mercoledì 31 dicembre 2025

31.12 SAN SILVESTRO I

SAN SILVESTRO I

San Silvestro primo, papa dal 314 al 31 dicembre 335, guidò la Chiesa nel momento storico decisivo della fine delle persecuzioni e dell’inizio della libertà religiosa sancita dall’editto di Milano. Il suo pontificato, durato ventun anni, coincise con il consolidamento della fede cristiana nell’Impero romano sotto l’influenza dell’imperatore Costantino, che vide nell’unità ecclesiale un fattore essenziale anche per la stabilità politica.

 Uno dei primi eventi significativi del suo ministero fu il Concilio di Arles (314), convocato dallo stesso Costantino per risolvere la crisi donatista. I vescovi, riconoscendo l’autorità del papa, gli inviarono un’epistola ufficiale perché fosse lui a diffondere le decisioni in tutta la cristianità. Ciò mostra la crescente consapevolezza del ruolo della Sede di Pietro come riferimento dottrinale per tutta la Chiesa.

 L’evento centrale del pontificato di Silvestro fu però il Concilio di Nicea del 325, il primo concilio ecumenico della storia. Indetto dall’imperatore per risolvere la crisi provocata dall’arianesimo, esso vide la partecipazione dei principali vescovi dell’epoca, inviati anche come legati papali. Il concilio proclamò la divinità del Figlio, “consustanziale al Padre”, e formulò il Simbolo niceno, nucleo del nostro Credo. Malgrado la condanna, Ario ed Eusebio di Nicomedia continuarono a diffondere l’errore e riuscirono persino a influenzare lo stesso Costantino. Nel 335, proprio mentre l’imperatore convocava il Concilio di Tiro (dove gli ariani ebbero la maggioranza e condannarono sant’Atanasio), Silvestro morì, non potendo assistere alla successiva riabilitazione dell’ortodossia.

 Il papa ebbe anche un’influenza determinante sul volto fisico della Roma cristiana. Fu sotto il suo pontificato che vennero costruite, promosse o completate alcune delle più importanti basiliche: il Laterano, che dedicò al Santissimo Salvatore; la Basilica di San Pietro sul Vaticano; e la Basilica di San Paolo fuori le Mura, edificata sulla tomba dell’Apostolo. Silvestro favorì anche la costruzione di chiese cimiteriali sui sepolcri dei martiri e promosse iniziative liturgiche e musicali tra cui la fondazione della prima schola cantorum. Secondo la tradizione, fu sepolto nelle Catacombe di Priscilla.

 Il suo ministero coincide con la nascita della Chiesa “pubblica”: una Chiesa che può finalmente costruire, insegnare, celebrare, riflettere e affrontare le eresie in modo ufficiale e universale. Silvestro, con discrezione ma con fermezza, guidò questo passaggio epocale, affermando la fede nicena e inaugurando quel volto della Chiesa che avrebbe plasmato l’Europa cristiana.

 

Per noi oggi

 La libertà religiosa non è scontata: Silvestro vide cosa può accadere quando la fede non è libera; oggi rischiamo di darla per ovvia e di non difenderla.

 La verità costa più della pace apparente: Nicea fu convocato per dire un “sì” e un “no” chiari. Forse oggi siamo troppo timidi nel chiamare errore ciò che allontana da Cristo.

 Le pietre parlano: le basiliche nate sotto Silvestro dicono che la fede deve incarnarsi nella storia. Oggi invece rischiamo una fede “solo interiore”, senza segni visibili e senza coraggio pubblico.


San Silvestro I, papa, che per molti anni resse con saggezza la Chiesa, nel tempo in cui l’imperatore Costantino costruì le venerande basiliche e il Concilio di Nicea acclamò Cristo Figlio di Dio. In questo giorno il suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero di Priscilla.


martedì 30 dicembre 2025

30.12 SAN FELICE I

SAN FELICE I

San Felice primo, papa dal 5 gennaio 269 al 30 dicembre 274, iniziò il suo pontificato mentre la Chiesa era impegnata nella difficile controversia riguardante Paolo di Samosata, vescovo di Antiochia e principale sostenitore dell’adozionismo, una dottrina che negava la divinità di Cristo riducendolo a una creatura “adottata” dal Padre. La sua posizione, unita al sostegno politico della regina Zenobia di Palmira, creò grande confusione nella Chiesa orientale.

