale predisse la missione. La sua spiritualità era centrata sull’amore verso la Vergine Maria — che invocava recitando ogni giorno il Rosario — e sulla devozione al proprio angelo custode, che più volte sentì vicino in modo tangibile.

 Celebre un episodio in cui il demonio tentò di soffocarlo con un fetore pestilenziale: l’angelo lo salvò fisicamente e spiritualmente. Da quell’esperienza Alfonso trasse un insegnamento potente: così come un’aria avvelenata può togliere la vita al corpo, il peccato priva l’anima della grazia e la conduce alla morte eterna.

 San Alfonso Rodríguez morì a Palma di Maiorca nel 1617. Canonizzato nel 1888, è patrono dei portieri e degli uscieri, simbolo luminoso di come anche il servizio più semplice, vissuto con amore e umiltà, possa diventare via di santità.

 

Per noi oggi:

 La grandezza non è nel ruolo, ma nell’amore con cui lo svolgi – San Alfonso non era un leader, un docente o un missionario famoso, ma un portinaio. Eppure la sua santità dimostra che il vero valore non è in ciò che facciamo agli occhi del mondo, ma in come lo facciamo: la gloria spesso si nasconde nelle azioni più umili.

 Il dolore può essere il trampolino verso la spiritualità – La perdita della famiglia avrebbe potuto spezzare Alfonso, e invece lo trasformò. La provocazione è chiara: forse ciò che evitiamo, ciò che temiamo o che consideriamo ingiusto, può diventare la porta verso la nostra più profonda crescita interiore.

 Il potere è sopravvalutato, la fedeltà è sottovalutata – Nel mondo moderno siamo ossessionati da ambizione, status e controllo. Alfonso insegna che la vera forza sta nella fedeltà quotidiana, nel vivere con integrità anche nei ruoli “invisibili”. Forse ciò che cambia il mondo non sono i grandi gesti, ma la coerenza silenziosa dei nostri piccoli atti.


Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto. 
 Nell’isola di Palma di Maiorca, sant’Alfonso Rodríguez, che, perduti la moglie, i figli e tutti i suoi beni, fu accolto come religioso nella Compagnia di Gesù, dove svolse per molti anni la mansione di portinaio nel Collegio, divenendo un esempio di umiltà, obbedienza e costanza nel sacrificio.

venerdì 30 ottobre 2026

30.10.2026 - Fil 1,1-11 - Lc 14,1-6 - Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 1,1-11

Paolo e Timòteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo.
Rendo grazie al mio Dio ogni volta che mi ricordo di voi. Sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.
È giusto, del resto, che io provi questi sentimenti per tutti voi, perché vi porto nel cuore, sia quando sono in prigionia, sia quando difendo e confermo il Vangelo, voi che con me siete tutti partecipi della grazia. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù.
E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
  • Paolo si mostra come un padre che si occupa dei figli. Il motivo della gioia di Paolo è la fedele cooperazione all’annuncio del Vangelo. Paolo riconosce che questa OPERA DI TESTIMONIANZA PER IL VANGELO NASCE DAL SIGNORE, TRAMITE LO SPIRITO SANTO, più che dalla sua opera di evangelizzatore. PAOLO SI FA UMILE…
  • Paolo è convinto che DIO PORTERÀ A COMPIMENTO L’OPERA BUONA CHE HA INIZIATO IN NOI. Ci sono già i segni di quest’opera buona. Anche su di noi è AVVENUTA la Parola. QUELLO CHE MANCA ANCORA IL SIGNORE LO PORTERÀ A COMPIMENTO. Facciamo spazio al Signore, lasciamolo operare nella nostra vita!
  • Paolo prega perché la NOSTRA CARITÀ CRESCA nella CONOSCENZA, nel DISCERNIMENTO, per diventare pienamente conforme alla volontà del Signore. Uniamoci alla preghiera di Paolo!

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 14,1-6

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Gesù non cambia la legge del sabato, ma ne denuncia la formalità e l’improprio appesantimento. Per questo, non solo Egli custodisce il precetto, ma anche lo illumina, collegandolo al principio fondamentale dell’etica cristiana, che è la carità.
È su questa strada "dall’amore alla giustizia", che dobbiamo camminare perché porta a Dio. Invece, l’altra strada, quella di essere attaccati alla legge, alle regole, dà sicurezza ma porta alla chiusura, porta all’egoismo.
Entriamo nella logica di Dio, liberiamoci dalla religiosità e dal formalismo. Facciamoci vicini a chi ha bisogno proprio come Gesù col malato di idropisia. Ricordiamoci sempre che il bene va fatto: il bene è la legge suprema che supera l’osservanza formale del sabato, anzi ne dà  il senso vero.

