IL RACCONTO DEL VANGELO DELLA DOMENICA - Mt 9, 36-10,8
C’è una storia vera che illumina le parole del Vangelo di questa domenica. È la storia di san Massimiliano Kolbe, sacerdote francescano morto nel campo di concentramento di Auschwitz. Nel luglio del 1941, dopo la fuga di un prigioniero, i nazisti decisero di condannare a morte dieci uomini innocenti. Uno di loro scoppiò a piangere disperato: “Mia moglie! I miei figli!”. In quel momento padre Kolbe uscì dalla fila e chiese di prendere il suo posto. Non era obbligato. Non avrebbe ricevuto nulla in cambio. Non cercava gloria. Voleva semplicemente salvare un uomo. Fu rinchiuso nel bunker della fame e morì dopo giorni di agonia, pregando e incoraggiando gli altri prigionieri. Quel gesto continua ancora oggi a parlare al mondo. Perché? Perché la gratuità vera ha una forza divina. Quando qualcuno ama senza calcolo, senza interesse, senza aspettarsi ricompense, rende visibile Dio. Anche noi, forse, pensiamo di avere poco da offrire. Invece il Signore continua a chiamare operai per la sua messe. Operai che sappiano ascoltare, consolare, perdonare, accompagnare, servire. Non servono cristiani spettatori. Servono cristiani che si prendano cura delle “pecore perdute” di oggi: ragazzi senza speranza, anziani dimenticati, famiglie ferite, persone schiacciate dalla paura o dalla solitudine. Il mondo cambia non grazie a chi accumula, ma grazie a chi dona. E il bene fatto gratuitamente non va mai perduto. Forse nessuno applaudirà. Forse nessuno dirà grazie. Ma ogni gesto d’amore autentico diventa una luce accesa dentro la notte del mondo. Per noi oggi 1. Abbiamo trasformato anche il bene in uno scambio: “Ti aiuto se mi conviene, se mi notano, se ricevo qualcosa”. Il Vangelo invece distrugge la logica del tornaconto. 2. Ci lamentiamo che il mondo è cattivo, ma quanti di noi si fermano davvero a curare qualcuno? Gesù non cerca commentatori del male: cerca operai.
3. Forse il più grande miracolo oggi non è guarire un malato, ma amare qualcuno senza aspettarsi nulla in cambio.
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