 Nel 268 un sinodo ad Antiochia lo condannò e lo depose, nominando Domno come nuovo vescovo. I padri conciliari inviarono una lettera ai principali centri cristiani, tra cui Roma, per spiegare le motivazioni dottrinali e morali della loro decisione: Paolo era accusato non solo di eresia, ma anche di condotte immorali, arricchimento illecito, superbia e persino di aver proibito canti in onore di Cristo.

 La lettera giunse a Roma nel momento di transizione tra papa Dionisio, da poco defunto, e il nuovo pontefice Felice primo, che dovette quindi affrontare la questione. La posizione di Felice, in accordo con i vescovi italiani ed egiziani, sostenne la condanna di Paolo e la legittimità della deposizione. La vicenda ebbe anche risvolti politici: quattro anni dopo, quando l’imperatore Aureliano sconfisse Zenobia, ordinò che l’edificio episcopale di Antiochia fosse riconsegnato a chi manteneva comunione con il vescovo di Roma. Questo fatto mostra l’importanza crescente della Sede Apostolica, capace di influenzare decisioni anche in ambito civile nonostante l’imperatore fosse pagano e in seguito ostile ai cristiani.

 Il Liber Pontificalis attribuisce a Felice l’ordine di celebrare la Messa sulle tombe dei martiri, una testimonianza della pratica delle liturgie “ad corpus”, che si diffuse nei secoli successivi. Secondo la Depositio episcoporum del IV secolo, Felice fu sepolto nelle Catacombe di San Callisto.

Il suo breve ma significativo pontificato contribuì a consolidare l’autorità della Chiesa romana nella difesa dell’ortodossia e nella vita liturgica delle prime comunità cristiane.

 

Per noi oggi

 Difendere la verità costa sempre qualcosa: se la fede in Cristo era contestata già nei primi secoli, non stupisce che oggi richieda coraggio andare controcorrente.

 Non tutte le idee sono equivalenti: la Chiesa antica non aveva paura di chiamare “errore” ciò che metteva a rischio la fede; forse oggi abbiamo troppa paura di farlo.

 La comunione non è sentimentalismo: per i cristiani delle origini l’unità si giocava sulla verità, non sulle simpatie personali. Anche oggi la comunione richiede chiarezza, non ambiguità.


Sacerdote romano, Papa dal 269 al 274, fa celebrare le Messe sopra le tombe che custodivano le reliquie dei martiri cristiani. Difende con forza la dottrina sulla Trinità di Dio e sull'Incarnazione del Verbo.  

NON ASPETTARE TEMPI MIGLIORI: COSTRUISCILI.

NON ASPETTARE TEMPI MIGLIORI: COSTRUISCILI.

Jeff, un libanese di 37 anni emigrato in Australia dopo essere sopravvissuto alla devastante esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020. Quel giorno, mentre lavorava ai silos del porto, si era momentaneamente allontanato per mangiare; al suo ritorno trovò i colleghi “a pezzi”. La tragedia, che causò 220 morti e migliaia di feriti, lo segnò profondamente. Incapace di ricostruirsi in patria, tre anni dopo decise di partire, cercando altrove stabilità, sicurezza e un futuro migliore.

 La visita in Libano di Papa Leone XIV diventa però per Jeff un momento di svolta. Appena saputo del viaggio apostolico, lascia il lavoro a Sydney e torna in Libano per tre mesi, spinto dal desiderio di ritrovare la famiglia, la fede e un senso di appartenenza. Durante l’incontro con quasi 15.000 giovani a Bkerké, Jeff ritrova una speranza che credeva perduta: “Essere qui mi riempie di pace”, confessa.

 Il discorso del Papa alle autorità libanesi lo tocca in modo speciale: Leone XIV richiama il coraggio di chi sceglie di restare e invita la diaspora a non abbandonare la propria terra. Jeff si sente interpellato direttamente: sa che il Libano è segnato da crisi economica, instabilità politica e dalla paura costante della guerra, ma sente anche che “questa è la mia terra, la Terra dei Cedri”. Intuisce che non esiste “il momento perfetto” per tornare, ma che il futuro del Paese dipende anche da scelte personali come la sua.