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Gesù fa domande, prende lui l’iniziativa, pone questioni, inquieta. E spesso ci lascia senza parole, incapaci di rispondere. Forse perché amiamo le discussioni dialettiche che rimangono in superficie?

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30.10 SAN GERMANO DI CAPUA

SAN GERMANO DI CAPUA

 San Germano di Capua (morto nel 541) fu una delle figure più luminose della Chiesa del sesto secolo, noto per la sua profonda vita spirituale, la carità verso i poveri e il ruolo decisivo nella riconciliazione tra la Chiesa d’Occidente e quella d’Oriente dopo lo scisma acaciano. Nato in una famiglia benestante, alla morte del padre vendette tutti i suoi beni e ne distribuì il ricavato ai poveri, scegliendo di condurre una vita di preghiera, penitenza e meditazione delle Scritture.

 Alla morte del vescovo Alessandro, nel 516, il clero e il popolo di Capua lo elessero come suo successore. Pur sentendosi indegno, Germano accettò per obbedienza, dimostrando subito la sua saggezza e il suo zelo pastorale. La sua fama di santità e di dottrina spinse papa Ormisda ad affidargli una missione di grande importanza: ristabilire la comunione con la Chiesa d’Oriente, divisa da oltre trent’anni a causa dello scisma acaciano, originato dal patriarca Acacio di Costantinopoli.

 Inviato nel 519 come capo della delegazione pontificia, Germano seppe coniugare fermezza nella fede e spirito di riconciliazione. L’ascesa al trono dell’imperatore Giustino e l’elezione del patriarca Giovanni crearono un clima favorevole al dialogo. Grazie alla sua diplomazia e alla chiarezza teologica con cui presentò la fede cattolica, i rappresentanti orientali accolsero le richieste di Roma. Il Giovedì santo del 519, nella cattedrale di Costantinopoli, venne solennemente proclamata la fine dello scisma e ristabilita la piena comunione con la Chiesa.

 Rientrato in Italia, Germano continuò a promuovere la pace ecclesiale e a consolidare l’unità tra le Chiese. Nei Dialoghi di san Gregorio Magno sono ricordati due episodi che rivelano la sua santità: l’apparizione dell’anima del diacono Pascasio, liberato dal Purgatorio grazie alle sue preghiere, e la visione di san Benedetto, che vide la sua anima innalzarsi al cielo in un globo di fuoco nel giorno della sua morte, il 30 ottobre 541.

 San Germano di Capua rimane modello di vescovo fedele, uomo di preghiera e costruttore di unità nella Chiesa, testimone della forza della carità e della verità vissute in comunione con Dio.

 

Per noi oggi:

 Siamo costruttori di comunione o difensori di confini? San Germano non si è chiuso nei propri schemi ma ha speso la vita per ricucire uno scisma. Oggi, nelle nostre comunità e famiglie, siamo capaci di cercare la riconciliazione o preferiamo avere “ragione” piuttosto che costruire unità?

 Abbiamo il coraggio di spogliarci per il Vangelo? Germano vendette i suoi beni per seguire Cristo: un gesto estremo di libertà. Noi, invece, siamo incatenati al benessere e alle sicurezze, persino spirituali. Cosa saremmo disposti a perdere pur di vivere una fede autentica?

 La nostra fede brucia ancora? San Benedetto vide l’anima di Germano elevarsi in un globo di fuoco: simbolo di un cuore ardente di Spirito Santo. Ma la nostra fede oggi — tiepida, distratta, abitudinaria — scalda ancora qualcuno o si è spenta nella mediocrità del “si è sempre fatto così”?


I santi sono gli unici uomini veramente e pienamente realizzati.
 Nato nel V secolo da famiglia agiata, Germano si privò dei suoi beni per darli ai poveri. Condusse poi vita ascetica fino al 516 quando venne eletto vescovo di Capua. Amato nella sua diocesi, svolse una missione diplomatica particolarmente delicata. Su mandato di papa Ormisda si recò a Costantinopoli per cercare di mettere termine allo scisma iniziato dal patriarca Acacio. Nel tentativo di giungere all’unità con quanti si rifiutavano di accettare il concilio di Calcedonia, il patriarca aveva composto una formula di unione respinta da papa Felice II e dalle chiese d’occidente. La trattativa cui partecipò Germano andò a buon fine. L’imperatore Giustino e il patriarca Giovanni sottoscrissero il documento proposto da papa Ormisda e venne superata una divisione che durava ormai da due generazioni. Ritornato nella sua diocesi, il vescovo condusse vita ascetica fino alla morte avvenuta nel 541.