sabato 28 febbraio 2026

28.02.2026 - Dt 26,16-19 - Mt 5,43-48 - Siate perfetti come il Padre vostro celeste.

Dal libro del Deuteronòmio - Dt 26,16-19

Mosè parlò al popolo, e disse:
«Oggi il Signore, tuo Dio, ti comanda di mettere in pratica queste leggi e queste norme. Osservale e mettile in pratica con tutto il cuore e con tutta l’anima.
Tu hai sentito oggi il Signore dichiarare che egli sarà Dio per te, ma solo se tu camminerai per le sue vie e osserverai le sue leggi, i suoi comandi, le sue norme e ascolterai la sua voce.
Il Signore ti ha fatto dichiarare oggi che tu sarai il suo popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi.
Egli ti metterà, per gloria, rinomanza e splendore, sopra tutte le nazioni che ha fatto e tu sarai un popolo consacrato al Signore, tuo Dio, come egli ha promesso».

1. Oggi, Dio è molto chiaro: “Oggi il Signore, tuo Dio, ti comanda di METTERE IN PRATICA QUESTE LEGGI E QUESTE NORME. Osservale e mettile in pratica con tutto il cuore e con tutta l’anima. ...”. “Beato chi cammina nella legge del Signore”.

2. Tu sarai un popolo consacrato al Signore, tuo Dio ... Essere consacrato esprime l'appartenenza: il popolo non sarà mai un popolo per sé stesso, ma È E SARÀ SEMPRE IL POPOLO DEL SIGNORE DIO.

3. DIO PROMETTE DI ESALTARE IL SUO POPOLO AL DI SOPRA DI TUTTE LE ALTRE NAZIONI. Israele è diverso da qualsiasi altro popolo della terra. Come segno di riconoscenza, il popolo eletto avrebbe dovuto osservare i suoi comandamenti.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,43-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
Odiare un nemico è una reazione naturale al male subito. Amare un nemico è la manifestazione di una libertà che non viene dalla nostra natura, ma dal nostro essere figli di Dio.
In forza di che possiamo attuare una misura diversa nei rapporti con il prossimo? Restiamo imprigionati nella misura della reciprocità: ‘Do a chi mi dà’. Gesù ci fa riconoscere il Padre che ci dona sempre tutto, la pioggia e il sole. Ci dona la vita. Siamo debitori nei riguardi di Dio. Solo la gratitudine verso di Lui ci sospinge a donare con gratuità. Gesù ci fa guardare in alto e ci aiuta a camminare verso il monte, domandando e inseguendo la perfezione del Padre nostro che è nei cieli. 
Nel tuo quotidiano: Chi consideri il tuo nemico? Riesci a perdonarlo e ad amarlo? Inizia con la preghiera...

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Amare il nemico, dunque, Gesù lo fa e ci mostra che è possibile. Un salto nel buio, nel buio del nostro cuore, per essere perfetti come Dio. Del resto una religione può chiedere meno di questo?

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28.02 SAN ROMANO DI CONDAT

SAN ROMANO DI CONDAT

San Romano di Condat (circa 390–463) visse in un’epoca in cui il monachesimo, fiorito in Oriente con i Padri del deserto, stava mettendo radici anche in Occidente. Formato nel monastero di Ainay a Lione sotto la guida dell’abate Sabino, Romano ricevette in dono una Vita dei Padri del deserto: quelle pagine accesero in lui il desiderio di una vita eremitica, povera e totalmente orientata a Dio.

A circa 35 anni si ritirò in un luogo selvaggio del massiccio del Giura, a Condat (oggi Saint-Claude), scegliendo di vivere sotto un grande abete. Cercava tre cose essenziali: silenzio, acqua e un po’ di terra da coltivare. Lì iniziò una vita fatta di preghiera, digiuno e lavoro. Poco dopo lo raggiunse il fratello Lupicino, con cui condivise l’esperienza eremitica. I due conobbero anche momenti di scoraggiamento: provati dal freddo e dalle fatiche, tentarono di abbandonare il luogo, ma una donna che diede loro ospitalità li convinse che quella fuga era una tentazione. Tornarono sui loro passi e ripresero con rinnovata decisione.

