SANTI MARTIRI COREANI
La Chiesa coreana nacque in modo sorprendente, non per l’arrivo di missionari, ma per l’iniziativa di alcuni laici. Nel 1784 Yi Seung-hun ricevette il Battesimo in Cina e tornò in patria con libri cristiani, crocifissi e il nome di Pietro. La fede si diffuse rapidamente, ma mancava un sacerdote che potesse guidare e nutrire la giovane comunità. Verso il 1795 arrivò dalla Cina il primo sacerdote, ma nel 1801 fu ucciso durante una violenta persecuzione. Il re Sunjo ordinò di eliminare i cristiani perché considerava la loro fede un pericoloso germe di follia. Eppure la Chiesa non scomparve: la fede dei cristiani coreani resistette alla paura, alla violenza e alla morte. Dal 1837 arrivarono nuovi missionari e il primo vescovo, Lorenzo Imbert, che subì anch’egli il martirio. Tra i protagonisti emerge Andrea Kim Taegon, primo sacerdote coreano, pastore e testimone di una fede indomita. Nel Martirologio Romano è lui il capofila dei 103 martiri coreani, uccisi tra il 1838 e il 1867. Tra loro vi furono tre vescovi, otto sacerdoti e numerosi laici, testimoni di una fede vissuta fino alla morte. Il loro sangue non fu sterile: nel 1886 venne concessa la libertà religiosa. Oggi nella Corea del Sud vivono circa sei milioni di cattolici, segno di una Chiesa cresciuta attraverso la prova. La loro storia ricorda che la fede non si trasmette soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso la testimonianza. Sant’Andrea Kim ricordava che Cristo fa crescere la Chiesa attraverso la prova e il martirio dei fedeli. Dalla Corea arriva una provocazione: una fede che non costa nulla rischia di non cambiare nulla. I martiri ci chiedono oggi se siamo disposti a vivere il Vangelo con lo stesso coraggio, anche quando non ci viene chiesto di morire, ma semplicemente di essere fedeli. per noi oggi 1. I martiri coreani morirono perché credevano davvero in Cristo. Noi, che non rischiamo la vita per la fede, quanto siamo disposti almeno a uscire dalla comodità? 2. La Chiesa coreana è nata dalla coraggiosa iniziativa di alcuni laici, senza strutture e senza sicurezze. E noi, con tante possibilità, non rischiamo forse di avere tutto per evangelizzare e poco coraggio per farlo? 3. I persecutori volevano distruggere il cristianesimo eliminando i cristiani, ma il loro sangue fece crescere la Chiesa. Forse oggi il pericolo più grande non è essere perseguitati, ma diventare cristiani senza più nulla da testimoniare.
Vittime delle persecuzioni religiose avvenute in Corea tra il XVIII e il XIX secolo
Memoria dei santi Andrea Kim Tae-gon, sacerdote, Paolo Chong Ha-sang e compagni, martiri in Corea. In questo giorno in un’unica celebrazione si venerano anche tutti i centotrè martiri, che testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti. Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea.
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