 Il viaggio diventa così un confronto interiore tra identità, speranza e responsabilità. Jeff sogna di rimettere radici: lavorare, sposarsi, vivere nel suo Paese. È una voce simbolica della diaspora cristiana libanese, combattuta tra fuga e fedeltà.

La sua storia mostra come, persino dopo il trauma, il legame con la propria terra possa riemergere con forza—specialmente quando alimentato da un messaggio di fede e da un richiamo spirituale che invita non solo a ricordare il passato, ma a contribuire attivamente alla rinascita del Libano.

 

PER NOI OGGI

 1. La diaspora non è solo una fuga individuale: è un’emorragia collettiva. Ogni giovane che parte – come Jeff – lascia un vuoto che indebolisce il futuro del Paese d’origine.

 2. Aspettare che la realtà migliori prima di impegnarsi è un alibi travestito da prudenza. Il Libano (come molti contesti in crisi) non si ricostruirà finché tutti aspettano “il momento giusto”.

 3. L’identità è più forte della sicurezza. Nonostante il trauma, Jeff è attratto dal Libano più di quanto l’Australia possa rassicurarlo: spesso fuggiamo, ma non smettiamo mai di appartenere.

 

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lunedì 29 dicembre 2025

29.12 SAN TOMMASO BECKET

SAN TOMMASO BECKET

 San Tommaso Becket (1119-1170), arcivescovo di Canterbury e martire, fu un uomo che cambiò radicalmente vita quando comprese che Dio lo chiamava a difendere la libertà della Chiesa. Nato a Londra da famiglia normanna, ricevette una formazione brillante nelle discipline umanistiche e giuridiche. Entrato al servizio dell’arcivescovo Teobaldo di Bec, fu inviato più volte a Roma e studiò diritto canonico a Bologna e Auxerre. Le sue capacità lo resero una figura chiave nel regno: nel 1155 Enrico II lo nominò cancelliere, ruolo in cui Becket appoggiò con energia le riforme del sovrano, talvolta attirandosi critiche per la sua vita agiata e il suo impegno più politico che ecclesiale.

 Alla morte di Teobaldo, Enrico II lo propose come arcivescovo di Canterbury, convinto che un amico così fedele sarebbe stato un alleato ideale per controllare l’autorità ecclesiastica. Tommaso, però, intuì il pericolo: divenire arcivescovo avrebbe significato entrare in conflitto con le pretese del re. Accettò solo dopo l’intervento del nunzio papale e, una volta consacrato nel 1162, avvenne in lui una profonda conversione. Abbandonò gli agi, adottò uno stile austero, dedicandosi alla preghiera, alla misericordia verso i poveri e alla difesa dell’indipendenza della Chiesa.

 Lo scontro con Enrico II esplose quando il re pretese che i vescovi giurassero obbedienza a consuetudini che limitavano l’autonomia ecclesiastica. Le Costituzioni di Clarendon (1164) sancivano di fatto il controllo reale sulle nomine e sulla giustizia della Chiesa. Tommaso fu quasi l’unico vescovo inglese a resistere apertamente. Perseguitato e processato, si rifugiò in Francia, dove visse sei anni di esilio ricevendo il sostegno del papa Alessandro III. Le tensioni continuarono finché un fragile accordo non permise il suo rientro in patria.

 Becket era consapevole del rischio: «Sono tornato per morire in mezzo a voi», disse ai fedeli. I rapporti con il re si inasprirono di nuovo e, secondo la tradizione, alcune parole infuocate di Enrico II furono interpretate come un ordine di ucciderlo. Il 29 dicembre 1170, quattro cavalieri entrarono nella cattedrale di Canterbury e lo assassinarono brutalmente mentre si recava ai Vespri. Le sue ultime parole furono un atto di offerta: «Per il nome di Gesù e la protezione della Chiesa, sono pronto ad abbracciare la morte».