La fama della loro santità attirò altri uomini desiderosi di seguire Cristo in quella forma radicale di vita. L’eremo divenne così un monastero a Condat, presto seguito da un secondo a Lauconne (oggi Saint-Lupicin). Romano e Lupicino governavano insieme, con uno stile complementare: Romano mite e comprensivo, Lupicino più rigoroso e attento alla disciplina. Questo equilibrio evitava sia il lassismo sia l’eccessiva durezza, mostrando che la santità ha bisogno insieme di verità e misericordia.

Anche la sorella Iole si unì a loro, e per lei fu fondato un monastero femminile, che arrivò ad accogliere oltre cento monache. Più tardi, verso il 450, Romano fondò un altro monastero sul versante orientale del Giura, in territorio oggi svizzero (Romainmôtier), contribuendo in modo decisivo alla diffusione del monachesimo in quelle regioni.

Tra gli episodi più noti della sua vita c’è l’incontro con due lebbrosi, ai quali chiese ospitalità durante un pellegrinaggio. Romano non solo non li evitò, ma li consolò e li abbracciò: al mattino, i due si scoprirono guariti. È un gesto che riassume il suo spirito: contemplativo, ma mai disincarnato; amante del silenzio, ma capace di una carità concreta e coraggiosa.

Romano morì intorno al 463, lasciando non solo monasteri, ma uno stile di vita evangelico che univa solitudine e comunione, ascesi e dolcezza, radicalità e umanità.

 

Per noi oggi

1.     Il silenzio non è fuga, è fondazione. In un mondo saturo di rumore, Romano direbbe che senza spazi veri di solitudine non costruiamo nulla di solido: né fede, né relazioni, né comunità. Il deserto non ci allontana dal mondo, ci prepara ad abitarlo meglio.

2.     Santità = equilibrio, non estremismo. Romano e Lupicino insieme mostrano che non basta essere “buoni” o “severi”: servono verità e misericordia. Le nostre comunità spesso si spaccano tra rigidità e lassismo; il Vangelo, invece, respira a due polmoni.

3.     Non puoi amare Dio e scansare i feriti. L’abbraccio ai lebbrosi smaschera una spiritualità comoda e disincarnata. Se la nostra preghiera non ci avvicina a chi è scartato, forse stiamo parlando con noi stessi più che con Dio.

Sul massiccio del Giura in Francia, deposizione di san Romano, abate, che, seguendo il modello degli antichi monaci, per primo condusse in quel luogo vita eremitica, divenendo poi padre di moltissimi monaci.

venerdì 27 febbraio 2026

27.02.2026 - Ez 18,21-28 - Mt 5,20-26 - Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.

Dal libro del profeta Ezechièle - Ez 18,21-28

Così dice il Signore Dio:
«Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso e osserva tutte le mie leggi e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. Nessuna delle colpe commesse sarà più ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticato. Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?
Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male, imitando tutte le azioni abominevoli che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà.
Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

1. È FONDAMENTALE ED URGENTE CONVERTIRSI, OGGI, IN MANIERA DECISA, A DIO dicendogli un sì definitivo, senza possibilità di cambiamenti. NON È BENE OMOLOGARE DIO AL NOSTRO MODO DI PENSARE, di agire e, soprattutto, di reagire.

2. Troppo spesso abbiamo esclamato: SE DIO FOSSE GIUSTO farebbe in modo che ciò non accadesse. Tramite Ezechiele, Dio risponde che giustizia e rettitudine dipendono esclusivamente da noi poiché EGLI CI HA CREATI A SUA IMMAGINE, CIOÈ LIBERI DI SCEGLIERE.
 
3. "NON È RETTA LA MIA CONDOTTA O PIUTTOSTO NON È RETTA LA VOSTRA?". Ogni uomo è arbitro della propria salvezza e il Signore è pronto a condannare il giusto che abbandona la sua strada e a perdonare il peccatore che si converte. DIO CI DICE CHE PER LUI IL PASSATO NON CONTA, MA CIÒ CHE HA VALORE È CONVERTIRSI A LUI IN MANIERA DECISA E DEFINITIVA.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,20-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: Stupido, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: Pazzo, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!»
Com’è la giustizia dei farisei? Esteriore, formale, finta. E la giustizia che Gesù chiede? Quella che converte il cuore fino ad amare l’antipatico e il nemico. 
Non puoi considerarti a posto perché fai un’offerta in Chiesa o dai una moneta a un povero. Piuttosto, compi un passo di riconciliazione e di pace verso un fratello che ti guarda male. Com’è possibile? Solo il dono di Dio Padre, umilmente domandato e docilmente corrisposto, apre la strada alla conversione e dona l’energia della misericordia.
Senza la ricerca sincera della comunione con chi mi è accanto anche il cielo rimane sbarrato. Il perdono è una delle poche condizioni della preghiera: “Lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello”.