 Il suo martirio scosse l’Europa: la sua tomba divenne un celebre luogo di pellegrinaggio e lo stesso Enrico II, sconvolto, vi compì pubblica penitenza. I cavalieri assassini furono scomunicati e poi mandati in penitenza in Terrasanta. Tommaso Becket rimane simbolo di un pastore che preferì perdere tutto pur di non tradire la missione ricevuta da Dio e la libertà della Chiesa.

 

PER NOI OGGI

 Chi, oggi, è disposto a perdere prestigio, sicurezza o carriera pur di difendere la verità e la libertà della Chiesa?

 Quanto spesso i cristiani si accomodano al potere invece di denunciare ciò che nega la dignità dell’uomo e di Dio?

 Le nostre scelte quotidiane seguono la coscienza o la convenienza? E cosa siamo pronti a rischiare per Cristo?


San Tommaso Becket, vescovo e martire, che per avere difeso la giustizia e la Chiesa fu costretto all’esilio dalla sua sede di Canterbury e dal regno stesso d’Inghilterra e, tornato in patria dopo sei anni, patì ancora molto, finché passò a Cristo, trafitto con la spada dalle guardie del re Enrico II nella cattedrale.


 

NELLO STESSO GIORNO:
ROBERTO AMADEI, VESCOVO DI BERGAMO
Verdello, 13 febbraio 1933 – Bergamo, 29 dicembre 2009
Nasce a Verdello (Bergamo) il 13 febbraio 1933. Ordinato sacerdote il 16 marzo 1957, studia a Roma dal 1957 al 1960 presso la Pontificia Università Gregoriana. Dottore in storia ecclesiastica, insegna nel Seminario di Bergamo dal 1960 al 1990. Preside della Scuola di Teologia nel Seminario di Bergamo dal 1968 al 1981 e ivi Rettore dal 1981 al 1990, viene nominato vescovo di Savona-Noli il 21 aprile 1990. Come motto episcopale sceglie la frase «Plus amari quam timeri». Il 2 giugno 1990 riceve la consacrazione episcopale. Il 21 novembre 1991 viene trasferito alla sede di Bergamo dove fa ingresso solenne il 26 gennaio 1992. Il 22 gennaio 2009 termina il mandato di vescovo di Bergamo. Dal 15 marzo 2009 ne diventa Vescovo Emerito. Muore a Bergamo il 29 dicembre 2009.

domenica 28 dicembre 2025

Sir 3,3-7.14-17 - Col 3,12-21 - Mt 2,13-15.19-23 - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

Domenica 28 dicembre 2025

Dal libro del Siràcide - Sir 3,3-7.14-17

Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli
e ha stabilito il diritto della madre sulla prole.
Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà
e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita.
Chi onora sua madre è come chi accumula tesori.
Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli
e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera.
Chi glorifica il padre vivrà a lungo,
chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre.
Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia,
non contristarlo durante la sua vita.
Sii indulgente, anche se perde il senno,
e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore.
L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata,
otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.
1. È IL SIGNORE che ha glorificato il padre ponendolo al di sopra dei figli. È SEMPRE IL SIGNORE che ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Padre e madre sono stati costituiti da Dio PER INSEGNARE AI FIGLI LA VIA DELLA SAPIENZA.

2. Qual è il primo onore che un figlio deve dare al Padre? Quello DI ASCOLTARLO, RISPETTANDO IL RUOLO CHE IL SIGNORE GLI HA AFFIDATO. La madre è posta sullo stesso piano del padre. L’onore che va al padre deve andare anche alla madre.

3. Figlio, SOCCORRI TUO PADRE NELLA VECCHIAIA, non contristarlo durante la sua vita. Sii INDULGENTE, ANCHE SE PERDE IL SENNO. Mai il Signore dimenticherà una sola opera buona verso il padre, verso la madre. L’opera buona CI OTTERRÀ IL PERDONO DEI PECCATI, RINNOVERÀ LA NOSTRA CASA.