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La richiesta esigente di Gesù ci tocca nella vita quotidiana, nel linguaggio. Una giustizia che superi quella umana ma che torna all'umano: il fratello prima dell'altare. Pronti per questo salto quantico?

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27.02 SAN GABRIELE DELL'ADDOLORATA

SAN GABRIELE DELL’ADDOLORATA

San Gabriele dell’Addolorata, al secolo Francesco Possenti (1838 - 1862), nacque ad Assisi in una famiglia benestante ed era l’undicesimo di tredici figli. Rimasto orfano di madre a soli quattro anni, crebbe con una tenera devozione alla Madonna, specialmente all’Addolorata, imparando fin da piccolo a guardare al cielo come vera patria.

Durante l’adolescenza condusse una vita simile a quella di molti giovani: brillante negli studi, amante dell’eleganza, del teatro, della caccia e della compagnia. Non abbandonò però la pratica religiosa e mostrava sensibilità verso i poveri. Le morti di due fratelli e una grave malattia lo portarono a fare un voto: se fosse guarito, si sarebbe consacrato a Dio. Guarì, ma esitò. La svolta decisiva arrivò il 22 agosto 1856, durante una processione mariana, quando avvertì interiormente una chiamata chiara a lasciare il mondo.

Entrò tra i Passionisti assumendo il nome di Gabriele di Maria Addolorata. Abbracciò con entusiasmo la vita religiosa, fondata sulla meditazione della Passione di Cristo, la preghiera, la penitenza e l’offerta dei piccoli sacrifici quotidiani. Ripeteva spesso: «Così vuol Dio, così voglio io», espressione della sua totale disponibilità alla volontà divina.

La sua spiritualità era profondamente mariana. Contemplando l’unione dei dolori di Maria con quelli di Gesù, la chiamava affettuosamente “nostra Corredentrice”, sottolineando il ruolo singolare della Vergine nell’opera della salvezza, sempre in dipendenza dal Figlio. Recitava ogni giorno la corona dei Sette Dolori e trovava nella Madonna conforto e forza.

Visse solo sei anni di vita religiosa, ma con intensità straordinaria, diventando esempio di gioia, purezza e carità fraterna. Trasferito a Isola del Gran Sasso, si ammalò di tubercolosi. Accolse la malattia con serenità, offrendo le sofferenze a Dio e mantenendo fino alla fine un sorriso che colpiva chi gli stava accanto. Morì il 27 febbraio 1862, a soli 24 anni.

È patrono della gioventù cattolica e modello di santità giovanile, capace di mostrare che la felicità vera nasce dall’amicizia profonda con Gesù e Maria.

 

Per noi oggi

1.     Divertirsi non basta a riempire il cuore. Gabriele aveva tutto ciò che molti giovani desiderano, ma ha capito che senza Dio resta un vuoto che nessun divertimento colma.

2.     La santità non è questione di età ma di decisione. È morto a 24 anni, ma ha vissuto con un’intensità che molti non raggiungono in una vita intera. Il problema non è “quanto tempo ho”, ma “per chi vivo”.

3.     Dire “sia fatta la tua volontà” cambia davvero la vita. Il suo “Così vuol Dio, così voglio io” non era una frase devota: era una scelta concreta, anche quando significava rinunce, fatica e sofferenza.

A Isola del Gran Sasso in Abruzzo, san Gabriele dell’Addolorata (Francesco) Possenti, accolito, che, rigettata ogni vanità mondana, entrò adolescente nella Congregazione della Passione, dove concluse la sua breve esistenza.