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Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési - Col 3,12-21

Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro.
Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
1. Il cristiano dice san Paolo deve rivestirsi di cinque “virtù”: MISERICORDIA, BONTÀ, UMILTÀ, MANSUETUDINE, PAZIENZA. Sono le virtù che rievocano l’agire di Dio nei confronti di Israele e che ora diventano aspetti dell’amore DA VIVERE ESEMPLARMENTE NELLE RELAZIONI FRATERNE nella comunità.
2. Tuttavia, la virtù che ASSOMMA tutte le altre, le UNISCE come in un fascio, le CONSOLIDA in un “vincolo” infrangibile, PORTANDOLE TUTTE ALLA PERFEZIONE, è la “CARITÀ”. L’Apostolo infatti raccomanda che “AL DI SOPRA DI TUTTO POI VI SIA LA CARITÀ, CHE È IL VINCOLO DI PERFEZIONE”…
3. La Parola deve “DIMORARE” tra i cristiani in tutta la sua ricchezza. E “TUTTO quello che fate in parole ed opere, TUTTO si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”. La Parola fa della famiglia un luogo di amore, rispetto e cura.

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✠ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

1. Giuseppe ‘prende il bambino e sua madre’. Maria e Giuseppe si MUOVONO INSIEME IN ARMONIA sulle scelte da fare. Qual è il loro segreto? Hanno uno STESSO PUNTO DI RIFERIMENTO: realizzare i sogni d Dio. Ascoltano la voce del Signore e si lasciano guidare... VALE ANCHE PER LA TUA FAMIGLIA...

2. «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». NUOVO ESODO DALLA SCHIAVITÙ ALLA LIBERTÀ. Gesù ci fa uscire dalla terra dei potenti, degli idoli per farci entrare nel suo Regno di amore infinito. GESÙ CHIAMA ANCHE TE...

3. GIUSEPPE VERO PADRE anche se non gli ha dato la vita biologica: HA FATTO CRESCERE E DIVENTARE UOMO GESÙ COMUNICANDOGLI I VALORI. Nel messaggio di Gesù leggiamo i valori che ha appreso osservando la vita di Giuseppe e Maria. NON ABDICHIAMO IL RUOLO DEL PADRE...

BUONA SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE...

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LECTIO DIVINA - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)

OMELIA - SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE (ANNO A)


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Mt 2,13b-18 - RITO AMBROSIANO - IV GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE - Festa dei Santi Innocenti Martiri

 RITO AMBROSIANO

IV GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE - Festa dei Santi Innocenti Martiri
Domenica 28 Dicembre 2025

✠ Lettura del Vangelo secondo Matteo - Mt 2, 13b-18

In quel tempo. Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».

 

1. Il grido di Rachele è il GRIDO DI TUTTE LE MADRI E DI TUTTI GLI INNOCENTI DI OGNI TEMPO. Non è solo un ricordo lontano: è la voce che attraversa la storia e chiede giustizia, pace e conversione. La senti?

2. Erode è l’immagine di un POTERE FRAGILE E CRUDELE, che teme la vita e per paura la distrugge. Ogni volta che la sete di dominio prende il sopravvento, la storia si riempie di vittime innocenti. Il potere uccide, l’amore custodisce.

3. Erode non sa “stare al gioco”: prende tutto come una minaccia. IL VANGELO CI PROVOCA A SCEGLIERE UN ALTRO STILE, FATTO DI ONESTÀ, CORAGGIO E FIDUCIA: saper sorridere, accogliere la vita e non lasciarsi dominare dalla paura. Chi ama non distrugge, costruisce.

28.12 SANTI INNOCENTI

SANTI INNOCENTI

 La memoria liturgica dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre fin dai primi secoli della Chiesa, commemora i bambini di Betlemme uccisi da Erode nel tentativo di eliminare Gesù. Il Vangelo di Matteo narra la furia del re, provocata dall’arrivo dei Magi che cercavano il “re dei Giudei” appena nato. Davanti alla minaccia al proprio potere, Erode scatenò una violenza cieca contro i più indifesi, realizzando la profezia di Geremia: «Un grido è stato udito in Rama… Rachele piange i suoi figli». Solo la fuga in Egitto, ordinata in sogno a Giuseppe, salvò il Bambino Gesù.

 Questi piccoli, che non potevano né parlare né difendersi, sono riconosciuti come flores martyrum, i “fiori dei martiri”, primizia di tutti coloro che nei secoli avrebbero versato il sangue per Cristo. La Chiesa li venera come comites Christi, i compagni più vicini al Salvatore, che testimoniano la verità non con parole ma con il sacrificio innocente della vita. Il loro martirio, privo di volontà e di coscienza, è un mistero di grazia, come ricordava san Quodvultdeus: «Non parlano e già confessano Cristo!».

 La loro festa, presente sia nelle tradizioni orientali che in quelle occidentali, sottolinea la dignità inviolabile dei bambini e il valore infinito di ogni vita nascente. La Chiesa vede negli Innocenti un ricordo permanente della lotta tra il bene e il male, che si manifesta spesso nella violenza contro i più piccoli e vulnerabili. Questo tema rimane drammaticamente attuale: l’infanzia continua ad essere calpestata da guerre, abusi, sfruttamento, manipolazioni ideologiche e, in modo particolare, dalla legittimazione dell’aborto e di altre forme di soppressione dei piccoli.

 Significativa, in questo senso, la scelta profetica del beato Ildefonso Schuster che nel 1936 dedicò ai Santi Innocenti l’altare della chiesa presso la clinica Mangiagalli, dove decenni più tardi sarebbero avvenuti i primi aborti legali in Italia. Questo gesto ricorda come l’ingiustizia contro i bambini sia una ferita che interpella la coscienza dei popoli e muove, in modo speciale, la Giustizia divina.

 I Santi Innocenti, che già godono della visione beatifica, sono invocati come patroni dei bambini. A loro la Chiesa affida la preghiera per la protezione, la guarigione e il rispetto di ogni vita nascente, perché l’umanità riconosca la gravità dei peccati contro i piccoli e ritrovi la via della misericordia e della verità.

 

PER NOI OGGI

 Quante volte, come Erode, difendiamo i nostri piccoli poteri sacrificando l’innocenza degli altri?

 La nostra società protegge davvero i bambini o li espone a nuove forme di violenza “legalizzata” e culturale?

 Siamo capaci di indignarci per l’ingiustizia contro i più piccoli o ci siamo ormai abituati al grido soffocato di Rachele?


Festa dei santi Innocenti martiri, i bambini che a Betlemme di Giuda furono uccisi dall’empio re Erode, perché insieme ad essi morisse il bambino Gesù che i Magi avevano adorato, onorati come martiri fin dai primi secoli e primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l’Agnello.

 

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sabato 27 dicembre 2025

27.12.2025 - 1Gv 1,1-4 - Gv 20,2-8 - L'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 1,1-4

Figlioli miei, quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi –, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.
1. Giovanni non ha alcun dubbio sulla verità assoluta e della sua esperienza di fede in Gesù Cristo. “..abbiamo udito.. abbiamo veduto con i nostri occhi.. contemplammo.. le nostre mani toccarono..”. Giovanni ha avuto un CONTATTO PRIVILEGIATO CON IL “VERBO DELLA VITA”, cioè con Gesù, Figlio dell’uomo e Figlio di Dio! È IL NOSTRO TESTIMONE!

2. La vita divina, nella persona fisica di Gesù, GIOVANNI DICHIARA DI AVERLA VEDUTA, E DI CIÒ EGLI DÀ TESTIMONIANZA E L’ANNUNCIA. Attraverso la testimonianza e l’annuncio, quell’esperienza assolutamente privilegiata di incontro e di conoscenza del Padre DIVENTA ESPERIENZA NOSTRA per la “COMUNIONE” tra Giovanni e noi: ENTRANDO IN COMUNIONE CON GIOVANNI, ENTRIAMO NELLA COMUNIONE CHE GIOVANNI HA “CON IL PADRE E CON IL FIGLIO SUO GESÙ CRISTO”...

3. È adesso il MOMENTO DI SPERIMENTARE LA COMUNIONE con un Padre amorevole e con il Figlio suo, nostro fratello in tutto… Adesso è l’occasione per FAR RIFIORIRE QUELLA “GIOIA PIENA”. Purtroppo, NOI siamo più preoccupati della dottrina, che nel fare l’esperienza del Padre (=ascoltare, vedere, toccare…)... ADESSO PUOI...