II DOMENICA DI QUARESIMA – 1 marzo 2026 - Storia di Giulia, 16 anni: "Il momento sul monte"

II DOMENICA DI QUARESIMA – 1 marzo 2026

 

Storia di Giulia, 16 anni: "Il momento sul monte"

 

Giulia sta vivendo un periodo difficile. Ha deciso di impegnarsi seriamente nella fede, di pregare, di andare a Messa anche infrasettimanale, di dedicare tempo al servizio in parrocchia. Ma la fatica si fa sentire. I compagni la prendono in giro: "Sei diventata una suora? Ma dai, vivi un po'!". Anche in famiglia non tutti capiscono: "Ma perché ti complichi la vita? A sedici anni dovresti pensare a divertirti".

 Un giorno, durante un ritiro spirituale sul monte, succede qualcosa. Durante l'adorazione eucaristica, nella cappellina illuminata solo dalle candele, Giulia sente una pace profonda che non aveva mai sperimentato. È come se per un momento tutto fosse chiaro, tutto avesse senso. La fatica scompare, le prese in giro sembrano insignificanti. Capisce che quello che sta facendo vale la pena, che questa strada la porta verso qualcosa di bello, di luminoso.

 L'esperienza dura poco, forse mezz'ora. Poi si ritorna alla vita ordinaria: lo studio, le difficoltà, le incomprensioni. Ma qualcosa è cambiato. Giulia ha visto, ha assaggiato, ha intravisto. E ora, quando la fatica si fa sentire, ripensa a quel momento. "Signore, è bello per noi essere qui" aveva pensato. Ma ha anche capito che non può restare sul monte: deve scendere a valle, portando nel cuore quella luce che ha visto.

 

Per noi oggi:

 1. Non è vero che la fede toglie qualcosa alla vita: semmai ci toglie le illusioni. - Il mondo dice che per essere felici bisogna fare meno fatica, divertirsi di più, non prendersi troppo sul serio. Giulia scopre invece che esiste una gioia più profonda, che non nasce dallo sballo ma dall’incontro. E se stessimo confondendo la felicità con la distrazione?

 2. Le esperienze forti non servono per fuggire dalla realtà, ma per affrontarla meglio. - Il “monte” non è un rifugio permanente, è un rifornimento di senso. La tentazione è restare nelle emozioni belle; la sfida è tornare alla vita quotidiana senza dimenticarle. Forse la vera maturità spirituale non è cercare continuamente momenti straordinari, ma vivere in modo straordinario ciò che è ordinario.

 3. Oggi il coraggio più grande è andare controcorrente senza fare rumore. - Giulia non fa discorsi, non impone niente a nessuno: semplicemente sceglie di essere fedele a ciò che ha incontrato. In un tempo in cui tutti cercano approvazione, like e applausi, la testimonianza più provocatoria è una ragazza di sedici anni che continua a credere anche quando nessuno capisce. E noi, di fronte alle prese in giro del mondo, quanto siamo disposti a restare fedeli a ciò che abbiamo visto?

 

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giovedì 26 febbraio 2026

26.02.2026 - Est 4,17k-u - Mt 7,7-12 - Chiunque chiede, riceve.

Dal libro di Ester - Est 4,17k-u

In quei giorni, la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale. Si prostrò a terra con le sue ancelle da mattina a sera e disse: «Tu sei benedetto, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te, o Signore, perché un grande pericolo mi sovrasta.
Io ho sentito dai libri dei miei antenati, Signore, che tu liberi fino all’ultimo tutti coloro che compiono la tua volontà. Ora, Signore, mio Dio, aiuta me che sono sola e non ho nessuno all’infuori di te.
Vieni in soccorso a me, che sono orfana, e poni sulle mie labbra una parola opportuna davanti al leone, e rendimi gradita a lui. Volgi il suo cuore all’odio contro chi ci combatte, a rovina sua e di quanti sono d’accordo con lui. Quanto a noi, liberaci dalla mano dei nostri nemici, volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza».

1. La regina Ester sta vivendo un momento di angoscia il cui paragone è la morte. È in gioco non solo la sua vita ma anche quella del suo popolo. ATTORNO A LEI È IL DESERTO. NESSUNO, ASSOLUTAMENTE NESSUNO È IN GRADO SI AIUTARLA.

2. QUEL CHE HA STRAPPATO ESTER DALLA DISPERAZIONE È STATA LA FEDE. Ha capito che Dio NON è una idea, una provvida astrazione consolatoria. DIO È QUALCUNO A CUI PUOI RIVOLGERTI GRIDANDO A LUI TE STESSA E LA TUA SOLITUDINE. Dio è Uno che ascolta e sempre risponde.

3. La prima lettura ci insegna che nel momento in cui siamo completamente soli e abbandonati NON CI RESTA NIENT’ALTRO CHE INVOCARE L’AIUTO DEL PADRE. Coraggio!

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 Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 7,7-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».
Se quando preghi hai l’atteggiamento di chi vuole convincere Dio di qualcosa, allora ciò significa che non hai ancora compreso che Dio è già convinto del tuo bene. In realtà si prega perché ognuno scopra qual è realmente il suo vero bene.

 

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26.02 SANT' ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

SANT’ALESSANDRO DI ALESSANDRIA

Sant’Alessandro di Alessandria (circa 250 – 326 / 328) fu patriarca di una delle sedi più importanti del cristianesimo antico e protagonista decisivo nella lotta contro l’arianesimo. Eletto vescovo nel 313, si trovò subito ad affrontare una grave crisi dottrinale causata da Ario, sacerdote molto influente ad Alessandria, che negava la piena divinità di Cristo sostenendo che il Figlio fosse una creatura, seppur eccelsa.

Il contrasto esplose quando Alessandro predicò chiaramente la fede nella Trinità, affermando che il Figlio è eterno e consustanziale al Padre. Ario reagì accusandolo di eresia e riuscì a trascinare dalla sua parte vari membri del clero. Alessandro cercò inizialmente il dialogo, convocando assemblee di sacerdoti e diaconi, ma di fronte alla diffusione dell’errore intervenne con decisione: nel 320 riunì un sinodo che condannò ufficialmente le dottrine ariane. Tra i firmatari vi era il giovane Atanasio, suo stretto collaboratore e futuro grande difensore dell’ortodossia.

Poiché Ario continuava a diffondere le sue idee, sostenuto da potenti appoggi ecclesiastici e politici, Alessandro scrisse ai vescovi di tutto il mondo cristiano per metterli in guardia dal pericolo. Preparò anche una professione di fede sottoscritta da numerosi pastori orientali, rafforzando la comunione nella retta dottrina. Rimase in contatto con il papa e con altri vescovi influenti, mostrando che la difesa della fede non era una questione locale ma universale.

La controversia divenne così grave da coinvolgere l’imperatore Costantino, che convocò nel 325 il Concilio di Nicea, il primo concilio ecumenico. Alessandro vi partecipò accompagnato da Atanasio, che ne fu il portavoce. Il concilio condannò l’arianesimo e formulò il Simbolo niceno, proclamando che il Figlio è “della stessa sostanza” (homoousios) del Padre: una definizione fondamentale per la fede cristiana.

Alessandro affrontò anche altri problemi disciplinari, come lo scisma meleziano, cercando sempre di custodire insieme verità e unità. Morì poco dopo il concilio, lasciando come successore Atanasio, che avrebbe continuato con eroico coraggio la stessa battaglia dottrinale.

La sua eredità è quella di un pastore che seppe unire carità e fermezza, pazienza e chiarezza, diventando una colonna nella difesa della fede trinitaria.

 

Per noi oggi

1.     Non tutte le opinioni su Gesù si equivalgono. Alessandro ricorda che ridurre Cristo a “grande uomo” o “maestro spirituale” svuota il cristianesimo alla radice.

2.     La divisione nasce spesso quando si vuole rendere la fede più “ragionevole”. Ario cercava una dottrina più facile da capire. Ma una fede addomesticata finisce per tradire il mistero.

3.     Difendere la verità può renderti scomodo anche nella Chiesa. Alessandro fu accusato, contrastato e isolato. L’unità vera non si costruisce evitando i conflitti, ma affrontandoli nella verità.