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 20,2-8

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario -  che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
“Nel brano del Vangelo di oggi, Giovanni ci racconta quella mattina inimmaginabile che ha cambiato per sempre la storia dell’umanità. I discepoli di Gesù corrono perché hanno ricevuto la notizia che il corpo di Gesù è sparito dalla tomba. Forse si riaccende in loro la speranza di rivedere il volto del Signore! Quella mattina ha cambiato la storia.
L’ora in cui la morte sembrava trionfare, l’ora della sconfitta di Gesù diventa l’alba del primo giorno dopo il sabato. Gesù ha vinto, Gesù è vivo, Gesù è risorto!
Ogni luogo in cui la vita è oppressa, ogni spazio in cui dominano violenza, guerra, miseria, là dove l’uomo è umiliato e calpestato, in quel luogo può ancora riaccendersi una speranza di vita“.

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«L’uomo è colui che si trattiene» (Albert Camus).
Giovanni arriva prima ma non entra, attende Pietro. Follia pura, come ha fatto a trattenere la curiosità? Quale forza aveva nel cuore per resistere?

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27.12 SAN GIOVANNI

SAN GIOVANNI EVANGELISTA

 San Giovanni Evangelista è una delle figure più affascinanti e profonde del cristianesimo. “Il discepolo che Gesù amava”, il più giovane degli Apostoli e l’ultimo a morire, è tradizionalmente riconosciuto come il teologo per eccellenza: colui che ha osato “alzarsi in volo” come un’aquila per contemplare l’abisso del Verbo fatto carne. La sua vicinanza a Cristo – sino al gesto intimo del capo poggiato sul Suo petto nell’Ultima Cena – ha nutrito una sensibilità spirituale unica, capace di offrire alla Chiesa testi che hanno plasmato la fede nei secoli.

 A Giovanni viene attribuito il quarto Vangelo, il più meditato e teologico, nel quale il prologo canta la divinità del Verbo e la sua incarnazione come luce per l’umanità. Le sue tre lettere, dirette alle prime comunità cristiane, affrontano con forza il tema della carità e mettono in guardia contro lo spirito dell’anticristo, già presente nel mondo e riconoscibile dal rifiuto del Figlio e del Padre. L’Apocalisse – ultimo libro della Bibbia – rivela la dimensione profetica dell’apostolo: un’opera grandiosa che descrive la lotta tra bene e male e culmina nella vittoria definitiva di Cristo e nell’annuncio della Gerusalemme celeste.

 Giovanni era un uomo dal temperamento ardente, come indica il soprannome aramaico Boanèrghes, “figli del tuono”, condiviso con il fratello Giacomo. Prima di incontrare Gesù, i due erano pescatori insieme a Pietro e Andrea. La loro avventura di fede inizia il giorno in cui il Battista indica Gesù come “l’Agnello di Dio”. Quel primo incontro – ricordato persino nell’ora esatta, “era circa l’ora decima” – segna un prima e un dopo nella vita dell’evangelista.

 Tra i più intimi del Maestro, Giovanni è presente nei momenti più misteriosi della vita di Gesù: la risurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione, l’agonia del Getsemani. È anche uno dei primi a correre al sepolcro il mattino di Pasqua: pur arrivando prima di Pietro, attende l’autorità dell’apostolo per entrare. E, vedendo i teli posati a terra, “vide e credette”.

 Il suo ruolo emerge con forza ai piedi della Croce, dove riceve da Gesù il dono più prezioso: Maria come Madre, e con lei il compito di accogliere l’umanità nella logica dell’amore filiale. Dopo la Pentecoste, la sua missione si sviluppa soprattutto a Efeso, dove visse a lungo – secondo la tradizione insieme alla Vergine – e dove concluse in tarda età la sua vita terrena. Solo lui, tra i Dodici, non subì il martirio cruento, pur sperimentando persecuzione ed esilio nell’isola di Patmos, luogo della rivelazione apocalittica.