Commemorazione di sant’Alessandro, vescovo: anziano glorioso e dal fervido zelo per la fede, divenuto dopo san Pietro capo della Chiesa di Alessandria, separò dalla comunione ecclesiale il suo sacerdote Ario, pervertito dalla sua insana eresia e confutato dalla verità divina, che egli poi condannò quando entrò a far parte dei trecentodiciotto Padri del Concilio di Nicea I.

mercoledì 25 febbraio 2026

25.02.2026 - Gio 3,1-10 - Lc 11,29-32 - A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.

Dal libro del profeta Giona - Gio 3,1-10

In quel tempo, fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore.
Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta».
I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Giunta la notizia fino al re di Nìnive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere.
Per ordine del re e dei suoi grandi fu poi proclamato a Nìnive questo decreto: «Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!».
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
1. PER ESSERE SALVATI, GLI ABITANTI DELLA CITTÀ DEVONO RADICALMENTE CAMBIARE LA LORO VITA. Il profeta e gli abitanti della città sono ben CONSAPEVOLI della loro iniquità; è una società cosciente di non rispettare la legge di Dio.

2. Nella persona del re di Ninive, gli abitanti della città comprendono che LA LORO CONDOTTA E MALVAGITÀ POSSONO PROVOCARE LA DISTRUZIONE TOTALE DELLA CITTÀ. Questa città diventa simbolo-incarnazione di ogni malvagità e crudeltà. 

3. Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. «Ma allora, Dio è cambiato?». IN REALTÀ «LORO SONO CAMBIATI». Infatti prima «Dio non poteva entrare nella loro vita perché era chiusa nei propri vizi, peccati»; poi loro, «CON LA PENITENZA HANNO APERTO IL CUORE, HANNO APERTO LA VITA E IL SIGNORE È POTUTO ENTRARE».

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+ Dal Vangelo secondo Luca - Lc 11,29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

 

“Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato, se non il segno di Giona”. 
A volte la ricerca di segni è solo un modo per temporeggiare, per non cambiare, per non scegliere. Aspettiamo un segno solo perché non vogliamo prenderci la responsabilità di ciò che già sappiamo essere vero.
Il segno di Giona, il vero, è quello che ci dà la fiducia di essere salvati per il sangue di Cristo. Quanti cristiani pensano che saranno salvati soltanto per quello che loro fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie, ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva. Ma le opere sole, senza questo amore misericordioso non servono. Invece, la ‘sindrome di Giona’ ha fiducia soltanto nella sua giustizia personale, nelle sue opere”. Apriamo il nostro cuore al "segno di Giona".

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Parole sferzanti di Gesù contro chi “cerca un segno”. Anche con Erode, che cercava un miracolo, Gesù sarà severo al punto di tacere. Forse l'errore è cercare segni anziché di vederli davanti ai nostri occhi?

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25.02 SANTI LUIGI VERSIGLIA E CALLISTO CARAVARIO

SAN LUIGI VERSIGLIA E SAN CALLISTO CARAVARIO

San Luigi Versiglia (1873 - 1930) e san Callisto Caravario (1903 - 1930), salesiani di don Bosco, sono martiri della missione in Cina. Si incontrarono a Torino nel 1921: Versiglia era già missionario esperto con 15 anni di apostolato in Oriente, mentre Callisto era un giovane aspirante sacerdote, ardente di zelo, che gli promise: «La raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo».

Versiglia aveva conosciuto personalmente don Bosco da ragazzo. Ordinato sacerdote nel 1895, partì missionario nel 1906. A Macao fondò la casa madre salesiana e si dedicò agli orfani e ai poveri, tanto da essere chiamato “padre degli orfani”. Nominato vescovo di Shaoguan nel 1920, fondò seminari, scuole, orfanotrofi e promosse la catechesi, portando migliaia di persone al Battesimo.

Operava in un periodo drammatico per la Cina, segnata dalla caduta dell’impero, dalla guerra civile e dalla violenza di briganti e milizie. Versiglia era consapevole del rischio e ricordava una profezia attribuita a don Bosco: il calice dell’opera salesiana in Cina si sarebbe riempito di sangue prima di fiorire.

Callisto mantenne la promessa fatta da giovane: partì missionario e fu ordinato sacerdote dallo stesso Versiglia nel 1929. Nelle sue lettere alla madre esprimeva una totale appartenenza a Cristo: desiderava solo essere fedele alla sua vocazione, qualunque fosse la durata della sua vita sacerdotale.

Il martirio avvenne il 25 febbraio 1930. I due salesiani stavano viaggiando verso una comunità cristiana insieme ad alcune catechiste e giovani donne, quando furono assaliti da banditi armati. Non avendo denaro da consegnare, i briganti decisero di rapire le ragazze. Versiglia e Caravario si opposero con coraggio, offrendo se stessi pur di difenderle: «Prendete noi, ma salvate queste giovani».

Furono picchiati, legati e condotti in un bosco. Lì, mentre pregavano ad alta voce, furono fucilati. Le ragazze furono poi liberate e testimoniarono la serenità e la fede con cui i due missionari affrontarono la morte. Perfino alcuni carnefici rimasero colpiti dalla loro pace: morirono non con paura, ma con fede.

Il loro sangue sigillò una vita interamente donata a Dio e al popolo cinese, secondo il carisma salesiano di educazione, missione e amore per i giovani.

 

Per noi oggi

1. L’amore cristiano protegge, non scappa. Hanno dato la vita per difendere delle ragazze indifese. La carità vera non resta neutrale davanti all’ingiustizia.

2. La missione non è “fare cose”, ma appartenere a Cristo. Callisto era sacerdote da poco, ma già pronto a morire: la fecondità non dipende dalla durata, ma dalla totalità del dono.

3. Il Vangelo è credibile quando qualcuno è disposto a perdere tutto. In un mondo che misura tutto in sicurezza e vantaggi, il martirio ricorda che la fede vale più della vita stessa.

Quando questi due salesiani innamorati di Cristo si incontrarono nel 1921, monsignor Luigi Versiglia era di passaggio a Torino, con alle spalle già 15 anni di missione in Cina, mentre Callisto Caravario era un diciottenne ardente dal desiderio di farsi sacerdote e dedicarsi alla vita missionaria: «Io la raggiungerò presto in Cina. Insieme faremo conoscere la luce di Cristo», aveva detto Callisto nell'occasione. Entrambi erano legatissimi al carisma di san Giovanni Bosco. Sulle rive del fiume Beijang vicino alla città di Shaoguan nella provincia del Guandong in Cina, i santi martiri subirono il martirio per aver dato assistenza cristiana alle anime loro affidate.

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martedì 24 febbraio 2026

24.02.2026 - Is 55,10-11 - Mt 6,7-15 - Voi dunque pregate così.

Dal libro del profeta Isaìa - Is 55,10-11

Così dice il Signore:
«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,
senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme a chi semina
e il pane a chi mangia,
così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:
non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero
e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
1. Isaia paragona la capacità della pioggia e della neve a quella della Parola di Dio. PIOGGIA E NEVE SONO UN BENE IRRINUNCIABILE PER LA TERRA che da loro viene irrigata e fecondata.

2. Così è della Parola di Dio. Tu non ne puoi fare a meno. Il progetto che Dio ha su di te si realizzerà NELLA MISURA DEL TUO ASCOLTARE ACCOGLIERE E TRADURRE IN VITA QUOTIDIANA la Parola di Dio.

3. Forse molti cristiani inacidiscono e appassiscono dentro il susseguirsi di giorni non irrorati né fecondati dalla PAROLA che VEICOLA A NOI GIORNALMENTE CIÒ CHE È ASSOLUTAMENTE NECESSARIO AL NOSTRO GERMOGLIARE E FIORIRE FRUTTIFICANDO IL BENE.

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+ Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
“Prego con parole mie”. E’ il caso? Le nostre parole sono vacue, autoreferenziali, superficiali. Le parole sono inversamente proporzionali alla nostra fede. Più parliamo nella preghiera e più significa che abbiamo dubbi sul fatto che Dio sia nostro Padre.
Meglio allora pregare con le parole che Gesù ci regala: una strada aperta, un binario sicuro. Quando abbiamo realmente imparato a memoria la preghiera insegnata da Gesù, facendola nostra con il cuore, allora anche le nostre ‘preghiere spontanee’ affiorano da  terreno buono e crescono su una pianta sana. Partiamo da Lui, dal Padre, dal suo regno e dalla sua volontà. Arriviamo alla nostra vita, al pane, al nostro debito, alla tentazione, al male, al perdono. Domandiamo di essere custoditi e salvati.