 San Giovanni, patrono di artisti, teologi, scrittori e di tutte le amicizie autentiche, rimane il testimone della luce, dell’amore e della verità. La sua voce richiama la Chiesa a custodire ciò che è essenziale: la fede nel Figlio di Dio venuto nella carne e l’amore fraterno come segno distintivo del discepolo.

 

PER NOI OGGI

 Siamo davvero disposti a “vedere e credere”, o continuiamo a pretendere prove prima di fidarci di Dio?

 Viviamo relazioni che meritino il nome di “buone amicizie”, come quelle che Giovanni ha vissuto con Cristo?

 Accogliamo Maria nella nostra vita come fece il discepolo amato, o la manteniamo ai margini della fede?


Festa di san Giovanni, Apostolo ed Evangelista, che, figlio di Zebedeo, fu insieme al fratello Giacomo e a Pietro testimone della trasfigurazione e della passione del Signore, dal quale ricevette stando ai piedi della croce Maria come madre. Nel Vangelo e in altri scritti si dimostra teologo, che, ritenuto degno di contemplare la gloria del Verbo incarnato, annunciò ciò che vide con i propri occhi.

 

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venerdì 26 dicembre 2025

26.12 SANTO STEFANO

SANTO STEFANO

 La liturgia colloca la festa di Santo Stefano protomartire il 26 dicembre, subito dopo il Natale, per ricordare i comites Christi, i “compagni” più fedeli alla testimonianza di Gesù: Stefano il martire, Giovanni l’evangelista dell’amore, gli Innocenti martirizzati da Erode. Stefano è il primo nella lista perché la sua vita e la sua morte riflettono in modo radicale la vita del Cristo: annuncio, servizio, persecuzione, perdono.

 Gli Atti degli Apostoli lo presentano come uno dei sette uomini pieni di Spirito e di saggezza, scelti per il servizio delle mense in risposta alla protesta degli Ebrei di lingua greca nella comunità cristiana nascente. L’imposizione delle mani da parte degli Apostoli è considerata l’origine del ministero diaconale. Stefano, descritto come “uomo pieno di fede e di Spirito Santo”, si distingue presto per la capacità di predicare con sapienza e per compiere segni e prodigi.

 La sua figura suscita l’invidia dei membri della sinagoga dei liberti, che lo trascinano davanti al sinedrio accusandolo falsamente di blasfemia. In quella situazione, Stefano presenta il più lungo discorso degli Atti: una rilettura della storia della salvezza che denuncia la continua resistenza del popolo allo Spirito Santo. Non risparmia un’accusa diretta ai suoi giudici: essi hanno tradito e ucciso “il Giusto” annunciato dai profeti.

 Le sue parole provocano una reazione violentissima. Quando Stefano proclama di vedere “i cieli aperti e il Figlio dell’uomo alla destra di Dio”, i presenti si scagliano contro di lui, lo trascinano fuori dalla città e lo lapidano. In quel momento, Stefano imita perfettamente Cristo: prega per i suoi carnefici dicendo «Signore, non imputar loro questo peccato». Accanto ai lapidatori compare il giovane Saulo, che approva l’uccisione: un seme di martirio fecondo che porterà alla conversione di Paolo.

 Santo Stefano diviene così modello del discepolo, del diacono e del martire: uomo di servizio, difensore della verità, testimone del perdono. La sua festa, inserita nel clima natalizio, ricorda che il Figlio di Dio venuto nel mondo porta con sé un amore così radicale da suscitare anche opposizione e testimonianza fino al sangue.

 

PER NOI OGGI

 Siamo davvero pronti a scegliere la verità anche quando costa, o preferiamo la prudenza che non disturba nessuno?

 Possiamo dire di credere nel Natale se non siamo disposti a perdonare come Stefano?

 Per chi deporremmo “il mantello ai piedi”: per chi testimonia il bene o per chi alza la pietra?


Festa di santo Stefano, protomartire, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, che, primo dei sette diaconi scelti dagli Apostoli come loro collaboratori nel ministero, fu anche il primo tra i discepoli del Signore a versare il suo sangue a Gerusalemme, dove, lapidato mentre pregava per i suoi persecutori, rese la sua testimonianza di fede in Cristo Gesù, affermando di vederlo seduto nella gloria alla destra del Padre.