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Preghiamo ma il Padre già sa, prima delle nostre preghiere, di cosa abbiamo bisogno. Forse allora preghiamo chiedendo cosa di cui non abbiamo bisogno. Cosa chiediamo quando preghiamo?

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24.02 BEATO TOMMASO MARIA FUSCO

TOMMASO MARIA FUSCO

Tommaso Maria Fusco nacque a Pagani (Salerno) il 1° dicembre 1831, settimo di otto figli, in una famiglia profondamente cristiana. Rimase presto orfano di entrambi i genitori e fu educato dallo zio sacerdote. Fin da piccolo sentì la vocazione al sacerdozio e, dopo la formazione nel seminario di Nocera, fu ordinato prete nel 1855.

Le prove della vita – lutti familiari e difficoltà – alimentarono in lui una profonda devozione al Cristo Crocifisso e alla Madonna Addolorata. Fin dall’inizio del ministero si dedicò con passione alla formazione cristiana dei ragazzi, dei giovani e degli adulti, aprendo scuole di catechesi e luoghi di preghiera che divennero centri di conversione.

Entrò tra i Missionari Nocerini e svolse un’intensa attività di predicazione popolare, specialmente nel Sud Italia. Nominato cappellano del Santuario della Madonna del Carmine a Pagani, promosse associazioni cattoliche e diffuse il culto al Preziosissimo Sangue di Gesù, centro della sua spiritualità.

Per aiutare i sacerdoti nel ministero della confessione, aprì una scuola di teologia morale e fondò una compagnia sacerdotale per le missioni popolari, approvata da Pio IX. Ma l’opera più grande nacque nel 1873, quando, colpito dalla tragedia di un’orfana abbandonata, fondò le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, dedicate all’accoglienza e all’educazione delle bambine povere. Da questa prima casa sorsero numerosi orfanotrofi e opere caritative.

Accanto alla fondazione e alle missioni, fu anche parroco, confessore e guida spirituale. La sua fecondità apostolica suscitò però invidie e persecuzioni: subì calunnie e umiliazioni, accettandole con spirito evangelico. Ripeteva:
«L’operare e il patire per Dio sia sempre la vostra gloria… La pazienza è come la salvaguardia e il sostegno di tutte le virtù».

Consumò la vita tra predicazione, carità verso i poveri e unione con Gesù Crocifisso ed Eucaristico. Morì il 24 febbraio 1891, pregando il Nunc dimittis. Di lui si disse: “Visse amando i poveri, morì perdonando i nemici.”

Beatificato da san Giovanni Paolo II, è modello di sacerdote, missionario e fondatore che ha fatto della carità del Sangue di Cristo il cuore della propria esistenza.

 

Per noi oggi

1. La carità vera nasce dalla croce, non dal sentimentalismo. Fusco non aiutava i poveri per filantropia, ma perché vedeva in loro il volto di Cristo sofferente. Senza radici spirituali, la solidarietà si svuota.

2. Fare il bene non ti risparmia le persecuzioni. La sua vita smonta l’illusione che, se operi per Dio, tutti ti applaudiranno. La santità passa anche attraverso incomprensioni e calunnie.

3. Perdonare i nemici è il segno che il Vangelo è diventato vita. Non basta pregare o fare opere: la prova del nove è amare quando si è feriti. Fusco morì perdonando — ed è lì che il cristianesimo diventa credibile.

A Nocera Inferiore in Campania, beato Tommaso Maria Fusco, sacerdote, che con speciale amore si prese cura dei poveri e degli ammalati e istituì le Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, che destinò alla promozione di varie opere di impegno sociale, soprattutto tra i giovani e i malati.

NELLO STESSO GIORNO:
BEATO MARCO DE' MARCONI Sacerdote
Mantova, 1480 - Mantova, 24 febbraio 1510
Il beato Marco de' Marconi visse solo 30 anni, dal 1480 al 1510, e rimase sempre nella natia terra mantovana. A 16 anni entrò nel convento di Migliarino, tenuto dall'Ordine di San Girolamo, famiglia eremitica nata in Spagna a fine Trecento. I suoi 15 anni di vita religiosa trascorsero nel nascondimento e nella preghiera.

 

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